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Una situazione allarmante - Estratto dal libro "Curare l'infertilità con Metodi Naturali"

di Amelia Sagliano 3 mesi fa


Una situazione allarmante - Estratto dal libro "Curare l'infertilità con Metodi Naturali"

Leggi il capitolo 1 del libro "Curare l'infertilità con Metodi Naturali" di Amelia Sagliano

Indice dei contenuti:

Sterilità e infertilità

I girasoli non sono piante spontanee nel nostro Paese, ma a forza di coltivarli per diversi scopi l’uomo ha favorito una loro disseminazione, così che di tanto in tanto è possibile scorgerne qualcuno laddove non era previsto. Se si pensa a questo fiore, appare ovvia quale sia la differenza tra sterilità e infertilità.

Quello comune, che siamo soliti vedere nei campi, si chiama Helianthus annuus, appartiene alla famiglia delle Asteraceae, ed è una pianta originaria delle regioni dell’America centrale. Il fiore è in realtà un’infiorescenza chiamata capolino con due ordini di fiori inseriti su di un ricettacolo appiattito. Quelli esterni di color giallo, i fiori ligulari che formano la corolla, sono sterili e disposti in un’unica fila; quelli interni più scuri, i fiori tubolosi, sono ermafroditi e fertili ed è da essi che si formerà il frutto per la fecondazione incrociata.

La varietà di girasole che solitamente viene utilizzata a livello scientifico è sterile perché modificata geneticamente e presenta solo la porzione ligulare di un bel giallo margherita. Ci sono varietà infertili ma che all’occorrenza diventano fertili.

Sterilità e infertilità sono dunque due termini che, sebbene utilizzati come sinonimi, hanno in realtà un significato molto diverso.

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) definisce “sterilità” la situazione di una coppia in cui uno o entrambi i membri sono affetti da una condizione fisica permanente che non rende possibile il concepimento. È il caso in cui si presenti mancanza di sperma o azoospermia (assenza di spermatozoi), menopausa precoce o assenza di utero congenita. Si parla invece di “infertilità” quando una coppia, a causa di problemi presenti nell’uomo o nella donna, dopo un anno di rapporti sessuali frequenti e non protetti non è in grado di concepire.

Il termine infertilità, quindi, al contrario di sterilità, non si riferisce a una condizione assoluta, bensì a una situazione che potrebbe risultare risolvibile ma legata a uno o più fattori interferenti. Se la sterilità impone la presa di coscienza e la successiva inevitabile accettazione del singolo individuo, la condizione di infertilità è ben più complessa e spesso annienta psicologicamente la coppia nella perenne condizione di affanno riproduttivo.

Inquadramento epidemiologico

L’infertilità è diventata oggi una problematica diffusa in Italia e in generale in tutti i Paesi industrializzati e che incide negativamente sulla qualità della vita del 15-20% delle coppie.

Nel nostro Paese, considerando che la coniugalità coinvolge circa 300.000 coppie all’anno, si ritiene che circa 60.000 di esse si riproducano difficilmente, numero consistente cui si vanno ad aggiungere ogni anno altre migliaia di coppie degli anni precedenti che non hanno ancora risolto il loro problema.

In rapporto alla loro fertilità, le coppie sono state suddivise in diversi gruppi: si passa dai “superfertili”, che raggiungono l’obiettivo gravidanza entro sei mesi nel 100% dei casi, ai “normalmente fertili” in cui la gravidanza si presenta tra i 12 e i 24 mesi successivi nel 100% dei casi, ai “moderatamente subfertili”, i “severamente subfertili” e gli “infertili” in cui mai si avrà, secondo la classificazione, il raggiungimento della gravidanza.

Ma è proprio così? Bandiera bianca di fronte alla definizione fredda e austera di infertili dettata da meri calcoli statistici? Se è vero che esiste l’infertilità, è pur vero che la specie umana non sembrerebbe essere una delle più prolifiche.

Si è calcolato che la percentuale media di fecondità mensile nella specie umana, ossia la probabilità che ha una coppia normalmente fertile di ottenere una gravidanza nell’arco di un mese con rapporti frequenti e non protetti sia pari solo al 20%; ma anche a chi è stato diagnosticato un grado superiore al 50% di infertilità si deve trovare una soluzione per potergli fare abbracciare il fatidico bebè. L’andamento della fertilità viene descritto dalla natalità, definita come l’insieme dei nati in Italia in un dato periodo di tempo e da indici statistici più specifici come tasso, quoziente o indice di natalità generale, ossia il rapporto fra i nati vivi in un dato ambito territoriale e in un dato periodo di tempo e la popolazione media del periodo.

