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Un lusso per pochi

di Sebastiano Zanolli 10 mesi fa


Un lusso per pochi

Leggi un estratto dal libro "Alternative" di Sebastiano Zanolli e scopri come puntare al massimo senza trascurare però un piano di riserva

La storia di Facebook, social network creato - o rubato - in un dormitorio universitario e portato al successo senza tanti business pian crea un miraggio affascinante che però rimane sempre un miraggio, o peggio una allucinazione che a volte diventa collettiva.

La storia di Bill Gates che vendette un software che ancora non aveva è a prima vista esaltante, ma, se la approfondisci, non ti sembra poi più così auspicabile fare lo stesso e nemmeno ti sembra che il successo di Microsoft sia il risultato di un fallimento.

Storie come questa, riprodotte infinite volte sul web e ripetute come nel gioco del telefono senza fili con cancellazioni, generalizzazioni e distorsioni, hanno visto stravolto completamente il loro senso originario.

Stai leggendo un estratto da questo libro:

Alternative

Aspira al meglio, preparati al peggio e tieni sempre pronto un piano B

Sebastiano Zanolli

Non conta cosa ti capita ma quanto, come e a cosa ti sei preparato. Non lasciare che l'imprevedibilità ostacoli il successo, tieni sempre pronto il tuo piano B. In una società che cambia continuamente in modo imprevedibile, il passato non è un...

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E così è stato per la già citata lean startup e per il motto “Fall fast, succeed faster”, che sono diventate pseudo-filosofie manageriali seducenti, ma pericolosissime.

Sono simili al suggerimento di costruire un paracadute mentre state precipitando da un aeroplano, non trovi?

Sono davvero tante le storie con le quali si sta impacchettando e mettendo in vendita una cultura del fallimento che illude e mette in pericolo le persone.

Tornando alla mia ricerca su Google, gli esempi di fallimento più gettonati sono: il giovane Albert Einstein in difficoltà all’Università, Bill Gates che abbandona la carriera di avvocato e l’università di Harvard, Joanne Bowling respinta a Oxford e vittima di svariati rifiuti da parte degli editori. E naturalmente i novemila (che diventano diecimila o ventimila, a seconda delle diverse versioni) tiri sbagliati dal cestista Michael Jordan e le venticinque bottiglie vendute da Coca-Cola nel primo anno di attività.

Dimenticati nel buco nero della storia manageriale finiscono invece i meno fascinosi fallimenti, come per esempio quello di George Bell, geo di Excite, che nel 1999 si rifiutò di acquistare Google per appena settecentocinquantamila dollari o come quello dei proprietari della casa discografica Decca Records che nel 1962, in seguito a una giornata di audizioni, si assicurarono le prestazioni dei Brian Poole e dei Tremeloes. Ma rifiutarono i Beatles perché considerati “fuori moda”.

Esistono due aspetti che contribuiscono, quasi scientificamente, a portare le persone a credere che fallire sia non solo normale, ma necessario per ottenere la vittoria finale.

Il primo aspetto è “l’effetto alone” o halo effect.

In un esperimento del 1920, lo psicologo statunitense Edward Lee Thorndike coinvolse due comandanti a cui fu chiesto di valutare i loro soldati in termini di qualità fisiche, pulizia, voce, fisico, condotta ed energia, intelletto, capacità di leadership e qualità personali, tra cui affidabilità, lealtà, responsabilità, altruismo e cooperazione.

L’esperimento di Thorndike rivelò che la valutazione, positiva o negativa, di una delle qualità di un soldato tendeva a influenzare le opinioni espresse sulle altre qualità.

Questa correlazione è stata definita come “errore alone”.

La valutazione degli ufficiali era basata principalmente sulla percezione generale di alcune caratteristiche che poi determinarono i risultati delle altre valutazioni.

Per esempio, questo è il motivo per cui riteniamo che se una persona è molto bella, allora debba essere anche molto pulita. O che, se un personaggio del cinema è particolarmente attraente, allora è anche molto bravo come amante.

La nostra mente estende il livello di una caratteristica molto evidente, che conosciamo e riconosciamo, come per esempio la bellezza, ad altre caratteristiche sul cui livello non abbiamo informazioni; in questo modo completiamo in modo armonico, anche se immaginario, il quadro.

