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Un rapporto rarefatto - Estratto da "La Terapia Segreta degli Alberi"

di Marco Nieri, Marco Mencagli 3 settimane fa


Un rapporto rarefatto - Estratto da "La Terapia Segreta degli Alberi"

Leggi in anteprima il primo capitolo del libro di Marco Mencagli e Marco Nieri e scopri come trarre salute ed energia dal nostro rapporto con gli alberi

Non è poi così difficile ammetterlo, eppure a pensarci bene ci costa una certa fatica: il nostro contatto con la natura è sempre più rarefatto. Niente di nuovo, è un fatto risaputo e comunque la vita scorre lo stesso... magari non proprio come avremmo voluto, ma scorre.

Indice dei contenuti:

L'impronta della natura: davvero indelebile?

Eccola lì, la rimozione del problema. O quanto meno la sua minimizzazione: la natura ci piace, sentiamo che è importante per il nostro benessere, ma non le attribuiamo un ruolo centrale nella nostra vita. Si tratta di una generalizzazione, è chiaro, e per fortuna anche nel mondo attuale ipertecnologico c'è chi la pensa diversamente... e agisce diversamente.

Anzi, fa sempre notizia il crescente ritorno alla vita in campagna da parte di molti giovani dei Paesi a economia avanzata, segno di un'inversione di tendenza nella sensibilità ecologica e ambientale. Ma parliamo comunque di una minoranza.

Nel 2009 la popolazione mondiale ha oltrepassato i 6.840 milioni di individui: è l'anno in cui, per la prima volta, gli abitanti delle città hanno superato quelli delle campagne, un evento che il World Watch Institute aveva previsto per il 2008. I demografi ci informano peraltro che non c'è inversione di tendenza: le previsioni più recenti ipotizzano che intorno al 2030 il 75 per cento della popolazione mondiale vivrà in aree urbane.

In Europa abbiamo raggiunto questo invidiatissimo traguardo già da qualche anno: è talmente invidiato che in quasi tutto il resto del mondo si assiste a una vera e propria corsa all'inurbamento. Le megalopoli mondiali, vale a dire le città che contano oltre dieci milioni di abitanti, sono già una ventina, di cui ben due in Africa.

La notizia corre sui mass media già da qualche anno, ma senza intaccare i nostri stili di vita - ovviamente. Sarebbe lecito chiedersi quanto questo ostinato allontanamento dagli ambienti naturali sia frutto di scelte consapevoli (e soprattutto libere), anche solo considerando la popolazione dei Paesi socialmente più avanzati.

Alla radice della nostra sostanziale indifferenza per questa situazione, bisogna riconoscerlo, c'è un certo desiderio di non sapere. È un comportamento simile a quello che molti hanno nei confronti degli avvenimenti di vasta portata sociale: di fronte a questioni che riteniamo troppo impegnative vorremmo affidare ad altri la soluzione del problema.

Non ci rendiamo conto, però, che il nostro rapporto con la natura è un fatto del tutto personale, anche se fortemente condizionato dalle strutture economiche e sociali nelle quali viviamo. Delegando ad altri, corriamo il rischio di trovarci di fronte a ricette poco digeribili.

Alcuni, per esempio, sostengono in modo provocatorio che l'attenzione verso i problemi dell'ambiente e il rapporto dell'uomo con la natura sia diventata nient'altro che una moda, un fatto di costume.

C'è anche chi ritiene che si debba stabilire un nuovo legame con il contesto naturale: più tecnico, più finalizzato all'ottenimento di benefici basati su un rapporto causa-effetto, con la natura che diventa un mezzo, se non proprio un bene di consumo, per migliorare la nostra vita. Noi ci permettiamo di non essere d'accordo: qualcosa dentro di noi, una voce nel nostro intimo arriva a dirci che non può essere così.

Già. Ma chi è che parla? È lo stesso soggetto che prova disagio quando riconosciamo che ci stiamo privando del contatto con la natura? Probabilmente sì. Forse si tratta di quella parte di noi che custodisce la memoria storica - o per meglio dire, genetica - di chi siamo e da dove veniamo.

Un po' di storia

Dunque, conviene iniziare da qui.

Gli ambienti naturali sono stati per lunghissimo tempo il nostro spazio abitativo o, più esattamente, la nostra casa. Ne siamo stati dapprima timidi inquilini, poi ci siamo prefissati di diventarne ambiziosi dominatori.

Ecco qualche dato su cui riflettere.

Il genere Homo esiste sulla Terra da 2,3-2,4 milioni di anni, secondo gli studi antropologici più recenti. Ma è attribuita alla versione più «umana» del genere Homo - quella che più ci somiglia - un'età di circa un milione di anni, più o meno coincidente con il periodo in cui ha imparato a usare il fuoco.

