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Sotto il sole di Jodo - Estratto da "Universo Jodorowsky"

di Gilles Farcet, Alejandro Jodorowsky 1 mese fa


Sotto il sole di Jodo - Estratto da "Universo Jodorowsky"

Leggi in anteprima la prefazione di Gilles Farcet al nuovo libro-intervista sulla figura di Alejandro Jodorowsky

Non è una novità il fatto che io nutra per Alejandro Jodorowsky un'ammirazione mista a terrore...

Dovevo avere circa diciassette anni quando un sostanzioso articolo di Rock et Folk mi svelò l'esistenza, su questo pianeta, di un folle determinato a trasformare in immagini in movimento il mondo fortemente iniziatico del romanzo di Frank Herbert, Dune. A tal fine, questo maniaco si era associato a un altro demiurgo pazzo, il disegnatore Moebius, al secolo Jean Giraud, le cui avventure del luogotenente Blueberry s'inscrivono nella lontana memoria della mia infanzia.

I primi anni, così lenti, che ci conducono a nostra insaputa ai turbamenti adolescenziali, rimangono per sempre un Far West dell'anima.

Avevo diciassette anni, quindi, e ardevo dalla voglia di ritrovare la pista di qualche estremo Occidente della coscienza, in direzione della quale potessi avventurarmi pieno di forze confuse, tipiche della prima giovinezza. Ed ecco che il suddetto Alejandro Jodorowsky si rivelò un danzatore di frontiera, un clown cosmico intriso di immemorabile saggezza e immaginazione futurista.

All'inizio, senza ancora averlo avvicinato in carne e ossa, amai in lui il creatore molteplice, il provocatore panico, lo stregone burlesco, il personaggio picaresco che viaggia attraverso un intreccio scintillante di tradizioni, archetipi, forme d'espressione, recuperando qua e là varchi di luce e mischiandoli nel suo calderone al fine di concepire un elisir del risveglio di cui a noi arrivasse qualche goccia sotto forma di film, di fumetti, di un romanzo o ancora di una conferenza.

Correvo ad accasciarmi nella penombra di un cinema d'essai, dove "per caso" proiettavano El Topo o La montagna sacra. Decisamente questo Jodorowsky non era un intellettuale rinsecchito, ma un eroe! Ero risoluto a incontrarlo e ad assegnargli un posto importante all'interno del mio piccolo pantheon personale.

In materia di rapporti umani, come in tutte le altre cose, la fretta è cattiva consigliera; non cercavo quindi di forzare l'occasione di incontrarlo, convinto che si sarebbe presentata da sola.

Arrivò tredici anni più tardi. Nonostante sapessi da tanto tempo degli incontri di Jodorowsky nell'ambito del suo Cabaret Mystique, non avevo giudicato opportuno recarmici. L'incontro cui aspiravo doveva essere più intimo.

Ed ecco che all'inizio di quell'anno 1989, propizio di tutte le rivoluzioni, Marc de Smedt mi chiese di andare a trovare il nostro uomo a nome della rivista Nouvelles Clés per carpire informazioni sui suoi scambi messicani con Carlos Castañeda, altro eroe circondato da un alone di mistero.

Riagganciai il telefono dicendomi che tra stregoni quei due si erano dovuti intendere e mi ritrovai subito in linea con una voce canterina, la quale mi spiegò semplicemente che dovevo recarmi subito a Vincennes se volevo avere la possibilità di realizzare l'intervista.

«Tu comprendi, vero? Io domani prendo l'aereo alle due del pomeriggio...»

«Non possiamo vederci in mattinata?»

«No, questa sera io faccio la mia conferenza, poi ceno con la mia famiglia e vado a letto alle quattro del mattino. Domani, io dormo fino all'una e poi prendo l'aereo. Perciò, tu devi venire ora».

