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Visioni giovanili - Estratto dal libro "Pranoterapia"

di Sergio Mari 2 mesi fa


Visioni giovanili - Estratto dal libro "Pranoterapia"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Sergio Mari e scopri come ha sviluppato il suo dono di guarigione e anche come funziona il suo metodo terapico

Nel 1976, all'età di quattordici anni, cominciai a lavorare da apprendista in varie fabbriche del nord Italia. Da un lato non volevo gravare economicamente sulla mia famiglia ma, al tempo stesso, desideravo proseguire gli studi.

Mi iscrissi così a una scuola serale dove seguii un corso di elettronica. L'anno seguente trovai lavoro in un'officina come metalmeccanico e dopo sette anni fui assunto da un'altra ditta, dove lavorai per ventine anni come saldatore. Furono anni di duri sacrifici, specie considerando la mia giovane età.

Indice dei contenuti:

Una carriera da saldatore

Lavoravo a tempo pieno dal lunedì al venerdì, a fine turno andavo alla scuola serale, sabati compresi, e la domenica era dedicata fondamentalmente allo studio. Non avevo tempo per vedere gli amici e, pur abitando con la mia famiglia, passavo la maggior parte delle mie giornate da solo. A diciotto anni, sfinito da questo ritmo di vita, abbandonai gli studi a metà anno scolastico, scelta che oggi rimpiango un po', perché mi è costata il diploma superiore.

Curiosamente, tra i quindici e i diciotto anni le mie visioni, i miei sogni e le mie esperienze sovrannaturali si ridussero drasticamente. Credo che ciò sia dipeso, almeno in parte, dalla ferma volontà di tenerle o controllo e il più possibile alla larga da me. Malgrado ciò, trascorsi buona parte dell'adolescenza all'insegna dell'isolamento, recluso in un mondo segreto e silenzioso.

Nell'esercito: nuove visioni

Nel settembre del 1980, a diciotto anni compiuti, mi sottoposi alla visita medica di leva e fui dichiarato idoneo. Il mio servizio militare durò dal 20 gennaio 1981 al 18 gennaio 1982 e fu per me un anno molto duro. Non solo tornarono ad assediarmi le visioni del passato, ma dovetti fronteggiare un nuovo fenomeno al quale non ero preparato: le angosce, le paure e la malinconia degli altri soldati si radicarono nella mia aura con una forza, una tenacia e una pervasività mai sperimentate prima.

Sotto le armi conobbi anche per la prima volta un individuo votato al male, dedito a ogni forma di malvagità e che godeva del dolore altrui. Fu un incontro traumatico di cui ancora oggi sconto gli effetti psicofisici.

Al momento del congedo, nel gennaio del 1982, ero giunto allo stremo delle mie risorse energetiche, tanto da sentirmi prossimo a un esaurimento nervoso. Poco dopo il mio rientro a casa, l'indescrivibile mondo che mi aveva a lungo tenuto prigioniero tornò a bussare, o meglio a martellare furiosamente alla mia porta.

Avevo terminato da circa un anno la leva militare quando feci un sogno indimenticabile, che mutò il mio punto di vista sui fenomeni percettivi che mi tormentavano. Nel sogno udii la voce del mio amico Mario che mi chiamava: "Sergio, aiutami! Sono caduto in un crepaccio. Aiuto!", e lo vidi a distanza ravvicinata, sul fondo di un burrone circondato da montagne. Il mattino seguente mia madre mi svegliò per darmi la drammatica notizia: "Ho appena saputo che Mario è morto", mi disse. "Ha avuto un incidente in montagna."

Questo episodio mi segnò profondamente e mi offrì una prova tangibile della realtà delle mie visioni. Quella notte ero entrato in contatto con l'ignoto e mi occorse del tempo per comprendere a pieno il senso di quanto avevo visto. Nel sogno, Mario non sapeva di essere morto o non accettava la sua morte, di cui io invece ero pienamente consapevole.

In paese non mancarono le solite maldicenze e ci fu chi insinuò che a uccidere Mario non era stata la montagna ma la droga. Io, dal canto mio, non ho mai dubitato della scena vista in sogno e del grido di soccorso lanciato dal mio amico.

Da quel momento, cessai di dubitare delle mie esperienze psichiche, oniriche e visionarie e cominciai ad accettarle, a viverle con maggiore consapevolezza. Pensai che dovevano avere una loro ragion d'essere e che in un modo o nell'altro avrei imparato a gestirle.

