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Tutti pazzi per i vaccini - Estratto da "Vacci-Nazione"

di Giulia Innocenzi 4 mesi fa


Tutti pazzi per i vaccini - Estratto da "Vacci-Nazione"

Leggi in anteprima un capitolo tratto dal libro-inchiesta di Giulia Innocenzi e scopri tutto quello che c'è da sapere sul dibattito sui vaccini

L’impegno del governo sul fronte dei vaccini parte da lontano. Nel 2014 la ministra Lorenzin, accompagnata dall’allora presidente dell’Agenzia del farmaco Pecorelli, si reca a Washington per presenziare al Global Health Security Agenda, un vertice fortemente voluto dagli Stati Uniti.

In quei giorni il virus Ebola stava colpendo l’Africa subsahariana e terrorizzando il resto del mondo, e c’era bisogno di una risposta da parte dei grandi della Terra.

Indice dei contenuti:

Italia capofila

Oltre alle emergenze, però, in quel vertice vennero trattate delle questioni a lungo raggio in campo sanitario, e l’Italia ottenne un ruolo molto importante: «capofila delle strategie vaccinali a livello mondiale», così titolava con orgoglio il comunicato stampa dell’Agenzia del farmaco.

Per Pecorelli era «un importante riconoscimento scientifico e culturale all’Italia, soprattutto in questo momento in cui stanno crescendo atteggiamenti ostili contro i vaccini».

D’accordo anche la ministra Lorenzin: «Se vogliamo evitare il collasso dei sistemi sanitari del ’Vecchio continente dobbiamo rafforzare i processi di vaccinazione verso tutte le persone che vivono in Europa».

In quei mesi l’Italia ricopriva la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea, e nel programma semestrale del nostro Paese figurava la volontà di dare «priorità ai vaccini come strumento efficace per la salute pubblica».

Quel che dice l’OMS

All’epoca però la parola d’ordine quando si parlava di vaccinazioni era «raccomandare». Anche Pecorelli, da Washington, disse che occorreva «intensificare le campagne informative in Europa», laddove erano «in crescita fenomeni anti vaccinazioni».

Questo orientamento anti-vaccini è complesso e ampio, e non solo italiano, tanto che per meglio comprenderne la natura nel 2014 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha messo al lavoro un gruppo di esperti che ha redatto un rapporto specifico.

Nel linguaggio degli esperti questi fenomeni vengono racchiusi nella formula «diffidenza vaccinale», e cioè «il ritardo nell’accettazione o il rifiuto dei vaccini a fronte della loro disponibilità». Secondo l’OMS, è «un comportamento influenzato da una serie di fattori, inclusi la fiducia, nel vaccino o nel fornitore, la noncuranza, intesa come la mancanza di percezione del bisogno di un vaccino, e la convenienza».

Gli individui esitanti fanno parte di un gruppo eterogeneo e hanno diversi livelli di dubbi sui vaccini, da quelli che li rifiutano interamente, a quelli che ne evitano alcuni in particolare, a quelli che hanno dubbi e preoccupazioni ma che li fanno tutti comunque. Nel rapporto si legge che la diffidenza vaccinale è influenzata da una mancanza di fiducia nella «efficacia e sicurezza dei vaccini», nei «servizi sanitari e il personale medico», e infine nelle «motivazioni dei politici che decidono sui vaccini da fare».

Il documento dell’OMS si focalizza quindi sulla strategia per contrastare questo fenomeno mondiale. La comunicazione è molto importante anche se non decisiva, ma se viene fatta da «un governo sfiduciato» potrebbe «causare più sfiducia».

Meglio mettere in campo una risposta multi fattoriale: puntare direttamente sulle popolazioni non vaccinate; incrementare la conoscenza e la consapevolezza sull’importanza dei vaccini; migliorare l’accesso alle vaccinazioni; rendere i vaccini obbligatori o imporre delle sanzioni ai non vaccinati.

L’obbligatorietà compare così come una delle opzioni da utilizzare per contrastare la diffidenza vaccinale. Che uno Stato può decidere legittimamente di adottare, come ha confermato anche la Corte costituzionale nel novembre 2017.