Pensando che questo diavolo d'uomo non fosse di quelli che vivono aggrappati alla loro agenda e convenendo con lui di agire all'istante, attaccai il telefono, ficcai in borsa una cassetta vergine e un registratore, e abbandonai il campo di battaglia del mio ufficio editoriale per saltare su un taxi in direzione Vincennes, dove Jodorowsky viveva con la sua famiglia.

Il mio amico Christian Charrière, fondatore dell'ufficio dei sogni, mi ha insegnato a prestare orecchio alle "confuse parole" che ci mormora la realtà, ad attraversare il mondo come una "foresta di simboli". Così notai che il mio buon demiurgo non poteva abitare su altro viale se non quello "Della Liberazione". L'autista naturalmente girò e si smarrì in parecchie strade prima di lasciarmi nel suddetto viale, davanti a una porta che dava su un piccolo giardino, presagio d'innocenza riconquistata.

Penetrai in una casa evidentemente votata alla creatività: un pianoforte sul quale si accaniva un giovanissimo ragazzo, una batteria, una macchina da scrivere, libri in abbondanza e soprattutto un sentimento diffuso di libertà, un clima di gioiosa spontaneità a confronto di tanti altri luoghi in cui il malessere si sentiva ovunque, luoghi detti bohémien ma lasciati a loro stessi. Infine mi apparve il padrone di casa, al limitare di una vasta biblioteca, spazio consacrato ai libri e arredato soltanto da due o tre sedie. Si poteva dire che le migliaia di volumi dovessero circoscrivere il nulla, delimitare un vuoto nel quale occorreva ora che prendessimo posto.

Questo antro di conoscenza è accessibile attraversando tutta la casa, per poi ritrovarsi in un altro giardino, più ampio, in fondo al quale di solito si nasconde Jodo, nella sua "tana". Le finestre lasciano scorgere la vegetazione e danno la sensazione di uno spazio aperto. Posso dire che Jodorowsky non mi deluse affatto. Lo dico correndo il rischio di vedermi relegato dai benpensanti tra le fila dei panegiristi. Ma perché? Patiamo nel non osare più ammirare, irrigiditi come siamo nel nostro cinismo.

In tempi in cui vige la regola di insistere sui limiti dei nostri simili per meglio confortarsi della propria mediocrità, io reclamo il diritto all'ammirazione. Nessun punto a favore dei deboli che, senza discernimento, portano l'altro in vetta nella speranza di scaricargli i fardelli che incombono su di loro, finendo molto spesso per mettere al rogo colui che hanno adorato; allora meglio i "forti" o almeno coloro che si sentono sufficientemente sicuri di se stessi per avere l'audacia di provare profondo rispetto e ritrovarsi nutriti. La prima strada porta all'imitazione, la seconda all'elevazione.

Secondo Emerson «il ragazzo venera i geni in quanto, di fatto, essi sono lui più di quanto egli stesso sia». Sottoscrivo queste parole e credo in effetti buono e giusto riconoscere nel successo di un altro - quali che siano del resto le sue necessarie imperfezioni — i germi del nostro stesso successo.

Davanti a Jodorowsky fui all'istante rapito dalla sua semplicità e dalla sua toccante bontà. Mi sentii accolto, trattato come uno di famiglia, per quanto fossi evidentemente un estraneo (e sarà proprio Jodo, nel corso delle nostre conversazioni, a dare spiegazioni a tal proposito).

Alejandro ricordò il suo folgorante incontro con Carlos Castañeda, il mago dell'erba del diavolo, della razza praticamente estinta dei fabbricanti di leggende.

Esaurito questo tema mi accinsi a prendere congedo, ma il mio ospite, osservandomi con la coda dell'occhio mentre già mi preparavo, mi apostrofò: «Perché parti ora? Hai frettai»

«Be', no...» risposi.

«Allora» proseguì lui con dolcezza «rimani, parla un po' con me...» E continuammo la nostra conversazione, di cui ho dimenticato il contenuto ma che fu del tutto spontanea e di profondo risveglio.

