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Sprigiona il tuo potenziale - Estratto da "I Consigli di un Maestro Spirituale"

di Wayne W. Dyer, Serena Dyer 7 mesi fa


Sprigiona il tuo potenziale - Estratto da "I Consigli di un Maestro Spirituale"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Wayne W. e Serena Dyer e scopri come sfruttare al meglio tutte le tue qualità per vivere felice e davvero realizzato

Man mano che crescevo, mi accorsi che i genitori di alcuni miei amici si preoccupavano per i voti dei figli, per le università a cui volevano iscriversi e per le professioni che avrebbero intrapreso. I miei genitori erano diversi. Spesso mi sono chiesta come avrei reagito se invece mi avessero consigliato cosa studiare o che carriera seguire. Mi sarebbe piaciuto? Mi sarei sentita troppo sotto pressione? Oppure mi avrebbe facilitato la scelta?

Indice dei contenuti:

Il potere dell'intuizione

L'idea in sé mi era del tutto estranea. Papà aveva sempre detto a me e ai miei fratelli che il nostro dharma (parola sanscrita che indica fondamentalmente la propria passione o la propria vocazione nella vita) apparteneva solo e soltanto a noi. Non spettava a nessun altro decidere il nostro futuro, nemmeno a lui!

Mentre diventavo più grande, però, a volte avrei voluto che fossero i miei genitori a dirmi cosa fare. Desideravo che si sedessero con me ad analizzare il mio elenco di prò e contro, per guidarmi alla decisione più appropriata. Mi sarebbe piaciuto che si arrabbiassero con me per aver abbandonato qualcosa che avevo cominciato, che mi obbligassero a continuare o mi spronassero a impegnarmi di più. A volte trovare la mia strada mi sembrava più difficile che ricevere istruzioni su cosa fare. Avevo come la sensazione che con tanto amore, sostegno e comprensione, avrei finito per non combinare niente, e questo non mi faceva sentire bene, né mi dava la certezza di procedere nella direzione giusta.

Papà ci consigliava sempre di cercare di diventare i capi di noi stessi; per questo motivo, in genere, mi sono tenuta alla larga da qualsiasi impiego implicasse la presenza di un capo, il che comprende quasi tutte le professioni cui abbia mai pensato di dedicarmi! Oggi so che papà non ci stava affatto incoraggiando a non lavorare, ma intendeva spingerci a trovare un mestiere in cui potessimo essere i capi di noi stessi, anche se ciò significava cominciare lavorando per qualcun altro.

Oggi sono grata per aver faticato a capire cosa fare, perché quelle difficoltà mi hanno aiutato a trovare la mia strada. Se avessi ascoltato gli altri, non sarei stata in grado di sviluppare la consapevolezza di chi sono, né avrei saputo creare un legame così forte con la mia intuizione. Ora capisco che, quando ascolto il mio cuore, seguo la mia intuizione. Intuizione e cuore sono sempre d'accordo.

Lo compresi con chiarezza quando avevo dodici anni. Una sera ero rimasta a dormire a casa della mia amica Courtney. Suo fratello, che aveva cinque anni più di noi, dava una festa. I genitori di Courtney erano a casa e tutto era sotto controllo, per cui ci permisero di scendere al piano di sotto a "guardare" i ragazzi più grandi (con grande seccatura del fratello, dovrei aggiungere).

La mia amica e io desideravamo così tanto fare colpo che temevamo di parlare troppo, per paura di dire qualcosa di imbarazzante. A un certo punto salii di sopra per andare in bagno e poi mi diressi verso la camera di Courtney, per rimettermi il lucidalabbra. Appena entrata, ebbi l'impressione che una voce dentro di me mi dicesse di chiudere la porta a chiave: avevo già sentito quella voce, che oggi chiamerei "intuizione". Anche se ero giovane, sapevo che dovevo ascoltarla.

Prima che riuscissi ad avvicinarmi alla porta, però, entrarono due ragazzi. Non mi sembrava di averli visti prima, così quando chiusero la porta mi spaventai. Uno di loro mi si avvicinò, dicendo che andava tutto bene, che era un bravo ragazzo e che voleva solo farmi qualcosa che mi sarebbe piaciuto tanto. M'infilò la mano sotto la maglietta e mi accarezzò la pancia, per salire verso il mio reggiseno sportivo. Continuava a ripetere che mi sarebbe piaciuto, ma dentro ero già nauseata.

