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Storie passate - Estratto dal libro "Resuscitare"

di Igor Sibaldi 2 mesi fa


Storie passate - Estratto dal libro "Resuscitare"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Igor Sibaldi, dove l'autore esplora uno dei temi più dibattuti e delicati di sempre: la risurrezione

Indice dei contenuti:

Le nuvole

Le due regole che blindano il passato ("Il passato rimane indietro, mentre noi possiamo soltanto andare avanti" e "ciò che è nel passato non si cambia") sembrano intuitive, e si crede che l'esperienza le convalidi. Ma non molto tempo fa sembrava altrettanto intuitivo che l'uomo non potesse alzarsi in volo comodamente seduto su qualcosa, e si credeva che l'esperienza lo confermasse - finché non ebbe inizio l'aeronautica.

Volare seduti su un tappeto fu un'immagine del futuro, che i favolisti persiani adocchiarono secoli fa, come attraverso le nuvole: nuvole del livello tecnologico della loro epoca, che allora nascondevano la fusoliera, le ali, i motori, le poltroncine degli aerei su cui oggi voliamo, con i piedi su un tappeto - la moquette. E i miti antichi sono pieni di quelle nuvole tecnologiche, scientifiche, culturali: la psicologia ha tolto quelle che velavano la tragedia di Edipo, e vi ha riconosciuto una fase dello sviluppo psicosessuale dei bambini; la chirurgia uro-genitale ha fatto lo stesso con il mito di Tiresia, l'indovino che divenne donna: si è scoperto che cambiare sesso si può; la robotica ha snebbiato il mito di Pigmalione. Io scultore che riuscì ad animare una statua. E via dicendo.

Queste nuvole culturali non sono tutte uguali. Alcune, involontarie, ci sono perché e finché mancano concetti scientifici e mezzi tecnici che permettano di apprezzare la preveggenza degli antichi, e questo è il caso dell'aeronautica con le fiabe persiane, e della chirurgia con Tiresia e della robotica con Pigmalione.

Altre nuvole sono cortine fumogene prodotte e mantenute da qualche civiltà per occultare scoperte compiute da civiltà precedenti. E questo è il caso di Edipo, dato che Freud si accorse di qualcosa che i greci avevano già capito perfettamente, ma che la civiltà occidentale non osava riconoscere, negli impulsi dei figli verso i genitori.

Secondo me, anche le due regole del passato sono cortine fumogene di questo genere, intorno ai miti antichi della resurrezione. Sono un non voler vedere, un divieto autoimposto. Altrimenti non si spiegherebbe - tanto per cominciare - perché il Dio cristiano, pur essendo per definizione onnipotente, non possa far ridiventare presente un momento passato.

Si deve sapere che non può. Nessun fedele gli chiede di riportare in vita qualcuno. Nessuno gli rinfaccia di punire gli uomini per i loro errori, a cominciare dal furto di Adamo: non avrebbe bisogno di punirli, se potesse riportarli indietro fino al momento in cui gli errori non erano stati commessi. Ma Dio non può perché non ne è capace, e dunque non è onnipotente? Oppure non può perché non glielo si permette - cioè perché certe cortine fumogene ci impediscono di vedere che potrebbe?

Ci sono buone ragioni di pensare che sia la nostra civiltà a voler escludere la reversibilità del passato, in terra come in cielo. Altrimenti perché Gesù resuscitò Lazzaro? Lo riportò a quando viveva ancora. Come fece?

La risposta, nel cristianesimo, non c'è. E' dietro le nuvole. Devo andare a cercarla altrove.

La morte del Dio

Gli egizi, in questo, avevano meno nuvole di noi: già quarantacinque secoli fa narravano con precisione come Iside resuscitò il suo sposo Osiride, assassinato dal torbido Seth.

Una nuvolaglia con cui gli storici della religione velano questo racconto è l'ipotesi che si tratti di un culto agricolo: il Dio Osiride - spiegano - muore e risorge come il livello del Nilo, che in gennaio scende e in agosto è in piena.