Gli esperti però sottolineano come «queste strategie possono essere viste come coercitive e invadenti e possono limitare la fiducia» e «scatenare conseguenze negative non volute». Per questo, l’obbligatorietà dei vaccini come alternativa per rispondere alla diffidenza vaccinale «deve essere approcciata con cura e cautela. L’impatto delle conseguenze negative potenziali (per esempio la sfiducia nei confronti del programma di immunizzazione) potrebbe superare i benefici potenziali come l’incremento della copertura vaccinale».

Europa: meglio raccomandare che costringere

In 15 Paesi europei non è previsto neanche un vaccino obbligatorio. Sono soprattutto i Paesi dell’Est Europa, come Polonia, Bulgaria, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Lettonia, Slovenia, ad avere il più alto numero di vaccini obbligatori, perché, secondo Pier Luigi Lopalco, professore di Igiene e medicina preventiva all’Università di Siena, questo rappresenta un «retaggio del collettivismo».

Mentre per le democrazie dell’Europa occidentale, la vaccinazione obbligatoria è «l’eredità di leggi vecchie di decenni», che infatti riguardano i vaccini contro malattie come tetano, difterite e poliomielite, quelle per le quali si partì con le vaccinazioni di massa negli anni Sessanta e Settanta. «Dopo quella fase tra gli esperti di sanità di tutto il mondo si è diffusa la convinzione che l’immunizzazione dovesse essere raccomandata, non obbligatoria».

Secondo una ricerca redatta nel 2010 che metteva a confronto le varie politiche nazionali di vaccinazione in Europa, alla quale ha partecipato lo stesso Lopalco, «l’obbligatorietà dei vaccini può essere considerato un modo per migliorare l’adesione ai programmi di vaccinazione. Tuttavia, in diversi Paesi europei questa adesione è alta usando solo lo strumento della raccomandazione».

In Norvegia, dove vige la libertà di scelta, nel 2016 il tasso di copertura vaccinale era del 100% per la prima dose di vaccino contro difterite, tetano, pertosse. La Germania, che ha scelto lo strumento della raccomandazione, ha introdotto multe salate fino a 2500 euro per i genitori che non vaccinano i propri figli. E prima della nuova legge italiana, la Germania era l’unico Paese europeo a chiedere il certificato delle vaccinazioni per l’ammissione a scuola.

Insomma, laddove non c’è l’obbligatorietà possono essere adottati meccanismi che incentivino comunque a vaccinare. Fra gli altri Paesi con zero vaccini obbligatori, ci sono Austria, Danimarca, Irlanda, Regno Unito, Portogallo, Spagna. In Belgio e in Olanda è obbligatorio soltanto il vaccino contro la poliomielite.

Naturalmente, per tutti i Paesi che scelgono la strada della raccomandazione, è cruciale una capillare opera d’informazione e campagne di sensibilizzazione della popolazione. Proprio mentre l’Italia stava approvando la nuova legge che estende a dieci il numero di vaccini obbligatori, la Francia ha annunciato che sarebbe passata da tre a undici vaccini obbligatori. 

Italia (flashback): graduare l’obbligatorietà?

E in Italia? Come siamo arrivati a dieci vaccini obbligatori? Facciamo un breve excursus.

Il primo obbligo sui vaccini ha riguardato l'anti-difterico ed è entrato in vigore nel nostro Paese nel 1939. Nel 1963 toccò alla vaccinazione anti-tetanica, nel 1966 Fanti-poliomielitica, mentre nel 1981 l'anti-epatite B. Questi sono i quattro vaccini che erano obbligatori prima che entrasse in vigore la nuova legge del 2017. L’obbligo di vaccinarsi per accedere a scuola è decaduto in Italia nel 1999; da allora non è stato più necessario presentare il certificato delle vaccinazioni per la frequenza scolastica. La Regione Veneto, nel 2007, ha deciso di sospendere l’obbligatorietà delle vaccinazioni, facendo venire meno alcune conseguenze, tra le quali la segnalazione al tribunale dei minori.

