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Tutto ciò che c'è di buono - Estratto da "Elogio dell'Idiozia"

di Riccardo Dal Ferro 4 mesi fa


Tutto ciò che c'è di buono - Estratto da "Elogio dell'Idiozia"

Leggi l'introduzione del libro di Riccardo Dal Ferro e scopri cosa realmente vuol dire "essere idiota" e perché non si tratta per niente di un difetto

Questo libro è un tentativo idiota.

Come ogni tentativo del pensiero, ma ancor di più come ogni manifestazione dei desideri, delle paure e delle attitudini di un essere umano, esso è impregnato di idiozia. Perciò, il lettore sia consapevole che leggere questo libro non è meno idiota dell’averlo scritto. Su questa base si poggia tutta la trattazione successiva: io e il lettore siamo sullo stesso piano. Sulla definizione di idiozia, mi perdoneranno i più impazienti che vogliono capire perché sia stato dato loro dell’“idiota”, per ora stenderemo un velo di doveroso silenzio, dal momento che si tratta di un concetto indefinibile tanto quanto quello di “amore” o “perversione”.

Ciò su cui possiamo concordare preventivamente è che dall’idiozia nessuno è esente. L’idiozia si insinua in ogni discorso, ogni sapere e ogni anfratto sociale, politico, economico e culturale. L’idiozia è multiforme e camaleontica, riesce a impregnare anche la persona più colta e intelligente, mentre altri imbecilli li abbandona, di tanto in tanto, giusto per prendersi gioco di loro. L’idiozia è interclassista e interculturale, è puntiforme e contagiosa, ma non si sviluppa attraverso focolai poiché non è un’epidemia che ci raggiunge dall’esterno, come se fosse un virus creato in laboratorio, essa si sviluppa dall’interno, dalla struttura stessa del nostro modo di pensare e stare al mondo.

Non sono certo pochi coloro che hanno cercato di scandagliare la natura dell’idiozia, ma proprio a causa delle sue puntiformi manifestazioni essa sfugge a una comprensione piena e lucida. L’idea dell’idiota così come ci viene mostrata da Dostoevskij è radicalmente differente rispetto allo stupido integrale che ci viene presentato da Carlo Maria Cipolla: mentre Myskin è vittima di circostanze che pur si è edificato da sé e della sua idiozia e dalle conseguenze implicate egli è il primo ad essere travolto, l’idiota di Cipolla invece è l’individuo più pericoloso che esista e le conseguenze della sua stupidità sono primariamente rivolte a coloro che lo circondano.

L’idiozia letteraria possiede molte forme tra loro contraddittorie, di volta in volta diventa malvagia e innocente, pericolosa oppure innocua. Nel Macbeth l’idiozia prende la forma dell’insensato: «La vita non è che un’ombra che cammina, un povero istrione che si agita tronfio per un’ora sulla scena e del quale poi non si sente più nulla. E' un racconto narrato da un idiota, pieno di frastuono e di furia, del tutto privo di significato...», mentre nel sonetto di Giordano Bruno si trasforma nell’ingenua ignoranza del rozzo popolo che è preda della superstizione:

Oh sant’asinità, sant’ignoranza, / Santa stoltizia, e pia divozione, / Qual sola puoi far l’anime si buone, / Ch’uman ingegno e studio non l’avanza! [...] Aspettando da Dio la sua ventura. / Nessuna cosa dura, / Eccetto il frutto dell’eterna requie, / l.a qual ne done Dio dopo l'esequie!

L’idiozia di cui questo libro parla non si riassume però in alcuna delle immagini sopra riportate. Certamente, l’idiota di cui qui si fa l’elogio porta occasionalmente con sé molte delle caratteristiche descritte, ma l’aspetto più fondamentale dell’idiozia è a mio parere un altro. Il punto non è quello di condannare l’idiozia, quanto piuttosto quello di mostrare che l’idiozia è motore fondamentale di tutto quanto di buono c’è nell’essere umano e che senza di essa non solo è impensabile l’uomo, ma che quest’ultimo, privato della sua parte idiota, sarebbe un vegetale, un corpo inerte, privo di ingegno, motivazioni e desiderio, con ogni probabilità volto ad una veloce estinzione.

Non si tratta soltanto di tessere una lode letteraria di questa figura tutt’altro che mitologica, ma addirittura di affermare che la genialità è impensabile senza idiozia, che la spinta alla scoperta, alla sopravvivenza, alla comprensione non esisterebbero quando private dell’idiozia. Per questo, l’idiozia non si risolve nell’essere malvagia, colpevole, condannabile come quella di Cipolla e Dostoevskij, né nel suo essere rozza, ridicola e trascurabile come quella di Giordano Bruno. L’idiozia non si liquida con la fin troppo presente considerazione secondo la quale bisognerebbe mettere a tacere gli idioti, o che bisognerebbe togliere loro il diritto di voto.

