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Un diario nel deserto - Estratto da "Il Ritorno del Guerriero di Pace"

di Dan Millman 2 settimane fa


Un diario nel deserto - Estratto da "Il Ritorno del Guerriero di Pace"

Leggi un capitolo estratto dal libro di Dan Millman e seguilo nel suo viaggio verso la scoperta di una una vita più ispirata e realmente degna di essere vissuta

Sicuramente Socrate non intendeva dire che dovevo andare nel deserto a cercare un diario praticamente vuoto! Un libro di pagine bianche ce l’ho già, pensai guardando il mio taccuino che aveva strappato la fodera dello zaino portandomi a scoprire quella lettera.

Anch'esso aveva un lucchetto con chiave come quello che aveva descritto lui, e sembrava già logorato come mi sentivo io in quel momento. Feci un profondo respiro prima di immergermi di nuovo nella sua storia:

“La saggezza del tuo cuore", aveva scritto. Ma cosa capiva il mio cuore? Cosa valeva la pena raccontare di guanto avevo appreso? Chiedendomi di riempire le pagine vuote di quel sottile volumetto, Nada mi aveva dato un obiettivo al di là della vita ordinaria, ma era un obiettivo che avevo poche speranze di conseguire. Ero in grado di scrivere delle parole che avessero qualche significato? Il solo pensarci mi riempiva di dubbi.

Seduto in quel giardino di cactus con il suo taccuino sulle ginocchia, non riuscivo nemmeno a immaginare di scriverci qualcosa. Tuttavia ebbi l’intuizione che fosse arrivato il momento di un cambiamento. Decisi che avrei attraversato l’intero paese passando per i deserti del Sudovest per trascorrere il resto della mia vita sulla costa occidentale degli Stati Uniti. Dopo essermi stabilito in California, o forse in Oregon, avrei pensato a come usare carta e penna.

Nei giorni successivi preparai i miei bagagli, feci visita alla libreria antiquaria e gironzolai un’ultima volta per la città. Ma le cose che mi attiravano erano tutte dentro di me. Pagine di memoria che si giravano una alla volta.

E questo mi porta a pensare a te, Dan, e al le sfide e ai dubbi che anche tu hai dovuto affrontare per cercare di assimilare e di incarnare ciò che ti ho rivelato. Mi chiedo ancora quanto possa fare una persona per aiutare o illuminare la vita di un'altra. So per esperienza che la mera conoscenza non rimuove le difficoltà della vita, ma una comprensione più profonda e una prospettiva più ampia possono aiutarci ad affrontare le avversità con maggiore resilienza e con uno spirito migliore. Il compito che ora ti assegno - trovare il taccuino che ho perso - proverà quanto ti sia servito il tempo che abbiamo passato insieme.

Quella lettera era inequivocabilmente di Soc. L’aveva scritta, con ogni probabilità, soltanto qualche anno prima. A quell'epoca era chiaramente ancora vitale e aveva conservato una mente acutissima. Mi sentivo come se stessi incontrando il suo sé più giovane per la prima volta. Cosa l’ha spinto a condividere la sua vita interiore così apertamente?, mi chiedevo. Forse il vecchio sente la mia mancanza tanto quanto io sento la sua.

Con quel pensiero in testa tornai alla sua lettera:

Per aiutarti a capire cosa ha da offrirti quel taccuino e come l’ho perso, fammi tornare alla mia storia. Pochi giorni dopo avere lasciato New York raggiunsi Denver. Da là, con vari passaggi andai a sud, verso i monti Sangre de Cristo e a Santa Fe, nel New Mexico, dove mi fermai per qualche giorno prima di trovare un passaggio fino ad Albuquer-que, da cui pensavo di dirigermi verso ovest lungo la Route 66.

A circa un’ora a ovest di Albuquerque, il camionista che mi aveva dato il passaggio mi fece scendere all'altezza di un pueblo indiano e mi indicò quella che secondo lai doveva essere una scuola lungo la strada.

