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Sei sulla strada giusta? Ecco i segnali per capirlo

Pubblicato in questo istante

La Redazione di Macrolibrarsi
Un team di esperti per promuovere la salute a 360 gradi

Scopri come ritrovare la tua vocazione per vivere la vita che ti appartiene davvero con gli insegnamenti di Daniel Lumera

Arriva un momento nella vita in cui mettiamo in dubbio ciò che abbiamo costruito fino a quel momento, e ci chiediamo se siamo davvero sulla strada giusta o se abbiamo perso qualcosa di essenziale.

Queste crisi sono forse un momento di introspezione molto potente che ci permette di aggiustare o cambiare ciò che è scomodo o non ci serve più, affinando invece quelle risorse, i talenti, di cui disponiamo e che sono i nostri strumenti più potenti. 

In altre parole, tali crisi sono un'occasione per riallinearci con lo scopo per cui la nostra anima si è incarnata.

Un webinar gratuito (puoi rivederlo qui), organizzato da Macrolibrarsi, con Daniel Lumera, biologo naturalista, research fellow in sociologia dei processi culturali e comunicativi, scrittore, docente e riferimento internazionale nell’area del benessere e della qualità della vita, ci ha permesso di fare chiarezza proprio su questo punto. Grazie anche ai concetti che ha riunito nel suo ultimo libro Scegli la tua vita, edito da Solferino (lo trovi nel nostro reparto libri)

Durante la serata Lumera ha illustrato alcuni concetti che possono permetterci di capire se siamo sul giusto percorso di vita e come sfruttare i nostri talenti e la vocazione per vivere la vita che davvero desideriamo e non quella che gli altri si aspettano. Nel webinar Lumera ha offerto una chiave di lettura profonda per rispondere proprio alla domanda: come capire se stiamo vivendo la nostra vera direzione?

Indice dei contenuti:

Il primo segnale: sentire che manca il senso

La domanda: “Perché sono qui?” emerge soprattutto nel momento in cui la nostra bussola smette di funzionare. Ma proprio nel momento in cui le certezze vacillano e la rotta sembra confusa, possono emergere gli indizi che qualcosa di più profondo ci chiede ascolto.

Daniel Lumera, che da oltre vent’anni è un ricercatore spirituale afferma che: «Non si tratta di un quesito retorico. È il battito stesso del cuore: chi lo ascolta con attenzione si trova di fronte a tre dimensioni fondamentali dell’essere umano: vocazione, significato e proposito della propria vita. Sono tre fratelli spirituali, radici diverse che si intrecciano nello stesso albero: l’autenticità dell’essere. Quando troviamo e ascoltiamo la nostra vocazione, scopriamo il significato della nostra esistenza. E quando abbiamo il coraggio di vivere quel significato, il proposito si manifesta, chiaro, semplice, vivo». 

Trovare un senso (vocazione o significato) alla nostra vita, dunque, non è solo un lusso filosofico, quanto una necessità biologica ed esistenziale imprescindibile per la nostra stessa fioritura. 

Il senso della vita: lo swadarma

Nelle filosofie orientali, la ricerca di un senso e della propria vocazione si traduce con swadarma. Afferma Lumera che lo swadarma è: «il canto con cui l’anima danza mentre il mondo dorme. È ciò che sei venuto a offrire prima ancora di sapere di esistere. Non è mestiere, né ruolo, né ambizione o paura travestita da scopo. È il tuo posto nel grande respiro del cosmo, la tua espressione unica nella trama infinita dell’Essere». 

Per spiegare meglio questo termine Lumera utilizza la metafora di una sorgente d'acqua sotterranea: non importa quanto terreno (obblighi, aspettative, maschere sociali) vi abbiamo costruito sopra; la sorgente continua a scorrere. Trovare il proprio senso significa avere il coraggio di scavare fino a farla zampillare, trasformando un terreno arido in un giardino rigoglioso che nutre non solo noi stessi, ma chiunque vi passi accanto.