L’idiozia non si costringe tra le corde che la supposta superiorità morale, intellettuale e politica dei nostri giorni impone a tutti coloro che manifestano contrarierà di pensiero e di azione rispetto a quello che riteniamo “normale” o “non idiota”. L’idiozia è qualcosa di più ricco, complesso ed eccedente rispetto agli esempi di cui ho parlato poco fa e per questo la necessità di sviscerarla in un modo alternativo si è presentata fortissima ai miei occhi.

Per tutto quanto detto sopra, risulta necessaria un’annotazione (non) metodologica.

Non saprei dire se questo che state leggendo sia definibile come un testo di “filosofia”, oppure il semplice chiacchiericcio di un cervello fin troppo sbottonato. Verrà definito come “saggio” soltanto per necessità editoriale, o forse per volontà di marketing, ma vi assicuro che di saggio, dal mio punto di vista, qui leggerete ben poco. Di certo è il frutto di un’impellenza, sia storica che personale.

Viviamo un’epoca in cui la pretesa di superiorità morale, intellettuale e politica sta alla base dell’esplosione dei movimenti populisti che mettono in crisi i modelli finora vigenti. Un’epoca in cui l’idiozia viene usata come pretesto per esautorare opinioni, prospettive e proposte che, pur risultando a volte difficili da digerire, dovrebbero venire perlomeno vagliate con la serietà che si attribuisce a un qualsiasi pensiero umano.

E quando un pensiero viene tacciato di idiozia senza che a esso venga data una risposta o posta una confutazione, la conseguenza più ovvia è la radicalizzazione di quel pensiero e la diffusione dell’idea che esso esprime.

Perciò, ben lungi dal voler espellere dal gergo dell’attualità il termine di “idiozia”, il mio intento è invece quello di universalizzarlo. Non sono le idee malsane a non essere idiote, sono piuttosto le idee più brillanti a essere impensabili senza l’idiozia che permea ogni strato del discorso umano.

Come vedremo più avanti, la difficoltà di definire e circostanziare l’idiozia è al tempo stesso l’occasione per accusare di idiozia qualunque cosa non ci vada bene, cercando di eliminarla dalla scacchiera sociale, e l’opportunità di comprendere che alla base di un’idea vincente, di un’opinione brillante, esiste un barlume di idiozia senza il quale non avremmo mai potuto arrivare a una determinata intuizione.

Insomma, se togli il diritto di voto agli idioti, lo togli a tutti quanti.

Non meno importante, questo libro rappresenta una necessità personale e molto intima. Ciò che mi ha spinto a scrivere queste righe è stata soprattutto l’evidenza secondo la quale il punto a cui sono arrivato, tanto nella mia vita personale quanto in quella pubblica, è stato il frutto per la maggior parte di scelte idiote che mi hanno portato ad azioni proficue. Se guardo alle mie spalle, mi rendo conto facilmente delle scelte incoscienti (se non addirittura inconsce) che mi hanno spinto fin dove sono.

Con questo non sto affatto dicendo di essere stato vittima inconsapevole delle mie scelte poiché, come accennato in precedenza, l’idiozia non è affatto un movimento passivo come voleva Dostoevskij, ma è parte integrante del nostro modo di pensare e agire, è un aspetto fondamentale di quanto facciamo e perciò non ci rende irresponsabili delle nostre azioni.

Per tutti questi motivi, mi piacerebbe che il lettore non si trovasse di fronte a una rigida trattazione filosofica, ma a un discorso per quanto possibile lineare in cui scovare, nel puntiforme modo con il quale l’idiozia stessa si manifesta ai nostri occhi, gli aspetti più interessanti, contorti e perturbanti che lo caratterizzano in quanto idiota. E anche se poche volte parlerò di me stesso, mi sembra doveroso dire che ogni singola riga di questo libro è partita da un indagine su di me e che se ho l’ardire di presupporre un’idiozia quasi universale è solo perché l’ho trovata prima di tutto in me stesso. Io sono il primo degli idioti.

La trattazione è suddivisa proprio per questo motivo in “immagini” e non in capitoli che seguano un necessario ordine. Le immagini catturano gli occhi, pretendono che ogni lettore trovi un ordine personale, intimo e desiderato, più che darlo in pasto al susseguirsi dei concetti così come li ha voluti esprimere l’autore.

Di questo libro io non sono che l’estensore non certo l’autorità, ed è per questo che invito il lettore a “guardarlo” prima di leggerlo: un’immagine attirerà lo sguardo e l’interesse di alcuni, mentre altri verranno catturati da altre immagini, proprio come di fronte a un dipinto i cui elementi ricordano aspetti dell’infanzia, dell’adolescenza, di traumi passati e gioie dimenticate, facendo sì che ogni spettatore si concentri su particolari ben precisi.

