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Sincronicità - Estratto da "Nulla succede per Caso in Amore"

di Robert H. Hopcke 1 mese fa


Sincronicità - Estratto da "Nulla succede per Caso in Amore"

Leggi in anteprima la prefazione del libro di Robert H. Hopcke e scopri con lui come nei sentimenti tutto accada per un motivo

Vent'anni fa, quando ho pubblicato il mio primo libro sulla sincronicità - Nulla succede per caso. Le coincidenze che cambiano la nostra vita -, il concetto di coincidenza significativa o sincronicità non era completamente sconosciuto al vasto pubblico.

Mentre conducevo interviste e ricerche, ho constatato che questa idea, coniata da Carl Gustav Jung negli anni Cinquanta del Novecento, si era insinuata nella coscienza e nel lessico di quasi tutte le persone con cui ho parlato, tanto che, quando le ho sollecitate a raccontarmi qualche coincidenza che aveva provocato un cambiamento nella loro vita, non ho avuto bisogno di spiegare in che cosa consistesse l'argomento del mio libro (anche se, curiosamente, ho dovuto specificare piuttosto spesso che non era stato Sting, con i Police, a inventare il termine sincronicità nel disco Sinchronicity, ma che il cantante inglese, pur creativo, l'aveva preso da Jung).

Il concetto di casualità significativa viene però espresso in vari modi. Il sinonimo usato più di frequente è «serendipità», un termine che ha una storia anche più venerabile di quello junghiano, perché risale a un racconto di Horace Walpole, pubblicato per la prima volta nel 1754 e ispirato a una fiaba persiana ancora più antica, La principessa di Serendip.

Nei due decenni trascorsi da quel mio primo libro, ho tenuto diverse conferenze e lezioni sulla sincronicità nella versione junghiana, e mi sono reso conto che i modi in cui le persone pensano, parlano e usano la parola «sincronicità» erano diversi, a volte poco e a volte molto, da come la intendeva Jung.

C'era chi la equiparava al «fato», al «destino» o alla «connessione cosmica» - tutti tentativi perfettamente comprensibili di dare senso a coincidenze spesso sensazionali, assolutamente inattese e, sovente, non volute o addirittura sgradite -, ma nessuna di queste definizioni corrisponde alla «sincronicità».

E c'era chi, avendo una mentalità più razionalistica o scientifica, faceva riferimento a elementi, proprietà o caratteristiche del mondo fisico scoperti attraverso la ricerca subatomica, oppure alle innovazioni della fisica postnewtoniana, nel tentativo di spiegare coincidenze apparentemente casuali che si verificano al livello macro della nostra esperienza, ma neppure il cosiddetto «campo unificato» o il «principio di indeterminazione» corrispondono al senso originario del concetto di «sincronicità».

Entrambe le concezioni hanno dei pregi, ma sono molto diverse dall'idea junghiana di sincronicità. Jung, che era, prima di tutto e soprattutto, uno psichiatra clinico, nel suo saggio del 1950, La sincronicità come principio di nessi acausali, presentò la nuova nozione come principio psicologico. Il modo in cui noi esseri umani diamo senso alla nostra vita, procedendo, per così dire, dall'interno all'esterno, era sempre stato uno degli interessi fondamentali di Jung.

Nel descrivere la nostra esperienza interiore non parlò di «mente», ma di «psiche», utilizzando in tutti i suoi scritti il termine greco, più inclusivo e ricco di risonanze, in alternanza con il più comune «anima».

Quando parlo in pubblico di sincronicità, affermo spesso che quasi tutto ciò che occorre sapere sul concetto junghiano è già contenuto nel titolo del suo saggio.

La definizione del termine coronava lo sforzo ininterrotto di Jung per comprendere come noi esseri umani creiamo le connessioni: in che modo il nostro mondo inconscio si connette con quello conscio (oppure non si connette, come nel caso della malattia psichica)?

In che modo il nostro passato, personale e collettivo, è connesso con il momento presente della coscienza al servizio di un processo tendente a una maggiore integrazione (cosa che, ancora una volta, non accade in quanti soffrono di difficoltà emotive o di traumi)?

E infine, in che modo la nostra vita interiore, la soggettività, che è forse il livello più intimo e fondamentalmente non condivisibile di esperienza, viene alla superficie, incontra altre vite e crea con esse legami, prima con i genitori, poi con la famiglia e quindi con cerchie sempre più ampie di amici, conoscenti, fino alla società nel suo insieme?

La sincronicità non risiede al di fuori di noi, in un destino sovrannaturale o nel mondo fisico dei campi subatomici: essa è dentro di noi. Nel pensiero di Jung, la sincronicità è un principio di connessione psicologica.