Quando la nuvola di polvere alzata dal camion si dissolse, riuscii a distinguere dei profili che si perdevano all'orizzonte e che potevano essere una città fantasma o un miraggio. Mi incamminai nella direzione indicatami per riempire la borraccia prima di tornare sulla strada principale.

Qualche minuto più tardi, dopo essere passato davanti a un grande masso di granito e a dei cactus con dei fiori color magenta-strano che immagini di questo genere tornino in mente-arrivai a un edificio scolastico di un'unica stanza fatto di mattoni d'argilla rossa. I bambini giocavano in un cortile polveroso delimitato da un giardino ben tenuto.

Mentre riempivo la borraccia con una pompa a mano, una bambina si avvicinò e si presentò. Mi rimase particolarmente impressa, annunciandomi con baldanza che un giorno avrebbe insegnato in quella scuola. Menziono questa bambina perché, dato che l'avrei incontrata nuovamente, potrebbe essere importante. Il suo nome dev'essere stato Emma.

Tornai sulla strada e trovai un altro passaggio che durò per tutto il giorno e la notte, fino alla sera successiva. Nel silenzio di quel paesaggio arido, nel deserto del Mojave in Arizona (ma può essere stato anche dopo, più a nord, verso il Nevada), pensai a Nada e alle sue ceneri nel giardino dei cactus. Decisi di accamparmi per la notte a una cinquantina di metri dalla strada.

A una qualche ora della notte mi svegliai in preda a una realtà alternativa, come se avessi ingerito del peyote o altre piante psicotrope. Un'ondata di idee brillanti mi riempì, quindi presi il taccuino e iniziai a scrivere al chiaro di luna.

Contemporaneamente, la temperatura del mio corpo aumentò e uno stato febbrile oscurò la mia mente cosciente, permettendo agli elementi di una realtà più profonda di riversarsi sulle pagine. Non riuscivo a stare al passo del flusso di Idee. Non ricordo se le frasi fosse-

ra complete e nemmeno se avessero un senso compiuto. La febbre mi annichiliva ma io continuavo a scrivere, non più consapevole né delle parole né di ciò che mi circondava. Avevo la testa che pulsava. Mi sentivo stordito, confuso. Il deserto era entrato in me, prima con un calore bruciante e poi dandomi i brividi. Samarra, pensai. Questa è Samarra.

Mi sono rimaste solo delle impressioni oniriche su ciò che accadde in seguito: ricordo che vagavo lungo la strada... scrivevo... dormivo sul letto di un fiume... scrivevo... inciampavo e cadevo... scrivevo ancora... giorno e notte... Passò un giorno, due. forse tre, come le pagine sfogliate di un libro, del suo diario. Ricordo che scesi da un camion aggrappato allo zaino dove custodivo il taccuino. Potrei averne parlato, del taccuino e di ciò che avevo scritto sulla vita eterna, con uno sconosciuto, probabilmente anche con qualcun altro.

A un certo punto, forse temendo che qualcuno potesse prendermelo o che io lo perdessi nel deserto, devo avere trovato un posto sicuro dove lasciarlo, con l’intenzione di tornare in seguito a recuperarlo. Forse sono salito su una collina. Ho vaghi ricordi di oscurità e di luce. Un tunnel. Un luogo alto. A parte questo, nient’altro.

La febbre saliva e scendeva. In certi momenti un’oscurità mi inghiottiva. In altri sperimentavo stati di lucidità, raggi di luce. Una volta tornai in me incappando in una strada nel deserto. Sì, penso che fosse il Mojave. Arizona o Nevada, forse vicino al confine. Non ne sono sicuro. Qualcuno mi diede un passaggio, poi un altro. Confuso, forse mi sistemai dall’altra parte della strada e venni riportato a sud e poi a est, di nuovo ad Albuquerque.

