800 089 433 / 0547 346 317
Assistenza Clienti — Lun/ven 9:00-18:00

Una nuvola infinitamente distante - Estratto da "L'Arte della Levatrice"

di Angelo Bona 2 mesi fa


Una nuvola infinitamente distante - Estratto da "L'Arte della Levatrice"

Leggi il primo capitolo del libro di Angelo Bona e scopri come il periodo della gravidanza possa influire in modo fondamentale sul comportamento del bambino

Sessantadue anni fa sono nato a Bologna in una fredda mattina, il 30 gennaio 1955. Mia madre era rimasta da sola in casa perché mio padre e i miei zii, Beppe e Valentina, si erano recati nella vicina chiesa di San Paolo Maggiore per assistere alla messa domenicale di mezzogiorno.

Non appena la mamma restò sola le si ruppero le acque e a quei tempi non esistevano cellulari capaci di richiamare urgenti soccorsi. Un taxi che suonava all'impazzata condusse la gestante in precipitoso travaglio a tutta velocità verso Villa Torri, la clinica prescelta per la mia venuta al mondo.

Mi sono chiesto tante volte come mai una gestante a termine fosse stata colposamente lasciata sola in un frangente così delicato. Nel frattempo un piccolo ma significativo ostacolo si contrapponeva ulteriormente alla mia nascita. Un cappio con tanto di nodo scorsoio, come se un feto fosse assimilabile a un pistolero da giustiziare durante un film western, mi stava letteralmente strangolando.

L'accoglienza di mia madre a Villa Torri fu drammatica: l'ostetrica e il ginecologo di guardia si erano momentaneamente allontanati per pranzare, non immaginando che avessi scelto di nascere proprio a mezzogiorno. Mia madre mi raccontò che soltanto un'infermiera inesperta e molto agitata era presente. Non so quanto tempo trascorse, ma certo ebbi modo di praticare tutti gli esercizi yoga del più alto livello di apnea respiratoria: un kumbhàka interminabile.

Qualche santo in paradiso sussurrò all'orecchio del ginecologo di ritornare in clinica e di non fare una passeggiata postprandiale.

Quando finalmente fui liberato dall'impiccagione ero in fase terminale e anzi il medico confessò a mia madre che mi aveva dato per morto. Era comparso infatti un contrito frate che mi impose il sacramento dell'estrema unzione.

Quando al cinema guardo un film di Spielberg a volte mi identifico in Indiana Jones. Sono uno che ce la fa, che sopravvive, che in extremis trova sempre l'espediente, il colpo di reni, il guizzo per tirare fuori la testa dall'acqua.

In molte occasioni della mia esistenza ho avvertito la forza e l'impellenza del mio istinto di sopravvivenza e durante il primo giorno della mia vita terrena devo dire che ho dato il meglio. L'ostetrica disse a mia madre che non credeva ai suoi occhi. Aveva visto tanti bambini nascere cianotici, ma un bambino totalmente nero, sopravvissuto in irrimediabile asfissia, le era apparso un vero miracolo.

Il ginecologo, l'ostetrica, mia madre, mio padre, nessuno dei miei parenti, tra i quali anche la zia Ada valente pediatra, si accorsero che durante quel salvataggio brutale mi avevano fratturato la clavicola sinistra.

«Piangevi sempre, eri inconsolabile... chissà perché...» Ripete ancora mia madre che a tutt'oggi non ha capito che avevo diritto di provare dolore per quella frattura. Lei è sempre stata una nuvola, infinitamente distante, assente, incapace di dare una carezza, di confortarti con un gesto di tenerezza. Il suo refrain preferito dinanzi a qualsiasi tragedia, a qualunque calamità naturale, in occasione di guerre, uragani, tsunami, apocalissi è sempre e comunque: «Cosa vuoi che sia!».

Non ho mai capito se questo mantra provenga dal periodo vedico o se si tratti di un menefreghismo spontaneo, una sorta di atarassia, ovvero completa assenza di agitazione, e apatia tipiche delle scuole stoiche postaristoteliche. Devo comunque ringraziare la mamma perché senza di lei probabilmente non avrei intrapreso fin da bambino questo filosofico e scientifico cammino di conoscenza e di ricerca di me stesso.

