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Un ricordo - Estratto da "Desiderio"

di Frank Bidart 3 mesi fa


Un ricordo - Estratto da "Desiderio"

Leggi in anteprima l'introduzione di Tommaso Giartosio al libro di Frank Bidart

Berkeley, Wheeler Hall, Maude Fife Room. Ultimi mesi del 1992, o inizio del 1993. Il ciclo ufficiale di letture poetiche del primo campus dell'Università della California. Una sala elegante e dignitosa, regno di poeti esperti, composti, di indubbia maestria come Robert Hass, che tra un paio d’anni sarà poeta laureato degli Stati Uniti, o il premio Nobel Czeslaw Milosz, professore emerito a Berkeley.

Ecco ciò che ricordo: in questa sala entra Frank Bidart con la sua poesia eccessiva, enfatica, teatrale, e in pochi istanti si impadronisce del pubblico.

Non è un dinamitardo della poesia. Certo, c’è nei suoi versi (come in quelli di Hass, del resto) la lezione di un Ginsberg (la raccolta delle poesie complete di Bidart del 1990, In the Western Night, ruba il titolo all’ultimo verso di Howl). Ma c’è anche la lezione di scrittura strettamente controllata dei suoi maestri più diretti, Robert Lowell e Elizabeth Bishop.

Il fatto è che ci sentiamo tutti violati, invasi, da un poeta lirico che anche quando parla di Berlioz o Tacito - e tanto più se parla di sé - ci fa percepire, in modo quasi fisico, che stiamo scorrendo sul derma più sensibile e urticante dell'esperienza interiore. La superficie di massimo attrito etico.

Il volto di Bidart. La pelle di carta crespa si tende, trema, suda, p(h risplende e si solleva come una lanterna volante.

Ho comprato il libro e gli ho chiesto di firmarlo. Di solito non lo faccio, ma in questo caso l'io sembrava parte integrante della poesia.

La firma è piccolissima.

Tornato a casa, aperto il libro, scopro che le poesie sono organizzate da una rigorosa regia tipografica: corsivi, parole maiuscole, spaziature, rientri. Ogni movimento di quella recitazione “spontanea” era prestabilito.

Da La guerra di Vaslav Mjinsky.

Ho inventato una notazione

assai più accurata e specifica per la danza;

mi ci sono voluti due mesi

per scrivere il movimento del mio balletto,

dei dieci minuti de LAprès-mìdi d'un Faune...

Quanto ai contenuti, la vita di Bidart offre tutti i materiali per una poesia confessionale scandalosa: una famiglia conflittuale, il cattolicesimo, lo scontro con l’omofobia, più tardi l’AIDS. E queste carte vengono tutte messe in gioco.

In particolare, sono onnipresenti e evidenti il desiderio gay e l’omofobia interiorizzata (ma combattuta, e soprattutto portata ad un altissimo livello di coscienza), vengono usati come principi organizzatori di una riflessione sulla condizione umana, un po’ come Proust usa il mutare vorticoso delle identità sessuali (e sociali) dei suoi personaggi come un emblema dello scorrere del tempo, cui solo la scrittura può opporsi.

Però la verità non va confusa con l'autenticità. La poesia intitolata “Confessional” si apre con un cazzotto nello stomaco: la madre del poeta, convertitasi “a Cristo”, per aiutare il figlio a spogliarsi “dell’amore degli ESSERI CREATI” impicca il suo gatto. Vera la conversione della madre di Bidart. Completamente falso il sacrificio, preso da un’autobiografia vittoriana, come ammette tranquillamente il poeta stesso.

«Tutta l’arte, naturalmente, è artificio», afferma Bidart dialogando con Mark Halliday. «Se in una poesia ci sembra di ascoltare una voce che parla di ciò che con più passione la coinvolge, si tratta solo di un’illusione. Ma penso che sia vero anche ciò che dice Frost: Niente lacrime in chi scrive, niente lacrime in chi legge».

“Amore incarnato”, la seconda poesia di Desiderio, è una riscrittura (non una traduzione) del primo sonetto della Vita nuova, “A ciascun’alma presa e gentil core”.

Fin dai tempi di Eliot e Pound l’appropriazione di Dante è una pratica radicata nella poesia americana (o inglese-americana, per i ripetuti travasi e esili tra Stati Làuti e Regno Unito). Nicola Cardini ha osservato che questa tendenza riguarda in modo particolarmente evidente poeti gay interessati all’estrema corporeità della poesia dantesca. Poeti come W. H. Auden, Robert Duncan, 'Phom Gunn, James Merrill, e appunto Bidart, che con “Amore incarnato” ne ha dato il “vero e projrrio manifesto”. Il Dante di Bidart non è embodied, ma incarnate', è più che corporale, è carnale.