Nelle sue parole: «Lo swadarma, profondamente personale, non riguarda ciò che la società si aspetta da noi, ma ciò che la nostra natura intrinseca ci chiede di essere. È la nostra vocazione esistenziale, una spinta interna che ci connette conal nostra anima». E aggiunge: «Vivere il proprio swadarma, anche imperfettamente, è un atto di integrità e coraggio, che porta a un senso profondo di benessere e soddisfazione». A qualsiasi età.

Barca a vela in mare al tramonto

La bussola dell'anima: talento, vocazione e passione

Uno degli ostacoli più grandi nel capire se siamo sulla strada giusta riguarda la confusione che regna tra passione, vocazione e talento.

Termini diversi che spesso vengono usati come sinonimi, ma che in realtà non lo sono, come spiega Lumera durante il webinar. «Lo swadarma racchiude in sé tre concetti: vocazione (richiamo dell’anima), proposito (scopo autentico) e significato (motore interiore) e per arrivarci occorre risvegliare la via del sentire che coinvolge corpo, mente e spirito».

Fare chiarezza su questi tre elementi è il primo passo pratico per orientare la nostra navigazione esistenziale. Per spiegare questi concetti e permetterci di capire la differenza, Lumera ci offre un'altra metafora potente e illuminante: quella della barca a vela.

Il talento: la struttura della barca

Il talento è una predisposizione innata, la struttura stessa della nostra imbarcazione. Come la barca che rappresenta, può essere veloce, agile, solido, a seconda del progetto iniziale.

Il talento è un dono che non scegliamo, ma che abbiamo la responsabilità di scoprire, sviluppare e, soprattutto, mettere al servizio della vita

Può manifestarsi in mille modi: attraverso il canale linguistico, quello musicale, logico-matematico, corporeo o spirituale. È la nostra unicità in azione.

La passione: il vento nelle vele

La passione è l'energia che ci muove, il vento che gonfia le vele. Può essere impetuoso, leggero, inconstante, un potente maestrale o una brezza lieve.

Indipendentemente da come appare, è un carburante emotivo intenso, una spinta che ci anima, ci coinvolge e a volte ci travolge. Tuttavia, come il vento, la passione è "stagionale": arriva, infiamma, si spegne, a volte ritorna o si trasforma. 

È una forza motrice potente, ma per essere sostenuta nel tempo ha bisogno di una direzione chiara.

La vocazione: la rotta da seguire

La vocazione è la direzione, la rotta profonda della nostra anima. Anche con poco vento o con una barca modesta, se sappiamo dove stiamo andando, possiamo arrivare lontano.

La vocazione non è uno strumento, ma il richiamo interiore che dà un senso al viaggio. È il luogo dove talento e passione finalmente coincidono e si mettono al servizio di qualcosa di più grande di noi. 

A differenza della passione, la vocazione non si estingue; può essere ignorata o dimenticata, ma il suo richiamo attraversa tutte le fasi della nostra vita.

Lumera riassume così questi 3 concetti: «Talento e passione sono strumenti. La vocazione è la direzione. Questi tre concetti aiutano a trovare il nostro skimei, un termine giapponese che significa “scopo di vita”, “la missione silenziosa che la tua anima ha scelto prima ancora di nascere. Non è legata al riconoscimento, ma all’impatto sottile e profondo che lasci. È l’orma del tuo passare, ciò che solo tu puoi fare, il modo unico di toccare il mondo». 

"Fuochi fatui": attenzione alla falsa vocazione

Nel percorso di ricerca personale, è fondamentale distinguere il vero fuoco vocazionale dalle "false accensioni" quei fuochi fatui che simulano la vocazione ma che nascono dall’ego.

I fuochi fatui si basano su eccitazione, performance e bisogno di riconoscimento. All’inizio esaltano, perché danno accesso alle gratificazioni immediate, ma col tempo svuotano. Sono come fuochi d’artificio: fanno rumore, ma non scaldano.


Il vero fuoco vocazionale, al contrario, non nasce da un senso di ribellione o di mancanza, ma da un ascolto attento di noi stessi e dall'amore per ciò che sentiamo profondamente.


