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Vedere - Il mondo sensoriale

di Jon Kabat-Zinn 1 mese fa


Vedere - Il mondo sensoriale

Leggi un estratto dal libro "Risveglio" di Jon Kabat-Zinn e scopri come riuscire a praticare la mindfulness nella vita di ogni giorno

Vicino a casa mia c’è un prato che mi piace moltissimo guardare, specie da una certa angolazione. Passo ai suoi margini alcune volte al giorno, in tutte le stagioni, quando vado a spasso con il cane.

A volte sono solo, a volte insieme ad altre persone, altre volte senza neanche il cane. Non importa; quel campo continua a offrire a chi passa tutt’un programma di luci e ombre, forme e colori, sfidandolo a percepire e a bere tutto ciò che gli si para davanti agli occhi, alle orecchie, al naso, al palato e alla pelle, e immergervisi in ogni modo.

Stai leggendo un estratto da questo libro:

Risveglio

Praticare la mindfulness nella vita quotidiana

Jon Kabat-Zinn

"La pratica quotidiana della mindfulness sarà un momento tutto vostro, non da riempire o utilizzare, ma nel quale semplicemente state in buona compagnia di voi stessi, nel quale fermarvi, entrare in intimità con la vita che...

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Tutti i giorni, ogni ora, ogni minuto, a ogni nuvola che passa, con ogni tempo, in tutte le stagioni, quel che c’è da vedere è sempre diverso, eternamente mutevole; gioca di dissolvenze con la luce e il calore e la stagione passando da un aspetto all’altro, come i paesaggi di montagne e di gole e i campi e i fienili che spinsero Monet a dipingere su più tele lo stesso panorama a mano a mano che cambiavano le stagioni, catturando la luce inafferrabile e il modo misterioso in cui essa dà vita a forme e macchie di colori. La sfida, per noi, consiste nel renderci conto che un simile dispiegamento di doni da parte del mondo in cui abitiamo di fatto si trova dappertutto. Eppure quel particolare campo, disteso sul fianco di una collina dolce e irregolare con due cumuli di sassi ai bordi che ne aumentano l’irregolarità, ha su di me uno speciale effetto catalitico, specie quando lo vedo dal basso: lo guardo da sotto in su e in qualche modo ne vengo cambiato, riequilibrato, sintonizzato con maggiore precisione sul panorama interiore come su quello esterno.

Il campo è sulla collina, in lieve salita verso est, in mezzo a due altri prati pianeggianti che lo costeggiano sopra e sotto, zone naturalistiche protette e dunque non coltivate, in buona parte erbose. A nord c’è il retro di un fienile rosso ora sbiadito e dietro ancora una breve strada in acciottolato e una fattoria del New England, vecchia ma ben tenuta, un edificio bianco che via via negli anni è stato prolungato, giudiziosamente addossato al corpo più antico e più vicino alla strada. A sud sullo stesso pendio un’altra zona protetta; a separarla dal campo coltivato un doppio filare di grandi querce e pruni che sovrastano e delimitano un muretto di sassi risalente senza dubbio ai tempi coloniali, quando il terreno era stato ripulito per essere coltivato e tutti i vecchi massi di granito nero erano stati ammucchiati in ampi cumuli lungo i bordi del campo.

Il campo che cattura tanto il mio sguardo è circondato da uno steccato di paletti di legno con tre fili di ferro, due dei quali sono cavi elettrici appena visibili collegati ai paletti da visibilissimi isolanti gialli: servono a non far uscire dal pascolo le due giovani mucche (« le sue bimbe ») che il nostro vicino contadino tiene qui per una parte dell’anno. Lo steccato descrive un pentagono così irregolare che per molto tempo mi è sembrato un rettangolo; poi ha assunto l’aspetto di un trapezoide e solo dopo, a un’osservazione attenta, ha finito per rivelare i suoi cinque lati.

