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Sdraiarsi sui chiodi appuntiti - Estratto dal libro "Fallisci, Fallisci Ancora, Fallisci Meglio"

di Pema Chodron 5 mesi fa


Sdraiarsi sui chiodi appuntiti - Estratto dal libro "Fallisci, Fallisci Ancora, Fallisci Meglio"

Leggi in anteprima l'inizio dell'intervista di Tami Simon a Pema Chodron sul tema del fallimento

Ero emozionata quando Pema Chòdròn accettò di fare un'intervista in seguito al suo discorso alla Naropa University. L'intervista era programmata con molti mesi di anticipo e concordammo di vederci in una baita a Crestone, in Colorado, a circa quattro ore di auto da Boulder. Non ci ero mai stata prima.

Ani Pema (come è chiamata da molti amici e studenti poiché "Ani" è un prefisso che significa "zia", spesso usato nel buddismo tibetano per riferirsi a una donna che è una monaca) concede raramente delle interviste. Sapendolo e considerando questa opportunità come molto preziosa, il giorno dell'intervista volevo partire molto presto.

Insieme a un tecnico di Sounds True, mi misi in viaggio verso Crestone e come previsto arrivammo mezz'ora prima alla strada d'accesso della baita di Ani Pema. O almeno pensavamo che fosse la strada d'accesso. Pochi minuti prima dell'orario convenuto, salimmo per il vialetto ma solo per scoprire che ci trovavamo in una stretta e tortuosa strada in salita che continuava senza fine.

Seguitavo a cercare il numero della baita di Ani Pema mentre passavamo davanti a varie case, ma nessun numero corrispondeva e quindi continuammo ad avanzare.

La strada era ripida e sterrata e non c'era spazio per girarsi e tornare indietro. Il tecnico guidava la mia auto in modo molto prudente per non imballare il motore e danneggiare la "macchina del capo". Nel frattempo stavo diventando molto ansiosa.

A dire la verità, stavo diventando isterica, perlomeno dentro di me. Quel c... di tecnico non poteva guidare più velocemente? E dove c... era quella baita? Avevamo già un quarto d'ora di ritardo. E se Ani Pema avesse deciso di non concedere l'intervista perché avevamo perso il tempo a nostra disposizione?

Ero furiosa con il tecnico che andava così piano ed ero furiosa con me stessa per aver sbagliato la strada. Ero stata alla baita di Ani Pema solo qualche anno prima. Perché non riuscivo a ricordare dove fosse? Alla fine fermammo una persona vicino a una delle case e ci disse che dovevamo tornare indietro per quella strada scoscesa e poi prendere un altro viale a circa una cinquantina di metri dopo il bivio che avevamo imboccato.

Arrivammo alla baita di Ani Pema con venticinque minuti di ritardo. Ovviamente mi scusai ampiamente. Lei disse che non se ne era nemmeno accorta.

Quell'esperienza, allo stato dei fatti di poca importanza e senza conseguenze disastrose (in effetti, ben lontana da ciò), mi preparò perfettamente per la nostra conversazione sul fallimento.

Quanto veloce ero stata a colpevolizzare il tecnico per guidare lento come una lumaca. E quanto veloce ero stata poi a biasimarmi per non avere una memoria migliore! Oddio. Immaginate quanto possiamo logorarci quando mandiamo davvero tutto a rotoli!

Ciò che segue è la mia conversazione con Ani Pema sul fallimento (fallimenti di poca importanza e fallimenti rilevanti), sulla percezione del fallimento anche quando niente di terribile è accaduto, sui fallimenti nelle relazioni, sull'esperienza del nostro corpo che non riesce a fare qualcosa e sul perché Ani Pema ci consiglia di fallire ancora e fallire meglio".

 

Tami Simon: Nel tuo discorso per la consegna dei diplomi alla Naropa University hai parlato di come molti di noi, nel momento del fallimento, si mettono a colpevolizzare qualcuno o se stessi. Mi piacerebbe conoscere i meccanismi di questa reazione, come funziona. Per quella che è la mia esperienza, quando c'è un fallimento, ci sentiamo improvvisamente molto male. Abbiamo rovinato tutto. Avvertiamo quella strana sensazione in tutto il corpo. E poi facciamo una ramanzina a qualcuno o a noi stessi per ciò che è accaduto. Come funziona questa cosa?

