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La donna che sussurra ai bambini - Estratto da "Il Linguaggio Segreto dei Neonati"

di Tracy Hogg 2 mesi fa


La donna che sussurra ai bambini - Estratto da "Il Linguaggio Segreto dei Neonati"

Leggi in anteprima l'introduzione al libro di Tracy Hogg e scopri come comunicare con il tuo bimbo appena nato per capire i suoi reali bisogni

Fatemi chiarire subito una cosa: non ho coniato io il soprannome «la donna che sussurra ai bambini».

È stata una delle mie clienti, e devo dire che è molto meglio di altri nomignoli che i genitori hanno inventato, come «la strega», che fa un po' paura, «la maga» - suona un po' troppo misterioso - o «the Hogg»: in quest'ultimo caso temo che avessero in mente il mio appetito oltre che il mio cognome.

Comunque, sono diventata «la donna che sussurra ai bambini», e devo dire che in un certo senso l'espressione mi piace, perché descrive ciò che faccio realmente.

Indice dei contenuti:

Imparare il linguaggio infantile

Forse sapete già quello che fa un «uomo che sussurra ai cavalli», o magari avete letto il libro di Evans o visto il film che ne hanno tratto. Se è così, probabilmente ricorderete come il personaggio interpretato da Robert Redford sapesse trattare un cavallo ferito, avvicinandosi a lui lentamente e con pazienza, ascoltando e osservando, mantenendosi però rispettosamente distante mentre valutava il problema della povera bestia. Dopo essersi preso tutto il tempo necessario, si avvicinava finalmente al cavallo, guardandolo dritto negli occhi e parlandogli dolcemente. Per tutto il tempo rimaneva fermo come una roccia, emanando quel senso di serenità che incoraggiava il cavallo a calmarsi.

Non fraintendetemi, non voglio paragonare un neonato a un cavallo (benché entrambi siano esseri sensibili), ma tra me e i bambini succede un po' la stessa cosa. Anche se i genitori pensano che io abbia qualche dono particolare, non c'è nulla di misterioso in quello che faccio, né si tratta di un talento che pochi possiedono: essere in grado di «sussurrare ai bambini» è una questione di rispetto, di ascolto, di osservazione e di interpretazione.

Non si impara dall'oggi al domani: i neonati che ho conosciuto sono più di cinquemila. Ma qualsiasi genitore può riuscirci, e tutti dovrebbero provarci. Quello che faccio è capire il linguaggio infantile, e quindi posso insegnare anche a voi come padroneggiarlo.

Come ho imparato a fare questo mestiere

Si può dire che tutta la mia vita non è stata altro che una preparazione per questo lavoro. Sono cresciuta nello Yorkshire (e, fra l'altro, faccio il miglior budino del mondo); la persona che ha esercitato l'influenza maggiore su di me è stata la mia nonna materna, Nan: oggi ha ottantasei anni ed è ancora la donna più paziente, gentile e amorevole che io conosca. Anche lei era una «donna che sussurra ai bambini», e sapeva coccolare e calmare anche il più difficile dei neonati. Non solo mi ha fatto da guida, rassicurandomi quando sono nate le mie figlie (le altre due persone che hanno avuto una grande influenza su di me), ma è stata anche una figura significativa della mia infanzia.

Crescendo sono diventata un esserino nervoso e sempre in movimento, un maschiaccio che era tutto tranne che paziente, ma Nan sapeva sempre governare la mia grande energia con un gioco o una storia. Per esempio, se eravamo in coda davanti al cinema, io, come molti bambini, piagnucolavo tirandola per la manica: «Quand'è che ci faranno entrare, nonna? Non ne posso più di aspettare».

L'altra nonna, che io chiamavo Granny e che ora è morta, mi avrebbe dato un bello scapaccione per questa insolenza: era una vera vittoriana, e pensava che i bambini andassero guardati ma non ascoltati. Ai suoi tempi aveva usato il pugno di ferro. Ma la nonna materna non aveva bisogno di essere dura; in risposta alle mie lamentele, mi guardava con gli occhi che brillavano e cominciava: «Guarda cosa ti perdi continuando a brontolare e pensando solo a te stessa». Così dicendo, fissava lo sguardo in una certa direzione. «Vedi quella mamma col suo bambino laggiù?» riprendeva, facendo segno col mento. «Cosa pensi che faranno oggi?»

