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Siamo uguali solo nelle nostre mancanze...

di Akilah Azra Kohen 6 mesi fa


Siamo uguali solo nelle nostre mancanze...

Leggi l'inizio del romanzo "Phi" di Akilah Azra Kohen

Can Manay aveva da poco superato i trent'anni e già aveva capito come giravano le cose: il mondo era un mercato e tutti avevano qualcosa da vendere.

Il segreto era pretendere la cosa giusta dalle persone giuste e non dare in cambio nulla più del dovuto. Una transazione.

La maggior parte dei suoi pazienti era gente che in questa transazione aveva perso la strada, dato troppo di sé, o si era creata delle aspettative, dimenticandosi che si trattava di uno scambio. Per Can Manay, la vita se la godeva solo chi imparava a gestire questo dare-avere; gli altri erano destinati a un'esistenza misera.

Seduto comodamente sul sedile posteriore della sua auto di lusso, osservava il traffico che nella corsia opposta procedeva a fatica, e il pensiero di vedere delle nuove case lo rilassava. Finalmente avrebbe potuto procedere con una nuova transazione: far entrare nel suo letto per qualche ora e qualche posizione le donne che voleva, senza però lasciarle entrare nella sua vita. Ora stava andando a vedere quattro case che gli aveva trovato Kaya, il suo assistente.

Quando l'auto si fermò al semaforo, alcune liceali che attraversavano la strada si accorsero di lui e subito circondarono il veicolo. Si misero a picchiettare sui vetri sperando in un autografo o in qualche parola e Can, senza scomporsi, indossò la solita maschera del mezzo sorriso.

A mano a mano che l'auto si allontanava, abbandonò l'espressione professionale che aveva messo a punto per proteggersi dal mondo esterno. Nonostante fossero trascorsi undici anni, non si era ancora abituato a questo interesse eccessivo nei suoi confronti: lo faceva sentire un alieno. Il suo sguardo scivolò sullo specchietto retrovisore e incontrò quello di Ali.

«Lei è molto amato. Sono giovani e curiose» gli disse l'autista con un sorriso comprensivo.

«Ciò che ci avvicina a Dio è la stessa cosa che ci allontana dagli altri: la curiosità. Dalla curiosità ha origine il nostro potenziale. La nostra identità consiste in ciò che ci incuriosisce e nel perché ci incuriosisce. Queste ragazze non mi amano, sono solo curiose. Ma la loro è una curiosità sviata, sfocata, tutto qui. Non ha nessun significato, dipende solo dal fatto che sono un personaggio televisivo» rispose Can.

«Di questi tempi la televisione è il luogo del potere. Se gli dèi scendessero sulla terra l'unico posto dove vorrebbero stare sarebbe la tivù: abbastanza vicini da essere visti ma lontani al punto da non essere raggiungibili. La fama è la prima cosa che dà vita agli dèi, la seconda è il fatto che la gente creda in loro. Lei le ha entrambe, in più è un essere umano» disse Ali divertito. Can Manay rispose con un mezzo sorriso, ma questa volta autentico.

«Lei dimostra che una vita migliore, una vita degna di essere vissuta, esiste. Offre loro una splendida prospettiva e, anche se non l'hanno sperimentata di persona, queste ragazze vogliono fame parte seguendo lei, oppure, se ne hanno l'occasione, colpendo il finestrino, attirando la sua attenzione in qualunque modo... Per loro lei è un esempio a cui ispirarsi.»

«Ma quanto siamo romantici. Ali! Ispirarsi per cosa, poi?» rispose Can prendendo in giro l'autista, del quale stimava l'intelligenza. «Io non offro niente a nessuno! Se avessi trovato la cura per il cancro, se fossi stato il primo uomo sulla terra a lavorare il ferro, insomma, se avessi fatto qualcosa di concreto, credi che mi accoglierebbero così? Certo che no! Loro vogliono solo essere notate. Notate da qualcuno che è già noto. Vogliono che qualcun altro certifichi la loro esistenza.»

Poi si accomodò in una posizione che gli permetteva di vedere meglio Ali e disse: «C'è una storiella tibetana che mi piace molto». Ali si mise ad ascoltare.