La demografia, sia antica sia moderna, continua a utilizzare due definizioni di rapporti specifici di natalità quali la natalità legittima e illegittima a seconda che i nati derivino da coniugati o da non coniugati. I relativi tassi sono ottenuti ponendo al numeratore dei rapporti rispettivamente i nati legittimi o quelli illegittimi e al denominatore il totale dei nati.

L’Italia sembrerebbe tutt’oggi, forse per la presenza dell’istituzione della Chiesa cattolica, un Paese in cui la fertilità è un fenomeno prettamente coniugale. Dall’analisi temporale degli indici specifici, la popolazione e il suo continuo variare vengono descritti tramite la cosiddetta teoria della transizione demografica secondo cui esisterebbe un andamento demografico “antico” e uno “moderno” collegati tra di loro da uno stadio di transizione.

L’ipotesi di base di questa teoria è che tutte le popolazioni del mondo si evolvono allo stesso modo, con alcune tappe fisse in questa linea evolutiva. Ciascun Paese rientra in una di queste variazioni dal trend principale.

Di conseguenza, per esempio, i Paesi in via di sviluppo, dislocati per lo più nel continente africano, si troverebbero in fase di crescita demografica con mortalità molto elevata ma ridotta rispetto al passato, mentre nella successiva fase demografica di transizione ci sarebbero i Paesi latino-americani.

Nel regime demografico moderno troviamo invece il mondo industrializzato, quello a cui apparteniamo, caratterizzato da un tasso di natalità che diminuisce sino a eguagliare quello di mortalità (numero di morti nell’anno) raggiungendo un livello di crescita zero o addirittura inferiore allo zero.

Uno sguardo ai secoli dell’antichità ci evidenzia che natalità e mortalità erano indici molto più elevati rispetto a oggi e inoltre l’aspettativa di vita era ovviamente alquanto bassa. Successivamente, intorno al 16005, in Europa il tasso di mortalità è diminuito mentre quello di natalità è rimasto costante causando un incremento della popolazione. A ciò sono seguiti la diminuzione della natalità e un tasso di mortalità costante sino a oggi in cui si rappresenta il paradossale calo della fertilità.

Ben al di là dei confini subnazionali di riferimento, pur avendo più soldi e possibilità, la gente fa meno figli! Si assiste all’appiattimento demografico. Il cambiamento da alta a bassa mortalità e bassa fertilità si verifica in tutta l’Europa, nel Nord America e in molti altri Paesi nei primi anni del XX secolo. Il salto in questa fase (transizione demografica) prevede un tempo pari a 150 anni ma ora, già dopo soli 50 anni, si assiste al forte declino delle altre popolazioni. A causa della transizione demografica che avviene nei singoli Paesi in momenti diversi, le piramidi di età, strumento che fornisce informazioni sulla futura crescita della popolazione di cui l’attuale demografia si serve, possono avere più la forma di blocchi che di piramidi. Emblematico e degno di nota è il caso del Giappone a crescita nulla: sempre più “vecchi” e meno “nuovi nati” rispetto a Paesi molto “giovani” come l’Afghanistan con altissimo potenziale di crescita. L’Europa non detiene il primato della riproduttività, la fascia dei quarantenni supera di gran lunga quella dei ventenni; ci sono sempre più cittadini europei in età pensionabile rispetto alle nuove leve e stesso discorso vale oltreoceano e negli USA.

Conti alla mano, il 40% della popolazione mondiale vive in Paesi in cui le coppie fanno pochi bambini! Ad esempio in Italia il numero dei figli per ciascuna donna è sceso in media da 5 a 2,8 nella seconda guerra mondiale ed è continuato a diminuire sino a 1,8 negli anni Settanta, anni della legge sul divorzio, sull’aborto, anni della rivoluzione sociale di cui le donne furono finalmente protagoniste.

Ed è per questo che l’evidenza di un progressivo continuo calo demografico nei Paesi occidentali maggiormente industrializzati negli ultimi trent’anni, ha fatto sorgere il dubbio che ciò sia connesso non solo a situazioni sociali cangianti, ma a un incremento dei casi di infertilità e sterilità. Esiste davvero questo incremento?

La risposta scientifica verrebbe da studi epidemiologici che a oggi mancano. Manca un’analisi diretta dell’incidenza della fertilità e della sterilità perché non si tratta di analizzare l’incidenza di un agente di causa, ma l’espressione di agenti diversi, talvolta sintomatici ma molto spesso asintomatici da un punto di vista clinico. Inoltre, una ridotta o totale incapacità riproduttiva è espressione dell’interazione di due differenti condizioni fisiche: genere maschile e genere femminile.

