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Vedere le tracce - Estratto da "La Società della Performance"

di Maura Gancitano, Andrea Colamedici 8 mesi fa


Vedere le tracce - Estratto da "La Società della Performance"

Leggi in anteprima un capitolo dal libro di Maura Gancitano e Andrea Colamedici, una lettura di una società, la nostra, sempre più orientata all'apparenza

C’era una volta La società dello spettacolo, il saggio di Guy Debord che si apriva, parafrasando Marx, con la tesi lapidaria: «L’intera vita delle società, in cui dominano le moderne condizioni di produzione, si annuncia come un immenso accumulo di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione».

Indice dei contenuti:

Da soggetti a progetti

Era il 1967, il filosofo situazionista si faceva portavoce del clima che di lì a poco avrebbe portato al maggio francese e, prendendo in prestito il lavoro di Marx, compiva un’opera di riscrittura che metteva brutalmente la società contemporanea davanti a uno specchio, mostrandole cosa stava diventando: un sistema finto, dominato dall’apparenza, controllato da mezzi di comunicazione in grado di indirizzare ogni scelta individuale. La trasformazione da individui a lavoratori si era ormai compiuta e il capitalismo stava realizzando il passo successivo: trasformare i lavoratori in consumatori, colonizzare il loro tempo libero — lo spazio privato, lo spazio sacro — con una finzione spettacolare che li avrebbe allontanati ancora di più dalla vita autentica.

Il consumatore, infatti, era soltanto un lavoratore che non sapeva di lavorare: non si rendeva conto che il suo intrattenimento e i suoi desideri (dall’automobile alla televisione) erano doveri funzionali alla trasformazione di ogni aspetto della vita sociale in merce.

Cos’è cambiato, a poco più di cinquant’anni di distanza? Debord aveva visto bene o era semplicemente un reazionario che voleva vestire i panni di una rivoluzione culturale destinata al fallimento? Come scrive Byung-Chul Han, il filosofo coreano autore di Psicopolitica, la trasformazione da lavoratori a consumatori si è effettivamente completata e sta lasciando oggi spazio a un altro terribile passo: la trasformazione da soggetti a progetti.

Ogni essere umano che vive in una società tecnologicamente avanzata, che ha accesso al web e ha un profilo su un social network è automaticamente un brand, cioè un marchio, un’attività, un progetto, che dunque va promosso perché rimanga in vita. Se non sei Online e non condividi ogni aspetto della tua esistenza - anche il più insignificante - non esisti, il tuo progetto muore, e dunque muori anche tu. E sempre più facile, infatti, sovrapporre la propria identità personale al proprio profilo pubblico, la persona al numero dei suoi follower, ed è sempre più difficile ricordarsi che si tratta solo di un avatar, di un simulacro, di un’imitazione. Non è più l’avatar a dover somigliare alla persona, ma la persona a dover essere all’altezza del proprio avatar. E' l’identità reale a essere funzionale all'identità virtuale. È la vita a servire come narrazione utile alla meta-vita.

Quella in cui viviamo è una società in cui ciascuno è costretto ad avere un’immagine pubblica, inautentica, che è costretto a costruire e che potrebbe essere la sua salvezza o la sua rovina. Basta poco per distruggerti o darti il successo: è sufficiente una sola performance.

La società della performance è una società che divora tutto, rende tutto commercializzabile — cioè qualcosa attorno al quale è possibile creare un mercato, fare marketing, hype. E che, soprattutto, scardina il meccanismo centrale dello spettacolo, ossia la presenza da una parte degli attori e dall’altra degli spettatori. Oggi non esiste più il diaframma che separava la platea dal palco: oggi esistono solo peformer.

La performance

L’intera vita delle società in cui dominano le più avanzate innovazioni tecnologiche, si annuncia come un immenso accumulo di performance. Tutto può essere visto come una performance, ogni cosa può meritare di essere usata per accrescere la propria reputazione e la propria visibilità, e anche chi se ne rende conto ha la tentazione - di fronte a un successo professionale, a una succulenta portata durante una cena al ristorante o un tramonto mozzafiato - di comunicarlo immediatamente ai propri contatti. Viene comunicato ciò che è positivo, ciò che può accrescere la propria immagine, aumentare il ranking. Per questo ciò che è negativo viene eliminato e nascosto e la realtà va aggiustata per entrare meglio in uno scatto, filtrata perché rimanga soltanto ciò che è performativo.