Benché fossi ancora lontano dal riconoscere in questi fenomeni un potenziale di guarigione o un'espressione della spiritualità, mi sentii avvolto da un immenso calore, una specie di fede che mi consentì di sopravvivere a tante avversità.

Un'altra importante novità di quegli anni fu che cominciai a frequentare una donna conosciuta poco prima del mio congedo militare. Ci sposammo cinque anni dopo, nel maggio del 1987. Sfortunatamente, scoprimmo col tempo di non essere fatti l'uno per l'altra.

Un punto di svolta

La mia vita subì un altro cambiamento radicale nella primavera del 1988, quando avevo ventisei anni. Mio padre, che all'epoca era vivo, mi apparve morto in sogno, adagiato in una bara posta sopra un tavolo circondato da vecchie sedie verdi. Riconobbi la casa di mio cugino. All'improvviso mio padre si sollevò a sedere e in preda all'angoscia gridò: "Non voglio morire!".

Mi svegliai di soprassalto, ed essendo molto affezionato a mio padre corsi ad abbracciarlo e gli dissi tra i singhiozzi: "Papà, anche se non ti ho mai detto che ti voglio bene, spero di avertelo dimostrato".

Il sogno era stato talmente vivido e realistico che ne rimasi turbato per giorni. Lo raccontai a mio padre nella speranza di esorcizzare quello che mi appariva come un terribile presagio, pensai addirittura che confidarglielo potesse scongiurare la sua morte, ma le cose andarono altrimenti.

Non molto tempo dopo il sogno, mio padre si ammalò e finì per entrare in coma. Nel periodo della sua malattia cominciai ad avere sensazioni mai provate prima: sentivo in me il suo dolore come una forza esterna che mi invadeva il corpo. Appresi in seguito che questo fenomeno è noto con il nome di "karma energetico" e fa sì che un individuo assimili le frequenze energetiche della malattia altrui. Si tratta di uno scambio energetico indotto dall'amore che ci lega alla persona malata e che chiunque può sperimentare.

Nel lavoro di guarigione energetica, quando il paziente non risponde alla pranoterapia, occorre essere prudenti nell'usare l'energia karmica, perché il guaritore rischia di sviluppare gli stessi sintomi del malato che cura, con conseguenze anche molto gravi sulla sua salute.

La voce della mia guida spirituale

Nel 1989, poco dopo la morte di mio padre, cominciai a sentire la voce del mio maestro interiore, o guida spirituale. Per spiegare che cosa intendo con "guida spirituale" ricorrerò a un piccolo esempio visivo.

Immaginate che la vostra interiorità sia suddivisa in tre parti: un sé inferiore, un sé di mezzo e un sé superiore. State navigando su un fiume tra rapide e cascate.

Il vostro sé inferiore è troppo occupato ad ammirare il paesaggio per manovrare la barca e non si accorge del pericolo posto dalle cascate.

Il sé di mezzo sa governare il timone ma si avvede delle cascate solo all'ultimo momento, quando non è più possibile evitarle.

Il sé superiore, invece, distingue con chiarezza le cascate e prevede gli altri pericoli disseminati lungo il percorso.

Questo sé equivale per me alla guida spirituale, da non confondere con gli angeli, i deva o l'essere psichico. Per certi versi, è qualcosa che va oltre queste essenze.

Quando mio padre morì, l'8 luglio 1989, vidi la sua anima staccarsi dal corpo fisico, fluttuare per qualche istante sopra di noi e poi volare via. Nei giorni che precedettero il funerale, vidi nuovamente la sua anima vagare per le strade, spesso compiendo complesse evoluzioni acrobatiche, come a dire "ora posso fare qualsiasi cosa, il mio spirito non conosce più le costrizioni del corpo".

Una nuova visione di mio padre

A circa un mese dalla sua morte, mio padre mi apparve nuovamente in sogno e nel dormiveglia credetti che fosse presente nella stanza, tanto era vivida la sua immagine. "Voglio che tu provi quello che ho provato io durante il coma", mi disse.

Era seduto su una sedia a rotelle, con indosso i pantaloni blu del pigiama e un maglione a rombi gialli. Il suo viso era una maschera di dolore. In seguito capii che i colori vivaci dei suoi indumenti riflettevano il desiderio di camminare nella gioia, di nutrire speranza e coltivare pensieri positivi. Il vistoso contrasto con la sedia a rotelle sembrava indicare che qualcosa lo bloccava e lo tratteneva, impedendogli di avviarsi sulla strada desiderata.

