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Siamo differenti, e non potrebbe essere meglio di così

di Manuela Mantegazza, Franco Bolelli 6 mesi fa


Siamo differenti, e non potrebbe essere meglio di così

Leggi un estratto dal libro "+ Donna + Uomo" di Manuela Mantegazza e Franco Bolelli

Stiamo vivendo in quella che Bauman ha definito "una società liquida", e ormai non esiste freno o scoglio in grado di arginare questa vorticosa corsa all'evoluzione, questa voglia, totale e assoluta, di cancellare le identità, i confini, i limiti.

Contrariamente a Bauman non ho un atteggiamento negativo verso questo progressivo e inevitabile superamento di tutto ciò che per anni è stato immobile, fisso e statico. Credo solo che una società liquida abbia allora ancora più bisogno di archetipi, di punti di riferimento forti intorno ai quali far crescere e allargare la visione del mondo, del futuro.

Le differenze sono ricchezza. Non importa quali e quante infinite varietà di esseri umani esistano al mondo: ai confini di questo Universo così variegato ci sono due modelli simbolici, due forze che insieme sono in grado di generare vita. Possiamo piegare la natura e cercare di imprigionarla dentro la nostra visione, ma non possiamo modificarne le leggi.

So benissimo che non tutte le donne vivono la maternità allo stesso modo, che molti maschi hanno totalmente perso la capacità di proteggere e molte donne il desiderio di essere protette. Sono la prima a sapere che nessuno o quasi nessuno incarna l'archetipo originale, che dobbiamo reinventare i modelli e riscoprirne la forza. Ma tutto questo non giustifica questa voglia scriteriata di buttare il bambino insieme all'acqua sporca.

Ma non c'è niente di male nel constatare che generalmente donne e uomini hanno capacità differenti: si chiama natura, ed è appunto perfettamente naturale. E naturale che il modo in cui siamo fatti fisicamente ci faccia percepire, vedere, pensare, vivere il mondo in forme diverse. È naturale che portare dentro di sé per mesi una creatura e poi metterla al mondo e poi allattarla generi attitudini e scelte e pratiche quotidiane assolutamente peculiari, ed è naturale che da sempre ne discendano differenti incombenze. Come potrebbe non essere così? Poi ci sono secoli di disparità sociali, di ruoli e regole, di odiose ingiustizie soprattutto ai danni delle donne - ed è chiaro che bisogna depotenziarli fino a raderli al suolo: ma vanno messi in conto agli stereotipi che si sono man mano prodotti e accumulati e non alla nostra essenza biologica e sessuale. Perché il problema non sono le differenze, ma le gerarchie arbitrariamente costruite su di esse. Tanto chi pensa, applica e avvalora stereotipi e gerarchie, quanto chi per eliminarne i rami secchi pensa si debba abbattere l'albero delle differenze biologiche e sessuali, tutti costoro commettono il micidiale errore di applicare al biologico le leggi del sociale: mentre la soluzione - mai abbastanza pensata, mai abbastanza sperimentata - sta nell'applicare al sociale le leggi del biologico.

Mi sembra, mi sento, anzi so di appartenere - tu e io — all'essenza stessa del femminile e del maschile, prototipi assoluti, definitivi, al di là del tempo. Una combinazione così totale che i ventitré anni che sono trascorsi da quando ci siamo incontrati non sono minimamente sufficienti ad abbracciarla. La mia insofferenza ~ e/o ossessione - per non esserci incontrati molto prima nasce proprio da qui, dalla consapevolezza di essere stati nostri anche prima di incontrarci, di contenere nel nostro adesso tutti i prima e tutti i dopo.

E proprio così: io e te rappresentiamo in qualche modo gli estremi di questo meraviglioso spettro vitale. Il mio dosaggio ormonale è sempre stato sbilanciato a favore degli estrogeni, ma la mia natura dolce è tanto più femminile perché non rinnega il suo lato oscuro e conquista la sua fragilità con la forza di una determinazione incrollabile. Accetta che l'armonia sia frutto di una lotta caotica costante tra la natura selvaggia, ruvida e indomabile, e quella addolcita dal desiderio irresistibile di lasciarsi avvicinare, dal desiderio di un contatto profondo che si accenda nello scambio.

