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La ricchezza più preziosa al mondo è la vita!

di Romina Rossi 4 mesi fa


La ricchezza più preziosa al mondo è la vita!

La visita in Italia dell’ex Presidente dell’Uruguay, José Mujica, è stata l’occasione per parlare di tanti temi attuali e per conoscere più da vicino quest’uomo straordinario

Chi ha avuto la fortuna di assistere a una delle poche presentazioni di José – Pepe – Mujica, il Presidente più conosciuto dell’Uruguay, rimasto in carica dal 2010 al 2105, ha potuto passare un paio di ore ascoltando più che un politico, un grande uomo saggio che ha messo la sua vita al servizio della comunità e della politica.

Le poche serate a Roma, Milano, Bologna, Modena e Ferrara a inizio novembre hanno registrato il tutto esaurito, mentre molta gente non è nemmeno riuscita ad affacciarsi alla porta principale. Un evento raro, quello di poter sentire parlare Mujica, che in Europa viene poco, nonostante le sue radici siano qui (il padre era spagnolo, la madre italiana, di un paesino in provincia di Genova) reso memorabile dalle sue preziose parole, che dispensa, rivolgendosi soprattutto ai giovani, che accorrono ad ascoltarlo colpiti dal suo naturale carisma.

Io sono stata fra i fortunati che hanno potuto ascoltarlo alla tappa bolognese dove, schivo e un po’ timido, passava in mezzo alla folla come un ottantenne normale, lasciandosi fotografare o stringere la mano, accompagnato solo dalla moglie e dall'editore che ha pubblicato la sua biografia in italiano. Ecco di seguito il resoconto di una conferenza memorabile.

Indice dei contenuti:

La ricchezza più grande sono gli affetti

Quando Mujica era presidente dell’Uruguay, è diventato “famoso” per aver rinunciato al suo lauto stipendio da politico: il 90% veniva puntualmente devoluto ad associazioni senza scopi di lucro che operano localmente, il 10% lo teneva per sé. Era l’equivalente di uno stipendio medio percepito dagli insegnanti del suo Paese. Si arrabbiava quando lo definivano povero, perché, dice ancora oggi: “Io non sono povero, sono sobrio – austero è un’altra parola che non gli piace, perché ‘qui in Europa è usata troppo spesso come scusa per lasciare la gente senza lavoro’ – vivo solo di ciò di cui ho realmente bisogno”.

In realtà, la sobrietà è un mezzo per difendersi dalle regole del mercato, spiega. “E la sobrietà non è altro che trovare il tempo per vivere. Solo così potremo restare liberi – perché l’uomo nasce libero – e per farlo dobbiamo usare il nostro libero arbitrio”. Ognuno può fare la sua parte: “Se non possiamo cambiare il mondo, possiamo cambiare la nostra vita, mettendo al primo posto la ricerca della felicità.

Mujica inverte la scala di valori, rimettendo al primo posto ciò che è realmente importate e ciò che permette all'uomo di essere veramente felice. Ma che cos'è realmente importante, gli chiedono? E senza battere ciglio, risponde: “Gli affetti. La vita non si può comprare, ma bisogna viverla con intensità, amarla, rispettarla. L’essere umano è l’unico animale che si suicida, mentre tutte le altre specie animali si sacrificano per preservarla”, dice riferendosi al triste primato che oggi spetta all'Europa, quello dei suicidi soprattutto fra le generazioni più giovani.

Un passato da guerrigliero

Sono parole potenti, da brividi, se ripenso a ciò che ha vissuto quando, da giovane, negli anni Sessanta, era un guerrigliero del movimento ribelle Tupamaros, in lotta contro il governo dittatoriale dell’epoca e in difesa dei diritti dei lavoratori della canna da zucchero del Paese. Più volte fu ferito durante gli scontri a fuoco, catturato, evaso fino alla cattura definitiva nel 1972. Fu tenuto prigioniero per 12 anni, molti dei quali passati rinchiuso in totale isolamento in un buco sotterraneo all'interno di un pozzo. Per non impazzire, parlava con i topi e a lasciava libera la fantasia. Diventò uno dei “9 ostaggi della dittatura” mediante i quali il governo dittatoriale impose un feroce diktat, per tentare di legare le mani ai ribelli: o i Tupamoros mettevano fine alle rappresaglie o i 9 ostaggi sarebbero stati uccisi senza pietà uno dopo l’altro. Per 12 anni la vita del futuro presidente dell’Uruguay fu nelle mani di qualcun altro e lui, rinchiuso nel suo buco nel ventre della terra, non poteva far altro che aspettare e sperare.

