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Sono apparso a mia madre - Estratto da "Ogni Giorno un Miracolo"

di Alberto Simone 3 mesi fa


Sono apparso a mia madre - Estratto da "Ogni Giorno un Miracolo"

Leggi un estratto dal libro di Alberto Simone e scopri come ritrovare la tua serenità aumentando l'amore nella tua vita

Quando avevo «meno sei mesi» ho seriamente rischiato di morire. La mia stessa nascita era ancora una lontana probabilità e io già scoprivo la possibilità di essere fatto fuori senza avere il tempo di emettere un solo vagito. D'accordo, il mio arrivo era stato imprevisto, nessuno mi aspettava, ma non era neppure colpa mia se, seppure accidentalmente, mi avevano invitato in questo mondo.

Stai leggendo un estratto da questo libro:

Ogni Giorno un Miracolo

Imparare l'arte di amare la vita

Alberto Simone

Il vero segreto della vita è imparare a trasformare i momenti felici in quotidianità. «Dopo aver raccontato nella Felicità sul comodino gli ostacoli più comuni al raggiungimento di una felicità autentica e svincolata da...

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Le cose erano andate così. Mia madre si era ritrovata incinta per la seconda volta, a distanza di soli due anni dalla nascita di mia sorella, e, per quanto non mi faccia piacere, la notizia non era stata salutata da esclamazioni di gioia da parte dei miei genitori. Solo sorpresa e immediata preoccupazione, non certo perché fossero delle cattive persone, avevano semplicemente le loro ragioni per essere preoccupati. A quell'epoca mio padre aveva già cinquantacinque anni, non era proprio un ragazzino. Circa un decennio prima, intorno alla fine del secondo conflitto mondiale, dopo vent'anni trascorsi negli Stati Uniti, dove si era sposato, aveva avuto due figli e realizzato molti dei suoi sogni, era rientrato in Sicilia in circostanze avventurose. Aveva quasi subito conosciuto mia madre, una ragazza di vent'anni più giovane e ciò nonostante anche lei già sposata. Purtroppo per loro si erano innamorati nel difficile contesto di una piccola città siciliana.

Avevano iniziato una relazione semiclandestina, accompagnati dalla disapprovazione delle famiglie. Per poter stare insieme, seguendo le attività di mio padre, avevano cominciato a viaggiare per il Paese in lungo e in largo. Si trovavano spesso a Roma, abbastanza lontani dalle malelingue e dai pettegolezzi della loro piccola città di provincia, e, in un'epoca in cui l'Italia era ancora largamente in macerie, conducevano una vita interessante e a tratti divertente. Abitavano in grandi alberghi frequentati da star hollywoodiane, nobiltà monarchica decaduta, padri della Patria e personaggi di dubbia reputazione. Non si erano potuti sposare, il divorzio non era contemplato dalla legge, e inoltre mio padre doveva ancora occuparsi economicamente della sua prima famiglia, e dei due figli già grandi, con cui manteneva un'intensa e affettuosa relazione. I suoi affari procedevano tra momenti positivi ed esaltanti e grandi difficoltà.

La nascita di mia sorella li aveva infine obbligati alla prima sistemazione in una casa e aveva dato loro il senso e il calore di una vera famiglia. Avevano dunque raggiunto una quieta stabilità, e in quel momento in cui stavano forse tirando un po' il fiato l'annuncio del mio possibile arrivo doveva essere stata una sorpresa non proprio gradita. Mio padre non stava attraversando uno dei suoi momenti migliori, ma quel periodo di difficoltà economiche, che erano state il loro principale motivo di preoccupazione per l'arrivo di un secondo figlio, sarebbe stato il mio principale alleato e avrebbe finito per essere la ragione alla quale devo forse la vita.

Per il momento, tuttavia, la decisione che stava per mettere fine alla mia fragile esistenza era stata presa, non senza dispiacere da parte di mio padre e comprensibile terrore da parte di mia madre. Come il divorzio, anche l'aborto alla fine degli anni Cinquanta era illegale, l'interruzione di gravidanza era una strada non facile da percorrere e le condizioni di clandestinità in cui si consumava rendevano estremamente rischioso l'esito dell'intervento anche per la vita della madre.

La strada delle cosiddette «mammane», pronte a infilzarmi con un ferro da calza o ad avvelenare la puerpera con pozioni tossiche in grado di farle perdere «spontaneamente» il bambino, furono per fortuna subito escluse da entrambi. Mio padre si mise alla ricerca di un medico che fosse, oltre che affidabile, anche disponibile a commettere un reato, combinazione non certo facile.

lo me ne stavo al calduccio dentro mia mamma, ma quello era il massimo del comfort che mi era concesso: avrei capito molti anni dopo, nel corso dei miei studi sulla vita prenatale, che in quel momento improvvise scariche ormonali di adrenalina e cortisolo, dovute allo stato di ansia e stress che mia madre stava vivendo, inondavano il mio rifugio sicuro, mettendo in allarme tutto il mio nascente sistema nervoso. Sperimentavo precocemente la biochimica della paura e dell'insicurezza con cui avrei imparato a convivere e fare i conti nel corso della vita, ben oltre la mia nascita.