Tu forte e dolce, solido e stabile, protettivo e determinatissimo, e al tempo stesso teneramente travolto nell'intensità della passione più viva, animato da sentimenti così forti da spezzarti il cuore. Nessuna paura di avvicinare il rischio, di accarezzare il fuoco. Tu ed io - maschile e femminile - abbiamo attraversato ere geologiche e abbiamo percorso sentieri diversi, forse ci siamo incrociati mille volte tra intricatissime sliding doors, ma una stessa spinta, uno stesso slancio ci ha guidato fin qui, a questa voglia irrefrenabile di reinventare nuovi modelli umani, nuovi prototipi archetipici.

La fusione, la moltiplicazione fra femminile e maschile, è il principio vitale per eccellenza. Non semplicemente perché genera, non semplicemente perché è così che cresce una relazione, ma perché è dalla combinazione fra l'attitudine e la sensibilità femminile e quella maschile che si espandono i nostri punti di vista, le forme di percezione, il pensiero stesso. Personalmente, non scriverei le cose che sto scrivendo in questi anni nel modo in cui le sto scrivendo se non fosse per te: non semplicemente per le tue idee, ma per il tuo sguardo, il tono, l'orizzonte ultra-femminile. Ho sempre scritto cose forti in modo forte: con te ho nutrito quella forza, quel graffio, con un respiro che senza la tua essenza femminile non avrei mai raggiunto. Perché è chiaro che ci si arricchisce attraverso tutti i confronti, ovviamente anche con persone dello stesso sesso. Ma se è vero che noi inevitabilmente modelliamo la nostra visione del mondo su quello che facciamo (per esempio chi fa un lavoro disagiato tende più facilmente a vedere il mondo brutto e ingiusto, chi si occupa di innovazione tende a magnificare il nuovo, medici e psicologi tendono a vedere tutto in termini di patologia da curare, e così via), allora è lampante che la forma di percezione del mondo di chi non soltanto fa una cosa ma è qualcosa — è femminile, è maschile - ha una sua organica peculiarità, qualcosa che inevitabilmente manca a chi biologicamente, sessualmente e fisicamente, è fatto in maniera diversa.

I ruoli si sono avvicinati e spesso sono diventati addirittura intercambiabili, ma intercambiabili non vuol dire sovrapponibili. Se il maschio può fare il "mammo", non significa che sia una mamma, se una donna può governare uno Stato non significa che sia un maschio. E giusto e sacrosanto che non siano rigidi, che le nature si vengano incontro e si abbraccino, ma da questo incontro devono nascere nuovi modelli umani che tengano assolutamente conto della natura biologica dell'individuo. Se le donne portassero la loro sensibilità nel mondo dei maschi e i maschi la loro forza all'interno della famiglia, potremmo finalmente dire di aver buttato i primi semi per la creazione di un mondo più ricco. Questo è il futuro che auspico, quello in cui le differenze vengano tutte valorizzate, in cui l'unicità di ognuno sia un valore, senza schiacciare niente e nessuno nell'angolo. Il mutamento ha bisogno di slanci, di incontri azzardati, della capacità di trovare le diverse verità che si nascondono in ogni visione, in ogni differente punto di vista. Solo quando saremo in grado di abbracciare in un solo sguardo la parte in luce e quella in ombra potremo comprendere il senso della bipolarità del creato.

Quando diciamo che il nuovo mondo tecno-comunicativo è flessibile, connettivo, organico e non più meccanico, stiamo dicendo che il nuovo mondo - il suo metabolismo - è sempre più femminile. Sotto la spinta delle nuove tecnologie di comunicazione la nostra mente da verticale è diventata orizzontale, la nostra attitudine è connettere tutto con tutto e non più dividere meccanicamente: la natura della nostra epoca è sempre più neo-biologica. Il paradosso è che un mondo sempre più orientato verso il femminile viene generalmente costruito e guidato da maschi: un'altra prova della sostanziosa sfasatura fra la dimensione biologica e antropologica e quella storica e sociale, ma anche della capacità del biologico femminile di modellare il tecnologico maschile.

Quando leggo che "la maternità è un concetto antropologico", è "sbrigare una funzione", "è un ruolo", penso con sgomento e con rabbia a quali e quanti inenarrabili danni hanno prodotto quei modelli di pensiero - spirituali, concettuali, ideologici -che per secoli hanno relegato il biologico sul gradino più basso, proponendoci ascesi culturali, religiose, sociali. Chi oggi interpreta U femminile e il maschile come "costruzioni culturali" è il diretto erede di quei modelli che depotenziano la nostra essenza biologica e sessuale. Lo si vede chiaramente nel dibattito sulla sunogacy: credo con tutte le mie forze a tutti i processi di evoluzione, di allargamento delle nostre frontiere, ma in questo caso - gente che pretende di essere genitore senza generare, madri ridotte alla funzione di macchine riproduttive - vedo la manifestazione più eclatante di questa deriva che sembra moderna ed è in realtà anti-evolutiva e anti-vitale.