Il fuoco alimentato dalla vocazione porta pace, un senso di allineamento e, soprattutto, ci rende liberi. Tale fuoco rappresenta la forza che sostiene lo swadarma e dà un senso duraturo alla vita. Quando si manifesta nella nostra vita, proviamo una sensazione di grande allineamento interiore.

È un'energia stabile che non brucia tutto in fretta, ma ci avvicina autenticamente a noi stessi.

Vivere secondo il proprio fuoco vocazionale significa onorare il Dharma della vita. Ignorare questo richiamo per seguire modelli di successo preconfezionati porta al «pentimento dell'anima più profondo»: quello di non aver vissuto una vita che ci apparteneva davvero.

In sintesi, mentre i fuochi fatui sono come fuochi d'artificio che illuminano il cielo per un istante lasciando poi il vuoto, il fuoco vocazionale è come la brace che arde sotto la cenere: una sorgente di calore costante che guida l'uomo verso la sua fioritura e il servizio verso gli altri. Nella tabella di seguito vediamo riassunte le principali differenze, per meglio comprendere e distinguere i concetti illustrati fin qui.

Tabella riassuntiva: caratteristiche e differenze fra vocazione/swadarma, fuochi fatui e fuoco vocazionale.

AspettoVocazione / SwadarmaFuochi fatuiFuoco vocazionale (Fuoco sacro)
DefinizioneDirezione profonda dell’esistenza; “richiamo dell’anima” e legge naturale personaleSimulazioni superficiali della vocazione, legate all’egoEnergia autentica che sostiene la vocazione nel tempo
OrigineConnessione profonda con il senso della propria vitaModelli culturali performativi e motivazionali (“americanate”)Ascolto interiore e allineamento con ciò che si è
Motore principaleTalento e passione messi al servizio di qualcosa di più grandeBisogni compensativi, ferite interiori, bisogno di dimostrareAmore profondo per ciò che si sente vero
Stato emotivo prevalenteSignificato, orientamento, pienezzaEccitazione, adrenalina, esaltazione momentaneaPace profonda, centratura, stabilità
Rapporto con l’egoEgo integrato, non dominanteEgo iperattivo e reattivoEgo non al centro; senso di libertà interiore
Qualità dell’energiaCostante e coerente nel tempoIntensa ma breve, discontinuaCalda, stabile, duratura
MetaforaRotta di navigazioneSpettacolo pirotecnicoFuoco che scalda e illumina senza consumare
Durata nel tempoLungo periodoBreve periodoLungo periodo
Effetti sulla personaCrescita autentica e senso di vitaStanchezza, insoddisfazione, inquietudineIntegrità, libertà, avvicinamento a sé stessi
Relazione con gli altriServizio e contributoRicerca di visibilità e riconoscimentoNon “contro” qualcuno, ma in ascolto
Direzione dell'azioneCoerente con la propria naturaReattiva (ribellione, dimostrazione)Creativa, amorevole, non conflittuale

Roaming wild per Lumera è vagare senza una meta per trovare il senso della vita

"Roaming Wild": il coraggio di perdersi per potersi ritrovare

In una cultura che esalta il controllo, l'efficienza, la direzione e in cui tutto deve avere un obiettivo o un risultato quantificabile (gli ingredienti che creano il fuoco fatuo), "perdersi" è visto come un fallimento. Chiaro segnale di debolezza da anestetizzare al più presto.

Così facendo, però, diventa molto difficile capire la nostra vocazione e scoprire i nostri talenti. Il rischio è di trovarci a vagare su un sentiero che non è giusto per la nostra anima e non risponde al nostro swadarma. 

Eppure, secondo Lumera, è spesso proprio il perdersi ("roaming wild") a permettere alla nostra vocazione di emergere.

"Roaming wild" significa letteralmente «vagare, andare in giro senza meta e in maniera incontrollata, e selvaggia; muoversi come un animale libero, in natura, o una persona senza vincoli né restrinzioni. Esattamente la condizione migliore per riuscire a sintonizzarsi con lo scopo e il significato autentico della propria vita».


