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Siamo semi da coltivare per una vita degna di essere vissuta

di SaYa 5 mesi fa


Siamo semi da coltivare per una vita degna di essere vissuta

Leggi un estratto dal libro di SaYa "Pulisco, Vedo e Agisco"

Indice dei contenuti:

Il negozio di Dio

«Un giorno Dio decise di aprire anche Lui un negozio sulla Terra. Chiamò l’Angelo più bello e più gentile e gli disse: “Tu sarai il mio commesso e venderai i miei prodotti”.

Non appena si sparse la notizia del “Negozio di Dio” tutti corsero per gli acquisti. “Che cosa vendi, Angelo bello?” domandò il primo arrivato. “Ogni ben di Dio!”. “E fai pagare caro?”. “Oh, no! I Doni di Dio sono tutti gratuiti”.

Il cliente, stupefatto, non sapeva darsi una spiegazione. Contemplava, meravigliato, il grande scaffale con “Anfore d’amore”, “Pacchi di Speranza”, “Scatole di Pace”, “Flaconi di Gioia”… 

Si fece coraggio e, poiché aveva un immenso bisogno di tutto, chiese: “Dammi un po’ di Perdono, un po’ d’Amor di Dio, un cartoccio di Felicità, un vasetto di Pazienza, una mestola di Umorismo, un barile di Coraggio e Speranza quanto basta!”.

L’Angelo, gentile, si mise immediatamente a preparare tutta quella merce. Dopo un po’ ritornò con un pacco piccolissimo, grande quanto un cuore.

Il cliente non poté fare a meno di esclamare: “Tutto qui?”.

L’Angelo con voce solenne gli spiegò: “Eh, sì, mio caro: nella Bottega di Dio non si vendono frutti maturi, solo piccoli semi da coltivare».

Ti Amo Mi Dispiace Perdonami Grazie

Qualsiasi nostra credenza è già una sentenza in azione:

  • Credo (ho paura) che non si possa cambiare nulla? Così sarà.
  • Credo (ho fiducia) che tutto possa migliorare? Così sarà.

Ciò in cui credo stabilisce una direzione, una priorità e devo solo avere l’accortezza di capire di quale tipo di energia mi sto nutrendo e che sto quindi favorendo. Così come la pace comincia da me, tutto comincia e germoglia dalla mia semina. Sta a me essere in equilibrio, a cavallo dell’unica energia che è la sostanza di tutti i mondi, sia dentro che fuori di me. Sta sempre a me come pensare, in quali termini esprimermi e cosa fare per migliorare me e l’intero mondo, interiore ed esteriore.

Momento per momento, attraverso la mia fiduciosa presenza nel qui e ora, con amore e riconoscenza, scelgo di essere nella pulizia, per una chiara visione e azione su tutti i piani di esistenza.

Ti Amo Mi Dispiace Perdonami Grazie.

Di tutto quello che riteniamo di sapere, solo una piccolissima parte proviene dalla nostra esperienza diretta. La maggior parte delle nostre conoscenze è stata acquisita nel mondo esterno: dall’educazione ricevuta in famiglia, dall’insegnamento nella scuola, dal catechismo, dalla società, da guru e maestri che continuiamo a delegare perché ci possano illuminare su quello che non ci sembra alla nostra portata. Le consuetudini dei costumi e delle credenze hanno creato il nostro bagaglio di abitudini che, inevitabilmente, condizionano le nostre azioni. Ripetendo più e più volte un’azione, questa diventa una routine meccanica e anche se in alcuni casi è un bene, tipo guidare automaticamente – cioè in modo sicuro e rilassato – in generale fa parte degli automatismi che ci fanno perdere sia la consapevolezza che la presenza.

In pratica “siamo quello che facciamo”.

Eppure riteniamo di essere in possesso di certezze inconfutabili, a tal punto che se qualcuno viene a metterci qualche pulce nell’orecchio o a mettere in dubbio ciò che crediamo di sapere, rispondiamo a seconda dell’argomento, dell’umore e del momento: “Non mi fido…”. “Mi fa paura”. “Potrebbe essere pericoloso”. “L’ho studiato a scuola!”. “Guarda che è così!”. “Con te non si discute!”. “Macché sei pazzo? Ma che cosa dici? Lo dice la tv, lo dice il giornale, lo dicono i libri di storia, di geografia, lo dice la nasa, lo dice il Papa…”.

Come disse Jiddu Krishnamurti:

«Ogni guru è una trappola. Ogni leader è un tiranno. Ogni maestro confonde. La malattia del secolo si chiama “dipendenza”. È ridotta a una debole luce il contatto con la propria anima. Se fossimo in contatto con il nostro cuore profondo, cioè il luogo reale dello spirito, non accetteremmo nessun leader, nessun maestro, nessun guru. Saremmo indipendenti. Svegli. Vigili, autonomi e non automi. Il maestro sei tu. E dentro c’è anche tutto quello che serve».

