Ahimsa: cos’è e come praticarla dentro e fuori il tappetino
Pubblicato
2 giorni fa
Daria Vita Fede
Copywriter, storyteller e content creator
Scopri come mettere in pratica uno degli insegnamenti principali dello yoga anche nella vita quotidiana per vivere con gentilezza, rispetto e compassione
Ahimsa, primo pilastro dello yoga secondo lo yoga classico di Patanjali, è una parola che racchiude un universo di significati. Spesso tradotta come non violenza, il suo messaggio è molto più ampio e estremamente attuale. Ahimsa ci invita a coltivare gentilezza, rispetto e compassione, non solo verso le altre persone e il pianeta, ma anche nei nostri confronti.
In questo articolo esploriamo il significato di ahimsa, il suo ruolo centrale nello yoga, e come praticarla concretamente nella vita di tutti i giorni, dalle relazioni alle scelte di consumo consapevole e etico.
Ahimsa: significato profondo e origini del concetto
La parola ahimsa deriva dal sanscrito:
- “a” = negazione
- “himsa” = nuocere, ferire, fare violenza
Questo principio è centrale nello yoga classico e viene citato come il primo degli yama, le regole etiche che guidano il comportamento individuale e sociale negli Yoga Sutra attribuiti a Patanjali (qui trovi i suoi libri). Il suo significato letterale è assenza di violenza, ma sarebbe riduttivo fermarsi a questa definizione.
Ahimsa non rifiuta soltanto la violenza fisica, bensì qualsiasi sua espressione. Possiamo ad esempio fare pensieri che ci abbattono e identificarci con essi, o anche dire parole violente senza misurare il loro peso o compiere azioni che nascondono un’intenzione malevola.
In breve, praticare ahimsa significa coltivare profondo amore incondizionato e compassione, verso sé e verso le altre persone. Per fare qualche esempio concreto, bisogna pensare al quotidiano.
Nella mia pratica quotidiana, ho notato come questo principio mi abbia aiutato a trasformare radicalmente il mio dialogo interiore. Se prima i pensieri e opinioni che avevo verso di me erano giudicanti e negativi, praticando ahimsa ho cominciato a parlare a me stessa con più gentilezza.
Questo cambiamento può avere un impatto incredibile dentro di noi, ma anche rispetto al modo in cui ci poniamo con gli altri. Armarsi di pazienza durante un litigio con un partner, lasciando lo spazio a entrambi per esprimere il proprio sentire senza aggredire l’altro, è ahimsa. Questo è possibile solo se in primis lo applichiamo su di noi!
Se vuoi approfondire questo argomento, ti segnaliamo la nostra selezione di libri:
Ahimsa nello yoga: praticare senza farsi male

Quando si parla di ahimsa all’interno dello yoga, bisogna parlare dell’impatto che questo principio può avere sulle āsāna. In una cultura spesso orientata alla performance, lo yoga rischia di diventare una disciplina meramente fisica e improntata al fitness, dove si forza il corpo per “arrivare a una forma, senza lasciarsi il tempo di attraversare il tappetino con cura e attenzione verso il poprio corpo.
Praticare ahimsa anche nelle āsāna significa rimanere in ascolto del proprio corpo e della proprio vulnerabilità, rispettare i propri limiti e lasciare da parte l’ego che vorrebbe che diventassimo ciò che non siamo. Ahimsa è stare in sé, con il proprio sé, senza l’esigenza di stravolgerlo.
Āsāna e non violenza
Ogni corpo è diverso, e ogni giorno lo stesso corpo cambia. Ahimsa ci insegna che:
- non c’è bisogno di praticare le pose più difficili e strenuanti per praticare yoga, ma possiamo personalizzare le āsāna affinché siano più sostenibili e accessibili;
- non c’è spazio per il dolore nella pratica;
- fermarsi e riposare è parte integrante della pratica.
Una pratica concreta di ahimsa sul tappetino può essere l’utilizzo supporti come blocchi, coperte o cuscini. Utilizzarli non vuol dire “non essere in grado”, bensì accompagnare il corpo affiché possa far meglio, senza forzarlo.
Optare per una variante più accessibile di una posizione è ahimsa in azione, così come fermarsi in una posizione di riposo come balasana quando il resto del gruppo continua a praticare chaturanga.
Ahimsa e dialogo interiore
Portiamo l’attenzione anche al modo in cui ci parliamo mentre pratichiamo. Cosa ci dice il nostro dialogo interiore? Pensieri come “non sono abbastanza flessibile”, “non ce la faccio”, “dovrei fare di più” sono forme sottili di violenza.
Coltivare ahimsa sul tappetino significa:
- osservare il giudizio che abbiamo verso di noi senza identificarci nei nostri pensieri;
- sostituire l’autocritica con curiosità;
- accogliere noi stessi per come siamo adesso, senza volerci cambiare a tutti i costi.
Ahimsa nella vita quotidiana: una pratica continua