L’ultima terzina, anaforica, martellante, esprime tutta la violenza di un “AMORE” che ha ben poco in comune con l'immagine vulgata dello stilnovo. Del resto il sonetto dantesco è prestilnovista. Ma chi è questo Amore? Una personificazione, certo: ma di un principio soggettivo o oggettivo? Oggettivo, ma non esterno all’io. Altrimenti si rischierebbe di allentarne la presa, di ricadere in un allegorismo esteriore.

In Petrarca, invece, Amore compare in versi come questi dei Trionfì:

Dura legge d’Amor! Ma benché obliqua serbar convensi, però ch’ella aggiunge di cielo in terra, universale, antiqua.

Or so come da sé Ì cor si disgiunge, e come sa far pace, guerra e tregua, e coprir suo dolor, quand’altri il punge...

Qui Amore impone una legge a cui l’io, il “cor”, deve piegarsi. Ne consegue una sottile analisi della psicologia del “cor” (prosegue per quasi quaranta versi). Ma in “A ciascun’alma presa”, e in “Amore incarnato”, non c’è psicologia. E la distinzione tra Amore e amante è fragile. Amore è un dio, possiede l’amante (il cuore) così come la persona amata; ma è anche palesemente il poeta stesso, che prima si rallegra di avere con sé chi ama, poi piange nel realizzare che questo amore lo strazierà. Istanza oggettiva e esperienza soggettiva sono distinte ma perfettamente sovrapponibili.

“Amore incarnato” chiama questo nodo “LOVE”, in omaggio a Dante (la riscrittura infatti è attenta a interpretare il sonetto in modo personale senza però snaturarlo - ed è significativo che il mutamento del sesso della persona amata, da madonna a un corpo maschile, non venga percepito alla lettura come una distorsione). Ma questo stesso nodo è designato con più accuratezza dal titolo della raccolta, Desire.

Il concetto di “amore” è sempre esposto a letture sublimanti; il desiderio no. Il desiderare latino accoglie in sé il riferimento all’assoluto (l’astro, il sider) ma gli premette un de- cruciale. Gli etimologi si sono sbizzarriti sul senso originario del verbo (“attendere ciò che porteranno le stelle”, “notare l’assenza o la distanza delle stelle e quindi desiderarle”, “bramare attivamente, cessando di contemplare le stelle a scopo augurale”), ma è comunque in gioco un abbassamento, una concretizzazione, anche una degradazione (abietta e nobilitante, genetiana). Una devoluzione all’io di ciò che un’altra tradizione poetica pone lontano, a distanza di sicurezza.

Lo stesso movimento avviene verso il basso. Se è vero che 

qualsiasi cosa giaccia ancora non recuperata nell’abisso dentro di me mentre muoio muore con me, 

la casa dell’io deve fare tutt’uno con la caverna dell’inconscio. La poesia di Bidart si presta a una lettura psicoanalitica, ma al tempo stesso la ostacola, perché controverte la rassicurante geografia della psiche che oppone forze opposte e ben distinte. Io, id e super-io sono tribù nomadi che viaggiano nella steppa psichica sovrapponendosi e scontrandosi, tra razzie e negoziati, nozze e contaminazioni.

Questo riferire tutti i moti dell’animo a una sorta di “campo unificato” è un tema che torna di continuo in Desiderio. Può recuperare immagini di varia origine. Qui tre suggestioni la ruota della fortuna, la ruota come strumento di tortura, e il ciclo delle reincarnazioni del sarnscira buddhista fanno corpo con il corpo individuale:

(noi siamo la ruota alla quale siamo incatenati)

Qui invece Bidart rielabora Catullo;

Odio e amo. Il corpo insonne che martella un chiodo inchioda se stesso, appeso, crocifisso.

Nella sua raccolta del 1983, The Sacrifice, Bidart aveva diversamente rimodellato l'Odi et amo:

Odio e amo. Pesce zotico, che anche mentre boccheggia cerca l'esca.

Il confronto tra questi due distici è un esempio istruttivo della progressiva reductio del palcoscenico della sua poesia (dalla dialettica soggetto-oggetto, pesce-esca, a una scena in cui soggetto e oggetto coincidono, si incrociano), ma anche del lavorio con cui Bidart è andato costruendo nel corso degli anni la sua complessa coreografia tipografica. Tra l'equilibrio dei colon di “Odio e amo” e la sospensione asimmetrica di “Odio e - amo'' c’è un abisso.

Parlando del rifiuto di idealizzare Amore ho descritto un Bidart antiplatonico, ma la cosa è più complessa.