L’unico vero maestro a cui dare ascolto è dentro di noi, eppure cediamo spesso e volentieri agli altri la direzione di questa rappresentazione teatrale che è la vita.

Di fatto ce ne accorgiamo ogni giorno di più, siamo dentro a un grande show, questo è ormai evidente, ma quello di cui dobbiamo divenire consapevoli è che ognuno di noi ha l’opportunità di riconoscere e assumere la propria responsabilità al 100% (che include il proprio potere) su tutti i livelli.

Sul palco della vita abbiamo due opzioni:

  • identificarci nell’attore;
  • non riconoscerci nel ruolo che ci viene assegnato d’ufficio e rivendicare l’autodeterminazione della nostra esistenza in vita.

Dobbiamo solo guardare, vedere e scegliere se continuare a utilizzare e a interpretare il comodo ma costoso copione – di mezzi, di energia, di tempo, di vita – pronto all’uso, oppure crearne uno noi del tutto originale, non più basato sulle consuetudini ma sui nostri talenti naturali, cioè senza condizioni e condizionamenti.

Quello che ancora troppi maestri non ci dicono in modo chiaro e diretto è che possiamo dirigere da soli gli eventi della nostra vita, semplicemente sbarazzandoci di quello che nella religione – e ora anche nella spiritualità, talvolta travestita da percorsi di risveglio – ci impedisce la visuale: il paraocchi.

Se osserviamo senza immedesimarci nell'osservato – cioè senza essere già abituati all'anomalo diventato normalità – possiamo vedere nelle ultime generazioni la tendenza a estraniarsi completamente dal mondo reale per essere letteralmente inghiottiti da quello virtuale, sommersi dal bombardamento a raffica di informazioni/distrazioni quali Internet, App e Social Network in particolare. Il nome in gergo degli inconsapevoli dormienti è smartphone zombie.

Non è inquietante osservare la maggior parte degli esseri che è letteralmente rapita dal proprio cellulare? Parliamo di quelli che si possono permettere un telefono perché ad altre latitudini del pianeta avrebbero altre priorità, anche se tutti ormai vorrebbero essere connessi al Web. Perché la connessione più importante attualmente non è quella con il Divino in sé, bensì con il pifferaio magico che milioni di persone tengono incollato al palmo della mano 24 ore su 24.

Ci domandiamo come abbiamo potuto sopravvivere quando nella nostra giovinezza comunicavamo dalle cabine pubbliche con l’antidiluviano gettone telefonico! E ancora, che uso stiamo facendo della tecnologia, utilissima e preziosa in molti ambiti, e come possiamo metterla al nostro servizio invece di far parte di una generazione dipendente dai mi piace di emeriti sconosciuti?

Una precisazione… stiamo scrivendo “a voce alta” perché tutto questo riguardava pure noi, eh! Noi per primi abbiamo dovuto “darci una regolata” perché nel passato, con la scusa di lavorare con Internet, ci siamo ritrovati a constatare la forza di attrazione esercitata da questi strumenti che la modernità ha messo così generosamente a disposizione di tutti noi, spacciandoli per avanzamento tecnologico che possiamo invece definire una distr-azione il cui obiettivo è di distruggere l’azione. Quello che abbiamo capito, in generale e nel particolare, è che quando non utilizzi qualcosa con consapevolezza ne sei utilizzato.

È la presenza e non l’ego, che ci consente di mettere in primo piano il corretto, che parte sempre da una decisione della nostra interiorità più vera e non delegando ad altri le scelte della nostra vita. Il vero significato è custodito dentro di noi, è lì che aspetta di essere riscoperto insieme alle preziose facoltà che ignoravamo, quelle capacità che ci permettono di sentire, pensare e agire, e accedere al nostro potenziale di infinite possibilità dove tutto è creatività in forma embrionale.

Come dice José Pepe Mujica:

«Io lotto contro l’idea che la felicità stia nella capacità di comprare cose nuove. Non siamo venuti al mondo solo per lavorare e per comprare; siamo nati per vivere. La vita è un miracolo; la vita è un regalo. E ne abbiamo solo una».

Cominciando a potare il superfluo, iniziamo a comprendere che se siamo qui è perché lo abbiamo scelto. In che senso? Questo avrebbe a che fare con la reincarnazione e le vite precedenti? Difficile saperlo, ma se siamo qui è perché ce lo meritiamo e questo diventa lo scopo più efficace della verità che ci riguarda. Nel male o nel bene, che lo crediamo o no, siamo necessari. Possiamo interpretarlo come una punizione o come un premio, ancora una volta tutto sta nel modo in cui scegliamo di vedere il senso della nostra breve, magnifica e sacra esistenza in questo momento della storia umana che stiamo contribuendo a co-creare.

