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Estratto dal libro “Al di là del Deserto” di Igor Sibaldi

di Igor Sibaldi 5 mesi fa


Estratto dal libro “Al di là del Deserto” di Igor Sibaldi

Leggi alcune pagine del libro di Igor Sibaldi "Al di là del Deserto"

Indice dei contenuti:

Il gatto metafisico

C'è una scacchiera, in salotto, su un tavolino rotondo. E domenica scorsa il papà della bambina e un suo amico, insegnante di biologia, stavano giocando a scacchi, dopo pranzo.

Giocavano da circa un quarto d'ora e al papà sembrava - erroneamente - che nessuno dei due stesse ancora vincendo. Il papà aveva perso un cavallo e tre pedoni e stava puntando a far fuori una torre del biologo. Il biologo aveva perso un alfiere e tre pedoni: ma di lì a quattro mosse avrebbe, contemporaneamente, teso una trappola all'alfiere del papà, e dato scacco alla regina con l'unico cavallo che gli era rimasto.

La bambina era appena passata accanto a loro, in braccio alla mamma, e aveva visto il papà e il biologo che fissavano quei giocattoli di legno disposti sui quadratini bianchi e marroni. Alla bambina sarebbe piaciuto chiedere qualche perché su ciò che i due stavano facendo, ma decisamente non era il momento. Sia il papà sia l'insegnante di biologia tenevano una mano appoggiata alla guancia e l'altra mano sotto il gomito: erano tutti e due preoccupati, ma il papà sembrava anche triste.

Due minuti dopo il gatto Felice, di un anno e un mese, già castrato, molto affettuoso, passò accanto al tavolo del salotto, apprezzò l'odore delle pantofole del papà, gli accarezzò il polpaccio con il fianco, e si preoccupò perché il papà non si era mosso nemmeno d'un millimetro, a quella carezza.

Il gatto Felice annusò più in alto, guardò l'aura scura, color croccantino umido, che circondava il corpo del papà: e capì che il papà era triste anche se non sapeva di esserlo. Il papà era triste perché faticava a pensare, e faticava a pensare perché se avesse pensato si sarebbe accorto che stava perdendo.

Il gatto Felice pensò che fosse suo dovere far ridere il papà. Prese le misure per balzare sul tavolino, proprio in mezzo alla scacchiera - come in mezzo a un'assemblea di topi bianchi e neri. Alcuni di quei topi di legno sarebbero caduti lì sul tavolino, altri sarebbero finiti per terra. I due uomini sarebbero sobbalzati e poi si sarebbero meravigliati. Sarebbe stato un agguato perfetto.

Ma il gatto Felice ci ripensò. Si sedette, socchiuse gli occhi, e vide che al papà piaceva essere triste. Era strano ma era così. Invece all'altro uomo piaceva obbedire alle regole. Lo si vedeva da come teneva i piedi: perfettamente paralleli. Lo si sentiva dall'odore della sua pelle, che era avaro e acido. Nessuno dei due uomini aveva abbastanza senso dell'umorismo per apprezzare un bell'agguato.

Il gatto Felice sospirò e andò a vedere cosa stava facendo la bambina, con la quale si poteva sempre avere uno scambio di opinioni interessante.

«Cioè?» domanderebbe il papà, ascoltando questa storia.

La scacchiera è la scienza e il gatto è la metafisica. «E l'agguato?»

L'agguato è il sogno di chi fa metafisica. Mostrare che le leggi della scienza sono soltanto regole, come quelle degli scacchi, e valgono solo per chi gioca le partite della scienza, e per nessun altro vivente.

«E perché chi fa metafisica sogna di interrompere una partita della scienza? Non capisco...»

Per far ridere gli scienziati.

«Sì, ma perché lo sogna soltanto?» domanderebbe il papà.

Perché farlo è inutile. Non riderebbero. Rimetterebbero i pezzi al posto in cui erano prima dell'interruzione e continuerebbero a vedere chi vince e chi perde. Così, il metafisico fa proprio come il gatto Felice: sente che sarebbe un errore interrompere la partita della scienza, e pensa a qualcos'altro di più interessante.

Metafisica dell'errore

«E se uno si domandasse perché un errore è un errore?» potrebbe pensare il papà.

Sarebbe una splendida domanda. Tu hai sentito dire, e forse credi anche, che si possono fare errori perché ci sono cose giuste e cose sbagliate, e l'errore consiste nell'incappare in queste ultime. Ma sai bene che ogni cosa è giusta per alcuni e sbagliata per altri: quindi, se l'errore dipendesse da un'idea che si ha di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato, ne verrebbe che nessun errore è veramente un errore, perché lo è solo per alcuni e non per altri.