Tanto la visione metafisica quanto quella scientifica cercano invece di spiegare il potere degli eventi in base al principio di causalità. Dire che una coincidenza apparente è «fato» significa postulare l'esistenza di un regno oggettivo dello spirito, che determina la direzione svelata dalle coincidenze, una direzione sulla quale, essendo predeterminata, non possiamo avere nessun ruolo, nessuna influenza.

Analogamente, pensare, di fronte a coincidenze misteriose e perturbanti, che si verifichino perché tutta la materia è in qualche maniera «unificata» oppure perché, a un certo livello di esistenza fisica, la separazione è puramente «apparente», significa presupporre una causa.

Ma nessuna di queste due spiegazioni, anche se fossero giuste, rientrava negli interessi e nelle intenzioni di Jung. Il «vecchio saggio di Bollingen» era del resto pienamente soddisfatto di definire acausali le coincidenze, ossia manifestazioni del caso, e di dedicare la sua attenzione al nesso fra lo stato interiore e le circostanze esteriori che queste concomitanze, a volte piacevoli, a volte inquietanti, fanno affiorare in noi.

Quanto a me, visto che, scrivendo di sincronicità allo scopo di chiarire il significato autentico di questo concetto junghiano come principio psicologico, ho persino fatto un po' di carriera, proseguirò sulla stessa strada con questo mio secondo libro, esaminando la sincronicità nel contesto delle storie delle nostre famiglie.

In Nulla succede per caso partivo da una visione più ampia delle varie sfere in cui tendono a verificarsi eventi sincronistici: la vita amorosa (l'incontro con l'anima gemella, i cambiamenti o la fine di una relazione); la vita lavorativa (l'adozione di un'attività o di una carriera in seguito a eventi non intenzionali, ma significativi); la vita interiore (evidenziata da sogni sincronistici e da circostanze spirituali o religiose, quali l'incontro con un maestro spirituale oppure una guarigione o una trasformazione spontanee, i cosiddetti «miracoli») e, infine, le storie di sincronicità che accompagnano i due passaggi che nessuno può evitare: la nascita e la morte.

Mentre raccoglievo materiale per Nulla succede per caso, ho avuto il piacere di ascoltare forse un centinaio di storie sulle coincidenze che avevano portato i narratori a incontrare la persona amata, a lasciare un lavoro deludente per una carriera nuova e più appagante, oppure avevano innescato una trasformazione spirituale.

Quando ho finito di scrivere quel testo, mi è rimasta una serie di racconti che non avevo sollecitato e non rientravano nel piano del primo volume, ma che nell'insieme costituivano una ricca raccolta di esperienze, affascinanti ed emozionanti. Erano tutte storie di famiglia e ho pensato che meritassero anch'esse un libro.

Le connessioni fra membri della stessa famiglia non hanno, naturalmente, niente di sorprendente: ogni famiglia è un piccolo universo, una fonte inesauribile, per ciascuno di noi, di senso e di intuizioni. E' il fondamento stesso del nostro essere.

Eppure, anche dopo trentacinque anni di pratica come terapeuta matrimoniale e familiare, confesso che, quando ho acceso il computer per iniziare a scrivere questo libro, da tempo programmato, sulla sincronicità e le storie riguardanti la famiglia, sono stato preso dallo sgomento. Che cosa intendo per «famiglia»?, mi sono chiesto. E' del suo aspetto biologico, della materia grezza, psicogenetica dei nostri nessi familiari che voglio parlare?

Soprattutto oggi, quando tutte le nozioni precedenti di «famiglia» attraversano una turbolenta trasformazione, non è più lecito (ammesso che lo sia mai stato) definire la «famiglia» in modo così riduttivo.

Tutti abbiamo esperienza di persone che, pur avendo tutte le connessioni biologiche possibili - persino coppie di gemelli identici -, non hanno niente in comune fra loro, mentre altri, privi di qualsiasi legame biologico, possono essere o diventare una vera famiglia.

Del resto ogni coppia è formata, e deve esserlo dal punto di vista sociale e persino da quello legale, da individui che, prima di unirsi amorevolmente e fisicamente per creare una relazione e un proprio nucleo, non erano imparentati.

Dichiaro dunque, prima ancora di iniziare a raccontare le storie di sincronicità fra componenti della stessa famiglia, che non insisterò sulla natura biologica di questa istituzione. So benissimo che, nel contesto attuale del discorso su ciò che la famiglia è o dovrebbe essere, considerarla al di fuori della meccanica della trasmissione genetica costituisce in certi ambiti una trasgressione radicale, un anatema e, sovente, una minaccia, grave se non addirittura cosmologica. A tutti costoro dico: pazienza, o, come dicono oggi i giovani: «Chi se ne importa. E buona fortuna!».