Una stima della infertilità e della sterilità di una popolazione deve quindi necessariamente utilizzare dei metodi approssimativi. L’indicatore preso a riferimento è il tasso di fecondità totale (TFT) (numero medio di figli per donna): solitamente un valore di TFT pari a 2 indica un livello di nascite che permette a una popolazione di riprodursi mantenendo costante la propria struttura demografica. Un valore di TFT minore di 2 indica invece un generale invecchiamento e calo demografico della crescita della popolazione.

Se si interroga la Banca mondiale sul TFT, l’Italia è caratterizzata dal persistere di livelli molto bassi di fecondità inferiori alla media europea. Si vive sì più a lungo, ma resta bassa la propensione ad avere figli. Saremo una popolazione sempre più vecchia, con debito demografico in termini di spese di previdenza sociale, sanità e assistenza che riguarderà le future generazioni.

Dalla generazione del “baby-boom”, i nati tra gli anni Sessanta e la seconda metà degli anni Settanta, le nascite hanno registrato una continua diminuzione sino ad arrivare al 1995 in cui si è raggiunto il picco più basso di fecondità pari a 1,19 figli per donna. Poi le nascite sono aumentate con un massimo raggiunto nel 2010: ben 1,46 figli per ciascuna donna, aumento ravvisabile solo nel Centro Nord del Paese dovuto largamente ai comportamenti riproduttivi dei cittadini stranieri residenti in quell’area geografica in modo più stabile. Nel 2013, per le donne l’indicatore TFT è pari a 1,29 figli e per le cittadine straniere è 2,10.

Uno sguardo all’Europa, e il fanalino di coda di una macchina sempre più “attempata” rimane proprio l’Italia. Eppure in qualche Paese il calo delle nascite non c’è stato, un vivido esempio è l’Irlanda, seguito dal Regno Unito, e la cicogna non ha neppure abbandonato la Francia dove addirittura resistono le famiglie numerose con oltre 3 figli! La Spagna registra l’1% in più di bambini rispetto al 2013 in poco meno di sei mesi.

Infertilità e paradossi della società odierna

Studi epidemiologici condotti in diversi Paesi europei e d’oltreoceano mostrano che la diminuzione delle nascite non è dovuta esclusivamente a scelte sociali, ma che esiste un reale incremento dei casi di sterilità e infertilità.

La crisi sociale e il ruolo della donna all’interno di una società in continuo cambiamento non spiegano il decremento del potenziale riproduttivo. È una problematica che coinvolge un complesso di fattori e circostanze che concorrono a determinarla: l’età media dei coniugi al momento del matrimonio, le difficoltà ed esigenze sociali che inducono la coppia a programmare il concepimento più tardi (come la mancanza di un reddito familiare sicuro), un nuovo ruolo sociale della donna, che essendo sempre più allontanata dal nucleo familiare convive sempre meno con il proprio coniuge, l’incremento delle malattie sessualmente trasmesse ecc.

Tuttavia, nessuno o quasi sottolinea i paradossi a cui assistiamo inconsapevolmente che coinvolgono il cambiamento ambientale che influisce sull’ambiente dei nostri organi.

Il progresso tecnologico espone quotidianamente a innumerevoli inquinanti i nostri organi “riproduttori”; i cambiamenti nelle abitudini alimentari con la perdita della nostra salutare dieta mediterranea, patrimonio dell’Unesco, a favore del cibo spazzatura con conseguente impoverimento e non apporto di elementi preziosi, inficiano il mantenimento di uno stato di salute. Inoltre, l’uso sconsiderato e sproporzionato dei farmaci con il ricorso frequente ad antibiotici che indeboliscono il sistema immunitario nonché l’esposizione a elementi tossici quale è il mercurio, confermano che il nostro stile di vita è dominato dalla chimica.

Dai vestiti ai detersivi è tutto “chimico” e non “biologico”. La delocalizzazione produttiva in Paesi lontani se fa risparmiare denaro ai produttori può avere costi molto più elevati per la salute e per l’ambiente. E non si parla solo di materie prime, ma anche di prodotti di fissaggio e tinture, gomme, colle e così via. Nei capi di abbigliamento convenzionali la contaminazione è così elevata che gli esperti consigliano di lavarli più volte prima di indossarli. Petrolio e fibre sintetiche, come la fantomatica microfibra che “asciuga in fretta e non fa sudare”, ci perseguitano persino dentro le nostre mutande mettendo a rischio i nostri gameti.