Ero così perso nei deliri della febbre che riuscivo a ricordare da dove venivo ma non dove stavo andando. Mi ritrovai più diana volta a parlottare da solo e a conversare con insetti e altri animali in paesaggi immersi nella luce, veri o immaginari. In quel sogno a occhi aperti apparve un uomo del posto. Un latinoamericano, penso. Mi versò dell’acqua sulla testa.

Più tardi sentii un panno fresco sulla fronte e vidi un soffitto bianco. Ero su un letto pulito. Un giovane dottore mi disse che ero quasi morto e che mi trovavo in una clinica o un ospedale a ovest di Albuquerque. Forse vicino alla scuola dove mi ero fermato a rifornirmi d’acqua.

Rimasi debole per un po’; entravo e uscivo dallo stato di coscienza. Il mio zaino impolverato era su una sedia vicino alle mie cose. Capii solo più tardi che il taccuino non c’era più. Avevo la vaga sensazione di averlo nascosto, ma non ricordavo minimamente dove.

Dopo avere lasciato l’ospedale, pensai di cercarlo per poter leggere ciò che avevo scritto. Di nuovo in viaggio verso ovest, scrutavo il deserto dal finestrini delle auto e del camion, sforzandomi di ricordare dove potevo averlo nascosto. Cercavo dei punti di riferimento, mi aspettavo di trovare degli indizi odi avere l’impulso di voltarmi e tornare indietro.

Anche dopo essermi stabilito a Berkeley, in California, attesi pazientemente che emergesse un ricordo o un’intuizione, ma non riuscivo a ricostruire né il momento né il posto In cui lo avevo depositato. Forse non ero destinato a farlo. Da quei giorni nel deserto, questa lettera è tutto ciò che ho scritto a riguardo. Mentre scrivo appaiono delle immagini: un luogo buio, un tunnel, la pelle arroventata dal sole di un uomo del posto, delle tende bianche, la voce di una bambina.

So di non darti molto su cui basarti per andare avanti, Dan. Ma ricorda: ovunque poserai un piede, apparirà un sentiero.

“Apparirà un sentiero?”, farfugliai. “Ma dai, Socrate, qualcosa di più ci dovrà pur essere!”. Ma se così fosse stato lo avrebbe ricordato, me lo avrebbe detto.

Ripensai al tempo passato insieme. Nei rari momenti in cui mi era sembrato che Socrate avesse un’aria assente, stava forse pensando al taccuino o alle parole che aveva scritto e non riusciva a ricordare?

E allora dove mi sta portando tutto questo?, mi chiesi rivedendo un momento preciso della mia vita, appena prima che la mia moto si schiantasse contro il paraurti di una Cadillac che aveva svoltato davanti a me, spezzandomi una gamba dopo un salto mortale che finì con una rovinosa caduta sull'asfalto. Ricordavo ancora il pensiero che mi aveva accompagnato: Non sta succedendo. La stessa sensazione che stavo provando in quel momento. Niente aveva un senso. Socrate non aveva idea di dove fosse nascosto quel taccuino. Eppure voleva che io lo trovassi. Finii di leggere la lettera.

Ciò che scrissi in quel taccuino potrebbe esserti di aiuto. Oppure quelle parole ti riveleranno soltanto le farneticazioni di un'immaginazione in preda alla febbre. Il viaggio è la vera ricompensa, Dan. Ma potresti anche scoprire che è valsa la pena di dare la caccia a quel tesoro. Fa' in modo che sia la tua luce interiore a mostrarti la strada.

Buon viaggio,

Socrate

Quando ripiegai la sua lettera e la infilai nella busta, pensai all'ultima volta che l’avevo visto in carne e ossa. Era seduto sul letto di un ospedale di Berkeley, sembrava stesse abbastanza bene, anche se era un po’ pallido dopo essere stato a un passo dalla morte. Doveva avere scritto quella lettera nelle settimane o nei mesi successivi. Poi l’aveva spedita a Marna Ghia per tenerla al sicuro.