La totale mancanza di una qualunque forma anche primordiale di premura, di riconoscimento materni ha acceso in me una hybris, cioè la spinta, e forse la tracotanza, di comprendere cosa cavolo fossi venuto a fare al mondo.

Se vado a ritroso nel tempo e raggiungo il periodo della mia gestazione vedo mia madre in attesa neutra, non certo dolce, preoccupata più del contesto nel quale un piccolo principe ereditario stava nascendo. Gli zii da parte paterna e materna non avevano figli e io ero l'unica speranza su cui si giocava il destino della futura stirpe dei Bona.

L'attesa era spasmodica e tanti occhi e mani erano pronti a carpirmi dalle non protettive braccia di mia madre.

La mia famiglia viveva a Porretta Terme, un paesino collinare dell'Appennino tosco-emiliano attraversato dal fiume Reno. Porretta ebbe in passato un importante blasone legato alle sue acque curative. Già in epoca romana le sulfuree sorgenti dal sapore di uovo marcio della "Puzzola" erano molto apprezzate. Nel XII secolo gli stabilimenti termali furono frequentati dalle classi agiate e nel XV secolo le terme vennero visitate da Lorenzo de' Medici.

La mia è una famiglia borghese con profonde tradizioni cattoliche e un senso della virtù e del sacrificio che non transigono flessioni.

Mio padre, avvocato, esercitava la sua professione tra Porretta e Bologna percorrendo ogni settimana la strada statale 64 detta Porrettana, per raggiungere lo studio che gestiva insieme al fratello Giuseppe.

Forse per garantirmi una migliore assistenza durante il parto di mia madre, si decise di farmi nascere a Bologna. Racconto in sintesi questa piccola mia storia autobiografica per farti comprendere quale importanza ha avuto il mio passato, diciamo pure travagliato, per stimolarmi a indagare in psicoterapia le primissime fasi della vita. Ritengo che il rapporto madre-feto durante la vita intrauterina sia fondamentale e che condizioni tutta l'esistenza del nascituro.

Ancora essenziali risultano per me i primi tre anni di vita, nei quali si consolidano le mappe cognitive comportamentali descritte da Edward C. Tolman, psicologo cognitivista americano.

Concordo con quanto afferma Tolman sull'importanza che i primi tre anni di vita hanno nella formazione delle rappresentazioni mentali cognitive ed emozionali. Esse determineranno il comportamento pratico e affettivo oltre la prima infanzia, durante tutta la vita. Ritengo tuttavia che il periodo di programmazione di tali rappresentazioni inizi ancora più precocemente.

Durante i nove mesi di gravidanza la stretta relazione tra il feto e la madre favorisce nella "tabula rasa" cognitiva-emozionale del nascituro una precoce mappatura. Allan Hobson, neuropsichiatra e docente a Harvard, parla di «protocoscienza del feto», ma di questi temi preferisco riferire più diffusamente nel prosieguo del testo.

Va da sé che la mia mappa cognitiva-emozionale fetale deve essere stata codificata dalla ambigua accettazione di mia madre. Non credo che non mi volesse coscientemente, ma penso che una parte di lei, ancora bambina, non riuscisse a identificarsi pienamente nel ruolo genitoriale. Mia mamma è a tutt'oggi completamente inconsapevole di quanto sia accaduto durante la mia gestazione, il mio parto e la mia infanzia. Potrei perdonarla, ma commetterei un irrimediabile peccato di superbia, in quanto lei è assolutamente innocente.

Ho dovuto valicare mari di psicoterapia e di ipnosi evocativa per raggiungere un oceano "pacifico" che si chiama Misericordia. Provo una profonda, amorevole compassione nel cuore per quella bambina che mi ha partorito e che amo profondamente.

Il nostro DNA è in continuo ascolto epigenetico di quanto accade nel contesto esterno e un feto bisognoso di protezione e cura sono certo riconosca l'incompetenza della madre.

Ho verificato quanto affermo sottoponendomi a mia volta a diverse sessioni di ipnosi evocativa fetale condotte dal collega-amico psicologo e linguista Ero Rossi.

Nella sua prefazione al mio primo libro, Vita nella vita, Ero afferma: «Il trauma della nascita è stato drammaticamente esplorato dall'Autore. Ma questo non è tutto e la realtà appare ancora più sconcertante».