Sfido chiunque a cercare oggigiorno un capo di vestiario che non abbia (come d’altronde i cibi che ingurgitiamo) una lista di componenti incomprensibili sull’etichetta. Il “100% cotone” ormai non esiste più, figuriamoci la lana, praticamente impossibile a trovarsi a meno di non piombare paracadutandosi direttamente sulle montagne dei Paesi fortemente produttori ma non esportatori.

Persino l’acqua che abitualmente beviamo si arricchisce di sostanze ormono-simili che andranno a sconvolgere il nostro delicato ambiente-corpo e questo accade sin da quando siamo nel grembo materno.

Una domanda affiora allora alla mente: come potremmo essere ancora fertili? E soprattutto, come porre fine a tutto ciò? Non è possibile vivere nell’antro preistorico, ma è importante evitare, tramite una corretta informazione, tutto ciò che può interagire negativamente con la nostra capacità di generare prole e quindi di star bene.

In questi ultimi anni poi si è fatto poco o quasi nulla rispetto alla corretta informazione e il perché dovrebbe essere noto a tutti. È pur vero che parlare senza dati alla mano o cognizione di fatto ci farebbe sembrare appartenenti alla setta dei cosiddetti “alternativi”, che ha sì ragione da vendere sulle verità professate, ma che nel mondo dell’avere piuttosto che dell’essere è in netta contrapposizione e mal si presta alla logica del mercato.

Ma intendiamoci: attualmente la migliore condizione fisica di una quarantenne non equivale necessariamente a una prolungata fertilità. Ci facciamo prendere all’amo da questa o quella star che diventa mamma a cinquant’anni ma in fondo lo sappiamo anche noi che non basta un po’ di botulino o muscoli sodi per far sì che il nostro corpo sforni ovuli giovani e freschi come quelli di una giovane ventenne. Ciò che conta è l’età biologica, e oggi abbiamo la fortuna di poter ritardare l’invecchiamento, preservandoci con cure naturali e corretto stile di vita. Tuttavia, se gli ovociti non ci sono, non possiamo far nulla o quasi e a quel quasi dobbiamo appellarci.

Attualmente il patrimonio di gameti femminili alla nascita è di due milioni di ovociti immaturi. Alla pubertà ne rimangono 400.000 che nell’arco di trent’anni verranno rilasciati in 300-500 cicli di ovulazioni. Negli anni, gli ovociti invecchiano oltre a diminuire, perdono la loro funzionalità e danno luogo a maggiore abortività in gravidanza e a maggiori patologie nel nascituro.

Il declino sostanziale della fertilità avviene a 30-35 anni e la possibilità di un concepimento spontaneo, sempre in condizioni ideali, dopo questa età si riduce del 30% e dopo i quaranta anni si riduce del 50% e più.

Dalla consultazione del registro della PMA o procreazione medicalmente assistita, istituito nel 2005 con decreto del ministro della Salute, in attuazione della legge n. 40/2004 presso l’Istituto superiore di sanità, come registro nazionale delle strutture autorizzate all’applicazione delle tecniche appunto di PMA, degli embrioni formati e dei nati a seguito dell’applicazione delle tecniche medesime, si evince che l’infertilità della coppia è: di causa sconosciuta nel 31% dei casi; per il 27% è imputabile a fattori maschili quali il basso numero di spermatozoi; per il 16% dei casi è dovuta a ovaie che non producono ovociti funzionanti; per il 16% è imputabile sia al fattore maschile che femminile; per il 5% all’endometriosi e per il restante 5% ad altre cause.

L’infertilità riscontrata dunque è un problema di coppia e non dobbiamo dimenticarlo mai.

Il messaggio errato che ci viene trasmesso è che basta l’applicazione delle tecniche di PMA, tralasciando lo stato generale di salute, per garantire la procreazione con facilità; e addirittura si sta entrando nel paradosso per cui se il famoso bebè dopo qualche mese di tentativi non arriva “naturalmente”, magari per semplice calo del desiderio dovuto agli stress quotidiani a cui ci sottoponiamo quali ruote di un ingranaggio, ci si rivolge subito al proprio ginecologo di fiducia per scegliere velocemente quale tecnica artificiale spremi-denaro usare. Si assiste così a una vera giungla di metodi e terapie invasive che spersonalizzano sempre più la coppia rendendone anche più ardui e rischiosi i risultati.