«Andranno in Francia» rispondevo immediatamente, stando al gioco.

«E come pensi che ci andranno?»

«Con un jumbo jet.» Dovevo aver sentito quest'espressione da qualche parte.

«E dove siederanno?» continuava nonna Nan, e senza rendermene conto il nostro piccolo gioco mi aveva distratto nell'attesa e noi avevamo costruito un'intera storia su quella donna. Nan stimolava continuamente la mia immaginazione: se notava un vestito da sposa nella vetrina di un negozio chiedeva: «Quante persone pensi abbiano lavorato a quest'abito?». Se io rispondevo: «Due», lei continuava a chiedermi altri dettagli: come avevano fatto arrivare il vestito in negozio? Dove era stato confezionato? Chi vi aveva cucito sopra le perle? Alla fine io mi trovavo in India, immaginandomi il contadino che aveva piantato i semi che poi sarebbero diventati il cotone usato per il vestito.

In effetti quella di narrare storie è sempre stata una tradizione della mia famiglia, non solo per nonna Nan ma anche per sua sorella, per la loro mamma (la mia bisnonna) e per la mia stessa madre. Ogni volta che una di loro voleva avere la nostra attenzione, c'era sempre una storia di mezzo. Loro mi hanno tramandato questo dono e oggi, lavorando con i genitori, ricorro spesso a favole e metafore. «Riuscireste a dormire se mettessi il vostro letto sull'autostrada?» chiedo a volte ai genitori di un bambino con troppi stimoli che fa fatica a addormentarsi mentre lo stereo va a tutto volume. Immagini come questa aiutano i genitori a capire il perché di un certo suggerimento, piuttosto che limitarsi a dire: «Fate così».

Se le donne della mia famiglia mi hanno aiutato a sviluppare i miei talenti, è stato mio nonno, il marito di Nan, a capire come avrei potuto applicarli. Nonno era infermiere capo presso un ospedale psichiatrico. Mi ricordo che un Natale portò mia mamma e me a visitare il reparto infantile: era un posto squallido, con odori e suoni strani: bambini che mi apparvero tetraplegici sedevano su una sedia a rotelle o stavano sdraiati su cuscini sparsi sul pavimento. Non avevo più di sette anni, ma ricordo ancora perfettamente lo sguardo di mia madre e le lacrime di orrore e pietà che le rigavano le guance.

Io, dal canto mio, ero affascinata. Sapevo che la maggior parte della gente aveva paura di questi piccoli pazienti e se ne sarebbe andata a gambe levate il prima possibile, ma io no. Supplicai più volte il nonno di riportarmi in quel posto, e un giorno, dopo molte visite, lui mi prese da parte e disse: «Dovresti pensare di fare anche tu questo lavoro, Tracy. Hai un cuore grande e tanta pazienza, proprio come la tua nonna».

È stato probabilmente il miglior complimento che mi abbiano mai fatto e, come si vide in seguito, il nonno aveva ragione. Quando compii diciott'anni mi iscrissi a una scuola per infermiere, che in Inghilterra dura cinque anni e mezzo. Il mio training comprendeva un lavoro in India con la World Health Organization, per aiutare le donne che avevano problemi di allattamento e col post partum in genere.

Non mi sono diplomata col massimo dei voti, lo ammetto - sono sempre stata una che sgobbava solo all'ultimo momento -, ma in compenso eccellevo davvero nell'intervento con i pazienti. Noi la chiamiamo «parte pratica», e nel mio paese è di importanza fondamentale in qualsiasi corso di studi. Ero così brava nell'ascoltare, osservare e sviluppare un atteggiamento em-patico verso i pazienti che il comitato della scuola mi nominò «infermiera dell'anno»: si trattava di un premio conferito regolarmente agli studenti che dimostravano una particolare predisposizione per la cura dei pazienti.