La vita stessa è un dono, e quando ci arrivano dei doni generalmente diciamo: “Grazie, lo accetto volentieri, io merito questi doni, ne sono riconoscente e ringrazio”.

I due monaci

Due monaci pregano senza sosta, uno è corrucciato, l’altro sorride.

Il primo domanda: “Com’è possibile che io viva nell’angoscia e tu nella gioia se entrambi preghiamo per lo stesso numero di ore?”.

L’altro risponde: “Perché tu preghi sempre per chiedere e io prego solo per ringraziare”.

Il merito

L’azione (e non la teoria) più efficace per noi stessi e per le generazioni future è comprendere che se siamo qui è perché ce lo meritiamo e fa parte della nostra natura Divina ringraziare per questo.

Vediamo dal dizionario che cosa ci racconta la definizione “merito”:

«Ciò che rende degno di stima, di ricompensa; diritto alla gratitudine, alla stima, alla ricompensa, acquistato con le proprie capacità o le proprie opere […]. Qualità positiva di una cosa o di una persona; pregio […]. Aspetto sostanziale opposto a quello formale […]. Valore particolare o frutto morale degli atti compiuti da chi è in grazia di Dio».

Per ogni momento che ci viene regalato, che ci viene donato dal Creatore di Tutto ciò che È, abbiamo l’opportunità di allinearci alla Sua creazione diventando della stessa sostanza del Padre, della sua stessa energia nella nuova vibrazione che è ora sempre più chiara e manifesta sul nostro pianeta.

Il semplice saperlo è un seme che va però coltivato con azioni concrete. Perché ora non è più il tempo di star fermi in attesa che sia l’universo ad agire, perché ora decretiamo di essere noi i direttori della nostra orchestra. Siamo solo noi che possiamo decidere quale musica suonare e sta sempre a noi trovare l’accordo nella stessa tonalità del benessere collettivo. E quindi, ora, dobbiamo unirci a persone che risuonano alla nostra stessa frequenza e proprio per questo ne incontreremo sempre di più, attratti reciprocamente dalla stessa linea d’onda armonica.

Occorre nel frattempo evitare persone e situazioni dissonanti, che non risuonano con la nostra stessa vibrazione evitando di investirci il nostro tempo e la nostra energia per poter procedere eticamente nella direzione della correttezza e dell’onore. “Onore”, un termine che si usa poco e che sa di obsoleto vero? L’onestà è direttamente collegata all’onore tanto che in latino honestus indicava chi era onorevole grazie al suo comportamento. Onore è un termine colmo di Luce che è urgente rivalutare e incarnare sia nel sottile che nel concreto.

Le persone e le situazioni dissonanti, e per questo offuscanti, non sono sbagliate bensì hanno il compito di mettere alla prova le nostre reazioni. Non dobbiamo però prendercela con loro perché anch'esse hanno un ruolo ben specifico nella nostra realtà.

Senza affrontare questioni più grandi di noi tra teorie, filosofie e supponenti certezze esoteriche, che possiamo solo interpretare soggettivamente con i nostri sensi limitati, possiamo vedere gli esseri che non ci sembrano allineati come energie primitive e tendenzialmente povere – e quindi bisognose – di amore, ma che con il loro comportamento “io-io/mio-mio” ci consentono di dirigerci verso un obiettivo che sarà utile anche a loro.

Persone che abbiamo comunque il dovere di rispettare con infinita compassione, ringraziandole per averci dato la possibilità di verificare se noi stessi fossimo davvero determinati e centrati nel nostro intento.

Tratto dal libro

Pulisco, Vedo e Agisco

Ho'oponopono

SaYa

In questo libro scoprirai:

  • Come la pulizia delle memorie crea un punto di partenza dal quale possiamo agire senza condizioni.
  • Che ogni essere umano ha le potenzialità per agire senza delegare più nessuno.
  • Che siamo liberi di scegliere di non accettare quello che ci è stato detto finora da ogni fonte.
  • Che con onestà, gratitudine e amore possiamo ristabilire i veri valori umani e il benessere personale, della nostra famiglia e di tutti gli esseri.
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SaYa è lo pseudonimo di Sandro Flora e Silvia Paola Mussini, ottenuto con le lettere iniziali di Sandro e con quelle finali di Silvia. In lingua giapponese Saya è il fodero della spada, uno strumento che protegge e che accoglie. Siamo ricercatori autonomi, i primi ad aver diffuso...
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Ultimo commento su Siamo semi da coltivare per una vita degna di essere vissuta

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mara
Acquisto verificato

mi ha davvero parlato...

bello l'ultima frontiera di hoponopono non è altro di quel che gia sapevamo, ma con la freschezza del nuovo tempo e viene voglia di leggere il libro. Mi è piaciuta la storia del negozio di Dio tanto da raccontarla a mio figlio. Libro da comperare

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