La mia intuizione mi spinse a fuggire. Per un attimo mi preoccupai del fatto che, se fossi fuggita, avrebbero pensato che non ero "fica". Ma il mio cuore e la mia intuizione mi urlavano di uscire da lì e, grazie a Dio, li ascoltai. Spinsi via il ragazzo e mi precipitai giù per le scale per raccontare l'accaduto a Courtney. Mi sentivo in imbarazzo, così le chiesi di non riferire l'episodio a nessuno. La mia amica promise. Per molti anni rimase un nostro segreto.

Ero riuscita a scappare prima che potesse capitare qualcosa di davvero terribile, mi rimase la sensazione di quel che sarebbe potuto succedere. Oggi so bene come sarebbero potute finire le cose e sono davvero grata che quella piccola me stessa di dodici anni sia corsa via. Penso che tutti noi ci ritroviamo in situazioni simili, e a un certo punto impariamo a seguire la nostra intuizione, perché ci rendiamo conto che non ci fa mai sbagliare.

Dove la passione incontra lo scopo

Ho sempre avuto simpatie e antipatie forti, e mi sono sempre appassionata di qualcosa. Con gli anni è diventato più facile accettare di avere una certa predisposizione per alcune attività. Il problema sorge quando ignoriamo la nostra natura e ci convinciamo di essere diversi, nel tentativo di adeguarci agli altri.

Quand'ero più piccola provavo in ogni modo a tenermi a distanza da quasi tutto ciò che mi veniva naturale. Per esempio, da bambina adoravo cantare e recitare ma, ogni volta che raccontavo a qualcuno che prendevo lezioni di canto o frequentavo un corso di teatro, mi sentivo nervosa e mi vergognavo. Mi sembrava che le parti più autentiche di me stessa fossero sgradevoli e non particolarmente valide.

Rifiutavo inoltre la parte di me che voleva sposarsi e avere figli, così per un po' finsi di desiderare una carriera intellettuale e di volermi concentrare su quella, posticipando la maternità. Era proprio l'opposto di come mi sentivo davvero, qualcosa del tipo: "voglio un figlio, ieri". Fingevo però che quella parte di me non esistesse e dichiaravo che le mamme che restavano a casa a occuparsi della famiglia erano deboli, quando in realtà anch'io volevo essere una di loro!

Trascorsi buona parte della mia vita a vergognarmi, a diversi livelli, delle parti di me che mi hanno resa quella che sono oggi. All'apparenza sembravo molto soddisfatta di me stessa, ma dentro ero estremamente critica. Non sono stata educata così: i miei genitori mi hanno amata incondizionatamente e in maniera meravigliosa. Io però non riuscivo ad amare me stessa in quel modo. Era come se mi impegnassi a punirmi per il solo crimine di esistere e di essere Serena, con i miei sentimenti e i miei desideri: per questo, mi dedicavo ad attività che in realtà non m'interessavano. In effetti, solo da poco ho smesso di cercare di trasformarmi in qualcun altro.

Adesso ho l'impressione di aver finalmente smesso di fuggire da ciò che sono. Oggi posso affermare in tutta onestà di aver cominciato una vera relazione d'amore con me stessa. Ho smesso di preoccuparmi di quello che pensano gli altri o di dovermi adeguare a loro. Per la prima volta nella vita, mi sembra di percorrere il cammino cui ero destinata.

Ho visto moltissimi amici in difficoltà, combattuti tra quello che amano e quello che la famiglia e la società dicono loro di fare. Tanti hanno rinunciato agli studi che volevano seguire per frequentare corsi che, secondo gli insegnanti, avrebbero garantito loro un lavoro. Mi sento così vicina a tutto questo! Un professore universitario una volta mi disse: "Serena, hai grandi potenzialità. Non le sprecare sposandoti e facendo figli." E gli diedi anche ragione! Oggi avrei una risposta diversa, ma allora mi preoccupavo più di sembrare "in regola" che di affermare la mia verità.

Conosco molti ventenni infelici perché fingono di essere chi non sono, seguono le regole di qualcun altro e trascurano le loro inclinazioni più autentiche. Alcuni miei amici mi assicurano che si dedicheranno al lavoro che sognano più avanti e che ne hanno tutto il tempo. Per esperienza personale, però, so che, ogni volta che ci adeguiamo alle aspettative che ci sono imposte dall'esterno, perdiamo di vista quello che ci appassiona e ci allontaniamo dal nostro scopo individuale. Alcuni finiscono per trascorrere la vita a cercare di scoprire, tra mille difficoltà, quale sia il proprio obiettivo.

La buona notizia è che, se seguiamo le passioni e crediamo in noi stessi e nel cammino che stiamo percorrendo, il nostro scopo ci si manifesterà in modo naturale.