Performance è un termine inglese e deriva dal verbo to perform, che significa “eseguire”. Chi vive nella società della performance è un performer interessato allo sviluppo del proprio progetto. Non lo è solo in ambito lavorativo, ma in ogni momento della sua vita. Desidera avere prestazioni sempre migliori, immaginare che domani sarà più di quello che è adesso. E per avere una performance migliore domani, oggi ha bisogno di un pubblico che lo guardi, dunque deve fare di tutto per essere visibile.

Di conseguenza il tempo lavorativo e il tempo libero non sono più realmente separati, perché il datore di lavoro può licenziarti per un’idea che esprimi sul tuo profilo Twitter o assumerti per i video che hai caricato su YouTube, o per i tuoi interessi sportivi o spirituali, sebbene esulino dalla mansione per cui ti sei candidato. Non c’è cosa della tua vita che non possa far parte del tuo curriculum e del tuo lavoro.

Nel lemma “performance” l’Enciclopedia Treccani indica «la realizzazione concreta di un’attività, di un comportamento, di una situazione determinata». E l’esibizione o il funzionamento di qualcosa, a cui segue necessariamente una valutazione positiva o negativa.

In prima battuta la valutazione sembra prescindere dal performer per concentrarsi sulla performance stessa. Ma in seguito si estende inevitabilmente, e automaticamente, al soggetto che la compie, come nel caso delle shitstorm, le tempeste di insulti che avvengono sui social network e il cui scopo non è solo criticare e giudicare chi ha compiuto una pessima performance, ma identificare nella performance l’intero valore della persona, cercando quindi di distruggerla, di farle perdere il lavoro, gli amici, l’autostima.

La valutazione non prende in considerazione la storia della persona e le sue competenze, ma è puntuale, cioè esamina una parte per giudicare il tutto, identifica una prestazione con la complessità dell'individuo. In questo modo la performance diventa il rapporto sociale tra persone, il modo principale in cui si entra in relazione con gli altri. La somma delle valutazioni ricevute dalle performance costituisce la reputazione, che avviene per addizione, cioè sommando tutte le performance riuscite. L’esistenza di una persona si esaurisce così nella sua reputazione, da cui rimangono fuori la sua vocazione e la narrazione della sua storia. Per questa ragione, una sola performance può decretare - nel bene e nel male - il destino di un individuo.

La profezia di Andy Warhol del 1968 secondo la quale “nel futuro tutti potranno avere i propri 15 minuti di celebrità” non solo si è avverata, ma è stata superata. Oggi si è piuttosto vincolati alla produzione di atti celebri, memorabili, che possano essere espiantati dal reale per venire impiantati nel virtuale. C’è chi è molto celebre e chi è poco celebre; chi ha molti follower e chi ha pochi follower, ma tutti hanno un seguito. Tutti hanno un pubblico, più o meno numeroso. Quando condividi qualcosa sai che sarai valutato da chi ti leggerà, e che probabilmente arriverà anche ad altre persone che non conosci. Per questa ragione parli come se avessi un pubblico sterminato davanti, desideri che ti guardi e ti ascolti e contemporaneamente ne temi la reazione violenta. Più di tutto, temi di essere ignorato. Sei un performer anche quando mostri gli acquisti fatti al supermercato o recensisci l’ultimo libro che hai letto. In questo senso, tutti .sono costretti alla celebrità. Il termine celebre viene dal latino celeber, che stava per “popoloso”, “abitato”. Chi è costretto alla celebrità è obbligato alla visibilità, deve porsi costantemente sotto l’occhio altrui e fuggire dall’isolamento. Non può sottrarsi alla condivisione, non può coltivare il silenzio. Se è vero che l’essere umano è un animale sociale, allora la società della performance sfrutta il suo bisogno di relazione e condivisione per renderlo un indefesso produttore di contenuti.

La società della performance è il culmine di un processo che ha subito una decisa accelerazione durante i primi decenni successivi alla line della Seconda Guerra Mondiale - come Debord, Anders, Arendt, Bradbury e altri hanno messo in evidenza - ma che è iniziato molto tempo prima e che ha come matrice una visione del mondo tutta diretta al progresso e all’accumulo che è radicata nei processi cognitivi degli occidentali. La grammatica della mente dei “nuovi barbari” è sì totalmente nuova, ma è figlia a sua volta di un precedente crollo del modo di vedere il mondo che ha probabilmente avuto luogo al tempo di Platone.