Questo libro è un paesaggio in cui ognuno deve sentirsi libero di poter spaziare, indugiare e sorvolare su quanto vorrà, senza per questo sentirsi colpevole o mancante. Io stesso l’ho scritto, ma dovrei dire l’ho vissuto, con questo spirito, e non vedo perché il lettore dovrebbe farne un’esperienza differente.

Certo, ciò potrebbe non giovare al rigore della trattazione, alla scientificità con cui oggigiorno siamo soliti scrivere le opere filosofiche. Ma sono convinto che nel mezzo delle molte importanti opere accademiche, le quali per postulato seguono rigide norme di pubblicazione, sia necessario lanciare nel vuoto anche parole caratterizzate per libertà e spontaneità, ma che non cadano per questo nel banale. La filosofia deve potersi esprimere anche attraverso questo slancio.

L’arte è pensiero che esce dal corpo / né più e né meno come lo sterco.

Perciò, chi si addentri tra queste pagine sperando di trovare rigore e sistematicità sia immediatamente avvisato: questo è un libro gettato, lanciato dalla finestra, espettorato con uno spasmo. Questo gesto non è però il semplice frutto di un impulso intestino, si tratta di una decisione ben ponderata che riflette la spaccatura costitutiva del pensiero umano, al tempo stesso virtualità e corporeità, ragionamento e istinto, pacatezza e slancio. Siamo al tempo stesso rotolanti e immobili, impauriti e audaci, incoscienti e responsabili: «Poiché ciascuno di noi era parecchi si trattava già di molta gente», scrissero Gilles Deleuze e Félix Guattari ne L’anti-Edipo.

Per concludere questa introduzione, la mancanza di rigore di quest’opera, il rifiuto di seguire le regole e le imposizioni che dettano il giusto modo di proporre un libro al pubblico, sono al tempo stesso le più basse e le più alte manifestazioni del mio lavoro.

La più bassa, perché è frutto di un conato, di un’incoscienza, di una necessità quasi organica che non ho scelto di assecondare ma che mi si è presentata come sentiero inevitabile da percorrere, anche se avrei tanto voluto poter scrivere un libro come quelli di Maurizio Ferraris, Gianni Vattimo, Michel Onfray e altri ordinatissimi e rigorosissimi funamboli delle accademie, e mi sarebbe piaciuto fregiarmi della capacità di dare alle stampe un testo formalmente impeccabile con il quale costruirmi credibilità, immagine e serietà, e non crediate che non ci abbia provato (questa che leggerete è la quinta stesura di un libro quasi abortito).

Ma è anche la più alta, proprio perché essendomi sfuggita dalle mani ha la capacità di toccare corde così profonde da far vibrare la sensibilità di un gran numero di persone.

Se ho voluto seguire questa non-sistematicità è perché vorrei che ognuno vi trovasse quanto ha bisogno di trovare, e non quello che desidero io. Ma soprattutto, vorrei che tutti avessero accesso a quanto scritto più avanti, non solo coloro che sono abituati a seguire determinati canoni di riferimento che avvicinano, per forza di cose, solo chi conosce già un certo linguaggio.

Proprio perché l’universalità non sta tra le vette del pensiero astratto, del formalismo accademico, dell’ordine intellettuale predeterminato, ma nelle bassezze dell’animo, nelle contraddizioni che ci accomunano, nel cosmo dei comportamenti mai detti e mai confessati che fanno di noi quello che siamo. Non ci accomunano le regole, ci accomuna un fragile disordine.

L’atto più idiota di tutti è senza dubbio tentare di percorrere questa strada, quella dell’universalità, della confessione, del non rigore, scrivendo un libro. Come se non ce ne fossero già abbastanza, di libri idioti, ho scritto un libro nella speranza di essere sufficientemente idiota da porgervi un libro meno idiota di quanto possa sembrare.

Elogio dell'Idiozia

Un maldestro tentativo di farmi capire

Riccardo Dal Ferro

L'idiota è sempre un altro. Aborriamo l'idea di essere noi stessi gli idioti, nonostante le evidenze siano molto spesso contro questa tendenza universale. Eppure, l'idiozia non è una forza distruttiva: non solo essa...

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Riccardo Dal Ferro è filosofo, scrittore ed esperto di comunicazione e divulgazione. Direttore delle riviste di filosofia contemporanea ENDOXA e FILOSOFARSOGOOD, porta avanti il suo progetto di divulgazione culturale attraverso il suo canale Youtube “Rick DuFer” e lo show...
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