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Somministrazione - Estratto da "Lo Zen e l'Arte della Manutezione dello Stress"

di Bruno Ballardini 1 mese fa


Somministrazione - Estratto da "Lo Zen e l'Arte della Manutezione dello Stress"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Bruno Ballardini e impara ad utilizzare questo potente strumento per tenere a bada lo stress

Da sempre, il modo più efficace per praticare lo Zen è la meditazione seduta, o zazen. E comune a tutte le scuole ed è ritenuta il cardine della pratica. In altre parole, non è buddhismo Zen (e non è nemmeno buddhismo) se non c’è la meditazione.

Indice dei contenuti:

Meditare stando seduti

Oggi ci sono infatti scuole “pseudo buddhiste” che ripiegano sulla preghiera o sulla ripetizione di mantra, ma tutto questo per il buddhismo non ha alcun valore, serve solo a compiacere il vostro Ego che vi lusinga facendovi perfino i complimenti per quanto siete bravi a pregare. Niente di tutto ciò, nello Zen.

La meditazione, ovviamente, è anche la pratica più dura, perché toglie al vostro Ego qualsiasi appiglio. Non c’è più nulla intorno a voi, spesso avete davanti soltanto il muro, e non dovete fare nulla. Assolutamente nulla. Provateci. Scoprirete subito quanto sia difficile.

I primi due minuti, per un principiante, sono un Inferno, non solo psicologicamente ma anche fisicamente: se non si è abituati alla posizione del loto (kekka fuzà) o del mezzo loto (hanka fuza), le ginocchia e le caviglie cominciano a protestare e voi fate uno sforzo triplo a concentrarvi sul respiro.

Eppure, anche questo è il metodo più efficace perché vi costringe a ingaggiare una lotta contro i dolori fisici che, vedrete, pian piano se ne andranno.

D’altra parte, se vi fermate alla prima difficoltà non otterrete mai nessun progresso, né qui né in altre cose. Tutto quello che occorre fare è ripiegare due volte una coperta di lana per creare una specie di stuoia semimorbida su cui metterete un cuscino duro (zafu).

Poi dovrete sedere sul bordo di quel cuscino con le ginocchia appoggiate a terra davanti a voi, e non importa se all’inizio non riuscite a fare la posizione perfettamente: l’essenziale è che le ginocchia forniscano due puntelli stabili su cui distribuire il peso del tronco (oltre al cuscino) per lasciare libero il bacino e favorire la respirazione addominale, allineando le vertebre della spina dorsale.

Lo stesso assetto si ottiene con le sedie tipo Stokke oppure, se proprio avete problemi alle ginocchia e alle caviglie, con una comune sedia rigida, avendo cura di stare seduti sul bordo senza appoggiarvi allo schienale. Respirate tranquillamente, con ritmo lento, portando la respirazione nel tanden, un punto che si trova circa tre centimetri sotto l’ombelico, a un terzo in profondità all'interno del corpo. Poi dimenticatevi anche di questo.

La base di tutto è l’intenzione di andare fino in fondo, non la volontà di farlo, questa è un’altra trappola tesa dall'Ego: quando vi dite «Voglio farcela! lo devo farcela!», è sempre il vostro Ego che sta parlando, non siete voi.

Si è discusso spesso se sia meglio praticare da soli o in compagnia, rivolti verso il muro o verso la sala in cui meditate. Certamente ciascuna opzione ha dei pro e dei contro che possono inizialmente interferire con la meditazione ma forniranno altrettanti spunti di Illuminazione.

Per esempio, se la presenza di altri vi può distrarre, praticate rivolti verso il muro (ma poi chiedetevi anche perché gli altri vi diano tanto fastidio al punto di distrarvi dalla vostra meditazione).