Secondo la Regione, l’obbligatorietà era da considerarsi un concetto ormai desueto. E non era l’unica. Nel maggio del 2015, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha condotto un’indagine conoscitiva sul settore dei vaccini per appurare se vi erano distorsioni di mercato o «asimmetrie informative» a favore delle imprese farmaceutiche sul tema.

Interpellando vari soggetti istituzionali, è emerso che altre regioni, come il Friuli-Venezia Giulia, le Marche, la Valle d’Aosta, l’Emilia-Romagna, il Piemonte, la Basilicata e la Provincia Autonoma di Trento, consideravano la distinzione tra vaccinazioni obbligatorie e facoltative come «antistorica» e chiedevano «l’adozione di uno strumento normativo che, abrogando le norme precedenti e rivedendo il concetto di obbligatorietà, classifichi e definisca in modo univoco tutte le vaccinazioni» previste dal Piano nazionale.

La stessa Agenzia del farmaco sosteneva, rispondendo all’indagine dell’Agcm, l’esigenza di prendere in considerazione «una soluzione di graduazione di raccomandabilità dei vaccini», perché «un sistema più flessibile» sarebbe stato più adatto «a rispondere in maniera consapevole alle tensioni di tipo culturale sempre più evidenti in tema di vaccinazioni».

Effetto gregge

Torniamo al giorno d’oggi. Maggio 2017. Durante la conferenza stampa di presentazione del decreto legge che rendeva obbligatori dodici vaccini, poi scesi a dieci con il passaggio parlamentare, la ministra Lorenzin ha detto che dopo il decreto del 1999, che aboliva l’obbligo di certificazione vaccinale per iscrivere i minori a scuola, «la copertura vaccinale era ampiamente sotto il 95% per le vaccinazioni che fino a oggi erano considerate obbligatorie e invece per quelle raccomandate, ma che noi riteniamo di primaria importanza per la salute pubblica, neanche vicini al 90%».

I dati più aggiornati confermano quanto detto dalla ministra: 93% la copertura di poliomielite, difterite, tetano ed epatite B, cioè le quattro già obbligatorie, e 87% per le raccomandate, morbillo, parotite, rosolia (haemophilous influenzae di tipo B e pertosse, le altre due all’epoca raccomandate, avevano lo stesso tasso di copertura delle obbligatorie. Il perché ve lo spiegherò successivamente).

In un passaggio ulteriore della conferenza stampa la ministra ha aggiunto: «Quando definiamo la soglia del 95% per l’effetto gregge, per dare un’immunità a tutta la comunità di appartenenza, significa che quel 95% è il minimo che possiamo avere per avere una copertura ottimale. Avere il 93 non va bene»

È così? Dipende dalla malattia di cui stiamo parlando. L’«effetto gregge» è una forma di protezione indiretta che si verifica quando l’immunizzazione di una parte significativa della popolazione fornisce una protezione anche agli individui non vaccinati. La ministra ha fatto riferimento «agli anziani che ancora oggi muoiono di tetano» mentre parlava dell’immunità di gruppo. Il tetano, che si contrae quando un taglio o una ferita viene contaminato da un batterio, è proprio la malattia che non ha alcun effetto gregge, perché non è contagiosa.

Per le altre la soglia della protezione indiretta grazie all’immunità di gregge si stima intorno all’80-85%, e solo per la pertosse e il morbillo, malattie altamente contagiose, l’effetto gregge sale al 95%. Inoltre la diminuzione delle coperture vaccinali si basa sul rilevamento effettuato di prassi intorno ai 24 mesi di vita. Non consente, quindi, di cogliere il fenomeno di quei genitori che decidono di vaccinare i loro figli un po’ più in là nel tempo rispetto a quanto previsto dal calendario vaccinale.

L’Usl di Verona ha analizzato la popolazione sotto i 14 anni, e ha scoperto che non solo la copertura vaccinale era al 95,5% per la poliomielite e per le altre vaccinazioni obbligatorie, ma al 93,5% per la prima dose di morbillo.