Questo stesso principio è citato da Phil Rosenzweig, professore ed esperto di strategia aziendale, nel libro The Maio Effect.

La tesi di Rosenzweig è che gran parte della teoria manageriale si basi poco su metodi testati in modo adeguato e molto di più sul successo avuto dai loro promotori e ideatori.

Accettiamo per assunto che un determinato approccio metodologico che ha portato al successo una persona famosa sia valido anche per noi. La narrazione del marketing per vendere libri e seminari fa il resto ed è sufficiente per convincere che il segreto del successo stia solo nel seguire adeguatamente il loro percorso e approccio imprenditoriale.

Su questo, c’è un simpatico meme che gira per esempio sui social e raffigura i garage più famosi della storia, quelli da dove hanno preso vita aziende come Microsoft, Walt Disney, Apple, Harley Davidson; è accompagnato da una didascalia eloquente: “Se vuoi avere successo, inizia con un garage.”

Un garage è facile da trovare. Meno facile è trovare il modello di business che funziona.

Ma se distorci e generalizzi, alla fine sembra che basti il garage per vendere più libri e corsi.

Lo stesso Eric Ries, in un’intervista a Wired del 2012, in un certo senso lo ha ammesso onestamente.

Un’altra distorsione cognitiva riguardante l’elogio del fallimento e il malinteso motto “Fail fast, succeed faster” è quella che lo studioso e premio Nobel 2002 per l'Economia Daniel Kanheman ha definito “euristica della disponibilità”.

Questo fenomeno si verifica quando si tende a stimare la probabilità di un evento sulla base della vividezza e dell’impatto emotivo di un ricordo, piuttosto che sulla sua probabilità oggettiva. Tendiamo, insomma, a dare più peso alle informazioni più recenti e più emozionanti. È facile dunque dimenticare gli insuccessi e tenere a mente solo i successi.Per quanto i fallimenti siano enormemente più numerosi.

Secondo le FAQ dell’ufficio legale di Advocacy della U.S. Small Business Administration, un organismo governativo statunitense, circa l’80% delle piccole imprese sopravvive al primo anno; la metà delle piccole imprese sopravvive oltre i cinque anni e solo un’azienda su tre raggiunge il traguardo dei dieci anni.

Da un’analisi Cribis aggiornata a giugno 2019, solo in Italia falliscono ogni giorno trentuno aziende. Più di una all’ora.

Di queste, la maggior parte fallisce perché non aveva pensato abbastanza ai meccanismi di profitto e di business.

Secondo una ricerca CB Insights tra le prime venti cause di fallimento troviamo infatti: mancanza di mercato, il team sbagliato, la location sbagliata, mancanza irrisolvibile di cash, nessuna idea di marketing, poco o zero focus.

Questo fenomeno si dimostra ancora più allarmante e confermato se approfondiamo le storie che vi sono dietro. Sul sito getautopsy, che sdogana e sembra elogiare il fallimento, è impressionante leggere tra i motivi per cui le startup falliscono: “Il mercato era troppo piccolo o non esisteva”, “Il prodotto non funzionava”, “Non era una buona idea come pensavamo”.

Fallimenti di questo tipo non dovrebbero venire incensati e romanzati, perché non sono stati determinati da quel tipo di ostacolo al quale si risponde tenendo duro e basta.

Questi sono tuffi di testa nell’acqua bassa, o comunque verso il pericolo, e in questi casi il fallimento è molto probabile. Si tratta di temerarietà esasperata e, soprattutto, più che non avere paura mi pare si suggerisca agli aspiranti imprenditori di allontanarsi anche dalla prudenza. Quella che ti tiene lontano dai precipizi o ti fa preparare bene se sai che dovrai camminare sull’orlo di un burrone.

La teologia del “fallimento felice” mostra molti punti deboli, ma soprattutto non conduce in paradiso.

Le storie delle start-up — nella new economy solitamente aziende di piccole dimensioni - che si lanciano sul mercato sull’onda di un’idea innovativa, soprattutto nel campo delle nuove tecnologie, sono per molti versi esemplificative di questa cultura. Su Autopsy ne troviamo molte.