Ho sempre saputo cosa mi appassiona, ma per molto tempo ho pensato che non "contasse". E qualcosa che non si può incasellare in una bella scatola chiamata "medicina" o "scienza" o "matematica" o "edilizia". Ad accendere il mio entusiasmo sono le persone. Adoro entrare in contatto con gli altri e raccontare storie. Sono interessata al mondo, alle culture e agli esseri umani che rendono così affascinante questo Pianeta. E amo stare su un palco e parlare davanti a un pubblico.

Non appena ho iniziato a rispettare le mie passioni, l'universo mi ha inviato solo segnali positivi. Sono cresciuta sentendo che tutti noi siamo energia e che l'energia è vibrazione. Quando facciamo in modo che la nostra energia sia in risonanza con le nostre inclinazioni, l'universo non può fare altro che portarci ciò che desideriamo. Come spiega Gabrielle Bernstein, mia amica e insegnante: "Ogni pensiero crea un flusso di energia dentro e intorno al corpo fisico, e quest'energia attrae ciò che le è simile. Quindi, se pensi 'faccio schifo', anche la tua energia per certi aspetti 'farà schifo', e attirerai esperienze orrende."

Mi accorgo che molti miei amici sono infelici e in difficoltà, proprio come spesso lo sono stata io in passato. Tanti finiscono per assumere farmaci, perché pensano che la vita sia troppo complicata da gestire senza un sostegno. In alcuni casi antidepressivi e altri medicinali possono essere utili: conosco persone che ne hanno fatto uso per brevi periodi, traendone grandi benefici. Personalmente credo che, sul lungo termine, i farmaci interferiscano con i naturali processi chimici del corpo e forse anche con il nostro scopo nella vita. Molti miei coetanei prendono antidepressivi o medicinali contro l'iperattività, per alleviare i postumi di una sbornia oppure per mangiare meno. L'ho fatto anch'io a volte, ma non mi è mai sembrata la soluzione giusta. Ho imparato che, quando mi sento proprio a terra, posso stare subito meglio aiutando gli altri. So che suona melenso, ma è vero!

La domanda Che cosa ci guadagno? si è affacciata spesso alla mia mente. I miei genitori mi hanno insegnato che questo è il mantra dell'ego. L'ego si preoccupa soprattutto di se stesso e di quanto può ottenere da una certa situazione. Il mantra di Dio e il mantra del nostro sé superiore è invece In che modo posso essere utile? Ho sentito i miei genitori ripeterlo spesso, ma non ci ho mai prestato attenzione fino a quando non l'ho sperimentato in prima persona. La cosa ironica è che, non appena mi sono messa realmente a disposizione degli altri, tutto ciò di cui credevo aver bisogno ha iniziato ad arrivarmi.

Quando ero concentrata sull'avere di più, mi sembrava sempre che mi mancasse qualcosa. Spostando invece l'attenzione su come potevo essere utile agli altri, hanno cominciato a materializzarsi il denaro, la salute e le relazioni che desideravo. Se vuoi più amore nella tua vita, ti consiglio di cominciare a darne a chi avrebbe bisogno di un po' d'affetto in più. Fai agli altri quello che vorresti gli altri facessero a te: è molto semplice. Nel momento in cui rivolgi l'attenzione a come essere utile agli altri, anche l'universo si concentra per mettersi al tuo servizio. E, se resti te stesso, l'universo continuerà a sostenerti lungo il cammino.

Il dilemma della carriera

Quando ero bambina, mamma e papà m'incoraggiavano sempre a seguire le mie inclinazioni. Non mi criticavano mai, nemmeno se abbandonavo qualcosa cui mi ero dedicata fino a quel momento, e ci sono state parecchie idee che ho portato avanti per un po' e poi lasciato perdere. Non ho mai pensato però di aver fallito perché avevo scelto di provare qualcosa di nuovo. I miei genitori anzi mi spronavano a fare molte e diverse esperienze, e se poi non andava bene non succedeva niente. Papà mi ripeteva di aver fiducia nel fatto che alla fine avrei trovato la mia strada. Diceva che, finché una cosa continuava ad appassionarmi, sarei andata nella direzione giusta.

All'età di ventidue anni, insieme alla mia migliore amica Lauren, decisi di realizzare una trasmissione televisiva a partire dal nostro comune interesse per la cucina e per l'intrattenimento televisivo. Mettemmo a punto le ricette, trovammo un'ottima idea per un programma e chiamammo una troupe per filmare una puntata pilota. L'obiettivo era vendere il format a un qualche canale di cucina. Mio padre mi scrisse un biglietto che ancora oggi porto sempre con me.

In caso l'immagine non sia leggibile, c'è scritto: "Serena, amore mio! Credo nel tuo programma. Funzionerà. Mantieni questa visione, che è un investimento su di te e sui tuoi interessi! Ti voglio bene, papà".