Giocare troppo con il computer, per esempio, è sbagliato secondo gli psicologi ma è giusto per chi ama i computer e per chi li produce o li vende. In vita tua hai constatato migliaia di volte questa relatività.

«Eh sì».

Eppure l'errore c'è: ed è una sensazione. Di sicuro non è un pensiero: se usassi soltanto il pensiero, non riusciresti a individuare un errore.

«No?»

No. Se pensi: «Forse mi sto sbagliando», un attimo dopo potresti benissimo pensare: «O forse sbaglio a pensare che mi sto sbagliando». E non verresti a capo di nulla: sono cose che succedono solo quando si vuole perdere tempo, o quando si è molto confusi. Invece quello che chiamiamo «errore» è qualcosa di molto più immediato: una sensazione sgradevole. La avverti tutt'a un tratto, e poi cominci a cercare che cosa te l'ha provocata.

«E se è una sensazione sbagliata?»

Il più delle volte è sbagliata. Le sensazioni sono talmente inaffidabili! Eppure proviamo spesso quella sensazione, e le diamo importanza. Perché? Forse ci piace sbagliarci? O perché c'è qualche ansia, in noi, che ci spinge a temere l'errore? C'è gente che per paura dell'errore (cioè per l'importanza che dà a quella sensazione) finisce per non fare più niente di significativo, o per non fidarsi più di nulla e di nessuno, e questo è veramente terribile. Non sarebbe così, se la sensazione dell'errore non fosse la sensazione dell'errore, ma di qualche altra cosa.

«E come sarebbe?»

Prova a immaginarlo.

Invece degli errori

«Non saprei» direbbe il papà. «Mi vengono in mente i rimproveri dei miei genitori. E da loro che ho imparato la sensazione dell'errore, no? Il non si può, il non si deve: un freno che mi hanno messo nelle cose che mi sarebbe piaciuto fare. E proprio un freno. E da allora è rimasto, e lo adopero perché l'ho imparato. E perché mi piace sbagliarmi?»

Sicuramente c'è una parte di te a cui piace pensare che i tuoi genitori avessero ragione, così come lo pensavi da bambino: sarebbe stato tremendo, a tre o quattro anni, sentirsi in mano a due che hanno torto. Ma se quella sensazione non fosse la sensazione dell'errore, del non si deve, del non si può, sarebbe la sensazione di che cosa?

«Di una possibilità». Probabilmente sì. Invece del sensore degli errori ci sarebbe soltanto il sensore delle possibilità.

Pensando una qualsiasi cosa, non ti porresti il problema se sia giusta o sbagliata, ma la sentiresti come una possibilità: e poi decideresti se ti piace o no, se è in armonia o in disarmonia con te, se ti dà gioia e vigore o se ti deprime. Non trovi che questo ti aiuterebbe a conoscerti meglio?

Il sensore dell'errore, invece, non fa che frenarti. E l'unica ragione per cui ci si può frenare è che si è convinti di essere sbagliati, e che quindi è inevitabile che ci si sbagli. Ma nessuno di noi è sbagliato. Ognuno di noi è semplicemente una quantità di possibilità - una quantità talmente grande, da non potersi mai conoscere per intero.

Allora non c'è niente che valga la pena

«Già, ma allora non c'è più niente che conta» potrebbe magari pensare il papà. «Se non c'è niente di giusto e di sbagliato, se la sensazione dell'errore è un errore, non vale la pena credere in niente».

La metafisica va per questa via.

Più fai metafisica e più scopri che non c'è nessuna certezza alla quale convenga fermarsi. Ma tanto più aumentano le tue possibilità. Tanto più importante diventa il fatto che molti si accontentino di ciò che già conoscono, e tu no.

Lo sperimenteremo, tra non molto. Intanto, diamo un'occhiata a come si vive nel mondo di chi si accontenta, e teme gli errori. E proviamo a fare metafisica di quel mondo.

«A fare metafisica del mondo intero?»

Tratto dal libro:

Al di là del Deserto

Che cos'è la Metafisica e come utilizzarla nella vita quotidiana

Igor Sibaldi

"Metafisica" è domandarsi «Perché questa cosa è questa cosa?», ed è più semplice di quanto non si creda.

I bambini la praticano costantemente con le loro richieste di perché, a cui spesso gli adulti non sanno più rispondere, anche se sono i primi ad essere carichi di domande che trascurano: qual è il senso del potere? Quello della paura? Quello della felicità?

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Igor Sibaldi, nato a Milano (dove vive tuttora) nel 1957 da madre russa e padre toscano, è scrittore, studioso di teologia e storia delle religioni. Ha pubblicato diversi romanzi presso Mondadori e curato l'edizione e la traduzione di numerosi classici della letteratura russa. ...
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