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Un provvidenziale imprevisto - Estratto da "Il Caffè alla Fine del Mondo"

di John P. Strelecky 3 mesi fa


Un provvidenziale imprevisto - Estratto da "Il Caffè alla Fine del Mondo"

Leggi un estratto dal libro di John Strelecky

Arrancavo lungo l’autostrada. Al confronto, una semplice deambulazione sarebbe parsa il Gran Premio di Indianapolis. Dopo un’ora a passo d’uomo, il traffico si fermò del tutto. Premetti il pulsante di Scan sull’autoradio, in cerca di segnali di vita intelligente. Non ce n'erano.

Dopo venti minuti di completa immobilità, la gente cominciò a scendere dalle auto. Non che servisse a qualcosa, ma almeno ora potevamo mugugnare con qualcuno al di fuori dell’abitacolo, tanto per variare un po’.

Stai leggendo un estratto da questo libro:

Il Caffè alla Fine del Mondo

John P. Strelecky

Per trovare la felicita, quella vera, basta il tempo di un caffè (e il libro giusto). John ha bisogno di una pausa da una vita fatta di lavoro frenetico e aspettative altrui, così si prende una vacanza e salta in macchina...

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Il guidatore della monovolume davanti a me continuava a ripetere che doveva arrivare all’albergo entro le sei, altrimenti avrebbe perso la prenotazione. La donna della convertibile alla mia sinistra parlava al cellulare e si lamentava dell'inefficienza dell'intera rete stradale nazionale. Dietro di me, una comitiva di giovani giocatori di baseball stava spingendo l’accompagnatrice verso una crisi di nervi, e mi pareva quasi di sentire quello che stava pensando la poveretta: Non mi ci beccano più. Sostanzialmente, ero solo un piccolo anello di una lunga catena di indignazione.

Finalmente, dopo altri venticinque minuti senza cenni di avanzata, un’auto della polizia arrivò lungo lo spartitraffico erboso, fermandosi ogni cento metri, presumibilmente per aggiornare gli automobilisti su ciò che stava accadendo. E io pensai: Per il bene di questi agenti, mi auguro che siano provvisti di tenute antisommossa.

Impazienti, tutti attendemmo il nostro turno. Quando finalmente la pattuglia arrivò al nostro settore di autostrada, una poliziotta ci disse che cinque miglia più avanti si era ribaltata un’autobotte piena di una sostanza potenzialmente tossica. La strada era stata chiusa. Ci spiegò che potevamo fare inversione e cercare un percorso alternativo - che però non c’era - oppure aspettare gli addetti allo sgombero. E probabilmente ci sarebbe voluta un’altra ora.

La guardai ripartire verso il prossimo gruppo di sconsolati automobilisti. Quando il guidatore della monovolume esternò per l’ennesima volta le sue ansie per la prenotazione in albergo, decisi che la mia pazienza era esaurita, e mormorai tra me e me: «Ogni santa volta che cerco di cambiare aria per un po’, capitano queste cose».

Spiegai ai miei nuovi amici - amici per come li intendono i bambini, cioè persone che mi ritrovavo intorno per caso - che ero al limite dell’esasperazione e volevo provare a cercare un’altra strada. Dopo un ultimo commento sulla prenotazione delle sei, il guidatore della monovolume mi liberò un passaggio, e io passai al di là dello spartitraffico erboso. Dopodiché, ripartii in una direzione diversa.

Prima di partire avevo stampato le indicazioni di viaggio prese da internet. All’epoca mi sembrava una cosa superintelligente: La mappa non occorre, pensavo. Basta seguire queste semplici e inequivocabili istruzioni... che però ormai erano inutili. Perciò accesi il cellulare e richiamai il servizio mappe, ma lo schermo continuava a dirmi: Rete non disponibile. Ebbi una gran nostalgia dello stradario che una volta mi accompagnava in ogni tragitto in auto.

Mentre andavo verso sud, sapendo che avrei dovuto dirigermi a nord, la mia frustrazione cresceva. Cinque chilometri senza un’uscita, che poi divennero dieci, venti, trenta. «E quando ne troverò una non ci avrò guadagnato niente, visto che non ho idea di come arrivare nel punto che mi serve», dissi ad alta voce fra me e me, tanto per farvi capire il mio stato di degenerazione mentale.

Finalmente, dopo quarantacinque chilometri, apparve un’uscita.

