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Cosa sono i Veda - Estratto da "Veda e Upanishad"

di Sri Aurobindo, Mère ( La madre) - Mira Alfassa 2 mesi fa


Cosa sono i Veda - Estratto da "Veda e Upanishad"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Sri Aurobindo e Mère e scopri il pensiero di questo grande maestro del nostro tempo

Ci sono state epoche in cui la ricerca del compimento spirituale era, almeno in certe civiltà, più intensa e più largamente diffusa di adesso, o piuttosto di quanto lo sia stata nel mondo in generale durante gli ultimi secoli.

 

Indice dei contenuti:

Una lenta evoluzione

Ora infatti la curva sembra sia all'inizio di un nuovo ciclo di ricerca che parte da ciò che è stato raggiunto in passato per proiettarsi verso un futuro più grande. Ma il compimento spirituale o la conoscenza occulta sono stati sempre, anche nell'età dei Veda o in Egitto, limitati ai pochi, non diffusi nella massa dell'umanità.

Questa massa si evolve lentamente, essa conserva in sé tutte le tappe dell'evoluzione, dall'uomo materiale e vitale all'uomo mentale. Solo una piccola minoranza si era spinta oltre le barriere, aprendo le porte alla conoscenza occulta e spirituale e preparando l'ascesa dell' evoluzione oltre l'uomo mentale, fino all'essere spirituale e supermentale.

A volte questa minoranza esercitò un'influenza enorme, - come nell'India Vedica, in Egitto o, secondo la tradizione, in Atlantide -, e fu determinante per quel tipo di civiltà della razza, dandole una forte impronta spirituale e occulta; altre volte si è tenuta in disparte nelle proprie scuole o in ordini segreti, senza influenzare in modo diretto una civiltà che era immersa nell'ignoranza materiale, o nel caos e nelle tenebre, o in una gravosa illuminazione esteriore che rifiutava la conoscenza spirituale.

Un appello alla nazione indiana

Fin dalle nostre più antiche origini il Veda è stato, nell'invincibile tradizione della nostra razza, il solido fondamento di tutti i nostri credi; in questa nostra divinità, formata da un linguaggio velato e antico, abbiamo sempre continuato a vedere la madre feconda di tutta la nostra spiritualità indiana.

Perché non è altro che la semplice verità, evidente ogni qual volta guardiamo al di sotto della superficie e al di là dei dettagli, che ogni credo, setta e scuola di filosofia che abbia avuto una qualche radice nella nostra indole indiana o una certa vitalità di sopravvivenza nel nostro ambiente indiano è stato nella sua natura segreta se non nei suoi aspetti esteriori un figlio dell’eterna ispirazione vedica.

Tutti i risvegli di vita religiosa che hanno aiutato a mantenere o a rinnovare attraverso alcuni millenni la vitalità della nostra razza, l'eterna ricchezza e fertilità della nostra antica cultura, l’eccellenza e profonda sincerità delle nostre conquiste immortali e delle nostre fatiche sono derivati, se li seguiamo fino alle loro remote sorgenti, dalla parola o dalla sostanza del Veda.

Tutti i nostri innovatori religiosi, i restauratori, i legislatori, scientemente o inconsapevolmente, di buona volontà o contro la loro natura sono stati stimolati nel loro compito da qualche vibrazione che li aveva raggiunti da queste epoche lontane.

I nostri Darshana, Tantra e Purana, lo Shaivismo, il Shaktismo e il Vaishnavismo, la nostra ortodossia, eresia ed eterodossia, anche quando hanno presentato la più perfetta forma di incomprensione Tuna dell’altra, hanno sempre rappresentato un’imperfetta comprensione di una verità vedica. Shankara abbracciò la testa della Verità vedica, Ramanuja ne abbracciò il cuore; ma entrambi i grandi contendenti furono accecati dalla loro adorazione della figura di una sola velata divinità.

Le nostre più grandi menti moderne sono semplici tributari degli antichi Rishi. Questo stesso Shankara che ci sembra un gigante possedeva solo un frammento della loro conoscenza. Buddha si è incamminato su un sentiero secondario del loro regno universale.