Ho conosciuto abbastanza personaggi noti da sapere che alcuni amano fare impressione sui giovani venuti a raccogliere le loro parole. Ma in Jodorowsky non trovai traccia della volontà di esercitare un ascendente, fosse anche di ordine spirituale. Lo sentivo semplicemente denso, di quel peso che promana dall'esperienza interiore e dallo spessore umano, e godevo di questa presenza resa piccante da una nota burlesca — non pareva il Raymond Devos del misticismo? — così come da un colore smisurato, dal forte sapore latinoamericano.

E ci separammo nel migliore dei modi, dopo che mi ebbe mostrato in cosa il mio modo di vestire tradisse il mio carattere e dedicato il libro nel quale narra il fallimento iniziatico che fu per lui il progetto di Dune.

Passarono alcuni mesi, l'articolo comparve e noi ci occupammo ognuno dei propri affari, ma io provavo nostalgia per l'accento canterino di Jodorowsky, che purtroppo veniva - e viene - amputato una volta riportato su carta. Fu allora che decisi di consacrargli un volume della collezione A mots ouverts.

La tentazione era ancora più forte perché Jodo è davvero uno dei pochi che ha qualcosa da dire: non per dare delle varianti alle chiacchiere giornalistiche, ma per far intendere una parola utile a chiarire la realtà. Con lui, come si potrà giudicare dalla lettura delle nostre conversazioni, l'aneddoto non è mai gratuito. Spesso divertente, a volte si rivela una storia zen dalle prospettive insospettabili. Il verbo jodorowskiano è singolare perché si sviluppa senza sosta nel confine tra personale e universale, riflesso del suo sguardo che deduce dall'immediato l'atemporale e misura il quotidiano sul metro dell'eternità.

Alzai pertanto il telefono per presentare il mio progetto a quest'uomo. Se accade che certe personalità accordino senza problemi una breve intervista, è d'uso - e, si dice, a ragione -considerare più raramente la prospettiva di un volume, fosse anche di interviste.

Sperando che il mio interlocutore fosse poco suscettibile a questi usi e costumi, ebbi l'intuizione di infilare una cassetta nella mia borsa prima di precipitarmi in Boulevard de la Liberation. Trovai Jodo in giardino armato di forbici ed entrammo subito nell'ingresso.

Mi preparai a discutere il contratto e a difendere il mio progetto, ma ebbi appena il tempo di sedermi che il mio ospite mi investì, senza altri preamboli: «Tu vuoi fare un libro d'interviste? Bueno, cominciamo. Fa' l'intervista ora. Hai una cassetta?» «Ehm, sì» balbettai io brandendo una c90, «ma non ho il registratore...» Jodo chiamò allora uno dei suoi figli, che ci fornì prontamente un arnese adatto, e mi ritrovai in condizioni di cominciare subito una serie di conversazioni destinate alla pubblicazione, privato della mia abituale batteria di domande e da ogni preparazione al di là della mia lunga frequentazione dell'opera di Jodorowsky. Del contratto e altre questioni materiali non se ne parlò nemmeno.

Constatando la disinvoltura con la quale si era sviluppato il nostro primo incontro, mi feci l'idea che non fosse necessario aggrapparsi alle procedure ordinarie di fronte a un tale fenomeno e decisi che con lui il metodo migliore era di non averne, stando però attento a mantenere un filo conduttore nel discorso. Per nostra estrema felicità, continuammo quindi nei giorni successivi sulla scia dell'intervista-happening «Panico».

"Panici", quei giorni trascorsi sotto il sole di Jodo lo furono senza alcun dubbio. Il "caso" volle che in quel periodo mi trovassi a traslocare, situazione essa stessa delle più simboliche. Qualche tempo prima di cominciare i nostri incontri, dei ladruncoli si erano introdotti nel mio vecchio appartamento, accontentandosi di rubare la segreteria telefonica e l'apparecchio esclusivamente riservato alla registrazione delle mie interviste. Al momento della nostra prima conversazione registrata, io e Jodo andammo in un cajé nei dintorni, in cui gli raccontai la mia disavventura. «È bizzarro», rifletté lui, «ti rubano i tuoi strumenti di comunicazione...»

