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Tornare a Lima - Estratto da "Taraipù"

di Flaviano Bianchini 7 mesi fa


Tornare a Lima - Estratto da "Taraipù"

Leggi in anteprima le prime pagine del libro di Flaviano Bianchini

Quando uscii dall'aeroporto nuovo di zecca un'ondata di caldo soffocante e polvere mi investì. Sul piazzale assolato decine di tassisti mi saltarono addosso per portarmi sul loro veicolo promettendomi le migliori tariffe e il miglior servizio del mondo.

Mi allontanai dal piazzale e dai taxi dell'aeroporto. Lungo la strada principale fermai una piccola Suzuki bianca su cui, a mano, era dipinta la scritta "TAXI".

 

Indice dei contenuti:

Tornare a Lima

Le strade erano perfette. Lisce come tavoli da biliardo. Il mio pilota, un uomo piccolo che non smetteva mai di fumare, mi disse che le avevano sistemate giusto un paio di mesi prima per la Cumbre Latinoamericana e che prima facevano schifo.

Intorno tutto continuava a fare schifo.

Palazzi fatiscenti e case mezze rotte con i tondelli fuori dal tetto per poter aggiungere un piano in qualunque momento. Smog, clacson e piloti folli che si infilavano in ogni spazio libero.

In un angolo del centro la polizia in tenuta antisommossa faceva la guardia ad un furgone scassato e con una ruota a terra parcheggiato a fianco di un'auto bruciata e di un Hummer giallo limone con delle ruote alte quasi un metro. Entrai in un bar, mi sedetti ad un tavolo di plastica bianca e mi portarono un annacquato caffè solubile. Alla TV il presidente Alan Garda stava partecipando ad un programma per raccogliere fondi per un ospedale. Al suo fianco una serie di belle donne seminude, un paio di bambini moribondi e qualche storpio.

Quando giunsi a metà del caffè il presidente tirò fuori la bibbia e si mise a leggere dei passi del vangelo di Marco che avrebbero giustificato la sua politica economica improntata al neoliberismo più sfrenato e l'abbattimento delle baraccopoli di periferia.

Mi schifai e a metà caffè uscii in strada tra il puzzo di piscio, lo smog e i clacson che suonavano all'impazzata. Mi riempii i polmoni di quell'aria fetida. "Bentornato in America Latina" pensai tra me.

Lima mi sembrò tal quale a come l'avevo lasciata ormai diversi anni prima. Uno schifo. Da qui ero fuggito con un mandato di arresto sulla mia testa e una serie di brutti ceffi che mi cercavano ovunque. Ora ci tornavo per scappare da due occhi castani vagamente orientali e da due lunghe gambe che non volevano uscire dalla mia mente.

Un paio di settimane prima mi si era presentata l'occasione. Il direttore di un non meglio precisato Centro di ricerca che non vedevo né sentivo da anni mi chiamò al telefono.

- Sappiamo che conosci la zona e che sei capace di arrangiarti in questo tipo di situazioni. A noi serve il fiore del Taraipu. A te servono soldi e ti farebbe bene farti un bel viaggio. Ci vediamo domattina al molo. Porterò con me ciò che servirà a convincerti.

Quello che serviva a convincermi erano 50.000 dollari in contanti, la promessa di riceverne il doppio a missione compiuta e un biglietto aperto per Lima. Dovevo solo trovare un fiore e avevo quasi tre mesi di tempo.

Il giorno dopo al porto tirava un vento gelido.

- Come faceva ad essere certo che avrei accettato? - chiesi rannicchiato nel collo del mio cappotto nero.

- Centro di ricerca. - fu la risposta.

Un fiore leggendario

A Lima non restai molto. Giusto il tempo di riagganciare qualche vecchio contatto e di scoprire che amici su cui pensavo di poter contare facevano finta di non ricordarsi di me e probabilmente si sarebbero girati dall'altra parte se li avessi incontrati per strada.

Le cose non iniziavano nel migliore dei modi. Ricorsi all'ultimo contatto che mi rimaneva. I giorni precedenti alla mia partenza li avevo passati a riordinare le idee e gli indirizzi di amici e conoscenti a Lima e in America Latina. Avevo stilato una lista completa. Poi avevo iniziato a depennare tutti quelli di cui non ero sicuro di potermi fidare e quelli di cui avevo la certezza che non sarebbero stati, contenti di rivedermi o risentirmi. Alla fine di nomi sulla lista ne rimasero ben pochi.