La specie Homo sapiens ha preso forma poco meno di 200.000 anni fa nel continente africano, stessa culla di origine dei suoi predecessori-antenati. All'epoca della comparsa dell'Homo sapiens esistevano anche l'Homo erectus (in Asia) e l'Homo neanderthalensis (in Europa). Pare che il Sapiens non abbia fatto in tempo a incontrare l'Erectus, che di lì a poco si sarebbe estinto, mentre è certo che almeno 40-50.000 anni fa abbia incontrato e convissuto per un po' di tempo con l'Uomo di Neanderthal, prima che quest'ultimo a sua volta si estinguesse.

Senza entrare nella privacy della suddetta convivenza, basti sapere che buona parte della popolazione europea (quella più autoctona) ha circa il 4 per cento del proprio patrimonio genetico derivante dall'Uomo di Neanderthal, mentre la popolazione originaria dell'Africa non ne ha affatto: quest'ultima è quindi Homo sapiens al 100 per cento.

Dopo la sua comparsa sul pianeta, il Sapiens si è trattenuto brevemente nel suo luogo d'origine, l'Africa, ma sono bastati solo 100.000 anni affinché colonizzasse il Medio Oriente e da 11 si spingesse nelle altre terre emerse: nel Sudest asiatico 70-90.000 anni fa, in Europa 40-50.000 anni fa, in Oceania 30-40.000 anni fa, in America 15-16.000 anni fa, sfruttando anche i passaggi via terra tra i continenti che si erano creati in seguito all'abbassamento del livello del mare durante le glaciazioni del periodo Wùrmiano.

Per un tempo lunghissimo i primi rappresentanti del genere Homo sono stati raccoglitori e poi cacciatori, vivendo quindi di ciò che la natura poteva offrire più o meno spontaneamente. Il passaggio alla società agricola, avvenuto in maniera graduale, è stato appannaggio esclusivo dell'Homo sapiens: i primi agricoltori «di professione» comparvero infatti poco meno di 11.000 anni fa.

Quando ha cominciato a dedicarsi all'agricoltura, l'uomo ha fatto uscire dalla foresta anche le proprie abitazioni. Del resto, i villaggi dei cacciatori-raccoglitori contavano poche decine di persone, mentre quelli degli agricoltori potevano superare agevolmente i cento abitanti: ci voleva più spazio per queste nuove comunità.

Le prime vere città, con alcune centinaia di abitanti, sorgono poco più di 8.000 anni fa (è stato stimato che a quel tempo la popolazione mondiale non superasse i 7-8 milioni di individui, addirittura meno, per fare un esempio, della popolazione di bisonti allora presente nelle praterie del Nord America). Nel corso degli 8.000 anni successivi l'aumento della popolazione urbana non ha sostanzialmente conosciuto inversioni di tendenza, ottenendo il già menzionato sorpasso nel 2009.

Basterebbero questi pochi dati per stabilire con una certa approssimazione che, inaugurando con l'inizio dell'era agricola l'uscita definitiva dalle foreste e dalle savane di una (inizialmente esigua) parte del genere umano, l'uomo in quanto specie ha trascorso il 99,5 per cento del proprio tempo evolutivo in ambienti totalmente naturali. E una parte della popolazione mondiale vi trascorre ancora oggi la sua intera esistenza.

Forse un po' frettolosamente, noi uomini civilizzati tendiamo a definire questi ambienti «spazi verdi», talvolta impropriamente accompagnati dall'espressione «non antropizzati». Ricordiamoci tuttavia che la nostra specie ha vissuto in quei luoghi - e solo in quei luoghi - fino a quelli che, considerando l'intera storia del genere umano, non sono altro che pochi istanti fa.

È quindi plausibile che sia la nostra stessa storia evolutiva a spingerci ad amare gli spazi verdi, persino nei contesti abitativi odierni. Negli ultimi cinquantanni sono stati molti gli studi, soprattutto nei Paesi anglosassoni, che dimostrano questa teoria evoluzionistica e spiegano in modo inequivocabile le preferenze che l'uomo esprime a livello comportamentale ed emotivo verso determinati ambienti naturali.

Questo argomento, importante per comprendere meglio perché fare esperienza della natura porta benefici alla nostra salute, acquista un fascino ancora maggiore se si prendono in considerazione alcuni esempi.

L'indissolubile legame con la natura

La comunità scientifica non è ancora stata in grado di stabilire in modo univoco quanti colori può distinguere l'occhio umano. Differenti report biomedici, anche recenti, forniscono valori compresi tra un minimo di 100.000 e un massimo teorico di 10 milioni di sfumature.