Finito di mangiare ci alzammo e lasciammo il locale. Di ritorno a casa di Alejandro, pochi minuti dopo, mi accorsi di aver dimenticato al bar la borsa nella quale si trovavano tutti i miei documenti, il libretto degli assegni e soprattutto - cosa terribile! — la cassetta che avevamo appena riempito.

Mi precipitai al locale ma, con mia grande disperazione, non trovai traccia della preziosa borsa. Visibilmente scosso, m'interrogai sul significato di queste peripezie: cosa se ne doveva dedurre da questo nuovo furto, accaduto nel momento stesso in cui Jodo mi incitava a meditare sul simbolismo del precedente?

In ogni caso, un aspetto non lasciava dubbi: ero stato simbolicamente spogliato della mia identità (i miei documenti), dei miei possessi (il mio libretto degli assegni), del mio lavoro e della conoscenza che mi era stata comunicata (la cassetta), proprio nel momento in cui le mie cose stavano transitando da un appartamento all'altro e in cui mi sentivo diviso tra due domicili, per così dire tra due vite, fluttuando in una sorta di bardo, di limbo iniziatico... per non parlare dei miei amori che, all'epoca, erano piuttosto scoppiati.

Un messaggio mi veniva dispensato: bada allo sparpagliamento! Attenzione alla dispersione! Ricomponiti o marcirai al purgatorio...

Decisi di mettermi immediatamente all'opera per rientrare in possesso della cassetta rubata. Quanto a Jodo, non si scompose troppo di queste vicissitudini e mi disse: «La prossima volta che vieni, continuiamo fino al momento in cui saremo finiti» - oh involontaria ironia del francese a volte approssimativo di questo psicomago — «e se tu non hai ritrovato la cassetta, allora ricominceremo...»

Ci furono abbondanti trattative con il gestore beur del fatidico bar, molto impressionato dall'aver scovato su Liberation (ancora!) la foto del suo cliente cineasta. Mustafà - questo il suo nome - finì con l'ammettere di conoscere il ladro, un tossicomane habitué del locale. Non entrerò nei dettagli delle nostri transazioni. Alla fine, una mattina mi recai nella cabina telefonica del bar per scovarvi un sacchetto della spazzatura nel quale ritrovai i miei beni: documenti, libretto degli assegni e, che meraviglia, la c90 recante il Verbo jodorowskiano.

Ci tengo a dire che quella settimana si svolse proprio come un film comico, di cui fui l'eroe sfortunato e tuttavia tenero, alla Woody Alien. Precipitandomi a Vincennes per conversare con Alejandro, dovetti subito far fronte a una realtà che si ostinava a infliggere le sue smentite ai miei punti di vista. Poiché io stesso avevo comunicato per telefono il furto del libretto degli assegni, alla posta mi vidi rifiutato il denaro fino a quando non fosse arrivata conferma dalla lontana filiale in cui avevo il conto. Inserita la carta nello sportello del bancomat, la vidi sotto i miei occhi increduli non ricomparire più, inghiottita dalla Gorgone, cosa che mi lasciò, nel momento stesso in cui stavo acquistando i mobili, pagando i traslocatori e saldando trentasei fatture, senz'altra risorsa se non quella di andare a mendicare grosse somme di denaro dai miei amici più fedeli.