«Noi rientriamo forme preesistenti», ammette “Borges e io” (e lo ripete “La seconda ora della notte”), anche se «nel riempirle le cambiamo e ne siamo cambiati». Alla spinta centripeta, autobiografica e autoanalitica, corrisponde la vocazione centrifuga di un poeta alla ricerca di vite come quelle dei suoi genitori, di amici come il letterato William Nestrick o l’artista e scrittore Joe Brainard, di figure storiche come Lady Bird Johnson o Vaslav Nijinsky o la paziente di Binswanger nota come “Ellen West”, o addirittura le legioni romane sterminate nella Selva di Teutoburgo.

Alla reductio psichica corrisponde un famelico appropriarsi di vite che sono la sua - ma sono anche altre. Bidart ne assume la maschera, e ne è cambiato. «Naturalmente li avevo già dentro ma ho dovuto ugualmente lasciarli entrare», dice a Halliday. E aggiunge: “La poesia rappresenta un’azione, ed è essa stessa un’azione”.

Poi ci sono altre “forme preesistenti”: quelle offerte dalla tradizione. “Come l’occhio al sole”, che apre Desiderio, è una sorta di villanelle di per sé una struttura rigida - in cui per giunta sono possibili letture diverse a seconda che si segua finterà poesia da capo a fondo o si scelga invece di unire le strofe in una lèxis continua, saltando i ritornelli. Un esercizio virtuosistico: immergere il ferro rovente della materia poetica nell’acqua gelida di una forma chiusa. Ma si resta sempre col dubbio che la materia lungamente esplorata e vagliata (una riflessione esteticometafisica tratta da Marco Aurelio, ma intonata, di nuovo, al pensiero buddhista) sia l’acqua gelida, e la forma preesistente, la prigione delle rime e dei metri, sia il ferro rovente.

Infine c’è la particolare "forma preesistente” del mito. La storia di Mirra. Lungamente, sontuosamente esplorata nel poemetto “La seconda ora della notte”, seguendone tutte le versioni e diramazioni a partire dalla versione ovidiana. Vorrei poterne parlare a lungo. Anche qui troviamo, nella scena in cui Mirra sta per realizzare l’incesto con il padre Cinira, un odi et amo, una rappresentazione del desiderio come contraddizione:

non libera di non desiderare

ciò che la conduce non è COMPUIAfONE né UBERO ARBITRIO:

né quantomeno libertà, qui la scelta, non va

pensata come azione fondata su

predilezione: nessuna creatura è libera di scegliere ciò che

le concede la più possente, e più segreta, liberazione:

10 appago, perché lo contengo

prevale perché è dentro di me

Il paradosso stravolge la topologia etica tradizionale. E tuttavia, ricordiamolo, fonda un’etica. In una poesia rivolta al padre Bidart scrive:

nella coscienza, nella storia delle nostre contraddizioni e della nostra violenza, nella misura in cui si può dire che io sia “morale”, sta il principio del mio essere morale.

La tensione tra libertà e necessità è la sorgente stessa di ogni sofferenza, anche qualora il desiderio venga momentaneamente appagato. L’unica via d’uscita, la richiesta finale di Mirra, è di ottenere una condizione che la sottragga a ogni dialettica, anche quella della perdita e del rimpianto che lega viventi e fantasmi:

Voi siete dèi. Liberatemi, in qualsiasi modo, sia da vita che da morte..

La poesia di Desiderio riconosce dignità e autenticità a questo sogno (dalle sfumature stoico-buddhiste, se non è troppo pericoloso provvederlo di etichette); autenticità, ma non verità. Una caratteristica delle poesie che Bidart ha dedicato a persone scomparse è il rifiuto di ogni retorica della salvezza. Certo, viviamo di fantasmi (forse più che di viventi), e non possiamo fare a meno di immaginare, sognare, soprattutto desiderare il ritorno delle ombre. Ma ogni parte dell’io “mentre muoio muore con me”. E più e più volte la nostra anima deve imparare una verità ancora più profonda dell'odi et amo:

che il copio che ama e odia è fatto di terra, e la tradirà.

Tommaso Giartosio

Desiderio

Con testo originale inglese e traduzione italiana a fronte

Frank Bidart

Frank Bidart “mangia e respira” la cultura alta del ventesimo secolo, dalla musica della Callas e Edith Piaf ai monumenti del cinema classico. Ma Bidart non è un mero esteta: per lui l’arte è forza vitale, “acqua...

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Frank Bidart

Frank Bidart uno dei maggiori poeti statunitensi viventi, è nato nel 1939 a Bakersfield, in California, e abita presso Boston dove insegna al Wellesley College. La sua attività poetica, che copre un periodo di oltre cinquant’anni, è raccolta in HALF-LIGHT -...
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