Per questa ragione è difficile smantellare una simile descrizione del mondo, e probabilmente non è possibile farlo fino in fondo. Quel che è necessario, però, è aprire uno squarcio, una finestra che lasci entrare la prospettiva della vocazione. Cioè una prospettiva trascendente che non tenga l’individuo della società della performance nell’ottica tutta immanente della corsa verso il successo, il potenziamento, la competizione contro il resto del mondo.

Il Grande Fratello Benevolo

La performance è il cuore dell’irrealismo della società reale, e nell’insieme delle sue forme particolari rappresenta il modello presente della vita socialmente dominante. Tutti siamo sia attori sia spettatori di performance, in qualunque momento, e siamo portati ad aumentare progressivamente la quantità delle performance prodotte e di quelle consumate. Queste dinamiche oggi non sono più repressive e colpevolizzanti, ma benevole e permissive. La società della performance ti spinge a condividere e a consumare, e ti promette di migliorare sempre il servizio. Il volto del potere non ha più l’aspetto di un Grande Fratello, ma di un Servizio Clienti, pronto ad accogliere il tuo reclamo e a sostituire la merce che non ti ha soddisfatto.

E ciò che Byung-Chul Han ha definito Grande Fratello Benevolo: se prima la censura si manifestava in modo sottrattivo - eliminando ciò che era scomodo o pericoloso - oggi siamo spinti a esibire, condividere e pubblicare. Non è più necessario un sorvegliante, come nel Panopticon ideato da Jeremy Bentham: nel nuovo Banopticon immaginato da Han sei tu stesso a nascondere ciò che non è positivo, che non porta a una crescita del tuo brand.

Ciò che non è funzionale viene “bannato”, cioè bandito, e chi compie una performance giudicata negativa viene escluso ed espulso dalla società. Dunque smette di esistere. In questo senso non serve più che qualcuno ti dica di produrre performance e di nascondere quelle parti di te di cui ti vergogni o che ti fanno paura: sarai tu stesso a farlo.

Ciò che non appare è dunque frutto di una autocensura: agli occhi degli altri non esiste, ma per chi si è autocensurato rappresenta una parte di sé rimossa, non accettata e dunque non compresa.

Il dispositivo è superfluo

Se è vero che la società della performance viaggia in via preferenziale attraverso dispositivi elettronici che le assicurano la trasmissione immediata di prestazioni e di reazioni alle prestazioni, il dispositivo non è realmente necessario. La società della performance è un modo di intendere la condivisione dello spazio e del tempo all’interno della società. «Il pubblico è divenuto funzione del privato, e il privato è divenuto l’unico interesse comune rimasto»^, scriveva Hannah Arendt in Vita Adiva, individuando già nel 1958, quindi prima di Debord, gli effetti della scomparsa delle distinte sfere di vita pubblica e privata.

Ciò che rafforza la società della performance non è il progresso tecnologico, ma è la meccanica della nostra mente, il modo di intendere e valutare l’esistenza e la socialità. La performance non è niente altro che il senso della pratica totale di una formazione economico-sociale, del suo impiego del tempo. E il momento storico che ci contiene, e spiega una gran diversità di fenomeni apparenti. Dunque che tu abbia un profilo sui social network può favorire il contagio, ma non è realmente necessario partecipare al web per essere contagiati.

Nessuno oggi può sfuggire davvero al paradigma culturale della performance. Così come le generazioni precedenti - che all’inizio consideravano diaboliche la grande distribuzione e la televisione - si sono poi adattate, anche noi ci stiamo adattando alla società della performance. Non accade solo online o con l’uso di un dispositivo, ma con i rapporti umani e con le pulsioni e le emozioni che condizionano le nostre giornate.

Gli schermi sono una manifestazione di qualcosa che accade prima di tutto a livello cognitivo e relazionale, e per questo sono sempre più presenti, invadenti e si offrono di sostituire le nostre azioni e rispondere ai nostri bisogni. Questo però accade come conseguenza della pervasività della società della performance, che si manifesta ogni volta che identifichiamo il lavoro e l’immagine di qualcuno con la sua performance, senza considerare la persona e la relatività della performance rispetto al soggetto. Ogni volta che identifichiamo noi stessi con ciò che facciamo, ogni volta che ci costringiamo a inventarci un progetto o produrre un contenuto per dimostrare di essere produttivi, cioè per dimostrare di esistere.