Mi alzai dal letto e andai in cucina e, sotto gli effetti della visione, vidi e sentii tutto ciò che mio padre aveva provato in ospedale. Attraverso gli occhi e le orecchie dello spirito percepii ogni singola immagine, parola, preghiera, ogni sospiro e pensiero, tutto il dolore e la sofferenza, le emozioni consce e inconsce delle persone riunite al suo capezzale. E benché per la mia mente l'insieme di queste percezioni avesse un che di opaco e indistinto, la mia anima rivisse quei momenti con estrema chiarezza e intensità.

Da questa visione ricavai un prezioso insegnamento: quando si è di fronte a una persona in coma, bisogna essere estremamente sensibili e non lasciare che le nostre emozioni ci sfuggano di mano. Bisogna evitare di fare o dire cose che potrebbero turbare l'anima del malato. Ciò non significa negare il proprio dolore e la propria partecipazione emotiva, ma è importante non lasciarsi trascinare in un vortice di colpa.

La decisione di staccare un malato dalle macchine che lo tengono in vita, ad esempio, porta con sé un enorme carico di angoscia e sofferenza. Ma occorre ricordare che la morte, se è auspicata come liberazione e sollievo dalla sofferenza, è indice di amore e non di egoismo.

Due mesi dopo la morte di mio padre, il 9 settembre 1989, scoppiò un violento temporale e io, che sono sempre stato attratto dalla pioggia, uscii di casa e guardai il cielo. Vidi una bellissima donna fatta di nuvole. Potevo distinguere chiaramente ogni piega del suo vestito e ogni dettaglio della sua figura. Quando mi passò accanto in posizione reclinata e con il viso rivolto da un'altra parte, fui inondato da un profondo senso di pace e amore. Al tempo stesso mi resi conto di quanto fossi mediocre a confronto con quella sublime apparizione.

Mi accade spesso che a un'esperienza estatica ne segua una spaventosa e in quell'occasione, trascorso un minuto dalla visione della nuvola, vidi apparire una spirale di anelli concentrici attorniata da orribili immagini di mostri e truculente scene di morte che non so descrivere a parole. A quel punto, spostando lo sguardo sul Monte Rosa che si stagliava all'orizzonte, vidi un uomo fatto di nuvole che si dirigeva verso un secondo uomo affisso a una croce. Al chiarore di un'intensa luce, un terzo uomo fatto di nuvole allargò le braccia per stringere a sé il primo e il cielo intero si popolò di volti e persone. Riconobbi tra la folla il mio bisnonno, che non avevo mai avuto il piacere di conoscere in vita.

In un impeto non privo di arroganza, pensai rivolto a Dio: "Finalmente, eccoti qua. Allora è vero che esisti!", e a queste parole ebbi la certezza incrollabile dell'esistenza di Dio. Al tempo stesso, però, si insinuarono nella mia mente, sempre tormentata, pensieri infelici e domande amare. Mi sentii schiacciato dal peso della mia miseria e indegnità. Che razza di fede era la mia se per credere in Dio dovevo vederbì.

Ciò non toglie che quella visione prodigiosa mi riempì il cuore di gioia. Pervaso da un inaspettato sentimento di stupore, chiamai le persone intorno a me, invitandole ad assistere a quel miracolo, ma nessuno vide niente nel cielo. Come era possibile? Ai miei occhi tutto appariva perfettamente nitido e reale. Non potevo credere di essere il solo spettatore di quello strabiliante spettacolo e il mattino seguente mi affrettai a controllare se la notizia fosse riportata sui giornali, ma non trovai niente, nessun accenno all'accaduto.

Ragionando sulla mia visione, mi resi conto che mio padre stava ascendendo al piano celestiale dove avrebbe trovato ad attenderlo la beatitudine e l'amore eterno.

Una nuova vita. Il ritorno di mio padre

A partire da quel giorno attraversai una serie di cambiamenti straordinari. Il mio corpo era scosso da vibrazioni positive e negative e vedevo spesso uscire dalla mia mano destra un flusso di energia rosa di cui non sapevo cosa fare, ignaro che si trattasse di energia pranica. Ero in dialogo costante con il mio maestro interiore e ricominciai a vedere i morti, come quando ero bambino. In vita avevano sofferto vari disturbi, dall'alcolismo alla tossicomania, e compresi che seguivano in corteo i vivi nel tentativo di emanciparsi e apprendere a elevare il loro spirito. Cominciai inoltre a scorgere l'aura delle persone e delle piante, senza avere ancora alcuna nozione a riguardo.

Qualche tempo dopo la visione delle nubi in cielo, mio padre riprese ad apparirmi. Un giorno, mentre ero a casa ad ascoltare musica, alzai gli occhi e lo vidi in piedi davanti a me, con in mano una piccola valigia nera, circondato da un'aura dorata. All'epoca dimorava già da qualche tempo nel piano celestiale.

