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Un mondo di plastica

di Filippo Solibello 6 mesi fa


Un mondo di plastica

Leggi un estratto dal libro "Stop Plastica A Mare" di Filippo Solibello

Corro a casa, perché devo capire, ho bisogno della Rete. Mi fiondo alla scrivania, apro il computer e in un istante mi sento come Tom Cruise in Minority Report. Certo, io ho un semplice portatile da 13 pollici... allora abbasso le aspettative e mi sento come il protagonista di Ready Player One, che entra in Rete da una megalopoli disastrata e non lo ferma più nessuno.

Vabbè, lasciamo perdere, diciamo che apro il browser e inizio a navigare.

I primi prototipi di qualcosa che assomiglia alla plastica nascono con uno scopo nobile, anzi nobilissimo: nel 1870 due americani, i fratelli Hyatt, brevettano la celluloide con l'idea di sostituire l'avorio nella produzione delle palle da biliardo. Invece di uccidere i poveri elefanti per le zanne, i due creano una sostanza che presto viene usata anche dai dentisti per prendere le impronte delle arcate, e poi diventerà fondamentale per le pellicole cinematografiche.

Gli elefanti nella savana festeggiano insieme alle zebre e alle giraffe, contemporaneamente i giovani cineasti iniziano a sognare le grandi opere che popoleranno l'immaginario del pianeta negli anni a venire, il mondo è scosso dalla rivoluzione industriale, ma i mari per fortuna sono ancora abbastanza puliti e le sale non sono ancora inondate di cinepanettoni natalizi.

I pesci guardano dall'acqua gli elefanti che danzano allegri, si chiedono che cosa avranno mai da festeggiare, ma per il momento loro sguazzano felici nei mari e negli oceani.

Dalla celluloide è un attimo e si arriva presto alla bakelite (1910), al pvc (1912) e al cellophane (1913); le applicazioni commerciali di queste sostanze arriveranno dopo una ventina d'anni ma a quel punto nulla sarà più come prima. I vecchi telefoni, le prime radio, per esempio, erano fatti di bakelite, e iniziavano a popolare le città proprio tra le due grandi guerre.

Negli anni Trenta c'è poi la svolta del petrolio, che diventa la principale materia prima da cui vengono derivate le nuove plastiche. E con la Seconda guerra mondiale e le necessità degli eserciti vengono sviluppate diffusamente materie e tecnologie che hanno poi permeato la seconda metà del secolo: dal nylon al pet, dalla fòrmica al vinile. Immaginate cosa sarebbe stato il dopoguerra senza le calze di filanca o i paracadute, senza i piani resistenti delle nostre cucine o i dischi dei Beatles.

E a chiudere una volta per tutte la gara sul materiale che avrebbe segnato più di ogni altro il ventesimo secolo ci ha pensato poi un italiano, l'unico a vincere il Nobel per la Chimica, lo scienziato Giulio Natta, che nel 1954 scopre quello che nel 1957 verrà commercializzato come Moplen e invaderà definitivamente tutte le case sotto forma di scolapasta, bacinelle, attaccapanni, spremiagrumi, vasche, tavoli, vaschette, lampade e mille altri oggetti.

Da allora non ci siamo più fermati: nel 1965 lo svedese Sten Gustaf Thulin brevetta la busta della spesa di plastica (oggi se ne consumano ancora tra cinquecento e mille miliardi all'anno!), nel 1973 l'americano Wyeth brevetta la prima bottiglia in pet per le bibite gassate, e poi le plastiche diventano parte integrante di auto, computer, astronavi, caschi, barche, oggetti di arredo, case, fabbriche, uffici, diventano la materia della modernità, quello che ci rende diversi da tutto ciò che eravamo prima.

Dal 1972 esiste anche una Hall of Fame della plastica, negli Stati Uniti, dove ogni tre anni vengono celebrati gli uomini e le donne che hanno reso un servizio memorabile ai nostri amati polimeri.

Sì, ma come siamo finiti dal museo degli eroi all'emergenza planetaria? Dove è nato tutto questo allarme che all'improvviso ha pervaso il globo terracqueo? Perché improvvisamente i più importanti mezzi di informazione, le più grandi multinazionali, gli influencer di tutto il pianeta hanno deciso che eravamo travolti dall'emergenza plastica?