C’era quindi uno stato di emergenza, tale da giustificare un decreto legge, che secondo la Costituzione è da adottare in casi straordinari di necessità e urgenza? No.

Questa è la risposta che ha dato il presidente del Consiglio Gentiloni, sempre durante la citata conferenza stampa di presentazione del decreto. Semmai si poteva parlare di uno stato di «preoccupazione alla quale il governo vuole rispondere», vista «la mancanza di misure appropriate» nel corso degli anni e «il diffondersi di comportamenti e teorie antiscientifiche».

Ma basta questo per giustificare una misura che ha fatto schizzare l’Italia al vertice della classifica dei Paesi col più alto numero di vaccini obbligatori?

Emergenza morbillo

E allora perché questo cambio di rotta, che ha portato il Consiglio dei ministri a licenziare un decreto che prevedeva inizialmente ben dodici vaccini obbligatori?

In un’intervista rilasciata a pochi giorni dall’approvazione della legge, la ministra Lorenzin ha detto che era necessario tornare all’obbligatorietà perché rispetto ai casi di morbillo avevamo avuto «un incremento di oltre il 500% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. A livello di criticità l’Organizzazione Mondiale della Sanità dice che sul morbillo siamo il secondo Paese fra Europa e Africa».

E' vero, i dati sul morbillo sono allarmanti. Nei primi dieci mesi del 2017 i casi di morbillo sono stati 4689, di cui quattro decessi.'* Tanto che in aprile le autorità statunitensi avevano pubblicato un avvertimento per chi avesse voluto recarsi in Italia, consigliando di vaccinarsi contro il morbillo, e a luglio l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva rilasciato un comunicato in cui esprimeva «grande preoccupazione».

Non è la prima volta per l’Italia. Dal settembre 2007 al maggio 2008 i casi di morbillo erano stati 2079. Molto più gravi i dati del 2002 quando si verificò una vera epidemia: 30.000 persone colpite da morbillo, con sei decessi. La copertura vaccinale contro il morbillo in Italia non è mai riuscita a raggiungere la soglia di sicurezza del 95%, quella che garantisce il cosiddetto «effetto gregge», cioè la copertura indiretta e sufficiente per l’intera comunità.  Il dato nazionale si attesta oggi all’87%, sceso di tre punti dal 2013.

Perché allora non rendere obbligatorio solo il vaccino contro il morbillo, oltre ai quattro già previsti?

Di certo l’attenzione della ministra Lorenzin sul tema è alta da tempo. Ma non sempre i dati che ha comunicato erano corretti. Ad esempio, a distanza di un anno esatto è intervenuta così in due trasmissioni tv: «A Londra, cioè in Inghilterra, sono morti 270 bambini per un’epidemia di morbillo molto grave» (Porta a porta, 22 ottobre 2014). E poi: «Di morbillo si muore. C’è stata una crisi di epidemia di morbillo a Londra, lo scorso anno, sono morti più di duecento bambini» {Piazzapulita, 22 ottobre 2015). Negli anni cui ha fatto riferimento la ministra per l’epidemia di morbillo in Gran Bretagna, e cioè 2013 e 2014, sono stati registrati uno e zero decessi rispettivamente per morbillo.

Sempre sul morbillo, nei giorni dell’approvazione della legge sull’obbligatorietà dei vaccini, la ministra Lorenzin ha detto: «Penso soprattutto al Veneto, che ha un oggettivo e statistico e scientifico problema di copertura vaccinale. Non a caso un Paese confinante non italiano del Veneto poche settimane fa ha mandato una circolare, che è stata pubblicata sui principali giornali, che invitava i bambini di quel Paese, e i loro genitori, a non andare a Gardaland».

L’unico Paese con cui confina la Regione Veneto è l’Austria, ma forse la ministra intendeva la Slovenia. Quello che è successo è che un giornale sloveno, «Deio», ha scritto che l’associazione dei pediatri era preoccupata della volontà dei genitori sloveni di non vaccinare i figli contro il morbillo, e il cronista ha aggiunto che «in periodo di gite scolastiche c’è la possibilità per chi va a Gardaland o in Italia di contrarre il morbillo», così come è avvenuto «a quattordici persone che hanno visitato una mostra a Nova Corica» in Slovenia.