Il lato occidentale dello steccato, quello più in basso, corre parallelo a quello orientale che sta a monte; i due sono collegati al lato meridionale come se fossero i lati di un rettangolo, con il lato più corto che monta diretto su per la collina parallelo al doppio filare di alberi e al muretto di sassi che delimita il lato sud. Una sessantina di metri a nord, dopo la piccola stalla costruita in cima al lato occidentale, lo steccato taglia in diagonale verso nord-est risalendo per un pezzetto la collina. Poi c’è un cancello, dove questo lato in pendenza incontra il quinto lato, più corto, che parte ad angolo retto dallo spigolo superiore.

Questa configurazione dà al campo e allo steccato un aspetto casuale e sregolato che abbraccia i contorni della collina e si armonizza benissimo con il panorama. Dalla sommità destra (sud- est), il mio punto d’osservazione preferito, si può vedere l’intero pascolo tranne l’interno della stalla e quel che c’è dietro.

Mi piace, quel prato particolare. Per qualche ragione misteriosa, camminare lì sotto e alzare lo sguardo su quel prato rivitalizza il mio sguardo: all’improvviso tutto quanto mi appare più vivido.

In questo momento sono seduto all’ombra e sto guardando su per la collina da sud-ovest. Il sole è piuttosto alto, nel cielo di mezza mattina di questo quattro luglio, e immerge il prato nel calore e in una luce intensa. Una linea d’ombra, per ora stretta ma in lenta espansione, avanza da destra a sinistra dall’angolo meridionale: è il filare di alberi. L’erba è cresciuta alta, si è seccata in toni dorati e bruni ed è andata in semenza; in superficie fluttuano goccioline di bianco: sono le tantissime margherite selvatiche sfuggite per ora alle mucche.

Qua e là svolazzano farfalle bianche e ogni tanto qualche libellula, di quelle grandi - meravigliosa, sconcertante creatura sopravvissuta dall’età del Carbonifero -, perlustra l’erba in un volo basso e veloce, librandosi con il suo doppio paio d’ali dalla delicata struttura, trasparenti, versatilissime nell’uso, alla ricerca di zanzare. Due pini nani se ne stanno per conto loro nell’angolo sud-ovest del pascolo, giusto davanti a me; alcuni più grandi fanno ombra alla stalla su entrambi i lati.

La giornata si preannuncia calda e velata di foschia; dietro di me il cielo è azzurro, quasi del tutto privo di nuvole, ma nel mio campo visivo il cielo sopra il pascolo, bordato dai grandi alberi lontani dietro il prato più alto sulla collina, è completamente bianco.

Quando torno dal sentiero che costeggia in basso il pascolo e la fattoria, dopo essermi seduto per un po’ sull’erba a guardare il pascolo, la distesa di erbe rossastre alla mia sinistra è in qualche modo un po’ più rossa di quando sono arrivato.

Ora vedo qua e là nell’erba grandi macchie di porpora; potrebbero essere piselli selvatici in fiore, prima non li avevo quasi notati. I fitti gigli gialli distribuiti in chiazze rotonde ai bordi del prato più grande ora sono più gialli; i loro micromovimenti - una specie di lieve rimbalzare nella brezza leggera - mi appaiono agli occhi con più evidenza.

Vedo molte più libellule nei dintorni di quante non ne vedessi prima; noto che le rondini, che prima non vedevo per niente, sorvolano e si tuffano e cabrano sopra l’erba alta, avanti e indietro sopra il giardino fino alle ampie spruzzate e strisce degli arancio e dei rosa, dei blu e dei rossi e dei gialli dorati (il contadino ama i fiori), tutti delimitati e circoscritti da un’abbondanza e magnificenza di cedum di un giallo brillante, con il suo fogliame succulento che si riversa lungo le linee orizzontali di un giardino di roccia su due livelli che sale dall’angolo più lontano dell’ampio prato dietro la casa.