Ai nostri giorni Ramakrishna ha vissuto in se stesso e concretizzato nei suoi discorsi e Vivekananda ha espresso nella brillantezza di un pensiero poliedrico e di un linguaggio eloquente l’essenza dell’antico Veda. Il Veda è stato l’inizio della nostra conoscenza spirituale; il Veda rimarrà la sua fine.

Queste composizioni di un’antichità sconosciuta sono come i molti seni della Madre di conoscenza eterna da cui tutte le epoche che si sono succedute sono state nutrite [...]

Il recupero della perfetta verità del Veda non è perciò semplicemente un desideratum per la nostra curiosità intellettuale moderna, ma una necessità pratica per il futuro della razza umana. Perché io credo fermamente che la verità celata nel Veda, quando interamente svelata, rivelerà di saper formulare perfettamente quella conoscenza e pratica di una vita divina alla quale la marcia dell’umanità, dopo un lungo girovagare nella soddisfazione dell’intelletto e dei sensi, deve inevitabilmente ritornare ed è in verità, oggigiorno, negli slanci della sua avanguardia, che tende sempre più, ma vagamente e ciecamente, a ritornare.

Se possiamo incamminarci sul sentiero non in modo vago e cieco, ma nella piena luce che fluì così brillantemente e grandiosamente nella visione interiore dei nostri antichi progenitori, la rapidità del nostro progredire sarà ancora maggiore e il nostro raggiungimento ancor più trionfante.

Un aspetto non pienamente compreso

I Veda sono la creazione di una antica struttura mentale intuitiva e simbolica alla quale la mente successiva dell’uomo - fortemente intellettualizzata e governata da un lato dall'idea razionale e da concezioni astratte, dall'altro dai fatti della vita e della materia accettati per come essi si presentano ai sensi ed all'intelligenza senza ricercare in essi alcun significato divino o mistico, abbandonandosi all'immaginazione come gioco della creatività estetica piuttosto che come possibilità di apertura delle porte della verità e confidando nei suoi suggerimenti solo quando essi sono confermati dalla ragione o dall'esperienza fisica, esclusivamente consapevole di intuizioni prudentemente intellettualizzate e recalcitrante verso la maggior parte delle altre - è cresciuta totalmente estranea.

Non è perciò sorprendente che i Veda siano diventati incomprensibili alle nostre menti tranne che nel loro aspetto linguistico più esteriore e conosciuti inoltre molto imperfettamente per l’ostacolo costituito da una lingua antica e non pienamente compresa, e che si siano fatte le più inadeguate interpretazioni per ridurre questa grande creazione di una mente umana giovane e splendida a uno scarabocchio pasticciato e mutilato, a un pot-pourri incoerente di assurdità di un’immaginazione primitiva tesa a complicare ciò che altrimenti sarebbe l’assai semplice, uniforme e comune testimonianza di una religione naturalistica che rispecchiava solo e solo poteva servire i rozzi e materialistici desideri di una barbara mentalità di vita.

I Veda divennero poi, per l’idea scolastica e ritualistica dei preti indù e dei pandit, niente di più che un libro di mitologia e di cerimonie sacrificali; gli studiosi europei, ricercando in essi solo ciò che era di un qualche interesse razionale - la storia, i miti e le nozioni religiose popolari di una razza primitiva - hanno tuttavia fatto il torto peggiore ai Veda e insistendo su una interpretazione totalmente esteriore li hanno spogliati ancor di più del loro interesse spirituale e della loro bellezza e grandezza poetica.

Ma così non era per i Rishi vedici o per i grandi veggenti e pensatori che li seguirono e svilupparono dalle loro intuizioni luminose e pregnanti una propria, meravigliosa struttura di pensiero e parola costruita su una rivelazione spirituale e un’esperienza senza precedenti. I Veda furono per questi antichi veggenti il Mondo che scopriva la Verità rivestendo di immagini e di simboli i significati mistici della vita.

Fu una scoperta e uno svelarsi divini della potenza della parola, della sua misteriosa capacità di rivelazione e di creazione, non la parola dell’intelligenza logica, razionale o estetica, ma quella di una ritmica espressione intuitiva e ispirata, il mantra.