Dunque non è un Dio nel senso enorme e vago che noi diamo alla parola "Dio", ma soltanto la personificazione di un fiume; e la sua non è una resurrezione vera e propria, ma solo l'ingenua metafora di un ciclo idrologico. Se lasciamo da parte questa interpretazione banalizzante, il mito di Iside e Osiride ci pone davanti a scoperte che la nostra civiltà ha scordato, e che non è più in grado di capire. In primo luogo, l'incompatibilità tra la resurrezione e l'aldilà come lo immaginano le religioni.

Nell'antico Egitto c'era, come c'è oggi, la credenza in un regno dei morti, con un Paradiso per i beati e un Inferno per i dannati.

Il mito di Osiride si oppose a questa credenza, perché se ci sono Paradiso e Inferno la resurrezione è improponibile. Come e, dopotutto, perché privare un beato del premio che ha meritato in Paradiso, o un dannato del castigo che gli è inflitto all'Inferno?

In entrambi i casi si tratterebbe di un'ingiustizia. Per poter narrare e far desiderare la resurrezione, gli egizi introdussero l'idea della morte come soglia di un nulla dinanzi a cui inorridire soltanto: così che risorgere fosse riemergere dall'annientamento. E per far accettare questo shock ne aggiunsero un altro ancor più vertiginoso: la morte di un Dio. Gli Dei sono nell'aldilà: se muoiono non hanno un aldilà ulteriore; non hanno più nulla, non sono più nulla.

Il mito di Osiride non narra, infatti, dove andò e cosa fece il Dio dopo essere stato ammazzato. Anche gli splendidi canti funebri composti in suo onore esprimono soltanto sgomento davanti alla sua totale assenza: Iside sa solo che il suo sposo non è più. Ed è lo stesso sgomento che ognuno di noi ha conosciuto, ogni volta che gli è passato per la mente il dubbio (così simile a una sensazione) che dopo la morte non ci sia più niente. Eppure le nostre religioni se ne tengono a distanza, come per paura di avere troppa paura: garantiscono che dopo c'è sicuramente moltissimo - e così ci lasciano soli, con quel nostro dubbio, che non passerà mai. Così era anche in Egitto, prima dell'assassinio del Dio: e proprio per ciò Seth lo commise.

Tanti dissero poi che fu per gelosia, perché Osiride era bello e Seth era ripugnante, rosso di pelle, con un muso asinino. Macché.

Seth era il Dio del caos e Osiride il Dio della civiltà. Finché Osiride sembrava eterno a tutti, Seth era poco più d'un demone marginale da tenere a bada. Ma Seth volle imporsi: sapeva che l'eternità degli Dei è un inganno; voleva proclamare che il caos, in realtà, vince sempre; che la tremenda forza del passato disgrega tutto e tutti e che non c'è né civiltà né persona né Dio che prima o poi non finiscano. E ne diede la prova più inequivocabile.

Affogò Osiride e lo lasciò alle correnti del fiume; in seguito ne smembrò il cadavere, ne sparse i pezzi qua e là lungo il Nilo e nel deserto, perché il senso del delitto fosse ben chiaro. Contava in tal modo di diventare, agli occhi dei devoti, il più onesto tra gli Dei: voleva prendersi questa soddisfazione, prima che il passato inghiottisse anche lui.

Iside

Quando venne a sapere dell'assassinio, Iside lottò in se stessa per non impazzire dal dolore.

Vagabondò a lungo, stordita e senza meta; poi si mise alla ricerca del cadavere. Lo trovò due volte. La prima sulla costa del Mediterraneo, a Byblos - le correnti l'avevano portato fin là - ed era ancora intero. Iside avrebbe voluto mummificarlo, ma Seth glielo impedì, portandoglielo via e facendone scempio. Iside ritrovò poi una a una le membra dilaniate.

E mentre le ricomponeva, diventava anche lei la prova della vittoria di Seth. Lei, una Dea, poteva solo piangere, davanti alla morte. Ma qui, Iside pensò ciò che nessuno aveva ancora mai pensato: si rifiutò di considerare il dolore come qualcosa da sopportare e basta.