Ma 12 anni in una condizione ai limiti dell’umano sono troppo per chiunque: Pepe si ammalò, lo tirarono fuori dal buco e le sue condizioni fisiche migliorarono un po’. Ma peggiorò dal punto di vista psicologico: la mente non riuscì più a sopportare tanto orrore, e un giorno, raccontano le sue biografie, cominciò ad avere le allucinazioni. I medici che lo visitarono, gli diedero le pasticche e, quando si rifiutò di prenderle, suggerirono che forse il prigioniero poteva ritrovare la ragione attraverso i libri.

E così fu sua madre a portargli tutti i libri – di matematica e di carattere scientifico – che riusciva a far passare ai controlli dei militari, le poche volte che le permettevano di vedere il figlio: in quel modo sua madre tentò disperatamente di aiutare il figlio che se non glielo ammazzava la dittatura glielo ammazzava la pazzia.

La vita come miracolo

Così quando oggi a distanza di anni dichiara, con quello sguardo che, nonostante anni di orrore e torture fisiche e psicologiche, è rimasto dolce, che “la vita è un miracolo e la ricchezza più grande del mondo per me è essere vivo” non posso che avere i brividi alla schiena, e la convinzione che mai parole furono più vere.

Durante la conferenza, Pepe rimarca un concetto ancora più forte: “Non possiamo essere vivi se siamo oppressi dall'attuale mercato che ci obbliga a comprare, comprare, comprare. Anche perché non paghiamo con i soldi, ma con il tempo della nostra vita che abbiamo impiegato per guadagnare quel denaro: per potere pagare ciò che compriamo siamo costretti a lavorare sempre di più e finiamo per non avere più tempo per la nostra vita, per gli affetti. Quando ero in mezzo guerrigliero, mi servivano tante cose, che mettevo nel mio zaino. Ma così diventava pesante, tanto che quando lo mettevo sulle spalle, non riuscivo più a camminare. La vita è una lunga marcia, che dobbiamo percorrere fino in fondo con passione e senza portarci dietro uno zaino che ci impedisce di camminare”.

Meno lavoro, più tempo per noi stessi e per la felicità

Il concetto che Mujica espone è molto distante dalla società occidentale, dove il lavoro è al primo posto e dove è ciò che, a pensarci bene, ci identifica come persone. Per Mujica lavorare tante ore al giorno non è positivo, dobbiamo imparare a lavorare di meno, per comprare di meno e per vivere meglio. “Dobbiamo – in poche parole – lottare per il tempo libero”.

Di conseguenza, non comprende fino in fondo chi lavora per accumulare ricchezze: “Penso che le persone che passano la vita ad accumulare ricchezze siano malate e che andrebbero curate”. A questo proposito Pepe porta l’esempio svedese, dove qualche anno fa si è abbassato l’orario di lavoro in modo che le persone potessero avere più tempo per se stesse ma queste, preoccupate di non guadagnare abbastanza, hanno cercato altri 2-3 lavori, per finire a lavorare più ore di prima. C’è qualcosa di sbagliato in questo paradigma, si tratta di “un falso sviluppo economico, perché il compito dello sviluppo dovrebbe essere quello di rendere felici”.

Già, la felicità: all'epoca del suo mandato, i giornali presero a soprannominarlo “il Presidente della felicità”, perché nonostante vivesse con poco, appariva come una delle persone più felici del mondo. Rinunciò a vivere nel palazzo presidenziale: la sua fattoria, che si era costruito da solo, in un quartiere periferico di Montevideo, andava ancora più che bene come residenza. Le visite ufficiali avvenivano nel piccolo salotto o, meglio ancora, in giardino, all'aria aperta e in mezzo alla natura. Quando gli fecero notare che in quel modo il palazzo sarebbe rimasto vuoto, non ci pensò un attimo e decise che le molte stanze del grande palazzo, avrebbero ospitato i senzatetto della città. E così fu.