Quando iniziai a praticare lo zazen in un dojo frequentato da giapponesi la prima cosa che mi accadde fu di sentire la persona seduta accanto a me in meditazione emettere sommessamente dei versi causati dal dolore alle caviglie. Ebbi una reazione di compiacimento, anche un filino maligna (“Visto?” mi dissi. “Dopo tutta la retorica da stoici supermen che hanno messo in giro, alla fine si scopre che anche loro soffrono!”).

Un attimo dopo realizzai in modo netto di trovarmi fuori dallo Zen, come se qualcuno mi avesse sbattuto fuori dalla porta. Non stavo approdando a nulla, stavo solo ascoltando il mio Ego che si compiaceva facendomi i suoi complimenti per il fatto di resistere di più del giapponese mio “vicino di zafu”, presentandomelo come un concorrente che partecipava alla stessa gara di resistenza. Ma io non stavo facendo nessuna gara, nessun confronto!

Come al solito, era il mio Ego ad avermi distratto facendomi guardare fuori anziché dentro.

Scoprii così quanto lo stare seduti in zazen sia una pratica pericolosa e piena di insidie. Pericolosissima, nonostante apparentemente non si faccia nulla: è come stare sull’orlo di un precipizio mettendo in gioco la propria vita. Dopo quella prima, rovinosa, ma salutare caduta, trovai subito la direzione giusta e non accadde più.

Apprendendo presto che la postura fisica tende ad assestarsi e a correggersi da sola, e lo stesso avviene per la postura mentale, potreste essere tentati dall'idea di praticare zazen da soli, non sapendo di correre dei rischi ancora più grandi. Come, per esempio, quello di scambiare il vostro Ego per il vostro maestro. Perché lui è sempre lì, pronto a cogliere qualsiasi occasione per rendersi indispensabile. Non permetteteglielo.

La pratica di gruppo sotto la guida di un maestro vero è sempre la cosa migliore. A proposito, cosa c’entrano le rape con i praticanti di zazen? Come cosa c’entrano? Hanno moltissimo in comune: stanno tutti ugualmente seduti a terra, ben radicati nella loro non mente. O forse credevate davvero di essere superiori alle rape?

Rassegnatevi, è sempre il vostro Ego che ve l’ha fatto credere, rape che non siete altro!

Meditare in piedi

Questa pratica di probabile origine taoista sopravvive oggi negli esercizi cosiddetti del “Palo eretto” del Ch'i Kung buddhista collegato alle arti marziali, tant'è che questi sono stati definiti ritsu Zen (“Zen in piedi”, in contrapposizione con la meditazione Zen seduta, o zazen).

Per i cinesi, la posizione eretta è, fra tutte, la più importante perché è quella che consente di connettersi, sia mentalmente sia fisicamente, in basso con la terra, cioè il mondo materiale, e in alto con il cielo, cioè il mondo spirituale.

L’esercizio di base è facile. Tutto quello che occorre fare è stare in piedi con le gambe leggermente divaricate, in modo che i piedi siano sulla stessa linea verticale delle spalle e con gli alluci lievemente rivolti in dentro. Rilassate tutti i muscoli tenendo le braccia stese lungo i fianchi. Rilassate il mento facendolo rientrare leggermente, e portate la punta della lingua contro il palato tenendo appena separati i denti.

Ora inspirate sollevando il torace. La schiena deve restare dritta e cercate di “sostenere il cielo con la testa” (una metafora che serve per indicare la corretta postura della schiena e del collo, allungando la spina dorsale).

A ogni inspirazione, immaginate che l’energia, il ch'i, sgorgando dalla terra come acqua entri nei vostri piedi e cominci a riempire le gambe salendo lentamente, poi arrivi all'addome, poi riempia il tronco e arrivi alle spalle.

A questo punto dovreste sentire che le braccia non hanno più peso. Provate a sollevarle davanti a voi come per abbracciare un pallone: se l’esercizio è stato svolto correttamente non dovreste fare fatica a tenere le braccia così nemmeno dopo mezz'ora. Respirate regolarmente con lo stesso metodo di respirazione che si usa nello zazen.