E così sono diventata infermiera e ostetrica diplomata, svolgendo anche un training in ipnoterapia e educazione dei bambini con handicap fisici e mentali, quelli che spesso non sono in grado neppure di comunicare. Be', non è proprio così: come i neonati, anche loro hanno il loro linguaggio, una sorta di comunicazione non verbale espressa con pianti e movimenti del corpo. Per aiutarli ho dovuto imparare a comprenderlo, diventando la loro interprete con il mondo esterno.

Pianti e sussurri

Prendendomi cura dei neonati, molti dei quali ho aiutato a venire al mondo, ho compreso che ero anche in grado di capire il loro linguaggio non verbale. Così, una volta lasciata l'Inghilterra per l'America, mi sono specializzata nella cura dei neonati e nell'assistenza alle madri dopo il parto e nel periodo neonatale.

Ho lavorato a New York e Los Angeles come puericultrice, e la maggior parte dei neogenitori mi descriveva come un incrocio tra Mary Poppins e il personaggio di Daphne in Frasier: in effetti il suo accento, a un orecchio americano, può suonare simile a quello «arrotato» dello Yorkshire. A queste coppie di genitori ho insegnato che anche loro potevano sussurrare ai bambini, imparando a fare un passo indietro e a osservare i piccoli per poi calmarli una volta capito il problema.

Insieme abbiamo cercato di fare ciò che credo tutti i genitori dovrebbero fare per i propri figli: dare loro un senso di ordine e di supporto e aiutarli a diventare piccoli esseri indipendenti. Ho anche iniziato a promuovere quello che chiamo un «approccio globale» da parte della famiglia: sono i bambini che hanno bisogno di entrare a far parte di una famiglia e non il contrario. Se il resto della famiglia è felice - genitori, fratelli, e perfino gli animali domestici -, anche il bambino lo sarà.

Mi sento molto fortunata quando vengo invitata in casa di qualcuno che richiede la mia assistenza, perché so che questi momenti sono i più preziosi nella vita dei genitori. Sono i giorni in cui, insieme alle inevitabili insicurezze e alle notti insonni, papà e mamma sperimentano la gioia più grande della loro vita. Quando vedo che le cose stanno prendendo una brutta piega e vengo chiamata ad aiutarli, mi sembra di contribuire alla loro gioia perché cerco di guidarli fuori dal caos e di far sì che possano godere appieno di questa esperienza.

Oggi mi capita ancora di passare un po' di tempo con una famiglia, ma più spesso svolgo un'attività di consulente, presenziando magari per un'ora o due nei primi giorni o settimane dopo la nascita del bambino.

Incontro molti neogenitori sui trenta, quarant'anni, abituati ad avere il controllo della propria vita. Quando hanno un figlio si trovano nella scomoda posizione di principianti e a volte si chiedono: «Cosa abbiamo fatto?». Vedete, non importa se i genitori abbiano milioni in banca o pochi euro nel portafoglio: un neonato, specialmente se è il primo, mette tutti sullo stesso piano. Ho lavorato con coppie di tutti i ceti sociali, da quelle di alto lignaggio a quelle del tutto anonime, e vi assicuro che avere un bambino suscita timori nella maggior parte di esse.

Di solito il mio cellulare suona tutto il giorno (e a volte anche in piena notte), e mi trasmette chiamate disperate come queste: «Tracy, perché Chrissie sembra sempre affamata?», «Tracy, perché Jason mi sorride e subito dopo scoppia a piangere?», «Tracy, non so cosa fare. Joey è stato sveglio tutta la notte piangendo come un disperato», «Tracy, penso che Rick tenga un po' troppo il bambino in braccio. Potresti dirgli di smetterla?».

Che ci crediate o no, dopo più di vent'anni di lavoro con le famiglie sono in grado di diagnosticare il problema subito per telefono, specialmente se ho già incontrato il bambino in questione. A volte chiedo alle mamme di avvicinare il telefono ai piccoli, in modo da ascoltarne il pianto. (Spesso anche le mamme piangono al telefono.) Oppure passo per una rapida visita e, se necessario, mi fermo la notte per capire se ci sia qualcosa in casa che agita il piccolo o gli disturba la routine. Fino a oggi non ne ho mai trovato uno che non potessi comprendere o che avesse un problema che non sapessi risolvere.