Perdersi non è un errore, ma una soglia iniziatica, un momento necessario per ritrovare la strada dell'anima, disattivare il pilota automatico della mente condizionata. Significa camminare dove non ci sono sentieri, perdere i punti di riferimento, e permettere a quel senso istintuale, che la nostra società ha completamente atrofizzato, di emergere.


Per spiegare tale concetto, Lumera rievoca un'immagine chiara dal proprio vissuto. Racconta di quando il suo maestro, durante le camminate nei boschi, gli diceva semplicemente: "Vai, cammina". E alla domanda "Dove?", la risposta era sempre la stessa: "Ovunque non ci siano sentieri". È in quel disorientamento, che l'ego percepisce come una minaccia, che l'anima trova un'iniziazione e può percepire una importante intuizione. 

Quando abbracciamo questo approcccio semplice quanto rivoluzionario, ci prepariamo a un nuovo modo di navigare, che richiede il coraggio di abbandonare le mappe conosciute. Allo stesso tempo, ci permette anche di operare una trasformazione interiore attraverso una delle domande che ci facciamo più spesso. Aderendo al roaming wild saremo più inclini a non porci più la domanda importata dal modello "veloce" del successo: "Cosa voglio dalla vita?", che pone l'ego al centro, in un'ottica di controllo e raggiungimento. Riusciremo a ribaltare il nostro modo di vedere le cose e a chiederci: "Cosa vuole la vita da me?". Con questo semplice cambiamento, saremo più inclini a un ascolto profondo, a un servizio, a un sentiero di spiritualità autentica che ci supera e ci trascende. Perché il roaming wild è una pratica semplice quanto potente.

La storia - conferma Lumera - è piena di esempi di "roaming wild" illustri, da Siddarta a Einstein. Ciò che li accomuna è un cambio di percezione che ci permette di trovare la nostra strada, quella che davvero ci appartiene. «Il roaming wild - prosegue Lumera - è la porta attraverso cui la vocazione, il significato e il proposito della propria vita cominciano a farsi sentire. A volte nasce nel dolore, a volte nel silenzio, altre volte attraverso l’amore». 

Durante il webinar Lumera invita a esplorare i momenti in cui ci siamo sentiti persi, perché è proprio lì, nel sentiero non tracciato, che la nostra vocazione ci ha lasciato gli indizi più importanti. «Se swadarma è la via autentica dell’anima, la vocazione profonda, roaming wild, rappresenta il movimento libero di chi si sta sintonizzando su quella via senza compromessi, di chi cerca il campo, la linea attraverso cui comunicare ciò che di più puro e vero ha dentro l’anima». Roaming wild, in poche parole, è essere fedeli a sé stessi.

La decade della rivelazione: dove trovare gli indizi della tua vocazione

La vita non nasconde la nostra vocazione, al contrario: ce la sussurra in continuazione, lasciando indizi preziosi lungo il cammino.

Secondo Lumera, esiste un periodo particolarmente fertile per queste rivelazioni, una finestra temporale - fra i 16 e i 26 anni - in cui l'anima bussa con più insistenza

Non è un'idea astratta, precisa Lumera, ma un dato che trova riscontro nelle neuroscienze. In questo decennio, il cervello raggiunge la sua piena maturazione, in particolare nella corteccia prefrontale, l'area responsabile delle scelte, della proiezione nel futuro e del pensiero complesso. È il "terreno neurologico ideale" in cui smettiamo di essere solo il riflesso delle proiezioni altrui e iniziamo a porci le grandi domande: "Chi sono io?", "Qual è il mio posto nel mondo?", "Che senso ha tutto questo?".

E se non ci siamo resi conto a quell'età di avere avuto segnali della nostra vocazione? Per aiutarci, Lumera propone un esercizio pratico di auto-esplorazione.