Avanzò verso di me e mi chiese: "Sergio, hai preparato la valigia?".

Un po' impaurito risposi: "Non sono ancora pronto per partire". Intendevo evidentemente che non volevo morire.

Mio padre aprì la sua valigia che era piena di camicie bianche e azzurre aggrovigliate.

Sembrava che le avesse gettate dentro alla rinfusa, in fretta e furia. "Che cos'è quest'accozzaglia?", pensai fra me e me. Come se mi avesse letto nel pensiero, mio padre disse: "Certo che non puoi partire, la tua anima è tutta sottosopra, proprio come questa valigia", e svanì lasciandomi in uno stato di profondo turbamento.

In un'altra occasione, mentre ero alle prese con un lavoro particolarmente rischioso nella mia officina metalmeccanica, mi apparve all'improvviso lo spirito di mio padre che mi disse: "Scendi da quella pedana e smetti di sprecare la tua vita qui dentro. Sei nato per fare cose più grandi".

Questi incontri ebbero su di me un forte impatto emotivo, mi fecero sentire amato e mi ispirarono una serenità mai conosciuta prima. Quello che per me era stato fino ad allora un vago presentimento assumeva, nelle parole di mio padre, la forma di una chiara indicazione: il destino aveva in serbo per me qualcosa di meglio di una carriera da meccanico. Constatavo inoltre che, dopo la morte, mio padre aveva imparato ad accettarmi come non aveva mai fatto in vita.

Non mancarono tuttavia incontri più tesi fra noi. Una volta, mentre dormivo, mio padre "irruppe" nella mia testa con una tale violenza che mi svegliai con lancinanti fìtte di dolore all'emisfero cerebrale destro. Sembrava che mi avessero fatto l'elettroshock.

Come appresi in seguito, in mancanza di una lunghezza d'onda comune, la differenza di potenziale energetico tra trasmittente e ricevente può produrre al momento del contatto scariche energetiche molto dolorose, in alcuni casi addirittura traumatiche.

Nell'attimo successivo al contatto, mi vidi nella casa di famiglia, seduto a un tavolo rotondo insieme ai miei fratelli e sorelle. Mio padre prese la parola e disse: "Ho lavorato e sudato come un mulo per tutti voi, e mi sono accecato un occhio". Ripeté la frase per tre volte toccandosi l'occhio sinistro. Io, che gli ero seduto accanto, lo afferrai per un braccio supplicandolo di restare. Non volevo che se ne andasse via in quello stato d'animo amareggiato. Ma mio padre mi guardò e svanì. Era evidente che mi stava comunicando qualcosa.

Nella tradizione esoterica, l'occhio sinistro simboleggia la personalità e quello destro la profondità, o l'unione dell'anima e del sé. La perfezione risiede nella coincidenza dei due emisferi ed è molto difficile da raggiungere, perché la nostra personalità è soggetta ai numerosi condizionamenti imposti dalla società. La famiglia, il lavoro, i rapporti con gli altri e i legami affettivi ci obbligano ad accettare compromessi quotidiani.

(La contrapposizione tra profondità e personalità può essere intesa anche come discordanza tra il nostro vero sé e la maschera che indossiamo all'esterno. Mentre la personalità è data dall'insieme dei fattori genetici, familiari e ambientali che condizionano la nostra vita, l'anima è la nostra essenza, il nucleo più autentico e più profondo del nostro essere.)

Nelle parole di mio padre, perdere la vista dell'occhio sinistro significava annullare completamente la personalità, asservendola ai compromessi sociali o estraniandola dal mondo esterno. Il messaggio che ne ricavai fu che è importante conservare la propria personalità perché la sua presenza incide sull'anima ed è in rapporto con la nostra profondità.

Non dobbiamo lasciare che i compromessi dominino incontrastati la nostra esistenza. Una persona generosa, ad esempio, deve mantenersi fedele alla sua natura e donare senza cedere a tentazioni di avarizia. Se le circostanze lo richiedono, i doni possono anche offrirsi in segreto, ma è fondamentale non tradire la propria indole profonda, perché è solo dalla profondità che possiamo ricavare serenità.

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Sergio Mari, è un pranoterapeuta sensitivo che opera a livello nazionale, dedicandosi a terapie di guarigione energetiche. Ha collaborato con la Fondazione Samiarc per ricerche che trovano applicazione in diversi settori medico-scientifici quali coadiuvanti di altre terapie.
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