Caro amico, a cui affidai la mia anima e il mio inconscio, grazie per avermi condotto alla verità.

Le sedute con Ero iniziarono proprio con l'intendimento di esplorare la mia protocoscienza intrauterina e di rielaborare il trauma del mio drammatico parto. Entravo in trance profonda con facilità, raggiungendo fasi di amnesia totale durante le quali comunicavo verbalmente con la mia guida esperta. Egli trascriveva i contenuti mentre ero in regressione e poi ne discutevamo insieme durante l'incontro successivo.

La descrizione che emergeva della mia esperienza intrauterina non era di per sé traumatica, ma a una attenta analisi affiorava l'alienazione d'amore che avevo percepito per nove lunghi mesi.

Devo precisare che questo mio intimo racconto, che decido qui per la prima volta di divulgare, nulla ha di recriminatorio contro mia madre, verso la quale nutro un sincero affetto. La mia confessione ha l'unico fine di dettare le linee guida di una innovativa metodologia terapeutica che chiamo ipnosi evocativa fetale.

Ero mi condusse fino ai primissimi momenti embrionali e ne deducemmo insieme che la fase più critica era avvenuta nei primi tre mesi di gravidanza. Ecco le mie parole proferite in ipnosi evocativa profonda: «Mia madre non mi sente, avverto il suo vuoto... il disagio di percepire il suo ventre crescere senza mettersi in contatto con me intimamente. Mi sente come un ospite che condivide la sua natura biologica... la sua libertà, il suo bisogno di rimanere bambina.

«Qui è tutto stretto e buio, non filtra la luce e mi sento disorientato, solo. Non ha nulla contro di me, non ci sono e basta... magari è serena, ma distante come una galassia ignota.» Durante un'altra seduta, al quarto mese di gravidanza, Ero trascrive: «Morte, ho paura della morte... non mi percepisce come un figlio... assolutamente. Desidera accontentare mio padre e gli altri, ma non ha gioia per me. Non si sente all'altezza di fare la mamma... anche se non lo sa... non è cattiva d'animo ma si sente come un'aliena che sta per partorire un frutto che non riconosce suo...».

Ancora leggo nel mio diario: «Ho un senso di angoscia, di claustrofobia... desidero uscire di qui, sto scalciando forte come se qualcuno all'esterno potesse salvarmi da questo nulla siderale».

Verso il settimo mese la relazione con la mamma parve acquietarsi. Forse quella bambina si era convinta, suo malgrado, di accettare il ruolo della madre e si era totalmente calata nella parte.

In diverse circostanze produssi dei sogni, dei contenuti di coscienza che non potevano appartenere al mio sé razionale. Sognai una donna bellissima dai capelli ramati e dagli occhi verdi, che sentii con commozione enorme essere mia madre in una precedente esistenza. Piansi di gioia nella estasi di questa ricongiunzione con l'archetipo materno, anche se l'immagine svanì in pochi attimi. Non importa: il suo sorriso aveva abbracciato per sempre il mio cuore.

Sognai poi delle alte falesie battute dal vento e raccontai a Ero il fragoroso boato di onde oceaniche che si infrangevano sulle scogliere. Vidi quindi un druido, un monaco celtico, che si ergeva impavido nutrendosi di un dorato tramonto. Sapevo di essere lui, conoscevo già il mio nome - Sir Món Idrakun - ed ero tornato a casa nella mia celtica terra immortale. Vidi poi i fuochi accesi sulla spiaggia per ardere i velieri che avevano portato il mio popolo su una nuova isola. Ricordai a Ero la leggenda dei Túatha Dé Danann: mitologiche popolazioni celtiche che in antichità invasero l'Irlanda. Son certo siano giunti su caravelle-astronavi da mondi siderali.

Ero riuscì a creare un ponte tra sé e quel feto abbandonato e naufrago d'amore, a donarmi la presenza, il sostegno e l'amore che in realtà non avevo mai avuto. Mi disse che mi aveva aiutato a ricongiungermi all'amore della madre dai capelli di rame, purificandomi dalla solitudine affettiva. In poche parole, era riuscito a ricodificare le mie mappe cognitive-emozionali intrauterine, preparandomi a una nuova rinascita.