Ma anche se il lavoro che fa questo sito è utile, resta il fatto che sul tavolo autoptico c’è un cadavere, e sarebbe stato meglio che non ci fosse. Invece, passa il concetto che morire fa bene.

No. Morire fa bene a chi ti disseziona e, probabilmente, a chi presenzia all’autopsia cercando di capire le cause del decesso per mettersene al riparo. Ma non fa bene a te, se tu sei il cadavere. Sarebbe stato meglio non morire, insomma.

Forse sembra scontato, ma c’è bisogno di ribadirlo: fallire può essere tollerabile, ma non sarà senza conseguenze.

Se fallire, invece, non è mai considerato negativamente, abbiamo un problema serio. Un problema reale.

Dietro ogni impresa che chiude, che fallisce, vi sono persone che perdono soldi, certezze e dignità. E in un Paese come l’Italia questo è ancora più grave. In un periodo come quello che stiamo vivendo, vi sono due problemi che intrappolano in un circuito senza apparente via di uscita coloro che falliscono:

  1. Sembra non esserci alternativa in termini di lavoro.
  2. L’unica opportunità appare quella dell’autoimpiego. Autoimpiego e imprenditoria che però sono quasi sempre anche autofinanziate e non sfuggono alla possibilità di un fallimento.

Adottare e applicare acriticamente la cultura imprenditoriale statunitense nel nostro Paese, in cui la permeabilità sociale e la facilità nel cambiare lavoro o iniziare un’attività imprenditoriale non sono esattamente fenomeni comuni e semplici, comporta numerosi pericoli.

Mi piace il monito del professor Luciano Floridi, con il quale ho avuto modo di conversare su questo tema.

Lui, italiano ma operante in un contesto anglosassone, vede bene il pericolo e la contraddizione: “Si può permettere di fallire chi vive in un contesto dove chi paga il tuo fallimento non sei tu. E se la società non ti aiuta, la cultura del fallimento importata dall’estero ti fa fare solo uno schianto da cui non ti riprendi.”

Dunque, bisogna riflettere, aprire gli occhi e dircelo apertamente: se vivi in una società che non ti aiuta o non ti sorride quando fallisci, è meglio non fallire. Fallire fa male, crea danni principali e collaterali. Sangue e lacrime sono prodotti tipici dei fallimenti, non sono l’eccezione, ma la regola.

Ho esperienze familiari dirette di quello che sto affermando e l’esempio che portavo ai miei cari, da giovane formatore inesperto, di persone inarrivabili e imparagonabili come Steve Jobs o di Thomas Alva Edison, servivano solo a farmi mandare a quel paese alla velocità della luce, con colorite espressioni venete che suonerebbero più volgari, ma anche molto divertenti.

Soprattutto coloro che sono sensibili alle tematiche dell’auto-miglioramento e della crescita personale corrono un pericolo: innamorarsi del fallimento o considerarlo come qualcosa che a loro non accadrà mai.

Visto che a quasi tutti piace essere d’accordo con persone con cui sono in sintonia e visto che quasi tutti tendiamo a farci demoralizzare da coloro che ci fanno sentire scomodi, insicuri e dubbiosi circa i nostri punti di vista, ci adeguiamo entusiasti al pensiero superficiale e pericoloso del “fallimento felice”.

James Alias, giornalista e scrittore, spiegando il suo travaglio dopo essere stato licenziato, cosa che lo portò a diventare un poeta e romanziere famoso, scrisse che: “Forse non tutti possiamo permetterci il lusso di fallire.”

Già. Non a tutti è concesso di planare con grazia se si spegne il motore del loro aeroplano.

Non a tutti è concesso rigiocare la partita del lavoro o della vita dopo essere incappati in un disastro.

Fallire è un lusso per pochi. Per la maggior parte delle persone c’è bisogno di alternative.

Alternative

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Sebastiano Zanolli

Sebastiano Zanolli

Manager, scrittore e formatore, già marketing manager Adidas in Germania e General Manager Diesel Italia. Responsabile Didattico del progetto “Alta Scuola dei Giovani di Confindustria Italia”, è autore di cinque best-seller, tra cui “Dovresti tornare a guidare il camion, Elvis”,...
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