La storia si chiude con la smentita da parte dell’amministratore del parco di divertimenti che sia mai stata diffusa alcuna circolare.

Di ben altro tenore la vicenda che ha riguardato uno dei decessi per morbillo del 2017. A pochi giorni dalla gaffe su Gardaland, e quando ancora il decreto era in discussione in Parlamento, il «Corriere» titola Ha la leucemia, muore di morbillo. Contagiato dai fratelli non vaccinati. «Il Giornale» ci fa l’apertura, e titola così: Altro che «No Vox», il decreto serve. E da subito. E sempre in prima pagina scrive: «Alla fine il morto c’è stato. A forza di campagne No Vax un bambino di 6 anni è morto di morbillo a Monza». Il più sobrio «Corriere della Sera» spiega: «C’è giustamente grande riserbo sulla mamma e il papà del bimbo deceduto. Si tratta per certo di una coppia milanese, probabilmente una di quelle “No Vax”. Era lo scorso maggio quando il ministro Lorenzin aveva ascoltato l’angosciante, disperata cronaca del bimbo direttamente da Andrea Biondi, il medico che ha seguito personalmente questo caso. Dopo aver sentito il professore, il ministro della Salute aveva garantito l’intenzione di andare ancor più avanti nella campagna di sensibilizzazione sui vaccini e contro chi li contrasta».

La notizia invade anche tutti i Tg. È proprio Andrea Biondi, il primario che ha seguito il caso, che è costretto a intervenire: «Su un punto vorrei essere molto chiaro: non esiste nessuna responsabilità dei fratelli. Perché anche se i fratelli hanno contratto il morbillo, lo hanno contratto dopo. Quindi non c’è nessuna possibilità che i fratelli c’entrino nulla».

Il bimbo, colpito da una leucemia linfoblastica acuta, era immunodepresso, quindi il suo organismo non poteva reggere un vaccino. E per i soggetti come lui che diventa fondamentale l’immunità di gregge: solo se i vaccinati contro il morbillo avessero raggiunto un numero sufficiente per fermare la circolazione del virus, si sarebbe potuto salvare.

Peccato, però, che la smentita del primario sia stata ripresa solo da qualche trafiletto di giornale e poco più. Per tutti quelli che non hanno avuto modo di fare una rassegna stampa degna dell’ispettore Clouseau, il concetto che è passato è che il bambino è stato infettato dai fratellini non vaccinati.

Adulti in pencolo (ma non vaccinati)

Al di là delle bufale, che hanno raggiunto l’apice proprio durante l’approvazione della legge Lorenzin, l’allarme sul morbillo c’è. E colpisce soprattutto gli adulti. Durante l’epidemia del 2007, l’età media di chi ha contratto il morbillo era 17 anni. Nell’epidemia occorsa dieci anni dopo, l’età media si è alzata fino a 27 anni. Questo perché vaccinando sempre di più i bambini piccoli, a rimanere scoperti sono proprio gli adulti. E più tardi si contrae il morbillo, più questo diventa pericoloso.

Perché allora non vaccinare gli adulti, o almeno alcuni adulti, che fanno parte di categorie più esposte alla possibilità di contrarre il morbillo? Il 6% di coloro che hanno contratto la malattia nel 2017 è un operatore sanitario, e infatti il secondo luogo di trasmissione del morbillo, subito dopo la famiglia, è l’ospedale. Mentre il 10% dei casi ha contratto la malattia a scuola.

Da molte parti, quindi, si è levata la richiesta di estendere l’obbligo di vaccinazione contro il morbillo ai medici, agli infermieri, agli insegnanti e agli operatori scolastici. Se si vuole raggiungere l’immunità di gregge proprio per difendere gli immunodepressi, infatti, è utile considerare anche queste categorie. La decisione finale, però, è stata quella di non vaccinare gli adulti.

La risposta ufficiale è stata per mancanza di fondi. I maliziosi, invece, hanno ipotizzato che costringere gli adulti a vaccinarsi sarebbe stato molto più problematico, anche in termini elettorali. Ma forse c’era un altro problema.