Rispetto: la chiave per entrare nel mondo del vostro bambino

I miei pazienti spesso dicono: «Tracy, con te sembra tutto così facile». La verità è che per me è davvero facile, perché entro in contatto con i neonati. Li tratto come qualsiasi altro essere umano: con rispetto. È questa l'essenza del mio lavoro.

Il rispetto è il leitmotiv di questo libro. Se vi ricorderete di pensare al vostro bambino come a una persona vi sarà facile avere per lui il rispetto che si merita. Sul vocabolario la definizione del verbo «rispettare» è «evitare violazioni o interferenze». Come vi sentireste voi se qualcuno parlasse mentre voi parlate o vi toccasse senza il vostro permesso? Se le cose non vi vengono spiegate correttamente o se qualcuno vi tratta con mancanza di garbo, non vi sentite forse feriti e irritati?

Lo stesso succede ai bambini: la gente ha la tendenza a parlare di loro come se non esistessero. Spesso mi capita di sentire genitori o tate dire: «Il bambino ha fatto questo», «Il bambino ha fatto quello». Sono frasi che suonano molto impersonali e prive di rispetto: è come se parlassero di un oggetto inanimato. Oppure, peggio ancora, lo prendono e lo mollano come un bambolotto senza una parola, come se gli adulti avessero il diritto di violare il suo spazio. Per questo suggerisco di disegnare un cerchio immaginario intorno al vostro bambino, un cerchio di rispetto oltre il quale non potete andare senza chiedergli il permesso o dirgli che cosa state per fare (per ulteriori informazioni su questo tema vedi il capitolo 5, alle pp. 149-151).

Perfino in sala parto chiamo subito i neonati con il loro nome: non penso a quell'esserino nella culla come al «neonato». Perché non dovremmo chiamarlo col suo vero nome? Se lo farete, riuscirete a pensare a lui come alla piccola persona che è, invece che a qualcosa di informe e inerme.

Quando vedo un neonato per la prima volta, che sia all'ospedale, poco dopo il suo arrivo a casa o dopo settimane dalla nascita, mi presento sempre e gli spiego perché sono lì: «Ciao, Sammy» dico guardandolo negli occhioni blu. «Io sono Tracy. So che non riconosci la mia voce, perché ancora non ci conosciamo. Ma sono qui apposta per scoprire che cosa vuoi, e aiuterò mamma e papà a capire ciò che dici.»

A volte una mamma mi dice: «Perché gli parli in quel modo? Ha solo tre giorni. Non è in grado di capirti».

«Be',» ribatto «non lo sappiamo con certezza, tesoro. Immagina come sarebbe terribile se lui mi capisse e io non gli parlassi.»

Specialmente negli ultimi dieci anni, gli studiosi hanno scoperto che i neonati sanno e capiscono più di quanto noi immaginiamo. Alcune ricerche confermano che i bambini sono sensibili ai suoni e agli odori e percepiscono la differenza tra diversi input visivi; inoltre la memoria comincia a svilupparsi nelle prime settimane di vita.

Perciò, anche se il piccolo Sammy forse non capisce il senso delle mie parole, può sicuramente sentire la differenza tra qualcuno che si muove lentamente e ha una voce rassicurante e qualcuno che irrompe come il vento e assume il controllo della situazione.

 

Tratto dal libro:

Il Linguaggio Segreto dei Neonati

Tracy Hogg, Melinda Blau

Alle mille domande che si pone una neomamma risponde Tracy Hogg che, per la sua eccezionale capacità di comunicare con i neonati, viene chiamata "la donna che sussurra ai bambini". Con il supporto di esempi concreti e storie vere, aiuta i neogenitori a indovinare i desideri del loro bimbo, a interpretarne il linguaggio, distinguendo i diversi tipi di pianto e leggendo i movimenti del corpo.

Vai alla scheda

Tracy Hogg (Yorkshire, 1960 – 2004) è stata una infermiera inglese, specializzatasi in puericultura. Approfondisce i suoi studi e metodi in America. Muore all'età di 44 anni per un melanoma. Della sua breve vita ha però lasciato un'eredità importante, è...
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