Ma, al di là di questo discorso strettamente biologico, sono convinto che la maggior parte di noi sappia bene che cos'è una famiglia. Coloro che consideriamo parte della nostra «famiglia» possono avere una relazione biologica di qualche genere con noi, ma il posto che essi occupano in quello spazio della nostra vita e del nostro cuore che chiamiamo con questo nome dipende da una miriade di altre ragioni.

Ed è proprio questa concezione più ampia della famiglia che, come psicoterapeuta e junghiano, mi è parsa l'aspetto più interessante delle storie che mi hanno raccontato. Gli eventi sincronistici che mi sono stati narrati e che sono all'origine di questo libro - connessioni casuali, ma profondamente significative fra persone che si amano - mostrano chiaramente che la famiglia è, in primo luogo, un'esperienza psicologica.

Definire la famiglia in questo modo significa coprire un territorio molto vasto con un'unica espressione. La nostra psiche è, si presume, un mondo a sé: potrei paragonare la nostra esperienza psicologica della famiglia a un caleidoscopio, con una infinità di minuscole parti di noi e delle nostre relazioni che mutano continuamente, vanno e vengono.

La famiglia, così concepita, è una realtà emotiva, costituita da ciò che proviamo e da coloro ai quali ci sentiamo vicini e vincolati in base alla nostra capacità e al nostro stile di attaccamento.

Nata da questi legami, a partire da quello primario con la madre (ma anche con il padre, non meno importante anche se diverso) e poi con parenti, fratelli e sorelle, la natura emotiva, che è il nucleo centrale della nostra esperienza familiare, si amplia fino a diventare una realtà sociale, probabilmente l'unità di base della società stessa.

E, in un passo successivo, da unità sociale la famiglia diventa una realtà storica: tutti sappiamo di essere gli ultimi, in ordine di tempo, di una lunga sequenza di antenati.

Con l'avvento di Internet, l'analisi del DNA e test vari, si è risvegliato un forte interesse per la dimensione tipicamente storica della famiglia, la genealogia. Molti di noi, per rispondere alla perenne domanda «Chi sono io?», hanno iniziato le ricerche per sapere da dove e da chi vengono, a quale ramo, ramoscello o foglia dell'albero genealogico appartengono.

E ora dirò una cosa che può sembrare contraddittoria: quando si osserva il ruolo della famiglia con la lente della psicologia, vengono considerati - e forse devono essere considerati - anche gli aspetti biologici dei nostri legami. Ma ritengo che anche questi legami fisico-genetici non siano semplicemente dati fattuali.

Quando diciamo: «Ho gli occhi di mia madre» oppure «Tutti gli Smith sono bassi» o «Io e i miei fratelli siamo portati per lo sport», prendiamo in considerazione i nessi fisici per via di ciò che queste rassomiglianze significano per noi.

Dunque, persino gli elementi che ci accomunano biologicamente agli altri membri della famiglia rientrano nella narrazione psicologica che noi costruiamo su ciò che siamo nel mondo.

Paradossalmente, è forse proprio l'aspetto biologico della famiglia a ricondurci alla nozione di sincronicità come coincidenza significativa: che cosa c'è, in fondo, di più accidentale, di meno causato e determinato delle semplici combinazioni genetiche che si uniscono per portarci al mondo?

Niente, io credo. Ogni concepimento, ogni nascita, ogni singolo individuo è, in un certo senso, una sincronicità unica e irripetibile: la manifestazione nella nostra persona di una connessione acausale, in questo caso di spirali ineffabili di DNA, di cromosomi che si combinano per caso.

La natura caleidoscopica della famiglia ha cominciato a delinearsi gradualmente mentre conoscevo le tante esperienze di sincronicità vissute dai miei narratori specificamente nel contesto familiare. I racconti che ho avuto il privilegio di ascoltare sono così diventati illustrazioni efficaci dell'aspetto essenzialmente psicologico della sincronicità, aspetto che, a sua volta, ha messo in luce la qualità fondamentalmente psicologica di ciò che costituisce una «famiglia». A questo punto, ho sentito prepotente il bisogno di esplorare a fondo tale qualità e di rivendicarla apertamente di fronte alle tante definizioni riduttive di famiglia oggi diffuse.

Le storie sugli eventi sincronistici, che hanno modellato le famiglie dei miei narratori e ne hanno forgiato l'esperienza di appartenenza nel mondo, ricadono in tre ampie categorie: il passato, il presente e il futuro. E io ho lasciato che fossero proprio tali categorie a determinare la forma del mio libro.