Oggi non c’è altro al di fuori delle performance, così come al tempo di Debord non c’era altro al di fuori dello spettacolo: ogni cosa può essere ridotta a performance, perché il concetto di performance unifica, e le diversità e i contrasti, la pluralità e la possibilità di scelta sono le apparenze di quest’apparenza socialmente organizzata, che deve essere essa stessa riconosciuta nella propria verità generale.

La performance si presenta come enorme positività indiscutibile e inaccessibile. Non dice niente di più che “ciò che appare è buono, ciò che è buono appare”. L’attitudine che esige per principio è questa accettazione passiva che di fatto ha già ottenuto attraverso il suo modo di apparire insindacabile, con il suo monopolio dell’apparenza. Esiste solo il positivo: ciò che viene prodotto è positivo, mentre il negativo scompare, perché ciò che non appare non è performativo.

La performance come capitale

La performance è il prodotto per eccellenza, perché replicabile all’infinito con il minimo sforzo. Metti online una volta un video e questo continuerà a produrre visibilità, e dunque a essere monetizzabile, senza che tu debba fare altro. E la base dell’economia contemporanea, e il modello è entrato così tanto nel nostro modo di pensare che crediamo che sia ovvio, e identifichiamo il prodotto con la nostra vita.

La corsa continua all’accumulo di performance è una sostanza stupefacente che dà dipendenza, tolleranza e assuefazione, ma non ti fa mai percepire la pienezza della vita, la meraviglia, il senso.

L’importante è che il tuo immaginario sia costantemente colonizzato da performance monetizzabili, anche e soprattutto nel tuo tempo libero. Meglio se scegli di usare il tuo tempo libero per produrre contenuti extra, che chiamerai progetti, identificandoti con essi.

La performance deve tenerti sempre in uno stato di ansia: non puoi mai sentirti al sicuro, sia se non hai un pubblico che reputi abbastanza grande, sia se hai un pubblico vasto da pasturare perennemente. In ogni caso, la società della performance ti fa percepire la tua precarietà, ti porta a vivere una grande esaltazione quando acquisisci molto consenso e ti porta a cadere nello stato opposto nel momento in cui la performance diventa passato, ossia a partire dall’istante successivo. La società della performance vive solo nel momento presente, dunque ti fa sentire costantemente precario, e la precarietà ti costringe a inventarti ogni giorno nuove performance. La performance riuscita di ieri è già stata dimenticata, e se vuoi che il tuo progetto non scompaia devi inventarne una nuova. Non c’è tempo per il silenzio.

Per questa ragione non serve più avere un datore di lavoro o qualcuno che ti controlli: è la stessa idea di performance a spingerti all’iperproduzione, a renderti servo e padrone di te stesso. La performance è il capitale a un tale grado di accumulazione da divenire digitale, inconsistente, olografico, e dunque infinitamente replica-bile con il minimo sforzo. La società della performance desidera accumulare e aggiungere, addizionare performance, e preferisce la quantità all’assenza. Per evitare il negativo, cioè un calo di visibilità e di fatturato, occorre puntare sulla quantità. Produrre contenuti ogni giorno, fare di tutto per non sparire, investire sulla visibilità. Essere sempre in corsa, non farsi dimenticare.

E la FOMO, Fear of Missing Out, cioè la paura di essere tagliati fuori, di perdersi qualcosa di importante, di essere esclusi. Si tratta di un’ansia sociale, uno stato di apprensione che nei casi peggiori porta alla dipendenza da social network, ma che ha forme più lievi che sono legate alla sensazione di dover raggiungere qualcosa che spesso non si riesce neppure a identificare.

In quanto performer, oltre che produttore sei anche un consumatore di contenuti, dunque il tempo libero viene colonizzato - come accadeva già nella società dello spettacolo - da offerte potenzialmente infinite. Il tuo tempo libero non è più davvero libero, ma è un tempo di opzioni. Puoi scegliere cosa comprare, se preferisci usarlo per produrre contenuti (dunque ti venderemo spazio web, connessione a internet, servizi di vadeomaking e corsi di public speaking) o per svagarti, cioè per fruire di servizi freemium, apparentemente gratis (ma pieni di pubblicità e product placement, che quindi ti indurranno ad acquistare), oppure streaming senza limiti con un canone mensile alla portata di tutti, o altri prodotti digitali. E’offerta è così succulenta e sterminata che diventa sempre più difficile spendere il tempo libero fuori dalla società della performance, e quando si sceglie di farlo spesso si finisce con il condividere quell’esperienza per produrre un nuovo contenuto.