Questa è bella, pensai, arrivando in cima allo svincolo. Sono finito nell’unica uscita autostradale in tutto il pianeta che non abbia un distributore di benzina, un fast-food o qualunque altro servizio. Guardai alla mia sinistra. Non c’era niente. E anche a destra c’era la stessa desolazione.

«Be’», mi dissi, «a questo punto non importa che direzione prendo.»

Svoltai a destra, tenendo presente che adesso stavo andando verso ovest, e che al prossimo incrocio promettente avrei dovuto girare ancora a destra. Così, se non altro, mi sarei diretto di nuovo a nord. La strada aveva due corsie di marcia - una mi allontanava ancora di più dal punto da cui provenivo, l’altra mi riportava indietro - e io non sapevo bene su quale mi sarei dovuto trovare. Il traffico era molto rado. E ancora più radi erano i segni di civiltà. Una casa o un cascinale, qua e là, poi più niente, solo boschi e prati.

Un’ora dopo, ero ufficialmente disperso. Le uniche traverse che avevo incrociato erano piccole e con cartelli che non lasciavano presagire niente di buono. Quando si percorrono sessanta chilometri senza vedere un solo essere umano, e la strada su cui ci si trova ha un nome che contiene la parola «Vecchia» (per esempio «Statale 65 Vecchia»), la situazione è grigia.

Alla traversa successiva, che non era più ampia delle precedenti, svoltai a destra. Era un gesto disperato. Se non altro, ora andavo verso il punto cardinale giusto, anche se non avevo idea di dove mi trovavo. Rimasi sgomento nel vedere che anche il nome di questa strada conteneva l’aggettivo «Vecchia».

Si stavano facendo le otto, il sole si abbassava sull’orizzonte. La sera calava, l’esasperazione cresceva.

«Dovevo restare sull’autostrada», ringhiai rabbioso. Mi ero tanto agitato all’idea di perdere un’ora, e adesso ne avevo perse due, e ancora non avevo idea di dove diamine fossi.

Diedi un pugno al tettuccio, come se la colpa fosse stata dell’auto, o come se fosse potuto servire a qualcosa.

Altri dieci, venti, trenta chilometri, ancora niente. Il serbatoio era a meno di metà. A quanto vedevo, fare marcia indietro era ormai impensabile: con la benzina che mi restava, non potevo più tornare al punto di prima, ammesso che riuscissi a trovarlo. E quand’anche ce l’avessi fatta, lungo tutto il tragitto non c’era nemmeno un distributore.

Non potevo che tirare dritto, sperando di trovare un posto dove fare il pieno e mangiare qualcosa. Il livello della mia frustrazione era inversamente proporzionale a quello del carburante.

E pensare che ero partito per sfuggire alla frustrazione. Già a casa ne avevo fin sopra i capelli, tra il lavoro, le bollette e, per certi versi, la vita in generale; adesso anche qui? Questa doveva essere un’occasione per rilassarmi e «ricaricarmi».

Che strano modo di dire. Ricaricarsi. Come batterie, che si esauriscono, si ricaricano, si esauriscono, si ricaricano... e la cosa non porta a niente di buono.

Il sole era ormai calato dietro gli alberi e il crepuscolo si stava rapidamente stendendo sulle campagne. Gli ultimi residui di luce diurna erano tracce rosate e aranciate sulle nuvole, ma io non facevo molto caso al cielo, perché ero tutto concentrato sulla strada, e sulla mia situazione in via di peggioramento. Ancora nessun segno di presenza umana.

Di nuovo abbassai lo sguardo sull’indicatore del carburante. «Meno di un quarto di serbatoio, e via a calare», dissi ad alta voce.

L'ultima volta che avevo dormito in macchina, ero all’università. Erano passati anni, e non avevo certo in programma di rivivere quell’episodio, ma sembrava sempre più probabile che mi sarebbe toccato.

Dovrò pur dormire, pensavo, così avrò abbastanza forze da proseguire a piedi in cerca di aiuto, quando l’auto sarà rimasta a secco.

Il Caffè alla Fine del Mondo

John P. Strelecky

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John P. Strelecky

John P. Strelecky, dopo avere studiato per anni per diventare pilota ed avere perso l'abilitazione per un insospettato problema cardiaco, ha imparato a guardare alla vita con uno spirito nuovo che gli ha consentito di trovare rapidamente la sua vera strada.
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