Pema Chòdròn: Be', direi che un modo per descriverla è che il nostro organismo è programmato proprio per cercare il benessere e per evitare a ogni costo il malessere. A un livello molto primario associamo il malessere, che può venire dalla sensazione di avere fallito, con il pericolo, quindi anche se il malessere è lieve, a un certo livello il nostro cervello lo elabora come un pericolo, come qualcosa di cui sbarazzarsi.

Penso che come esseri umani abbiamo bisogno di molto aiuto per riuscire a non fuggire da ciò che è sgradevole, problematico e apparentemente pericoloso. In altre parole, direi che la tendenza a colpevolizzare noi stessi o altri nasce dalla nostra incapacità di restare presenti di fronte a ciò che è, perché il senso di fallimento ci mette alla prova. È davvero sgradevole.

Però è possibile cominciare a capire che siamo in grado di stare con quelle sensazioni di fallimento - possiamo riconoscerle e accettarle - e persino esercitarci a dire: "Non ho fatto niente di male, non sono una brutta persona. Non sono un fallimento, non sono un casino. Non ho rovinato tutto". Oppure: "Fondamentalmente sono bravo e posso accettare questa sensazione, posso sperimentarla. Posso stare con essa adesso, forse per due secondi, o quattro, o persino di più".

Come insegnante sono molto motivata dall'idea di aiutare la gente indicando dei modi per non fuggire. Aiutare la gente ad avere un punto di vista grazie al quale è possibile accettare qualunque cosa accada, per esempio delle sensazioni sgradevoli. E poi mi ispira insegnare dei metodi di vario genere per aiutare gli altri a stare nel presente.

Tami Simon: Quei metodi mi interessano perché penso che sia facile cadere immediatamente nel dire: "Sono una persona terribile, questa è colpa mia". Ovviamente dopo avere smesso di accusare gli altri come corresponsabili per il fallimento della nostra vita. Allora rimango "io e la mia colpa". La gente è molto dura con se stessa e si scervella cercando di capire come ha fatto a rovinare tutto in quella determinata situazione. Quindi sono curiosa: come si fa a interrompere subito questa tendenza e a tornare indietro per vedere cosa c'è sotto?

Pema Chòdròn: Be', prima di tutto, sotto ogni cosa del genere — sia che accusiamo noi stessi, sia che accusiamo gli altri - c'è sempre quella tremenda sensazione di "io non vado bene". Non ci sono parole per descrivere veramente quanto sia brutta quella sensazione. Per anni ne sono stata incuriosita. E ho notato che, quando mi facevo prendere da quella terribile sensazione, era come se qualcosa di spaventoso stesse per accadere.

Si sta malissimo e non c'è una sola panacea. Ma penso che il punto di vista sia molto importante. E per punto di vista intendo la propria attitudine. Devi avere l'attitudine che non c'è niente di male in te, vai bene così, puoi lasciare che quella sensazione resti lì, puoi "sdraiarti sui chiodi appuntiti", come soleva dire Trungpa Rinpoche.

Questo punto di vista significa andare verso, non andare via. Ma questo non ti dà un metodo. Significa permetterti di essere curiosa e di trovare l'entusiasmo per appoggiarti sulle sensazioni sgradevoli piuttosto che fuggirle.

È incredibile come ognuno di noi trovi il modo adatto per sé di fare queste cose, il proprio metodo, per così dire. Secondo me questo è uno degli esempi più grandi di virtuosità sostanziale.

Voglio dire, quando siamo in contatto con la nostra innata virtuosità, la domanda non è: "Come posso fare per uscire da questa realtà orrenda?", ma: "Come posso andarle incontro? Come posso appoggiarmi a essa? Come posso aprirmi a essa?".

Devo dire anche che Trungpa Rinpoche non ci diede mai dei metodi da applicare meccanicamente. L'unico metodo che avevamo, di fatto, era la meditazione da seduti shamathavipassana, la meditazione del respiro e la pratica tonglen. Ma non c'erano metodi per uscire gradualmente dalle sensazioni sgradevoli quando ci sentivamo male rispetto a noi stessi o quando le cose con andavano per il verso giusto. La gente ha la saggezza per risolvere le cose da sola, e quando ci si rende conto di avere trovato la soluzione da soli si conquista una grande fiducia in se stessi.