«Torna con la memoria a quel periodo e chiediti onestamente:

  • Cosa è accaduto di significativo in quel periodo della tua vita? Un incontro, un viaggio, una lettura, un'esperienza che ha lasciato un segno?
  • Quali sogni, fantasie o intuizioni avevi? Anche quelli che sembravano irrealizzabili o ingenui. Cosa ti accendeva l'immaginazione?
  • Come ti sei comportato di fronte a una crisi, un dolore o un fallimento? Cosa è emerso di te in quel momento di difficoltà? Quale forza inaspettata hai scoperto?»

La risposta a quest'ultima domanda è spesso la chiave. Lumera condivide un'esperienza personale potentissima, accaduta proprio in quella decade cruciale. Durante un'escursione nel Supramonte, in Sardegna, il suo gruppo si perse a causa di una tempesta improvvisa. Con cibo e acqua razionati, in una situazione di reale pericolo, la sua reazione istintiva non fu di pensare a sé, ma di assicurarsi che l'intero gruppo si sentisse protetto. In quella crisi, emerse in modo cristallino il suo swadharma: una profonda vocazione a proteggere, guidare e servire il benessere degli altri.

Esperienze intense, crisi, intuizioni, sogni apparentemente ingenui: spesso è lì che si trovano i semi del nostro destino. Ma non è mai troppo tardi per riconoscerli. 

E c'è una buona notizia anche se abbiamo ormai superato la decade: non è mai troppo tardi per decifrare questi messaggi. Ascoltare la propria storia è il primo passo per iniziare il viaggio interiore verso ciò che siamo destinati a essere.

Donna che medita davanti all'universo

Sei domande per capire se sei sul sentiero giusto

Se pensi di non aver ancora trovato il tuo sentiero, ecco sei domande sulle quali, secondo Daniel Lumera, vale la pena di meditare per trovare la bussola che ci permentte di navigare verso il nostro scopo nella vita. 

  1. Cosa ti viene naturale fare, senza sforzo? (Talenti spontanei, qualità, modi in cui ispiri o aiuti gli altri). 
  2. Quali esperienze nella tua vita ti hanno fatto sentire “al posto giusto”? (Momento in cui ti sei sentito utile, vivo, connesso). 
  3. Quali sono le ferite o le sfide più grandi che hai trasformato in forza? (Skimei spesso nasce dalle nostre trasformazioni inteiori più profonde). 
  4. Quale impatto vorresti lasciare negli altri o nel mondo? (Anche se in piccolo. Una traccia che parli di te, anche quando non ci sarai). 
  5. Se non avessi limiti di tempo, soldi o paura, cosa faresti ogni giorno? (Risponde alla tua chiamata più autentica, al tuo “fuoco interiore”). 
  6. Se scoprissi di dover morire entro pochi mesi, quali sarebbero le scelte più importanti che compiresti? (Non avere più tempo ti mette di fronte a cuò che davvero conta senza più scuse, né attaccamento al superfluo e all’illusorio). 

Conclusione: l'urgenza non è decidere, ma ascoltare

La tua vita è il risultato di una probabilità su 400 trilioni. È un miracolo troppo prezioso per essere sprecato inseguendo una direzione che non ti appartiene, per arrivare alla fine con il rimpianto più grande: non aver vissuto la tua vita.

Grazie al toccante webinar con Daniel Lumera abbiamo visto come fare chiarezza sulla nostra bussola interiore, distinguendo la solida struttura del talento, il vento mutevole della passione e la rotta incrollabile della vocazione. Abbiamo capito che, a volte, la via più diretta per ritrovarsi passa attraverso il coraggio di perdersi, abbracciando il "roaming wild" e abbandonando la pretesa di controllo.

Il viaggio verso la nostra vocazione non richiede una decisione drastica e immediata. Al contrario, l'urgenza non è nell'agire, ma nel creare lo spazio per un ascolto autentico. Proprio come recita uno dei punti del "Manifesto della vocazione" che trovi nel libro di Lumera: "Non c'è fretta di decidere, c'è urgenza di ascoltarti."

Che questo sia il tuo invito: inizia oggi non con un grande cambiamento, ma con un piccolo, un sacro atto di ascolto. Il resto seguirà.

Se vuoi approfondire questi concetti, ti suggeriamo il libro di Daniel Lumera: 


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