Non si fece ingabbiare e cambiare dai protocolli del potere, ma cercò di restare quello che era: nel tempo libero coltivava fiori, se doveva spostarsi da qualche parte, usava il vecchio maggiolone che gli avevano regalato degli amici tanti anni prima, e non aveva bisogno di scorte, dato che la compagnia della sua cagnetta zoppa andava più che bene.

Portò avanti il suo mandato sempre spinto dalla passione e dalla volontà di lavorare per il bene del suo popolo, soprattutto i più poveri. In nome di questo principio fece scelte che fecero scalpore, come la decisione di legalizzare il consumo di marijuana come mezzo per la lotta contro la criminalità organizzata. È stato più volte nominato per il Nobel della Pace – titolo in cui però non crede – e, finito il suo mandato, in tanti avrebbero voluto che si ricandidasse.

Cambiare il mondo pensando come specie

A chi gli chiede se, allora, il segreto per un mondo migliore sia la lotta alla globalizzazione, Mujica risponde che no, non è possibile sconfiggere la globalizzazione che ci ha “infettati” più di quanto pensiamo: “Dall'Alaska alla Patagonia, tutti abbiamo il telefonino e tutti facciamo foto con il telefonino. Nel mio paese i ragazzini non hanno la maglia della squadra di calcio locale, ma hanno quella dei giocatori del Barcellona. E non è globalizzazione questa?”.

Se non la si può sconfiggere si può però cercare di cambiare, ancora una volta, il volto di questo mondo. “L’uomo sta arrivando al limite: bisogna cominciare a pensare come specie e non come nazioni. Pensare che i problemi dell’Africa o del Medio Oriente siano solo i loro e non i nostri è un errore”.

A questo proposito Mujica si rivolge in particolar modo ai giovani della platea, che saranno coloro che dovranno abituarsi “a un’Europa sempre più caffelatte, perché l’Africa continuerà a vomitare poveri che emigreranno. Ma nessuno emigra perché lo vuole” dice tristemente. Il problema dell’emigrazione è politico: “Basterebbe spendere la metà di quello che si spende ogni anno in armi e in guerre per risolvere il problema della povertà in Africa e anche in altri paesi. Ma evidentemente non c’è la volontà politica per farlo”.

Quindi pensare che erigere muri e barriere possa fermare l’immigrazione significa illudersi e per far capire meglio il concetto, racconta un aneddoto storico: “Per tentare di fermare le invasioni dei Mongoli, i Cinesi fecero erigere la grande muraglia, l’unica opera architettonica visibile anche dalla luna. Ma i Mongoli riuscirono ugualmente a conquistare i territori cinesi e a diventare imperatori. Di conseguenza la muraglia fu inutile”. D’altra parte, Mujica ricorda che già in passato Italia e Spagna, le terre dei suoi genitori, hanno vomitato immigrati che hanno ripopolato l’America Latina, tanto che c’erano intere comunità di italiani e spagnoli nelle città del sud America, che si organizzarono in cooperative di lavoratori.

Per poter avere una società il più perfetta possibile non bisogna smettere di lottare: “Lotta per la pace, lotta per migliorarci come uomini e per una democrazia migliore, per noi e per le generazioni future”.

Quando finisce la conferenza, la platea è restia ad andarsene. Tutti vorremmo che andasse avanti a parlare, a raccontare. Ma l’agenda di Pepe è fitta, soprattutto ora che, nonostante non ricopra più la carica, è considerato il Presidente di tutti, soprattutto di coloro che non hanno voce o che vivono in condizioni più disagiate, dei giovani che guardano a lui come a una guida da seguire e di chi crede che un mondo migliore sia possibile solo se ci si impegna – si lotta, appunto – in prima persona.

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