Immagine e mito vennero liberamente usati, non come un indulgere all'immaginazione ma come simboli e parabole viventi di cose estremamente reali per chi le pronunciava e che non potevano trovare altrimenti la loro forma espressiva più intima e originale, e l’immaginazione stessa diventava l'officiante sacro di realtà più grandi di quelle che incontrano e trattengono l’occhio e la mente limitati dalle suggestioni esterne della vita e dell’esistenza materiale.

Questa era la loro concezione del poeta sacro, una mente visitata da qualche più alta luce e dalle sue forme in idea e parola, un veggente e un uditore della Verità, kavayah sa-tya-sratayah.

I poeti dei versi vedici non contemplavano la propria funzione come è immaginata dagli studiosi moderni, essi non si consideravano una sorta di stregoni compositori di inni e di formule magiche al vertice di una rozza e barbara tribù, ma veggenti e pensatori, rsi dhira.

Questi cantori furono convinti di possedere una alta verità mistica ed occulta, pretesero di essere i latori di un linguaggio idoneo a una conoscenza divina, e parlarono esplicitamente delle loro forme espressive come di parole segrete che dichiarano il proprio significato pieno solo al veggente, kavaye nivacanani vacamsi.

E per quelli che vennero dopo di loro i Veda furono libri di conoscenza, e proprio della conoscenza suprema, una rivelazione, una grande espressione di eterna e impersonale verità quale vista ed udita nell’esperienza interiore di pensatori ispirati e semidivini.

Le più insignificanti circostanze delle cerimonie sacrificali per le quali gli inni furono scritti sostenevano un potere significante simbolico e psicologico, come era ben noto agli autori degli antichi Brahmana.

I versi sacri, ciascuno in se stesso tenuto ad essere pieno di un significato divino, furono intesi dai pensatori delle Upanishad come le profonde e pregnanti parole originarie delle verità che essi cercavano, e la più alta legittimazione che poterono dare alle loro espressioni sublimi fu una citazione dei loro predecessori con la formula tad esa rcabhyukta, “questa è la parola che fu pronunciata nel Rig-Veda”.

Ma il semplice buonsenso dovrebbe dirci che coloro che furono così vicini, in tutti i sensi, ai poeti originali, dovevano possedere una migliore possibilità di fare propria almeno la verità essenziale sulla questione e ci suggerisce la forte probabilità che i Veda furono realmente ciò che pretendono di essere, la ricerca verso una conoscenza mistica, la prima forma del costante tentativo della mente indiana, al quale essa è sempre stata fedele, di guardare aldilà delle apparenze del mondo fisico e, attraverso la propria esperienza interiore, alla divinità, ai poteri, all'immanenza dell’Uno del quale i saggi parlano in molti modi - la famosa frase nella quale i Veda esprimono il loro più centrale segreto, ekam sad vipra bahudha vadami.

Il carattere più vero dei Veda può essere meglio compreso esaminandoli in qualsiasi punto e interpretandoli chiaramente in relazione alle loro frasi ed immagini [...] se li leggiamo per quello che sono senza nessuna falsa traduzione in ciò che pensiamo dovrebbero avere detto dei barbari primitivi, troveremo invece una poesia sacra suprema e potente nelle sue parole e nelle sue immagini, sebbene in altro genere di linguaggio e di fantasia creativa rispetto a quelli che noi oggi prediligiamo e apprezziamo, profonda e sottile nell’esperienza psicologica e stimolata da un’anima di visione ed espressione profondamente partecipe.

Veda e Upanishad

Sri Aurobindo, Mère ( La madre) - Mira Alfassa

Il Maestro Sri Aurobindo ci parla di alcuni dei pilastri della tradizione spirituale indiana: i Veda e le Upanishad.

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Sri Aurobindo

Sri Aurobindo Ghose, uno tra i più importanti filosofi e maestri spirituali dell'India moderna. Nasce il 15 agosto 1872 a Calcutta, studia in Inghilterra dall'età di sette anni, dove fu educato essenzialmente da insegnanti occidentali. Torna in India nel 1892 alla morte di suo padre. Impara il...
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Mère ( La madre) - Mira Alfassa

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