Chiamavo taxi che non arrivavano mai, prendevo appuntamenti con la ditta di telecomunicazioni e, non vedendola presentarsi all'orario stabilito per installarmi il telefono, scoprivo che si era messa in sciopero, solo che nel mio vecchio appartamento la suoneria non cessava di squillare a vuoto a causa della segreteria telefonica rubata... Jodo mi raccontò che la settimana precedente aveva dimenticato in un café una busta contenente quindicimila franchi in contanti e che, otto giorni più tardi, gli era stata restituita intatta, cosa che gli era parsa un buon presagio per il nostro libro.

Insomma, questi incontri si svolsero durante un periodo se non altro agitato, che mi appare, nel ricordarlo, come un piccolo racconto iniziatico.

Fine agosto 1989. L'estate è passata. Ho ricominciato ieri mattina, insieme a una cara amica, il cammino verso Vincennes per trovarvi un Jodo molto occupato a risistemare la casa da cima a fondo. Non è curioso che i nostri incontri, cominciati durante il mio trasloco, si concludano nel momento in cui il mio interlocutore si appresta lui stesso a rinnovare una parte della sua vita? Per quanto mi riguarda, ho messo ordine nella mia esistenza. Ho sistemato i miei mobili, fino alle prossime grandi pulizie. Siamo andati al bar. Pensavo di ritrovarvi il mio accolito Mustafà, ma se n'era andato, come a significare che tutto passa a questo mondo, e il bar era ora tenuto da una coppia di una certa età, all'apparenza più rispettabile.

Seduti al sole, abbiamo conversato e la magia ha operato. Conversiamo senza scopo, senza registratore, ma i discorsi di Alejandro possono benissimo essere integrati al presente libro. Come se nulla fosse, mi ha nuovamente trasportato in un mondo fatto di segni e di simboli, in cui il minimo incidente è una pista da esplorare e le cui parole chiave sono sorprendenti.

Abbiamo fatto qualche foto («Avrei dovuto lavarmi, sono come uno yeti»), poi siamo tornati in fondo al giardino, nella santa biblioteca in cui Jodo, sotto i miei occhi, all'improvviso ha scritto la postfazione a questo libro. È poi tornato a parlare dei suoi lavori interiori, dopo avermi confidato la sua gioia per aver pranzato, a Los Angeles, con Stan Lee, il geniale creatore di Spiderman e di Silver Surfer, i primi supereroi tormentati da problemi affettivi. Io e la mia amica lo abbiamo abbracciato e siamo partiti alla ricerca degli utensili necessari al compimento di un atto psicomagico suggeritomi da Jodo e sul quale, cari lettori, manterrò il riserbo...

Ora sta a voi, che state esplorando queste pagine con lo sguardo, compiere un piccolo atto psicomagico: la sera, nel vostro letto, prima di cedere al sonno, "inoculatevi" questo libro. Lasciate agire il verbo jodorowskiano durante il fecondo intervallo della notte e svegliatevi al mattino in un luogo di voi stessi più pieno e più libero. Lasciatevi toccare da questa lezione d'umanità.

Universo Jodorowsky

Conversazioni su vita, arte, psicomagia e altri imbrogli sacri

Gilles Farcet, Alejandro Jodorowsky

In questo libro Jodorowsky si mette veramente "a nudo", sembra quasi di averlo davanti in carne e ossa. E la prima conversazione con Gilles Farcet, quella più risalente nel tempo, è l'intervista da cui poi sono nati gli...

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Gilles Farcet è giornalista, editore, musicista e produttore di France Culture, ha intervistato personaggi di rilievo tra cui Lawrence Durrell e Allen Ginsberg. Allievo di Arnaud Desjardins, porta avanti il messaggio del suo Maestro sia nell’Ashram di Hauteville, che a Parigi e in...
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ALEJANDRO JODOROWSKY, nato nel Cile del Nord nel 1929, figlio di immigrati ebreo-ucraini, si è trasferito dal 1953 a Parigi (città dove risiede tuttora), dove ha fondato con Fernando Arrabal e Roland Topor il movimento di teatro “panico”. Artista eclettico, Jodorowsky durante la sua...
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