Bisogna continuare a produrre e a consumare performance, e per questa ragione l’offerta deve sempre superare di gran lunga la domanda. Non puoi leggere tutti i libri disponibili sul tuo argomento preferito, o guardare tutte le serie rv del genere che ami, o tutti i video di workout di una playlist. Il meccanismo è talmente evidente che tutto ciò che non obbedisce a queste regole sembra una provocazione. Il modo in cui i Radiohead sono spariti da tutti i social network e hanno dato la notizia dell’uscita del nuovo album, ad esempio, appare provocatorio, perché è semplicemente fuori - almeno in questo senso - dal modello della performance.

La società della performance accetta e nutre tutto ciò che la critica, purché sia una performance. Black Mirror, i fantasy distopici, le riflessioni apocalittiche sui big data, l’hashtag #disagio e anche questo libro sono tutti tentativi che indicano una ribellione alla performance, ma che vengono divorati dalle maglie dello stesso sistema.

Non c’è ulteriorità

La performance, l’apparenza, rimanda solo ad altre performance (cioè ad altra apparenza), non ha interesse per la verità delle cose. E una connessione costante e orizzontale che crea una rete con altre performance che hanno l’effetto di essere un tranquillante, non uno stimolante. La performance può essere particolarmente efficace o eccitante, ma è una goccia nel mare di mille identiche performance e lo scopo è tenerti incollato, tenerti nella condizione di consumatore.

La performance non ha ulteriorità, dunque i suoi mezzi sono anche i suoi scopi. Usa la comunicazione e l’efficienza per creare maggiore comunicazione ed efficienza, non allude a qualcosa che la superi, non desidera che replicare altre performance. Non è uno strumento per raggiungere uno scopo superiore, ma è essa stessa lo scopo.

Il modello della società della performance riconferma costantemente se stesso e a chi ne denuncia l’insufficienza suggerisce altre performance. Se ciò che hai a disposizione non ti piace, ti offriamo altre performance che ti piaceranno. Ma se non ti piacciono le performance hai dei problemi, sei un idiota, inadatto a vivere in società, depresso. Deve esserci una performance capace di soddisfarti.

Eppure, la parte più autentica di noi non è riducibile alla performance. La complessità di stare al mondo è il contrario della performance. L’essere umano, infatti, ha bisogno di ulteriorità, di relazioni che non siano monetizzabili, di uno spazio vitale che sia contemplativo.

Oltre il sogno americano

La società della performance va oltre il “sogno americano”. Così come è sufficiente una performance deludente per distruggere una vita - anche quando non abbia a che fare con le competenze richieste dal ruolo che si ricopre - è sufficiente una performance eccezionale per dare avvio a una carriera. Perché ogni performance è legata alla monetizzazione, e una buona performance può dare una svolta epocale alla tua esistenza.

Ogni performance può diventare un lavoro, come ci insegna William Rosso, il centauro palestrato che a una televisione svizzera che gli chiedeva il motivo per cui si personalizzano le Harley, pronunciò la sgrammaticata frase «uno stile di moto così, come vedi qua, c’è uno stile fisico del genere, può accompagnare solo».

Intendeva dire che per una moto come quella era necessario un fisico come il suo. Peccato che tanta tracotanza venne messa in ridicolo pochi minuti dopo, quando il centauro cadde in modo ridicolo dalla sua moto. La televisione mise online il video. Milioni di visualizzazioni, infinite serate in discoteca e ospitate televisive per il centauro, dunque monetizzazione di una performance casuale e ridicola, ritenuta efficace e divertente dal “popolo del web”. Tanto da rendere quell’espressione - «può accompagnare solo» - una frase idiomatica.

La Società della Performance

Come uscire dalla caverna

Maura Gancitano, Andrea Colamedici

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Maura Gancitano

Maura Gancitano (Mazara del Vallo, 1985) è scrittrice, filosofa e fondatrice del progetto Tlon. Si occupa di filosofia e immaginazione, ricerca interiore, educazione di genere, letteratura. Ha pubblicato i saggi Igiene e cosmesi naturali (Il Leone Verde 2013), Malefica, trasformare la...
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Andrea Colamedici

Andrea Colamedici è filosofo, editore, regista e attore teatrale. Insegnante di filosofia per bambini, ha tradotto testi di Alejandro Jodorowsky, E. J. Gold e Stanislav Grof. È l’ideatore di Tlön.
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