Uomini e donne hanno gli stessi valori, ma li vivono in modo diverso.

La forza fisica, che per anni è stata solo appannaggio del maschio, oggi si declina anche al femminile: le donne infatti hanno iniziato ad amare la lotta e le arti marziali (che non per niente si chiamano marziali), ma nel cuore archetipico del femminino la forza è legata al coraggio di vivere liberamente la propria natura, alla generosità di darsi - a volte addirittura sfidarsi - dimenticando bisogni e paure, alla capacità di amare con il corpo e con l'anima, di affrontare il dolore lasciandolo penetrare sotto pelle, allo sforzo costante di tenere insieme il mondo in un unico abbraccio.

L'archetipo maschile possiede braccia forti e potenti per difendere il bene comune: i valori, la famiglia, i più deboli. La forza del maschio è legata al coraggio, ad un profondo senso di responsabilità, al grande gesto e al senso dell'impresa. E potrei andare avanti raccontando ad esempio che l'orgoglio maschile ha bisogno di conferme esterne perché è legato all'ambizione e al successo, mentre l'orgoglio femminile è molto più legato all'autostima, al rispetto per sé stesse, alla crescita personale. Ma ci tengo soprattutto a ricordare che solo nell'incontro tra i due archetipi avviene la moltiplicazione, solo quando il grande gesto incontra l'epica del piccolo gesto quotidiano il ciclo si completa, perché, soltanto con la potenza dei piccoli gesti, il grande gesto raggiunge il massimo splendore.

Qualcuno potrebbe storcere il naso, le donne potrebbero chiedersi dove vedo tutto questo senso di responsabilità nell'uomo che incontrano ogni giorno per la strada e gli uomini invece ridacchiare di fronte a tutta questa sviolinata sulla generosità femminile, ma la realtà contiene ogni singola sfumatura di tono fino allo scambio più perfetto dei ruoli, e gli archetipi sono proprio lì a fare da confine, ai margini di un mondo variegato e incerto che sempre più tende ad allontanarsi dalla sua natura fisica, dai suoi istinti biologici, dalle sue pulsioni e dai suoi slanci.

All'inizio era l'idea del sesso come interpretazione sociale teorizzata da Judith Butler. Poi arrivarono quei «professori ideologi che indottrinano studenti influenzabili con teorie che sostengono che il genere sessuale è una finzione arbitraria e oppressiva» contro cui fieramente si erge Camille Paglia, una che riesce difficile accusare di collusione con l'intolleranza integralista. A partire da lì si è verificata una deriva dove l'annacquamento delle differenze biologiche porta alcuni a considerare l'esistenza di una madre e di un padre come niente più che una possibilità fra tante. Quando Luisa Muraro scrive: «La differenza sessuale si avvia a essere esclusa dalle cose umane, per essere sostituita da un travestitismo generalizzato senza ricerca soggettiva di sé, disegnato dalle mode e funzionale ai rapporti di potere. Insomma: l'insignificanza della differenza e l'indifferenza verso i soggetti in carne e ossa», ecco lei guarda dritta in faccia l'ideologia gender senza nascondersi dietro l'alibi di avversari che potrebbero approfittarsene. A me sembra sciocco e puramente ideologico che per opporsi all'uso strumentale e oscurantista che i fondamentalisti cattolici fanno del gender si arrivi a negare la sua stessa esistenza. A me sembra che tutto questo abbia a che fare non con i sacrosanti diritti omosessuali o con l'estensione della famiglia al di là dei confini tradizionali, ma con l'affermazione di un modello di pensiero sempre più lontano dalla nostra quintessenziale potenza vitale. Provo sempre più costernazione per quel bisogno di rispettabilità morale e intellettuale che la nube tossica del politicamente corretto ha messo in circolazione. Il bisogno di tanti di essere considerati intelligenti e socialmente rispettabili ("oddio, non è che se dico questa cosa potrei sembrare razzista o omofobo o altro ancora?") sta sì opponendosi a idee - di cui dobbiamo mostrare tutta la miseria e volgarità -effettivamente razziste o omofobe o altro ancora, ma soprattutto sta indebolendo il senso che ognuno dovrebbe avere di sé stesso. Volendo apparire sempre rispettabili ed etici perdiamo di vista quello che nutre la vita, l'intensità e il coraggio delle idee e delle azioni.