«Un giorno un dio era seduto sul monte più alto del pianeta e rifletteva su alcuni semi che aveva appena creato, finché arrivò un amico, un dio dispettoso. L'amico gli chiese cosa fossero. "Sono semi" rispose.

"Semi di che?" 

"I semi delle mie potenzialità... dentro di me ho così tante possibilità che a ogni seme ne ho associata una, e una volta che saranno cresciuti osservandoli conoscerò me stesso."

E il dio dispettoso commentò: "Semi divini! Questa, amico mio, non mi sembra una grande idea".

"Perché, cosa c'è di più sensato per un dio che conoscere se stesso?"

"Quei semi si svilupperanno, ma non potranno mai realizzare appieno il tuo potenziale!"

"Cosa ti rende così sicuro?"

"Questi semi dovrebbero modificarsi di continuo per trasformarsi in ciò che tu vuoi che diventino. Come possono trasformarsi in tutto ciò che tu sei in grado di essere, che motivazione avrebbero, che cosa li spingerebbe?" commentò il dio dispettoso. "Non credo che funzioneranno."

"Li pianterò in una serra e li nutrirò con la curiosità."

"La curiosità per cosa?" chiese il dio.

E l'altro: "La curiosità per il proprio potenziale".

Il dio era convinto che i semi da lui creati un giorno avrebbero acquisito consapevolezza, diventando a loro volta divini. L'altro invece insisteva che sarebbero stati semplici anelli della catena alimentare e che non avrebbero mai potuto avere un'essenza divina. Il dialogo tra i due in pochi minuti divenne una scommessa e dopo alcuni secoli si trasformò in una sfida. Insomma, il dio creatore piantò i semi in una serra e li coltivò con la curiosità...»

Il silenzio e il profondo sospiro di Can Manay indicarono ad Ali che la storia era terminata. Indeciso se parlare, Ali lanciò un'occhiata a Can nello specchietto retrovisore. Lui guardava fuori dal finestrino. «E che ne è stato dei semi?» gli chiese alla fine.

«Quando la questione si trasformò in una sfida, il dio dispettoso creò la quotidianità. Quelli che sono riusciti a preservare la propria curiosità dalle distrazioni di tutti i giorni, chissà, probabilmente ce l'hanno fatta.» Detto questo sorrise, e chiuse il discorso.

Ali ci pensò su. "Certo, siamo assediati dai compiti di ogni giorno, per dare un senso alla vita non facciamo che lavorare e anche quando non lavoriamo vediamo gli altri solo per stordirci: così sfuggiamo alla solitudine, ma se indirizziamo la nostra curiosità sempre e solo verso gli altri finiamo per sacrificare il nostro potenziale. Il personaggio di un film spesso ci sembra più interessante di noi stessi. Il genere umano è in una situazione orribile, e non per la fame, le calamità, le malattie... ma perché la curiosità di capire chi siamo veramente, il desiderio di consapevolezza, è stato accantonato, mentre qualsiasi stupidaggine sembra incuriosirci. Siamo smarriti. Nel nostro mondo, estranei a noi stessi, siamo in balia degli imperativi della quotidianità..."

I pensieri di Ali furono interrotti dalla voce di Can, che guardando la gente alla fermata del bus commentò: «Aspettano di prendere il loro posto nella catena alimentare».

Ali osservò il gruppetto e, infastidito da quello spietato snobismo, spinse sull'acceleratore e superò la macchina davanti. Nutriva molto rispetto per l'intelligenza di Can, ma i suoi giudizi taglienti su persone di cui non conosceva nulla lo avevano sempre irritato. In realtà a infastidire Ali non era tanto Can, quanto il fatto che con il tempo aveva iniziato a dargli ragione. E così proseguirono nel loro percorso, senza sapere che una delle persone in attesa del bus avrebbe stravolto la vita di Can Manay...

Phi

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Akilah Azra Kohen

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Akilah Azra Kohen

Akilah Azra Kohen, 1979, è una psicologa comportamentale turca laureata in Gran Bretagna e specializzata in studi motivazionali. Oltre al turco, parla italiano e inglese.
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