Vaccini in cerca di produttore

I vaccini monocomponenti, cioè quelli che proteggono contro una sola malattia, sono praticamente introvabili. Sul punto al Senato si è alzato un polverone. E proprio dalle file di quelli in favore della legge: «Non sono un complottista, non sono un no global, sono un genitore che ha vaccinato e ha continuato a vaccinare ben prima di questo decreto. Vi sto dicendo che il dovere che noi abbiamo come legislatori è che sul monocomponente è lo Stato a decidere se serve. E se serve lo spiega alle industrie farmaceutiche».

Così Stefano Esposito, senatore del Pd, rivolgendosi direttamente alla ministra Lorenzin durante la discussione della legge.

E perché occorre spiegarlo «alle industrie farmaceutiche»? Perché nonostante le Asl facciano le gare per i vaccini monocomponente, queste vanno deserte. Le case farmaceutiche, infatti, non hanno convenienza commerciale a produrre i vaccini singoli, e quindi non li fanno, lasciando sguarnito il Servizio sanitario nazionale.

Il perché lo si capisce leggendo il già citato, illuminante rapporto che l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha pubblicato a fine 2015 sul mercato dei vaccini, e stranamente passato praticamente inosservato. Nel rapporto si legge che «l’inesistenza di alternative di prodotti plurivalenti per la copertura delle sole vaccinazioni obbligatorie dipende da valutazioni di convenienza commerciale effettuate dalle imprese farmaceutiche».

Il caso più lampante riguarda il vaccino contro la difterite. Fino a qualche anno fa non era commercializzato, ma almeno era possibile richiederlo in dose singola, come farmaco d’importazione dalla Danimarca. L’Autorità ha interpellato diverse Asl che hanno risposto che non è più possibile ricorrere all’importazione del farmaco. Questo perché, come ha scoperto successivamente il Codacons, l’istituto pubblico danese che produceva l’antidifterico, il Staten Serum Institute, è stato comprato dai privati, e così i controlli necessari richiesti per legge perché un farmaco possa circolare nel nostro Paese non erano più garantiti.

Senza poter contare sui vaccino monocomponente contro la difterite, bisognava per forza avvalersi di un plurivalente per rispondere all'obbligatorietà. Ma il quadrivalente che corrispondesse ai vaccini obbligatori in Italia, e cioè contro poliomielite, difterite, tetano ed Epatite B, non c’è, nel senso che nessuno lo produce, e così si è fatto per anni a tutti l’esavalente. E cioè tutti i bambini sono stati vaccinati anche contro pertosse e haemophilus influenzae, nonostante questi ultimi fossero facoltativi.

Così si spiega anche perché la copertura vaccinale di questi due vaccini facoltativi sia la stessa dei quattro obbligatori, cioè il 93%. Perché vengono fatti tutti con un’unica puntura di esavalente. Dall’autunno 2013, per usare le parole del ministero della Salute, «la non disponibilità dell’offerta della vaccinazione antidifterica, prevista per legge, senza l’associazione con altri vaccini, rappresenta un ostacolo per il completamento delle vaccinazioni dell’infanzia per i bambini i cui genitori accettano esclusivamente la somministrazione di vaccini per i quali è previsto un obbligo normativo».

C’è quindi un problema, tant’è che, su esposto del Codacons, la procura di Torino ha aperto un’inchiesta. Ho voluto capirci di più anch’io, e ho contattato direttamente sia il Staten Serum Institut, che precedentemente produceva il monodose contro la difterite, e AJ Vaccine, la società malese che ha acquistato il dipartimento dei vaccini dell’istituto pubblico danese. E da quest’ultimo ho avuto conferma che producono il vaccino antidifterico solo all’interno di composizioni plurivalenti, «ma non come vaccino singolo», e che hanno in effetti ricevuto la richiesta dall’Italia per produrre l’antidifterico monocomponente, ma hanno deciso di «non ricominciare la produzione per ragioni commerciali».