Indugiai quasi due giorni sulla possibilità di cancellare Luisa Herrera. Era stata una mia buona amica ma qualcosa tra noi si ruppe in seguito ad una notte con troppo Pisco Souer in corpo.

Alla fine non la cancellai e, dopo aver esaurito tutti i nomi della lista, decisi di chiamarla. Luisa lavorava per l'università San Marcos. Era biologa e speravo che almeno lei potesse darmi qualche indicazione sul fiore del Taraipù. La chiamai da una cabina lungo l'avenida Arequipa. Non sembrava felice di sentirmi ma acconsentì a "ricevermi" nel suo studio presso la facoltà di agraria dell'università.

Dopo aver percorso a tutta velocità i grandi viali della città zigzagando all'impazzata tra il traffico, il bus mi lasciò giusto di fronte dell'università. Un cartello all'entrata ricordava a tutti i visitatori che stavano per entrare nella più vecchia università del continente, fondata nel 1551, solo 16 anni dopo la fondazione della città di Lima.

Attraversai i giardini dove centinaia di studenti approfittavano del caldo sole di gennaio prima che la corrente di Humbold, proveniente dall'Antartide, ritornasse a scontrarsi col deserto per provocare la garua, una fitta nebbiolina che assilla la costa pacifica dall'Ecuador fino al Cile e che oscura il sole per nove lunghissimi mesi all'anno.

La porta dell'ufficio di Luisa era socchiusa. Bussai con delicatezza ed entrai quasi in punta di piedi. Non ero entrato nemmeno di un metro quando la prima scarica di insulti mi investì. Me lo aspettavo e non reagii. Non reagii nemmeno alla seconda e alla terza, ma prima che lei attaccasse con una quarta le dissi:

- Senti. Sono solo venuto a chiederti un aiuto. Se puoi darmi una mano bene, se mi hai fatto venir qui solo per rinfacciarmi cose accadute dieci anni fa me ne torno da dove sono venuto.

- Cosa ti serve?

- Vorrei sapere qualcosa di più su un fiore che gli indigeni dell'Amazzonia chiamano Taraipù.

Luisa scoppiò a ridere. Una risata impulsiva, fragorosa e nervosa.

- Vuoi anche delle informazioni su babbo natale e sugli gnomi? Ti sei messo a cercare le favole? - Poi si lasciò cadere sulla sua sedia. - Nella biblioteca comunale c'è un grande reparto fantascienza, dovresti cercare lì.

Sono sicura che hai dei buoni contatti anche lì! - aggiunse con tono acido.

Il centro di ricerca non mi aveva dato nessuna ulteriore informazione a proposito di questo fiore. Sapevo solo che gli indigeni lo chiamavano così e che forse era di un colore azzurro intenso. In tutte le enciclopedie in cui avevo rovistato non era mai citato e tutti gli esperti a cui avevo chiesto non ne sapevano nulla. Luisa Herrera ne conosceva il nome. Sembrava una cosa ridicola ma almeno lo conosceva. Per me era un primo passo.

Mi sedetti anche io.

- Cosa c'è di tanto buffo in questo fiore?

- Non c'è niente di buffo. Semplicemente non c'è niente. Questo fiore non esiste. E semplicemente una favola indigena. Alcuni sostengono che sia il nome che veniva dato ad alcuni strani tipi di sostanze allucinogene, altri sostengono che sia il nome di un salvatore bianco proveniente dal cielo identificato in alcuni gruppi indigeni e utilizzato da alcuni antropologi senza scrupoli per raggiungere gli ultimi popoli non contattati. Altri ancora credono che sia un'invenzione moderna per attirare qualche hippy a cui poter vendere pacchetti turistici a caro prezzo. In ogni caso, se vuoi informazioni più precise puoi chiedere al professor Luis Ponce, quattro porte più in là.

Ringraziai e mi allontanai. Quando ero ormai sulla soglia sentii la voce di Luisa:

- Perché sei tornato?

- Mi serviva un'informazione su un fiore e tu sei l'unica biologa che conosco a Lima.

- Sei uno stronzo! - mi disse cercando, senza riuscirci, di essere cattiva.

 

Tratto dal libro:

Taraipù

Viaggio in Amazzonia

Flaviano Bianchini

Nella foresta amazzonica, nel cuore di uno degli ultimi luoghi selvaggi della Terra, Bianchini ci coinvolge in una nuova ricerca dell'Eldorado: un Eldorado però ben diverso da quello della mitica città d'oro.

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