C'è invece convergenza di opinioni (e risultati dei test) sul fatto che il colore verde è quello del quale l'uomo può distinguere il maggior numero di sfumature. La differenza è notevole: per il verde si parla di centinaia di tonalità, per gli altri colori, compresi quelli composti, di alcune decine.

Tutti concordano sull'origine evolutiva di questo fatto. Il verde è il colore più comune in natura, essendo tipico del pigmento clorofilliano presente in tutte le specie vegetali primitive ed evolute che sfruttano il processo della fotosintesi.

Gli antenati dell'Homo sapiens, che non erano di certo tra i mammiferi fisicamente più forti presenti sul pianeta, per aumentare le proprie possibilità di sopravvivenza hanno imparato presto a cogliere le sfumature del verde della vegetazione, decifrando in tempo reale le caratteristiche dell'ambiente circostante.

Chi riusciva a distinguere subito, nel verde dominante del fogliame di una foresta o di una savana, le tonalità che potevano segnalare la presenza di cibo o di predatori, aveva decisamente più probabilità di cavarsela. L'adattamento comportamentale si è quindi tradotto in adattamento morfologico e fisiologico del nostro «sistema di avvistamento»: un'impronta della natura che è rimasta in noi fino a oggi.

Ancora più sorprendenti sono le differenze fra i tempi di reazione davanti alla comparsa improvvisa di un animale o di un oggetto in movimento, come un'automobile o un altro mezzo di locomozione. Recenti studi condotti dall'Università di Santa Barbara, in California, hanno mostrato che anche chi vive in contesti urbani, di certo abituato a far fronte ai pericoli del traffico e dei veicoli in movimento, fa registrare tempi di reazione molto più rapidi alla vista di un animale piuttosto che di un automezzo che compare all'improvviso nel suo campo visivo.

Sono altresì noti alcuni esperimenti statunitensi compiuti su bambini mai esposti in precedenza alla vista di potenziali pericoli animali, come ragni o serpenti: anche se i piccoli non potevano essere consapevoli, in termini cognitivi, della potenziale minaccia, manifestavano una risposta fisiologica allo stress causato dalla semplice visione delle immagini di questi animali.

Esperimenti analoghi sono stati condotti utilizzando tecniche intelligenti di mascheramento per mostrare a individui adulti alcune immagini di animali potenzialmente minacciosi (come un ragno) in sequenza rapidissima, intervallate da immagini neutre, per esempio di fiori o funghi, così che il soggetto non percepisse coscientemente lo stimolo stesso.

Ebbene, l'elettroencefalogramma forniva sistematicamente un responso di stress proprio in presenza degli stimoli minacciosi, segno che le «antiche paure» sono ben radicate nel subconscio e resistono alla rimozione più di altre minacce moderne, come la vista di pistole o armi da taglio.

Studi simili, riguardanti però il senso dell'udito, confermano che l'uomo rileva e decifra i suoni della natura in un modo diverso rispetto a quelli legati alla vita moderna. Per esempio, si potrebbe presumere che un allarme creato con suoni in rapida successione ad alta tonalità (tipici delle segnalazioni di pericolo) scateni nell'uomo una risposta di attenzione in tempi molto rapidi.

Invece, uno studio pubblicato nel 2010 sul Journal of the Acoustical Society of America ha dimostrato che i suoni a cui l'uomo reagisce più rapidamente sono alcuni richiami di animali predatori, come il leone, il leopardo o il giaguaro, anziché i tipici allarmi artificiali.

Questo non vuol dire che sostituire l'allarme dell'antifurto di casa con il ruggito di un leone sia più efficace per scacciare eventuali visitatori indesiderati, anche se pare che qualcuno abbia provato a farlo. Sarebbe interessante conoscere cosa ne pensano i vicini...

D'altra parte, suoni naturali quali lo scorrere dell'acqua di un ruscello o il cinguettio degli uccelli possono camuffare la percezione dei rumori del traffico stradale e di altre attività tipiche di un ambiente urbano. L'introduzione di suoni naturali sembra infatti attenuare il fattore di disturbo caratteristico dei rumori di origine artificiale, in particolare negli ambienti lavorativi indoor.

L'uomo, è evidente, preferisce sempre ascoltare i suoni che provengono dalla natura.

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Marco Nieri, ecodesigner, da circa vent’anni progetta spazi di vita e di lavoro con una particolare attenzione sia alle esigenze ecologiche e di sostenibilità ambientale cha a quelle biologiche dell’essere umano e della vita in Natura. La sua formazione si avvale di esperienze di studio...
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Marco Mencagli, agronomo, ha progettato numerosi parchi e giardini per privati ed enti pubblici.
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