Quando arrivo alla strada giro a destra e salgo verso casa mia; so che più tardi nel pomeriggio i campi e la passeggiata che farò sullo stesso percorso saranno del tutto diversi e che quella differenza mi renderà differente, mi richiederà di esserlo: di nuovo e ancora presente a ciò che si offrirà ai miei sensi, in qualunque momento io arrivi. Ed è sempre così, in estate o in inverno, in primavera o in autunno: io arrivo di continuo. Quel pascolo è sempre là, così com’è, è sempre lo stesso, ma non è mai lo stesso.

Percorrendo questi sentieri la separazione fra me e il panorama si riduce sempre di più quando mi dedico alla presenza, quando mi permetto di vivere all’interno dei miei sensi. Il soggetto (colui che vede) e l’oggetto (ciò che viene visto) sono uniti nell’attimo della visione. Altrimenti non è vedere. Un momento sono separato da una scena convenzionale che mi descrivo mentalmente; l’attimo dopo non c’è né scena né descrizione, c’è solo Tesserci, solo il vedere, solo il bere attraverso gli occhi e altri sensi, tanto puri da essere già capaci di bersi tutto ciò che si presenta senza alcuna direttiva, senza alcuna narrazione, senza alcun pensiero. In quei momenti c’è solo il camminare, solo lo stare in piedi, solo lo starsene seduti o, per quel che conta, sdraiati nel campo, solo sentire l’aria.

Di tutti i sensi è la vista, il regno degli occhi, a farla da padrone nel linguaggio e nelle metafore. Parliamo della nostra « visione » del mondo e di noi stessi; parliamo di acquisire « introspezione » e « prospettiva » (rispettivamente « vedere dentro » e «vedere avanti »). Ci esortiamo a vicenda: « guarda », e poi « vedi » - vedere che è diverso dal guardare come l’udire lo è dall’ascoltare, o l’odorare dall’annusare. ’Vedere è apprendere, afferrare, abbeverarsi, scoprire relazioni (compresa la loro consistenza emotiva), percepire quel che c’è in realtà. Cari Jung ha osserx'ato che « Noi non dovremmo pretendere di capire il mondo solo con l’intelletto; impariamo altrettanto tramite la percezione». Marcel Proust l’ha espresso così:

Il vero viaggio di esplorazione e scoperta non consiste nel cercare nuovi panorami, ma nell’avere occhi nuovi.

Noi vediamo quello che vogliamo vedere, non quello che abbiamo realmente davanti agli occhi. Abbiamo tutti i nostri punti ciechi e le nostre cecità. Tuttavia, se motivati, possiamo sintonizzare la nostra visione proprio come possiamo accordare uno strumento, aumentandone in questo modo la sensibilità, l’estensione, la limpidezza, l’empatia. Possiamo dire che lo scopo sarebbe di vedere le cose così come sono nella realtà, non come vorremmo che fossero o come temiamo che siano, o registrando soltanto ciò che siamo socialmente condizionati a vedere o a provare. Se Jung aveva ragione, noi impariamo con le nostre percezioni, certo, ma poi sarà bene essere con loro in una relazione intima e imparare a conoscerle per quello che sono, o ci forniranno solo lenti troppo deformate per permetterci qualunque visione reale o conoscenza reale.

In un modo o nell’altro, come accade con gli altri sensi, la nostra mente spesso offusca la nostra capacità di vedere con chiarezza. Per questa ragione se vogliamo fare piena esperienza della vita e averne la piena padronanza ci dovremo allenare a vedere al di là delle cose, attraverso le loro apparenze. Se ci aspettiamo di percepire i panorami interiori ed esteriori, compresi gli avvenimenti, fino a poterli conoscere nella loro realtà così come sono veramente avremo bisogno di coltivare l’intimità con il flusso della nostra attività di pensiero, il quale influenza tutto ciò che si trova nell’ambito dei sensi.

Risveglio

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Jon Kabat-Zinn

Jon Kabat-Zinn, medico statunitense, è fondatore e direttore della Clinica per la riduzione dello stress presso l’Università del Massachusetts e professore nel dipartimento di Medicina preventiva e comportamentale. Si è laureato in biologia molecolare al MIT, lavorando nel laboratorio del...
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