Passammo qualche mese a cercare di far decollare la puntata pilota, ma non si concretò nulla. Lauren e io riconoscemmo che in realtà non volevamo fare un programma di cucina ma c'eravamo fatte trascinare da una nuova idea che ci aveva entusiasmato. Anche se lasciai perdere la trasmissione televisiva, conservai il biglietto di papà. Sapevo che quelle parole sarebbero state valide per qualsiasi cosa avessi provato a realizzare. Non si riferivano solo al programma, ma a ogni progetto o piano cui mi sarei dedicata. Papà credeva in me! È semplice: era orgoglioso di me, a prescindere da ogni circostanza.

Il sostegno dei miei genitori continuò ad avvicinarmi alla mia strada. Poco più che ventenne, provai a intraprendere diverse professioni: presi in considerazione l'opportunità di diventare un'insegnante, una cuoca e un'attrice; nessuna di queste però si rivelò quella giusta per me. L'unica cosa di cui ero sicura era che mi piaceva avere un pubblico e lavorare a contatto con la gente. Così decisi che avrei fatto l'avvocato! Ho sempre avuto una certa vena drammatica e adoro raccontare storie. Considerando che ero anche brava a scuola, fui certa di aver avuto una grande idea.

Dopo tre settimane alla facoltà di legge, compresi di aver commesso un grosso sbaglio. Fin dal primo giorno ero stata malissimo. Prima di andare a lezione mi sedevo a piangere nel parcheggio. Non era un problema legato alla mole di studio, perché avevo già una laurea e conoscevo bene quel tipo di impegno: il punto era che stavo cominciando a capire in cosa consisteva il mestiere di avvocato. Implicava dedicarsi a un sacco di scartoffie e prestare molta attenzione ai particolari, attività in cui non eccellevo in maniera particolare.

Sapevo inoltre che non volevo assumermi la responsabilità del risarcimento, del divorzio, dell'incriminazione o dell'assoluzione di qualcun altro. Mi resi conto che quel lavoro non faceva proprio per me. Mi vergognavo però al pensiero di abbandonare gli studi, quindi decisi che avrei portato a termine il triennio, perché mollare era peggio che avere un lavoro che detestavo (adesso non darei questo consiglio nemmeno al mio peggior nemico).

Continuai per qualche settimana ancora finché, guarda caso, mi ammalai. Mi venne la polmonite e fui costretta a restare a casa. Non dimenticherò mai la telefonata in cui papà mi chiese se non pensavo che forse la polmonite mi fosse venuta perché ogni giorno facevo qualcosa che odiavo. Sapevo che aveva ragione, ma ero ancora troppo orgogliosa per cambiare. Il mio ego mi suggeriva che ammalarmi e dedicarmi a qualcosa che detestavo era comunque meglio che mollare. Così, una volta ristabilita, tornai all'università.

Ricorderò sempre la mattina in cui ritornai in me. Mentre ero seduta nel parcheggio e mi preparavo per il corso, arrivò l'illuminazione: "Non sono obbligata a fare tutto questo." Non c'era alcuna pressione da parte della mia famiglia o dei miei amici, nessun giudizio sulla decisione che avrei preso. L'unica a impormi quell'obbligo ero io. In quel preciso momento mandai un messaggio a mio padre. Continuavo a vergognarmi, così gli domandai cosa avrebbe pensato di me se avessi abbandonato quella professione.

La sua risposta mi diede un sollievo immenso. "Sono orgoglioso di te qualunque cosa tu faccia" mi scrisse "se sei tanto infelice da ammalarti, lascia perdere. Troverai la tua strada, Serena, smetti di preoccuparti. Ti voglio bene."

Dopo aver letto quel messaggio e aver poi parlato con mia madre, sentii che avrei potuto seguire il mio cuore. Sapevo che i miei genitori erano orgogliosi di me a prescindere da ciò che facevo. Lasciai andare il senso di colpa e la vergogna che mi stavo imponendo e misi fine ai miei studi di legge.

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Wayne W. Dyer

Wayne W. Dyer (Detroit, 10 maggio 1940 – Maui, 29 agosto 2015) psicologo, è noto per le sue opere divulgative. In America era molto popolare, oltre che per le sue opere scientifiche, anche per l'attività di psicoterapeuta; si è dedicato particolarmente alla divulgazione sul tema del pieno...
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Serena Dyer

Serena Dyer è la sesta figlia di Marcelene e Wayne Dyer. Ha frequentato l'università di Miami, dove si è laureata, e oggi vive in Florida con il marito. Serena viaggia, legge, tiene un blog, cu­cina e collabora con diverse associazioni locali per combattere il traffico di...
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