E io dov'ero? Io che ho sempre avuto una discreta coscienza ambientalista, che ho sempre voluto bene agli animali, che ho sempre (ok, quasi sempre) fatto la raccolta differenziata in maniera coscienziosa, che ogni tanto mi spingo fino alle porte della città (Milano) e contemplo stupefatto il miracolo della natura (gli alberelli che crescono di fianco alla tangenziale).

Ebbene, io dov'ero mentre Theresa May dichiarava guerra al sacchetto di plastica? Dov'ero mentre la Nuova Zelanda finiva sulla prima pagina del "Corriere della Sera", nell'estate 2018, per avere messo fuori legge i suddetti sacchetti? Vuoi vedere che ancora una volta noi italiani arriviamo buoni ultimi? Vuoi vedere che mentre eravamo in mille altre faccende affaccendati questi ci hanno come sempre scavalcato e superato, lasciandoci il solito, triste, ultimo posto nelle classifiche europee?

E io che pensavo ci fosse solo l'emergenza cambiamento climatico, io che credevo di avere fatto il mio dovere di cittadino responsabile, lanciando nel 2005 una campagna sul risparmio energetico che si chiamava "M'illumino di meno", ora scopro che mi sono perso la nuova ultima emergenza: la plastica.

Analizzando un po' più a fondo questo allarme mi accorgo subito che è un problema grosso, enorme, preoccupante, c'è ed è innegabile: molta, troppa plastica finisce nei fiumi, nei laghi, quindi nei mari e negli oceani.

Senza dilungarmi in aride cifre, vi basterà sapere che di questo passo nel 2050 il peso di tutti i rifiuti di plastica nelle nostre acque, dai pezzi più grandi a quelli invisibili, sarà pari al peso di tutti i pesci che vivono nelle suddette acque. Ora siamo a tre parti di pesci ed esseri viventi e una di plastica, fra trentanni arriveremmo a due parti di pesci e due di plastica.

Immaginatevi una bella piscina, piena di pesciolini e pescioloni che nuotano allegramente, mentre intorno a loro galleggiano un'infinità di rifiuti, sacchetti, frammenti, pezzi grandi e piccoli che formano vortici, isolette e agglomerati che di certo non impreziosirebbero la detta piscina.

È come se le nostre città all'improvviso fossero ricoperte di rifiuti, non un po' di sacchetti intorno ai cassonetti, e neanche cumuli di immondizia, come purtroppo ci è già capitato di vedere. Immaginate rifiuti di ogni tipo sparsi dappertutto, per le strade, nei negozi, nelle case, nelle scuole, sui posti di lavoro, nei campi dove coltiviamo il cibo, una quantità crescente e mostruosa di rifiuti che si impossessa dei luoghi della quotidianità. Ora pensate di vivere lì dentro come fanno pesci e creature degli abissi da una ventina d'anni a questa parte.

Ecco quello che mi sono perso: una portentosa e impressionante escalation dovuta alla rapidità con cui negli ultimi due decenni le economie mondiali si sono basate sulla plastica, senza tuttavia occuparsi del suo corretto smaltimento. Senza pensare che cosa avrebbe comportato un modello di sviluppo basato sull'usa e getta, senza avere prima riflettuto sulle conseguenze ambientali di un simile boom.

Servono esempi per capire la portata di quello che è accaduto dal Duemila in poi: la metà di tutta la plastica prodotta dall'umanità da quando questa materia è stata inventata è stata fabbricata all'incirca negli ultimi quindici anni!

Vuol dire che siamo passati da una produzione mondiale di circa 15 milioni di tonnellate all'anno nel 1964, ai 350-400 milioni di tonnellate all'anno di oggi. E solo quindici anni fa, intorno al Duemila, se ne producevano più o meno 200 milioni di tonnellate all'anno, e dieci anni prima, nell'Ottantanove, mentre aspettavamo la caduta del Muro di Berlino, ne producevamo solo 100 milioni di tonnellate.

È una crescita esponenziale, incredibile, stupefacente, e a questo punto non è difficile capire da dove arrivi la nuova "emergenza plastica".

Tra tutti i materiali prodotti dall'uomo, la plastica è medaglia di bronzo per quantità totale, al terzo posto dopo il cemento e l'acciaio. La piccola differenza è che cemento e acciaio, come potete intuire, hanno una vita un po' più lunga della plastica. E qui sta il vero inghippo: quanto dura la "vita lavorativa" della plastica, prima che venga gettata nei rifiuti? Mediamente poco, molto poco.