E qui parte un giallo. Perché a fine 2016, passati quindi già tre anni senza la disponibilità dell’antidifterico monodose, il ministero della Salute dice di essere «in attesa di sapere se l’istituto danese sia disponibile a riprendere la produzione per il nostro Paese». La nuova società, che ha rilevato la produzione dei vaccini dell’istituto danese, mi ha risposto che aveva avuto rapporti con l’Italia ma che aveva comunque deciso di non procedere alla produzione di quel vaccino. Il ministero sta ancora aspettando una risposta? Se si, spero con queste pagine di fargliela arrivare una volta per tutte.

Nel frattempo il ministero - in risposta ai Nas che indagano per conto della procura di Torino - ha fatto sapere di essersi «attivato immediatamente presso l’Agenzia italiana del farmaco (Alfa) [...] per approfondire le ragioni della carenza e trovare una possibile soluzione».E di aver convocato sul punto un tavolo tecnico, su richiesta di alcune regioni, con il supporto di Aifa. L’Agenzia del farmaco, però, nega al Coda-cons, che ne ha fatto richiesta, i documenti correlati al tavolo tecnico perché, dice, non è mai avvenuta la sua convocazione. Che invece dalle indagini dei Nas risulta esserci stata, proprio grazie alla documentazione rilasciata da Aifa ai carabinieri.

Al di là del rimpallo di responsabilità, però, il problema resta: lo Stato non può approvvigionarsi di vaccini monovalenti perché le industrie del farmaco non hanno interesse a produrli. E quindi che fare?

Il bello di non avere concorrenza

Per capire perché le case farmaceutiche puntano sulla produzione dei vaccini combinati, lasciando scoperti quelli monovalenti, basta affidarsi alle parole di Jean Stephenne, che ha diretto la branca dei vaccini della GlaxoSmithKline per 23 anni, in una riunione fra imprenditori che molto probabilmente doveva rimanere riservata: «Abbiamo comprato tutti i brevetti sull’Epatite B. Era la prima volta che un vaccino era coperto da brevetto. Così i concorrenti, se vogliono entrare sul mercato, devono negoziare con noi. Poi abbiamo sviluppato dei vaccini combinati, cioè abbiamo unito l’Epatite B con altri prodotti che non erano coperti da brevetto, e così facendo abbiamo reso il vaccino plurivalente coperto da brevetto. La strategia non è più complicata di così».

Effettivamente dal punto di vista dell’azienda sembra molto semplice. Più complicato, però, per i decisori pubblici, che si ritrovano a fare i conti con scelte che rispondono alla logica commerciale anziché a quella sanitaria. Una piccola nota che riguarda noi italiani.

Sapete quando è stato reso obbligatorio il vaccino contro l’Epatite B nel nostro Paese? Nel 1991, quando il ministro della Salute era Francesco de Lorenzo, condannato e finito poi in carcere per aver preso mazzette dalle case farmaceutiche.

Anche l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nel suo rapporto già citato nota come «nel caso dei vaccini di più recente introduzione si è verificata una forte attività brevettuale riguardante una pluralità di elementi», e cioè i brevetti possono coprire anche «componenti fondamentali di un vaccino, quali gli adiuvanti o gli eccipienti, nonché le modalità di somministrazione», e quindi è più difficile in questo campo realizzare i cosiddetti farmaci equivalenti o generici.

E «l’indisponibilità di prodotti che coprano solo le quattro vaccinazioni obbligatorie ai sensi della normativa [dipende] da strategie abusive volte a sfruttare i più alti livelli di prezzi attribuiti a prodotti plurivalenti contenenti un numero maggiore di vaccini».

In Italia fino al 2015 c’era un solo vaccino esavalente disponibile, l’Infanrix Hexa della GlaxoSmithKline, perché l’Fiexavac della SPMSD era stato sospeso dal mercato nel 2005. Così la GSK ha goduto di un sostanziale monopolio per quasi un decennio. Che significa 75 milioni di euro l’anno, dati solo dal nostro Paese ogni anno, per un solo prodotto. Che oltretutto ha registrato un aumento del prezzo per singola dose, passando da 42,6 a 44,5 euro, nonostante si trattasse di un prodotto commercialmente maturo, nel giro di soli quattro anni.