Guardai fuori mentre il sole hawaiano sorgeva trasformando le foglie in smeraldi, ma la mia attenzione era velata e oscurata dalle domande: Perché Socrate mi ha dato questo compito? È un’iniziazione, un test, un modo per passarmi il testimone? O semplicemente è troppo vecchio per cercarsi il taccuino da solo?

Quando ci eravamo incontrati per la prima volta, aveva sostenuto di avere novantasei anni e da allora ne erano passati otto. Eppure riuscivo a sentire la sua presenza e me lo raffiguravo che si puliva con uno straccio le mani sporche di grasso o che tagliava le verdure per una zuppa o per un’insalata, che preparava per noi due a notte fonda nell'ufficio di quella vecchia stazione di servizio.

La sua lettera indicava Albuquerque, una scuola e un ospedale lì vicino. Ma il deserto del Mojave si estende tra la California, l’Arizona e il Nevada. “Solo qualche migliaio di chilometri quadrati in cui cercare”, bofonchiai sarcastico, come se lui mi fosse seduto di fronte. “Potrei volare ad Albuquerque, ripercorrere i suoi passi andando a ovest verso il Mojave e iniziare a scavare”.

Oppure, pensai, posso attenermi al mio programma e andare in Giappone. Il biglietto ce l’avevo. Ero già quasi a metà strada e a circa cinquemila chilometri dai deserti del Sudovest, che si trovavano in direzione opposta.

Sapevo che non avrei potuto andare in ogni piccolo ospedale del New Mexico cercando di accedere a cartelle cliniche private vecchie di decenni. Quello che Soc mi sta chiedendo non è soltanto difficile. Ne ho fatte di cose difficili, ma questa è impossibile! Mi ritrovai a camminare su e giù per la mia stanza d’albergo parlando di nuovo da solo: “Mi dispiace Soc, questa volta no! Non passerò dei mesi giocando a fare don Chisciotte tra le dune e guardando sotto ogni pietra del Sudovest. Non posso farlo. Non lo farò!”.

Eppure non riuscivo a liberarmi di quanto aveva scritto, ossia che senza quel taccuino sarei arrivato in Giappone a mani vuote, “come un cercatore che mendica qualche conoscenza”. Per di più, in precedenza non avevo mai detto di no a Soc. Proprio allora mi venne in mente uno dei miei libri preferiti. Il signore degli anelli, in cui il piccolo Frodo, contro ogni logica e probabilità, ce la fa. Ma quella storia è solo un romanzo di fantasia, ricordai a me stesso, questa è la vita vera!

Una volta Socrate mi aveva detto: “Quando un’opportunità bussa alla tua porta, fatti trovare con i bagagli pronti”. I miei bagagli erano pronti, ma per il Giappone! Tutto era già organizzato. E se non avessi trovato la sua lettera? E se fosse rimasta occultata nella fodera dello zaino? Be’, la realtà era che l’avevo trovata. Con un grande sospiro la infilai nel mio taccuino vuoto, che rimisi nello zaino.

Tentennavo: volevo andare in Giappone, non volevo andare a caccia di un misterioso diario nel deserto. Come disse Socrate una volta: “È meglio fare ciò che devi fare piuttosto che non farlo e averne un buon motivo”. Dovevo cercare quel taccuino?

Decisi di dormirci sopra. Ma prima di addormentarmi, mi ricordai di nuovo di inviare la cartolina a mia figlia quando fossi arrivato all’aeroporto di Honolulu: un posto per partire, un posto per decidere.

Il Ritorno del Guerriero di Pace

La scuola segreta

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Dan Millman

Dan Millman, ex atleta campione mondiale, professore di college e insegnante di arti marziali, ha ispirato milioni di lettori in ventotto lingue. È intervenuto a numerosi convegni di scrittori e attualmente viaggia in tutto il mondo per presentare i seminari del Guerriero di Pace a persone...
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