Lo yoga è una pratica che non si interrompe sul tappetino ma che ritorna in ogni cosa del quotidiano e che scuote le nostre fondamenta. Se nella società in cui viviamo siamo portati a rincorrere produttività, performance e successo, anche a costo di fare male a se stessi e agli altri, lo yoga ci riporta a una dimensione di sentire profondo che a volte può farci anche sentire a disagio.
Praticare ahimsa non è immediato, né facile. Se partiamo dalle basi, dalle cose più semplici (banalmente “rivolgere a se stessi un pensiero gentile”) possiamo rencerci conto di quanto poco spesso ciò accada. Sembra più facile instaurare un dialogo negativo con il proprio sé, notare tutte le piccole cose in cui abbiamo sbagliato anziché quelle che che abbiamo fatto bene.
La pratica yoga ci invita a stare sia con le cose belle sia quelle brutte di noi. Ahimsa ci invita a non cadere nel tranello dell’autocommiserazione e avere uno sguardo compassionevole anche nei nostri confronti, oltre che verso gli altri.
Compassione amorevole verso se stessi
Ahimsa, tuttavia, non vuol dire rimanere in una posizione passiva rispetto alle ingiustizie che viviamo nel quotidiano o che vediamo esercitate a discapito altrui. Non vuol dire nemmeno subire soprusi e farsi andare bene anche ciò che non vogliamo per noi. Semmai, è il contrario! Ahimsa è anche pratica di assertività:
- dire “no” quando qualcosa non si allinea ai nostri valori o semplicemente non vogliamo o non possiamo;
- usare la nostra voce per esprimere dissenso, senza usare parole violente o giudicanti, ma portando avanti le nostre idee con oggettività e cura;
- interrompere rapporti con persone che ci fanno del male e che ci buttano giù, nel rispetto di sé e della relazione stessa (meglio chiudere bene che male!).
Sono solo alcuni esempi che servono a spiegare come ahimsa non ci chiede di farci andare bene tutto per il benestare comune. Bensì è una pratica di ascolto profondo del nostro spirito e di ciò a cui aspira. Un invito a lasciare andare ciò che non ci serve più.
Ahimsa nelle relazioni con le altre persone
Al di là della violenza fisica, anche le parole sono importanti. Il modo in cui parliamo agli altri e il linguaggio che usiamo sono essenziali affinché si creino le condizioni per relazioni sane e appaganti, che vadano ben oltre il semplice quieto vivere.
A volte le parole possono ferire più delle azioni, quindi è importante osservare come ci poniamo con gli altri e coltivare, con il tempo, una comunicazione gentile e consapevole.
Come fare? Chiediti questo: quando ascolto qualcuno, dico cose che possano farlo sentire giudicato? Sto scaricando su questa persona la mia rabbia o frustrazione? Sto creando le condizioni affinché ci sia uno spazio sicuro in cui entrambi possiamo esprimerci liberamente?
La pratica di ahimsa nel quotidiano può essere applicata a una miriade di occasioni. Banalmente: essere gentile con un estraneo in cassa al supermercato, sorridere a un vicino o tenere aperta la porta, aiutare una persona sconosciuta in un momento di bisogno ecc.
Qualsiasi atto di disinteressata gentilezza, facendo sempre attenzione a non mettersi in situazioni di pericolo, è ahimsa.
Non violenza ahimsa e scelte alimentari

Uno degli ambiti più concreti in cui ahimsa può essere praticata ogni giorno è l’alimentazione. Senza imporre modelli rigidi, questo principio invita a riflettere sull’impatto delle nostre scelte.
Scegliere cibo biologico, vegetale o proveniente da filiere etiche significa:
- ridurre la sofferenza animale;
- tutelare la salute del suolo e dell’acqua;
- sostenere modelli agricoli meno violenti verso l’ambiente e le persone.
Anche mangiare in modo più consapevole, senza sprechi e ascoltando i segnali del corpo, è una forma di ahimsa. Non bisogna tuttavia forzarsi o adottare diete forzatamente restrittive.
Ahimsa non richiede la perfezione, altrimenti andremmo contro noi stessi. Bisogna sempre incontrare il corpo entro i suoi limiti.
Aziende biologiche e ahimsa: consumo etico e sostenibile
Ahimsa non è solo una pratica individuale, ma anche una responsabilità collettiva. Ogni acquisto che facciamo nel quotidiano può essere interpretato come una scelta politica, sociale ed ecologica.
Cosmetici naturali e non violenza
Nel mondo della cosmesi, praticare ahimsa significa orientarsi verso:
- cosmetici biologici e naturali;
- prodotti cruelty free, non testati su animali (li trovi qui nel nostro reparto di Cosmesi naturale);
- aziende trasparenti, che rispettano lavoratori e ambiente.
Anche ridurre l’uso di sostanze tossiche è un atto di non violenza verso il nostro corpo e verso gli ecosistemi!
Alcuni cosmetici naturali che ti consigliamo:
Sostenere aziende etiche
Comprare da realtà che condividono valori di:
- sostenibilità ambientale,
- giustizia sociale,
- filiere corte e controllate
è un modo concreto per incarnare ahimsa nel quotidiano. Comprare meno ma meglio è una forma potente di non violenza in un sistema basato sull’eccesso.

Ahimsa come pratica imperfetta ma autentica
Ricorda sempre che ahimsa non è perfezione. Anzi, è un invito in una direzione totalmente opposta.
Come ogni percorso, anche la via verso ahimsa è fatta di tentativi, errori, aggiustamenti continui. Non si tratta di diventare “inermi” rispetto alle ingiustizie del mondo o rimanere bloccati nella passività, ma di agire con consapevolezza, riducendo il danno dove possibile.
Ogni volta che scegliamo la gentilezza invece dell’aggressività, l’ascolto invece del giudizio, il rispetto invece della prevaricazione, stiamo praticando ahimsa.
Sul tappetino, nella vita, nelle scelte del nostro quotidiano.
Ed è proprio da questi piccoli gesti quotidiani che può nascere una trasformazione profonda, personale e collettiva.