Credo che esistano software e sistemi operativi nascosti nei segreti del nostro DNA. Nelle primissime fasi della nostra esistenza, quando siamo embrioni, ritengo inizi a codificarsi nel genoma un software da cui dipenderà la successiva dinamica affettiva e relazionale. Codici sorgente, source code, trascrivono le nostre primordiali proteine che compongono quei "solchi", quei "paesaggi epigenetici" di cui parlava il genio di Conrad Hai Waddington, biologo, paleontologo, genetista, embriologo e filosofo inglese.

Waddington ha posto le basi della epigenetica e della biologia evolutiva e dello sviluppo. Nove mesi di vita intrauterina traumatica o angosciante possono determinare variazioni neuroanatomiche, e quindi anche neurofunzionali, nell'encefalo del feto.

Il mio viaggio intrauterino è stato certamente un lungo pellegrinaggio in solitudine nel pancione di una donna che si guardava crescere senza pensare di appoggiare mai una mano calda sul suo ventre.

Quando rivissi la fase del parto, Ero ebbe l'accortezza di indugiare nel pormi in deep trance e in amnesia totale.

Dal racconto che mi fece e dagli appunti che trascrisse, vissi una vera e propria NDE, cioè una esperienza di premorte.

«Sto trasferendomi velocemente in una dimensione di tenebra. Ora l'angoscia è cessata e vivo in un oltre senza corpo. Mi muovo anche lateralmente in una vertigine di buio che non so quando finirà. Mi appare una luce diafana che cresce rapidamente. Il bagliore aumenta d'intensità circondato da bordi netti come se stessi uscendo a velocità supersonica da un tunnel.

«Finalmente sono uscito! Cammino o galleggio in una pianura di luce senza limiti o confini... una figura d'amore viene verso di me... so che si tratta di una anima famigliare. È un uomo di una cinquantina d'anni vestito con un completo chiaro. Sono certo che si tratti di mio nonno Arnoldo, che mi sta accogliendo per guidarmi nell'oltre... una vertigine mi rende consapevole che non posso andare avanti. Provo una intensa desolazione nel dovere ritornare indietro, nel continuare la mia vita terrena. La spalla sinistra mi duole, è infuocata dal dolore e avverto i miei vagiti echeggiare dentro di me. Sono nato, ma avrei desiderato profondamente continuare il viaggio nella dimensione della luce.»

Dopo questa cronaca drammatica della mia nascita forse è più chiara la ragione per la quale ogni giorno vesto i panni della levatrice dei miei pazienti. Potrei definirmi un "ostetrico del cuore", perché con un vero rito iniziatico cerco di far rinascere a nuova coscienza, tramite l'ipnosi evocativa, le anime che accolgo nel mio studio.

Di certo Socrate mi fa l'occhiolino, orgoglioso del suo piccolo nipote.

L'Arte della Levatrice

Incontri e altre vite attraverso l'ipnosi evocativa

Angelo Bona

Un viaggio a ritroso per recuperare ricordi della vita prenatale e guarire ferite mai risolte. La tecnica ipnotica per ascoltare il messaggio di amore degli spiriti guida Angelo Bona torna a raccontarci le sue esperienze di...

€ 14,00 € 11,90 -15,00%

Disponibilità: Immediata

Vai alla scheda


Angelo Bona, medico psicoterapeuta ed anestesista, si dedica da più di vent’anni all’ipnosi e all’ipnosi regressiva. E’presidente dell’Associazione Italiana Ipnosi Regressiva (A.I.I.Re.). Per le Edizioni Mediterranee ha pubblicato "Vita nella Vita, ipnosi regressiva a vite precedenti"...
Leggi di più...

Gli ultimi articoli


Non ci sono ancora commenti su Una nuvola infinitamente distante - Estratto da "L'Arte della Levatrice"

Golden Books S.r.l.
Via Emilia Ponente 1705
47522 Cesena (FC)
P.iva e C.F. e C.C.I.A.A. 03271030409
Reg. Impr. di Forlì – Cesena n.293305
Capitale Sociale € 12.000 I.V.
Licenza SIAE 4207/I/3993
Macrolibrarsi è un marchio registrato
di Golden Books S.r.l. - Nimaia e Tecnichemiste