Intanto, come un piccolo eroe che debba combattere contro draghi e creature aliene, cominciavo una battaglia molto precoce per la sopravvivenza. Molti anni più tardi, la mia formazione di psicoterapeuta e le lunghe sessioni di analisi, mi avrebbero messo in condizione di entrare in una sintonia profonda con la piccola creatura che attraversava quella complicata esperienza. Forse proprio grazie a quel precocissimo vissuto e al suo esito per me felice, ho potuto in seguito creare una vera e propria narrazione positiva, che avrebbe arricchito il resto della mia esistenza e quella di tantissime persone. Cosa è dunque accaduto?

Aiutato da amici discreti e fidati, mio padre riuscì a trovare il ginecologo disposto a farmi fuori. Era lo stimatissimo primario di una struttura ospedaliera, ma la richiesta economica del luminare era talmente esosa che mio padre dovette riprendere il suo peregrinare per la città, questa volta alla ricerca di un prestito per sostenere la spesa. E mentre i giorni e le settimane passavano, e lui non riusciva a trovare quel danaro (e permettimi di credere che non abbia voluto trovarlo), io continuavo a crescere, guadagnando quel tempo prezioso che stava rendendo la sciagurata ipotesi dell'aborto sempre meno praticabile e sempre più rischiosa anche per la vita di mia madre. Quello che ancora mi lascia senza fiato è il racconto che mia madre mi fece molti anni dopo la mia nascita. Eccolo.

Tuo padre quei soldi non li trovava. Io ero spaventatissima all'idea di abortire. Una notte, a quel punto eravamo già intorno al terzo mese di gestazione, ho sognato un bambino perfettamente formato, completamente calvo, ma bellissimo. Non diceva niente, mi guardava e mi sorrideva. E quello sguardo è durato un tempo infinito. Piangevo di gioia convinta che fossi tu e sapevo che ora che ti avevo visto non sarebbe più stato possibile farti del male. Mi svegliai nel mezzo della notte con il cuore in gola. Svegliai tuo padre che dormiva accanto a me e gli dissi: «Angelino, non voglio più farlo l'aborto». Tuo padre mi guardò assonnato e mi rispose: « Nemmeno io. Dormiamo ». Dopo sei mesi sei nato. L'ostetrica mi disse: «Signora, è un maschio. Guardi come è bello». Eri completamente calvo, come il bambino del sogno, e anche tu mi guardavi pieno di stupore.

Ora, non ti nascondo che credo in un sacco di cose che non sarà probabilmente mai possibile dimostrare: credo nell'anima, credo nella concreta influenza della nostra vita immateriale, credo nella mancanza di separazione tra noi, gli altri e il resto di questo incredibile, incomprensibile e meraviglioso universo; e tra le cose in cui credo, o in cui mi piace credere, credo che molto tempo fa, prima ancora di nascere, ho trovato una strada invisibile per entrare nei sogni di mia madre e stabilire un contatto con lei. A quel tempo non c'erano macchinari ecografici, ma c'erano - e ci sono ancora - forze misteriose che governano le nostre esistenze, e sono in grado di agire e funzionare in modo sorprendente.

Quindi sono apparso in sogno a mia madre, perché potesse entrare in contatto con un volto, degli occhi, un sorriso e una piccola testa calva con cui identificarmi. Almeno questo è quello che mi piace credere. Perché nel raccontarci la nostra storia tutti siamo liberi di sceglierci la narrazione che ci fa stare meglio, che non fa male a nessuno e che rende un buon servizio a noi stessi e a chi ci sta vicino. Nessuno nasce in un mondo perfetto, ma possiamo fare anche noi la nostra parte.

Nella storia della mia nascita ho ritrovato le radici profonde di molte delle scelte che ho fatto in seguito nella vita. Come avere sviluppato una capacità riparativa che si risveglia ogni volta che mi trovo davanti alla sofferenza di qualcuno che sta attraversando una situazione in qualche modo incompleta, difettosa o danneggiata. È un istinto che si attiva nel mio lavoro terapeutico, nel mio lavoro artistico quando racconto la complessità di un personaggio, e anche nella necessità di condividere con gli altri quello che so, che mi aiuta a superare le difficoltà della vita e che mi fa stare bene.

Per quanti guai possiamo avere intorno, non saranno mai il vittimismo, le lamentazioni e l'autocommiserazione a darci una mano a cambiare le cose. Una visione positiva, che può spingersi persino alla capacità di estrarre il bene dal male, è una scelta che ci permette di dare il nostro contributo in questa vita, finché abbiamo il privilegio di viverla e di onorare il dono che abbiamo ricevuto venendo al mondo.

Ogni Giorno un Miracolo

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Alberto Simone

Alberto Simone, autore e regista di cinema e fiction RAI (Colpo di luna, Il commissario Manara), alterna da sempre l’attività artistica a quella di psicologo, life coach e terapeuta. Dopo un lungo soggiorno negli Stati Uniti ha ampliato le sue conoscenze nei campi della mindfulness,...
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