Al confronto, le tecniche di inseminazione per i bovini sembrerebbero più precise e forse meno impersonali... forse per un maggior rischio di capitali se qualcosa andasse male nella filiera di riproduzione. In merito, nel bovino, la razza e lo stato di nutrizione influenzano il tempo di raggiungimento della pubertà che in media si manifesta attorno all’anno di vita; diete ad alto contenuto energetico permettono di anticipare l’inizio della pubertà, garantendo un migliore incremento corporeo. Il periodo dell’estro è ben determinato da elementi “esterni” e “ambientali”. Il problema è che sebbene della stessa natura... siam fatti diversamente!

L’accoppiamento sessuale nella nostra specie non risponde alla sola funzione della procreazione, ma è anche una modalità con cui consolidare il legame di coppia: la donna non deve “esser in calore” per accoppiarsi e tale esigenza di rafforzare il legame di coppia attraverso il piacere del rapporto sessuale non sembra essere presente negli altri mammiferi. Per essi, come appunto i bovini, è sufficiente “essere in calore” in un determinato periodo, accoppiarsi giusto in esso, essere fecondati e procreare.

Questo è però quello che si afferma con le metodiche invasive. Siamo trattati come i bovini. Inutile negarlo.

La motivazione per cui la donna è fertile una volta al mese circa, che è una frequenza piuttosto alta rispetto agli altri mammiferi, potrebbe essere proprio correlata all’evoluzione dell’uomo da primate, dedito alla raccolta di frutti, a cacciatore. L’assenza del partner per periodi di diversi giorni avrebbe potuto diminuire la probabilità di fecondazione se la donna fosse stata “in calore” solo in determinati periodi dell’anno. La maggior frequenza di periodi fertili nella donna ha potuto sopperire alle frequenti assenze del maschio e ci ha permesso di essere una specie con una buona capacità procreativa.

Naturalmente sono ipotesi che spiegano bene la nostra modalità di procreazione, e sembra abbiano funzionato, visto che oggi siamo ben sette miliardi e più di individui destinati ad aumentare nel numero grazie soprattutto a popolazioni nelle “giuste” transizioni demografiche.

Ma ritornando ai bovini e alla specie umana, se la loro inseminazione ha una certa resa economica in termini di produzione delle materie prime destinate al fabbisogno alimentare del Paese, la fecondazione in vitro della specie umana si calcola essere un affare di livello macroscopico che renderebbe molto più di qualsiasi altra inseminazione di organismo vivente terrestre.

Ciò che manca per il cittadino comune è sempre la corretta informazione e forse un po’ di statistica sui successi delle singole strutture insieme ai tariffari dei primari che operano nel pubblico, ma soprattutto nel privato, non farebbe male a nessuno, tanto meno alle coppie che, disperate, si rivolgono sempre più frequentemente alle istituzioni sanitarie per ricevere sì aiuto, ma soprattutto un valido sostegno anche psicologico o nutrizionale, che puntualmente viene sottovalutato o nemmeno preso in considerazione.

La “manipolazione medica” del nostro apparato riproduttore, rende un po’ più difficile la gestione delle emozioni, soprattutto in questo tipo di coppie particolarmente fragili. La strategia indubbiamente vincente per una coppia è dunque quella di pianificare secondo le proprie possibilità un metodo, un percorso, consono alla dimensione di esseri umani.

Fare tesoro di tutto ciò che la propria storia, le proprie esperienze e conoscenze possono dare per raggiungere l’obiettivo del concepimento senza perdere l’identità umana, nel rispetto delle regole e ricordando sempre che essere genitori vuol dire innanzitutto sacrificio che inizia già nel momento in cui vorremmo diventarlo.

Se apparteniamo al gruppo dei sub-fertili, certo è importante saperlo, perché si prende coscienza della situazione reale, ma nello stesso tempo saremo stimolati a riprendere in mano le redini della nostra vita, ad automigliorarci, ad avviare quel lungo processo di conoscenza di noi stessi che forse abbiamo procrastinato troppo a lungo.

L’obiettivo non fa il risultato, ma l’approccio conoscitivo di metodiche, rimedi e ansie a cui saremo sottoposti in virtù dello stesso risultato ci farà assottigliare il tempo per giungere a quel successo tanto atteso.

Curare l'infertilità con Metodi Naturali

Amelia Sagliano

Nel mondo industrializzato l’infertilità è una problematica che si sta diffondendo rapidamente incidendo sulla qualità della vita del 20% delle coppie desiderose di concepire. L’essere infertili ci annienta non solo...

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AMELIA SAGLIANO, laureata in Scienze Biologiche indirizzo fisiopatologico, consegue il Dottorato di Ricerca in Biochimica e Biologia Molecolare in Francia. Segue l’esperienza da Ricercatore presso Il Centro di Ricerca Oncologica di Pharmacia Upjohn in Milano. È assegnista di Ricerca...
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