La famiglia è il nostro passato, il fondamento del nostro essere, le nostre origini. Spesso i fenomeni sincronistici portano alla nostra attenzione aspetti - di cui siamo inconsapevoli - di questa sorgente del nostro essere e del suo radicamento nel mondo che è la famiglia.

E molti di questi eventi sottolineano la natura complessa delle relazioni familiari, una natura che spesso, più che essere creata o cercata intenzionalmente, viene scoperta o trovata.

La famiglia, perciò, rappresenta in un certo senso il nostro sé storico: le pagine seguenti dimostrano che accadimenti accidentali possono rivelare lineamenti del passato capaci di arricchire e spesso completare il nostro senso di sé.

Qualcuno narra come ha conosciuto l'anima gemella, qualcun altro descrive coincidenze sorprendenti, che rivelano una comunanza con antenati o con avvenimenti storici, altri ancora espongono sogni o visioni attraverso cui hanno recuperato momenti della loro infanzia. Sono tutte storie che ci ricollegano con il posto che la nostra famiglia ha occupato nel corso del tempo.

La famiglia è il nostro presente. Spesso le coincidenze significative ci rendono consapevoli della forza del legame profondo - e del relativo carattere - che abbiamo con i genitori, con fratelli, sorelle e parenti, e lo fanno tramite connessioni simboliche e misteriose, attraverso esperienze condivise, che vanno al di là delle spiegazioni razionali e dell'intenzionalità. Sono eventi, questi, che accrescono il nostro senso di appartenenza, ci portano a comprendere che la famiglia non è soltanto il nostro luogo d'origine, ma una componente di ciò che siamo.

La famiglia è anche il nostro futuro. Per la sua natura collettiva e archetipica, essa rappresenta la parte di noi che trascende la morte e il tempo, ciò che ci ha portato alla vita e continuerà anche dopo la nostra scomparsa. Gli eventi sincronistici, come vedremo, accadono molto spesso nei periodi di transizione, e per noi esseri umani non esistono passaggi più importanti della nascita.

Le circostanze della nascita nostra e di coloro che amiamo sono occasioni di sincronicità profondamente significative, ma altrettanto ricca di coincidenze ed emozioni è la transizione che porta alla morte, in particolare l'esperienza della scomparsa di una persona cara.

In Nulla succede per caso il mio obiettivo era far emergere la profondità e la complessità del concetto junghiano di sincronicità e illustrare chiaramente quale fosse (o non fosse) l'intenzione dello studioso. Di conseguenza, le storie riportate in quel volume riguardavano una gamma molto vasta di eventi sincronistici, diversi per carattere, tipo e significato, e miravano a rendere chiaro lo scopo di questo concetto.

Questa volta, invece, mi è venuto del tutto naturale rovesciare i ruoli fra racconto e concetto. In questo secondo volume sullo stesso argomento, ho lasciato che fossero le storie a parlare, che i racconti di famiglia occupassero la maggior parte dello spazio, utilizzando il concetto junghiano di sincronicità soltanto per puntualizzare che cosa renda così significative per i narratori queste coincidenze.

Per coloro che desiderassero una trattazione un poco più psicologica della nozione di sincronicità, rinvio al libro precedente, che offre una presentazione più completa dell'idea originale. Nelle pagine che seguono sono le storie di famiglia a occupare la scena, ma sono anche convinto che la decisione di approfondire il contesto più ampio in cui si manifestano le coincidenze familiari sia più adatta all'argomento della sincronicità.

Poiché ciò che per ciascuno è significativo costituisce un'esperienza intensamente soggettiva, interiore, a volte quasi inesprimibile, succede spesso che, di fronte al racconto rapido e frettoloso di un evento sincronistico, ci si chieda perché una coincidenza di quel genere abbia avuto un effetto così importante.

E perciò, in questo libro, ho deciso di lasciare alla storia stessa il compito di dimostrarlo, limitandomi a illustrare, al meglio delle mie capacità di scrittore e psicologo, l'esperienza interiore di come e perché un evento casuale abbia potuto modificare il nostro senso della famiglia e, di conseguenza, anche il nostro senso di sé.

Nulla succede per Caso in Amore

Le coincidenze che cambiano la nostra vita sentimentale

Robert H. Hopcke

Scopri come riconoscere il vero amore! Jung definiva "eventi sincronistici" quei fenomeni in grado di cambiare il nostro modo di aprirci al mondo, si tratta spesso di quelle coincidenze apparentemente incredibili capaci di...

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Robert H. Hopcke è psicoterapeuta e direttore del Center for Symbolic Studies, una scuola di formazione per psicoanalisti e psicoterapeuti di area junghiana. Ha tenuto numerosi seminari in varie città degli Stati Uniti. Vive e lavora a Berkeley, in California.
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