Mi sono accorta che quando insegno dei metodi, le persone comunque non li seguono mai alla lettera. Li modificano a modo loro. Dicono: "Va bene? L'ho riadattato in questo modo". Come si chiama una cosa che ti dice come fare per filo e per segno?

Tami Simon: Una ricetta.

Pema Chòdròn: Una ricetta, giusto. Quindi dai alle persone una ricetta che dice: metti tot zucchero e a questo punto tot sale e così via. E poi non lo fanno mai così. Io voglio incoraggiare ciò.

Prendi gli ingredienti e fai ciò che vuoi. Però per qualcuno ricevere una ricetta è utile se ha bisogno di un sistema definito da seguire e sente che dovrebbe rispettarlo fino in fondo. Il primo passo, che non è facile da fare, sarebbe diventare consapevole di ciò che dici a te stessa, sviluppare effettivamente la capacità di allontanarsene un po' ed essere consapevole di ciò che dici a te stessa in quel momento in cui tocchi il fondo, in cui sei arrivata nel luogo dell'orrore. È importante anche notare la storia che ti racconti.

Lavorare con te stessa in un momento in cui ti senti un fallimento è un po' come usare le istruzioni per la meditazione: sii consapevole del tuo respiro che entra ed esce, resta con le sensazioni che hai e quando la tua mente vaga, notalo. Nota che stai pensando. E poi semplicemente torna indietro.

Nota quando la tua mente vaga attorno a un monologo negativo, nota le storie sul fallimento e riporta tutto indietro, alle sensazioni fondamentali. È la pratica del notare la differenza tra l'essere semplicemente presenti e il pensare o l'essere distratti dai pensieri. E da questa capacità di notare la differenza viene la capacità di notare ciò che stai dicendo a te stessa sulle circostanze esteriori.

Un'istruzione che do quando sei in quella situazione difficile è di notare cosa stai dicendo a te stessa. E se è qualcosa di molto autocritico, molto duro, non credere a ciò che è stato detto. Oppure puoi rimodulare le affermazioni critiche per ingentilirle e renderle più positive.

In altre parole, sei in quello spazio in cui si sperimenta il fallimento, è molto difficile, ma potresti dire: "Mi fa davvero male, ma non ho fatto nulla di sbagliato". Oppure: "È davvero doloroso ma non ho fatto nulla di male. Questo dolore non significa che io abbia fatto qualcosa di sbagliato".

Quindi un mantra che potresti dare a te stessa è: "Vado bene. Non ho fatto nulla di male". E allo stesso tempo riconosci che sei davvero in una posizione difficile, dolorosa. Puoi riformulare il tuo monologo restando lontana da "sono un fallimento, ho fatto davvero un bel pasticcio. Sono fondamentalmente una persona da non amare, sono fondamentalmente cattiva".

Oh, è così triste! Molta gente dice: "Mi sento come un attrezzo che si è rotto". Non ti so dire quante volte l'ho sentita dire questa cosa. Quando ti senti come un attrezzo rotto e te lo dici, potresti invece dirti: "Ehi, aspetta un attimo. È davvero doloroso tutto questo, ma non ho fatto niente di male io".

 

Tratto dal libro:

Fallisci, Fallisci Ancora, Fallisci Meglio

Saggi consigli per confidare nell’ignoto - Prefazione di Seth Godin

Pema Chodron

Tutti vogliamo avere successo, tutti desideriamo che le cose vadano proprio nel modo in cui vogliamo noi. Quindi, per definizione, fallire significa che non è andata nel modo desiderato.

Pema Chödrön ci insegna ad affrontare e ad aprirci all’ignoto con fiducia, perché non sappiamo mai a cosa ci può portare un evento che magari consideriamo un fallimento.

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Ane Pema Chodron (Deirdre Blomfield-Brown) è nata a New York nel 1936, ha esercitato per molti anni la professione di insegnante. Negli anni '70 si è avvicinata al buddhismo tibetano ed è stata ordinata monaca a Londra da sua Santità il XVI Karmapa. Ha studiato col maestro Chogyam Trungpa;...
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