Ovviamente esistono tanti tipi di plastica diversi e hanno tutti "durate" differenti, ma, per esempio, dei 407 milioni di tonnellate di plastica prodotta nel 2015, quella destinata all'edilizia, che è più o meno il 15 per cento, dura 35 anni, quella che sta nei macchinari industriali (lo 0,7 per cento) dura 20 anni, quella usata per i trasporti (6 per cento) arriva a 13 anni, quella per il settore elettrico (4 per cento) viene pensionata dopo 8 anni, dopodiché la parte più consistente ha una vita ben più breve.

La plastica usata nel tessile (14 per cento) viene congedata dopo 5 anni, quella nei prodotti di consumo (il 10 per cento) arriva a 3 anni, e in cima alla classifica c'è quella impiegata per gli imballaggi, che rappresenta circa il 35 per cento della plastica prodotta in un anno e ha un'aspettativa di vita che non arriva nemmeno a sei mesi.

Secondo uno studio dell'Università della California, in collaborazione con la Georgia University, nel 2015 di tutti i rifiuti di plastica prodotti nel mondo, ne abbiamo riciclato solo il 9 per cento, ne abbiamo incenerito il 12 per cento, mentre il restante 79 per cento è finito nelle discariche o negli ambienti naturali, oceani compresi. Le stime più attendibili dicono che ogni anno buttiamo in mare tra 5 e 12 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. È mostruoso.

Oggi è solo il primo giorno di questa avventura, ma forse abbiamo capito da dove dobbiamo partire: non si tratta semplicemente di una materia, di polimeri e formule chimiche, si tratta di noi. Si tratta di capire che tipo di sviluppo, quali modelli produttivi, distributivi, di consumo ci immaginiamo. Dobbiamo scegliere dove andare, in che direzione.

Il futuro non è scritto, lo diceva Joe Strummer, il cantante dei Clash, dobbiamo essere noi a decidere come vogliamo i nostri mari, le nostre città, i nostri fiumi. La scienza e la tecnologia in questo caso sono corse velocissime rispetto al pensiero e alla riflessione sugli stili di vita e sulle nostre società.

Eravamo intenti a capire cosa sarebbe stato del mondo dopo la fine della Guerra Fredda e abbiamo avuto giusto il tempo di far suonare l'allarme del cambiamento climatico, ma nel frattempo non ci siamo accorti che in alcuni appartamenti del nostro condominio (il pianeta Terra) si erano già rotti dei tubi e stavamo allagando diversi piani. Ora abbiamo l'acqua alle caviglie, ma è acqua mista a pezzetti di plastica. Come facciamo a rimediare?

Mi serve un calendario. Ci attaccherò sopra ogni giorno un post-it giallo, con un gesto che mi aiuti a ricordare quello che scopro e che posso fare per salvare il nostro amato corpo celeste. Il vecchio Joe aveva ragione: il futuro non è scritto, dobbiamo scriverlo noi, su questi foglietti. Prendo il primo e annoto: "Conoscere, informarsi, capire".

Il giorno due volge al termine, il sole tramonta sulla città di Milano, i grattacieli mi tranquillizzano, la loro vicinanza alle guglie del Duomo mi conforta sulla possibilità di legare in maniera armonica passato, presente e futuro. Il mare è a poche centinaia di chilometri, domani bisognerà mettersi in viaggio e toccare con mano il pericolo, il Grande Blu ci attende.

Suona ancora il telefono, è il Cavalluccio parlante, dice due sole parole: «Ti aspetto».

Stop Plastica A Mare

30 piccoli Gesti per Salvare il Mondo dalla Plastica

Filippo Solibello

Mentre il mondo affoga nella plastica, ognuno di noi può fare la differenza. Ogni anno 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani, inquinando le acque e uccidendo gli animali che in essi vivono. Quando poi le...

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Filippo Solibello

Filippo Solibello, conduttore radiofonico e televisivo, esordisce nel 1991 su Radio Popolare. Nel 2000 affianca Massimo Cirri alla conduzione di Caterpillar, su Rai Radio 2, per cui nel 2005 realizza M'illumino di meno, una campagna di sensibilizzazione ambientale sui temi del cambiamento...
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