Decise che tutti i dolori del mondo, anche il dolore per una morte, sono la reazione a ciò che ci limita, ci offende, ci strazia: a ciò che ci è nemico. Ma a un nemico bisogna opporsi, non rassegnarsi. Ti rassegni quando pensi che le tue ragioni valgano meno delle sue. Perché lo pensi?

Così Iside si oppose al dolore.

Si disse, poi, fuori dall'Egitto, che ricorse ad arti magiche per riportare in vita lo sposo. Ma dire che fu magia è dire che non si sa cosa fece - perché la magia è segreta. Invece ciò che Iside riuscì a fare possiamo saperlo.

Esplorò il confine tra il presente, in cui il suo sposo non c'era più, e il passato, che tutti credevano irraggiungibile. E scoprì che quel confine si poteva aggirare; c'era un varco, oltre il quale il presente e il passato, e anche il futuro, si compenetravano. Lo apprendiamo da un'iscrizione rinvenuta a Sais, nel Basso Egitto, in uno dei tanti templi-sepolcri monumentali di Osiride. Lì Iside dichiara:

lo sono tutto ciò che è stato, che è e che sarà. Nessun mortale scostò mai il mio velo.

È un'istruzione da decifrare.

Tutto ciò che è stato, che è e che sarà significa che passato, presente e futuro cessano, a un certo punto, di rimanere separati.

Io sono è la chiave d'accesso a quel punto: significa che quella compenetrazione si può scoprire soltanto sperimentandola, cominciando a esserla - così come si sperimenta la vita essendo vivi, e la morte morendo.

E nessun mortale scostò mai il mio velo significa che lì si esce dal tempo.

Difficile da immaginare?

Il varco

L'impresa di Iside diventa impossibile da immaginare, e rimane "magia", se pensiamo che sia stata creata apposta, dai sacerdoti egizi, in modo da suscitare nei fedeli il senso di un mistero da cui l'umanità è esclusa.

Ma non deve per forza essere così. Non lo è, se guardiamo bene. La vicenda di Iside è vicina a noi; tutti abbiamo perso qualcosa o qualcuno, e capiamo il suo dolore; con un piccolo balzo dell'immaginazione, siamo in grado di capire anche la sua ribellione al dolore. Iside, davanti al cadavere di Osiride, ricordava e desiderava: cos'altro poteva fare, davanti a quella morte-nulla, davanti a quell'assenza estrema, assoluta. E scopriva una forma altrettanto estrema di ricordo e di desiderio.

Ogni volta che ricordiamo, il nostro presente entra nel passato, e il passato nel presente. Ogni volta che desideriamo avviene lo stesso con il futuro. Iside capì che qui era il varco.

Si trattava di entrarci. Di ricordare e desiderare di più. Ricordare era cercare nella memoria com'era stato Osiride da vivo; desiderare era immaginarlo come se fosse ancora. Iside si spinge oltre.

C'è qui un limite: quel com'era stato (e non è più), quel come se fosse (e non è) segnano, di solito, la fine delle vie che il ricordo e il desiderio possono percorrere. La forza gravitazionale del presente non permette di andare più in là: il potere di adesso ti trattiene.

Ma questa forza gravitazionale c'è davvero? L'io ne è afferrato e trattenuto, oppure è l'io stesso che si aggrappa al presente e non osa staccarsene? Iside se ne stacca, e scopre che il presente non la trattiene ma la segue, nel passato - come la luce di una fiaccola nel buio. Il com'era stato Osiride, il come se fosse qui vicino, cominciano a diventare in lei un com'è Osiride qui vicino.

E Iside avverte di nuovo la gioia di essere in due, invece che da sola. Non sta entrando in un regno dei morti in fondo al quale si trovi un reparto riservato agli Dei uccisi. Sta solo entrando nel passato.

Non era altro che immaginazione?

Resuscitare

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