È il bello di non avere concorrenza. C’è da dire che il vaccino plurivalente è vantaggioso per i pazienti e per il servizio sanitario, sia perché è possibile effettuare più vaccini in un’unica seduta e con un’unica puntura, sia perché il costo del vaccino esavalente è inferiore alla somma dei costi dei singoli vaccini in esso combinati.

Tuttavia, risulta dall’indagine dei Nas che sarebbero circa 5700 le dosi di vaccino antidifterico monovalente richieste ogni anno, per non menzionare gli altri vaccini singoli, come quello contro la rosolia per le donne in età di gravidanza o contro il morbillo.

Dunque perché costringere le persone a vaccinarsi anche per altre patologie per le quali, senza quest’inghippo, avrebbero rifiutato il vaccino?

Vaccini prodotti dallo Stato?

Prima della pausa estiva del 2017 la legge ha avuto un iter di approvazione al calor bianco, soprattutto per i molti emendamenti, uno dei quali riguardava proprio la possibilità di avere a disposizione i vaccini monocomponenti.

Ora che sono stati resi obbligatori dieci vaccini, il mercato farmaceutico risponde perfettamente con quelli già disponibili: sei sono contenuti nell’esavalente e quattro nel quadrivalente. C’è quindi ancora bisogno dei monocompenti?

Certo, perché oltre ai casi già citati, come le donne in età da gravidanza che potrebbero richiedere solo il vaccino contro la rosolia, ci possono essere bambini che hanno già contratto la malattia prima di vaccinarsi.

Mettiamo che mio figlio abbia già avuto gli orecchioni, devo fargli lo stesso la quadrivalente, vaccinandolo così una seconda volta per la malattia che ha superato?

«La rifai la vaccinazione, non succede nulla», ha dichiarato Beatrice Lorenzin. Tant’è che durante il dibattito in Aula, la ministra ha espresso parere contrario «dal punto di vista tecnico e dal punto di vista scientifico» all’emendamento che chiedeva al Servizio Sanitario di acquistare i vaccini obbligatori anche «in formulazione monocomponente»

Per la Lorenzin, quindi, i vaccini monocomponenti sono praticamente inutili. Sul punto è intervenuto anche Maurizio Romani, senatore e medico: «Ministra, su quali basi scientifiche fa un’affermazione del genere? Mi faccia conoscere il medico pediatra disposto a prescrivere un vaccino a un bambino che ha già avuto la malattia!»

Erano in disaccordo con la ministra persino alcuni senatori del Pd, come Stefano Esposito, che in favore dei vaccini monocomponenti fece un intervento accorato in Aula.

Alla fine l’emendamento è passato, e quindi i vaccini monocomponenti andranno trovati. Ma dove? Una soluzione facile facile ci sarebbe. In Italia dal 1853 è attivo lo Stabilimento chimico farmaceutico militare, di fatto un polo farmaceutico che opera per conto del ministero della Difesa, che in passato ha saputo rispondere in maniera eccellente a diverse emergenze, come la produzione di mezzo milione di compresse di ioduro di potassio nel giro di 24 ore, subito dopo la nube radioattiva di Chernobyl, o l’allestimento di oltre un milione di compresse di antinfiammatorio per la crisi civile in Romania del 1989.

Per un istituto pubblico di questo calibro, cosa vuoi che sia la produzione di vaccini monocomponenti? Essendo vaccini molto vecchi sono anche molto facili da produrre, e a costi molto ridotti, perché non presentano particolari barriere di tipo tecnologico o brevettuale. Volendo, basterebbe chiederglielo. Chissà se lo hanno fatto.

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Giulia Innocenzi

Giulia Innocenzi, (Rimini, 1984), conduttrice televisiva. Dal dicembre 2008 conduce Punto G su RED TV. Successivamente si occupa di Generazione Zero, lo spazio dedicato ai giovani della trasmissione Annozero. Sempre nel 2008 diventa responsabile italiana di Avaaz.org. Dopo aver partecipato ad...
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