Non sono pregiudizialmente contraria all'idea della sunogacy: mi atterriscono i rischi di sfruttamento e mercificazione del corpo femminile, ma ci sono situazioni per le quali sarei favorevole. Quello che proprio non riesco a concepire è che l'essere genitori venga ritenuto un diritto. Chi non è in grado di generare e partorire può avere il diritto di crescere un bimbo, ma perché definirlo un diritto alla genitorialità? La società può decidere che tutte le coppie di qualunque orientamento possano crescere dei bambini: assolutamente giusto. Ma se parliamo di diritto in riferimento a qualcosa che la condizione biologica non consente, rischiamo di concedere lo stesso diritto a qualunque pulsione o desiderio, di autorizzare il diritto di chiunque a vivere in accordo a tutto quello che si sente di essere anche se lede il diritto di qualcun altro.

Non chiedo niente, non rivendico niente, non pretendo niente. La mia unità di misura centrale è il senso di responsabilità personale, il "fai quello che devi fare". Ovviamente non chiedo ad altri di adottare la stessa attitudine, e ovviamente ci sono diritti che è sacrosanto pretendere e ottenere per godere di un minimo di tutela. Ma credo si debba stare molto attenti quando si va sul terreno dei diritti: perché in uno scenario in cui mille gruppi rivendicano il proprio, la rincorsa a rivendicare diritti per la propria identità particolare si è troppo spesso trasformata in un assalto, autoreferenziale e intollerante, a chi non è come te. Così troppo spesso i diritti di un gruppo pretendono di affermarsi a scapito dei diritti di un altro, in un groviglio che si complica sempre più senza mai produrre una visione condivisa. Il cosiddetto "diritto alla genitorialità" (già di per sé assurdo: essere genitori è una responsabilità, un desiderio, una scelta, una missione, mille altre cose, ma mai e poi mai un diritto) a me sembra il simbolo stesso di questo modo odiosamente egoriferito. E soltanto se al centro di tutto si mette la vita, la sua potenza, i suoi misteri, la sua inestimabile ricchezza, la preziosissima armonia delle biodiversità, che i diritti non si riducono a pretesa corporativa e autoreferenziale.

Credo che l'omosessualità non c'entri un bel niente con la teoria gender. Il gender ~ il femminile e il maschile come arbitrarie opzioni e condizionamenti culturali - nasce dall'efferato intreccio fra il pensiero più concettuale e il politicamente corretto. E una forzatura ideologica e intellettualistica che parte dal giusto riconoscimento della complessità delle nostre identità per sfociare nelle sabbie mobili delle interpretazioni psichiatriche e cerebrali.

Non possiamo prescindere dalle componenti ormonali: se il maschile e il femminile hanno bagagli ormonali differenti a stimolare le loro spinte vitali e i loro desideri, significa che sono gli ormoni a fare la differenza. Gli estrogeni spingono l'intero corpo femminile verso la riproduzione e in questo modo legano la donna al mondo dei sentimenti, mentre il testosterone spinge i maschi a mettersi alla prova, alla lotta fine a sé stessa, al bisogno di sfidarsi, di buttarsi a terra, anche senza alcun desiderio di farsi male.

Quegli stessi ormoni però variano da individuo a individuo e questo genera tutte le possibili variabili. Tra maschio e femmina infatti è chiaro che esistono donne dai tratti maschili e uomini dai tratti femminili, fino alla confusione più totale tra corpo e anima: femmine imprigionate in corpi maschili e viceversa. Credo sia sacrosanto accettare la totale parificazione dei diritti, senza però demonizzare, in nome del politically correct, le definizioni che fanno del maschile il padre e del femminile la madre. Oggi chiamiamo il parrucchiere hair stylist, il truccatore make-up artist, ma poi non siamo capaci di uscire da questa banale impasse e arriviamo a definire il padre e la madre, l'essenza archetipica di tutta la storia umana, genitore 1 e genitore 2. Perché non facciamo saltare tutti questi paletti e tutti questi stupidi recinti una volta per tutte? Se non siamo capaci di inventare nomi nuovi per queste famiglie atipiche, preferisco che un bimbo abbia due mamme o due papà piuttosto che sentire mio nipotino che uscendo da scuola dice alla maestra: "Ecco, è arrivato a prendermi il mio genitore 2".