Questo è il metodo elaborato da Wang Hsiang-chai sulla base di conoscenze taoiste e buddhiste e oggi diffuso in tutto il mondo grazie all'opera del medico e immunologo giapponese Toshihiko Yayama. Lo Zen in piedi va fatto per non meno di trenta minuti al giorno e consente di accumulare energia facendola circolare per tutto il corpo.

Il motivo per cui questa pratica non è molto diffusa tra chi fa Zen risiede molto probabilmente nel fatto che tutta l’attenzione è spostata sui benefìci che se ne possono ricavare. In effetti, il Ch’i Kung promette diversi risultati, che si ottengono dopo qualche tempo, come per esempio “nutrire il sangue” inducendo una migliore circolazione in tutto il corpo, quindi portare più ossigeno alle cellule dove la pressione dell’ossigeno nei tessuti è più bassa, aumentare l’energia vitale e le doti di resistenza, innalzare al massimo le difese immunitarie fino a non avere quasi più bisogno di medicine perché ci si ammala sempre meno frequentemente o per periodi molto brevi7.

Tutto questo non ha nulla a che fare con lo Zen e potrebbe costituire una fonte di aspettative sui risultati terapeutici e sui “poteri magici” che potrebbero interferire pesantemente con una seria pratica. Per capire meglio la differenza fra il Chan Chuang e lo za- zen, molti anni fa chiesi a uno dei migliori medici cinesi e maestri di Ch’i Kung presenti in Europa, il dottor Leung Kwok Po di Parigi, di spiegarmi quale fosse Torigine di questa tecnica. In Cina viene chiamata in tanti modi (“tenere la palla”, “abbracciare l’albero”, “abbracciare la luna”, ecc.) ma si tratta sempre dello stesso semplicissimo esercizio.

La risposta del maestro fu rivelatrice: «Nella pratica del Ch'i Kung il problema più importante da superare all'inizio è quello del rilassamento. Senza rilassamento del corpo e della mente non si può fare Ch'i Kung. C’è gente che arriva nel luogo della pratica con tutte le tensioni della giornata addosso e si mette subito a fare gli esercizi.

Ma così facendo non succede niente. Perché si possono fare tutti gli esercizi che si vuole ma senza rilassamento non producono nessun effetto. Il Chan Chuang è una posizione che permette di ottenerlo, ma non perché è rilassante anzi, al contrario, è faticosa e dura. In Cina si usa all'inizio della pratica: si imposta la posizione dell’allievo e poi lo si lascia lì anche per una o due ore.

Alla fine non ce la fa più e, per resistere alla fatica, deve per forza rilassarsi. Le braccia si abbassano, i muscoli si distendono, praticamente “si accascia”: ecco, quello è il rilassamento! A quel punto, finalmente, si può iniziare a fare Ch'i Kung. Alla domanda su cosa sia questa tecnica, rispondo che non è nemmeno una “tecnica”. Non è niente».

Questa spiegazione è stata per me illuminante. Da quel momento ho compreso che può fare meditazione in piedi solo chi ha già una certa pratica della meditazione seduta.

Altrimenti si rischia di confondere le due pratiche. A questo punto, allora, è sempre meglio scegliere lo zazen.

Lo Zen e l'Arte della Manutezione dello Stress

Bruno Ballardini

Dopo il successo di Sun Tzu e L'arte della guerra nella vita quotidiana, Ballardini torna con un viaggio nelle parabole zen che ci insegnano come gestire e sfruttare al meglio ansia e stress della vita moderna. Lo stress è...

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Bruno Ballardini

È uno dei più accreditati esperti di marketing e comunicazione strategica in Italia. Ha studiato filosofia del linguaggio con Tullio De Mauro e ha lavorato per le più grandi multinazionali della pubblicità tra cui BBDO, Saatchi & Saatchi, Young & Rubicam. Fra i primi a insegnare...
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