Freddo fino a essere glaciale, tremendo nella sua totale impersonalità, privo di forza... e poi come fai a definire chi sia 1' 1 e chi sia il 2, forse sei ancora costretto a definire la mamma il genitore 1 e il papà il genitore 2 o viceversa. Quindi a ricreare la dualità. Credo profondamente che tutto questo appartenga a una sorta di follia collettiva, siamo talmente devitalizzati e appiattiti da farci perdere il senso e il significato profondo delle parole. Le parole sono l'essenza stessa dell'umanità, non gettiamole al vento senza trattenere nemmeno un briciolo della magia.

E poi, personalmente mi sentirei offesa se cercassero di definirmi neutra, se cercassero di definirmi con un it, una cosa, un tristissimo nulla: niente passione, niente energia, nessuna forza vitale. Ognuno di noi ha diritto a un nome, mentre il politicamente corretto ci sta riducendo a numeri. Mio nipotino mi chiama nonna-mamma, perché sono la madre di sua madre; lui ha trovato la strada per una definizione calda: chi continua a procedere per teorizzazioni astratte e concettose che tolgono invece di aggiungere sta sterilizzando tutto, sta togliendo il cuore. Se non impariamo ad arricchire e ad aggiungere invece di continuare a ripulire e a cancellare finiremo per perdere insieme alla forma anche la sostanza. La varietà è ricchezza, mentre questa tendenza punitiva è totalmente sbagliata e si lascerà dietro un mondo più povero e totalmente piatto.

Questa cosa l'abbiamo già scritta in Tutta la verità sull'amore, ma capite benissimo che non possiamo non riproporla.

Lei vuole essere dominata, e non ne ha fatto mistero con lui. Gli ha detto anche che dominata non è la parola giusta, ma è certa che lui capisce, o che prima o poi capirà. No, lei non è per nulla debole, anzi possiede una certa sovrabbondanza di carattere. No, se le rinfacci che così corrisponde al classico stereotipo della donna che vuole appoggiarsi a un uomo forte, lei non spiega e tanto meno si giustifica, ma scrollando le spalle ti dice dolcemente che sei fuori strada. Lei si sente assolutamente forte e — non se ne parla nemmeno — tutt'altro che inferiore. Semplicemente, pensa che l'uguaglianza vada benissimo nel sociale ma che non c'entri nulla di nulla con le relazioni, con i sentimenti, con il femminile&maschile. Poi un giorno lui — un lampo improvviso — ha messo a fuoco: "Tu vuoi che io ti domini facendoti fare quello che tu stessa vuoi e che nemmeno ti abbassi a dirmi". Lei ha sorriso, non ha detto nulla, l'ha baciato. Chi misura la forza maschile e la forza femminile con lo stesso metro non capirà: ma è così che tutto è come deve essere.

Tratto dal libro:

+ Donna + Uomo

Un manifesto vitale

Manuela Mantegazza, Franco Bolelli

Questo manifesto mette a fuoco la relazione tra i fondamentali archetipi del maschile e del femminile perché si torni ad esplorare le sfumature e le opzioni sessuali senza rinunciare alle differenze biologiche tra i sessi.

Vuole mostrare che la loro differenza sostanziale deve essere valorizzata e non attenuata, perché solo mantenendo questa feconda polarità sarà possibile costruire una relazione più ricca, completa ed evoluta.

La sfida che gli autori lanciano è tanto antropologica quanto quotidiana: i grandi sentimenti e le grandi passioni dell'uomo costituiscono la sua impresa vitale, in un insieme che abbraccia biologia, natura, carattere e modelli di comportamento.

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Manuela Mantegazza è stata modella e poi direttrice della scuola degli Hare Krishna a Firenze. Ha tenuto corsi di sceneggiatura e songwriting, ha scritto sceneggiature per serie tv di cartoni animati e lavora come editor.
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Franco Bolelli è nato e vive a Milano. Da sempre scrive e parla di frontiere avanzate, mondi creativi, nuovi modelli umani. Ha pubblicato numerosi libri e ha progettato e messo in scena festival sperimentali e pop, come Frontiere, tra filosofia, rock e nuove tecnologie.
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