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Salmoni a spasso nei boschi

di Peter Wohlleben 12 mesi fa


Salmoni a spasso nei boschi

Leggi un estratto dal libro "La Rete Invisibile della Natura" di Peter Wohlleben

Il rapporto tra alberi e pesci illustra perfettamente il livello di complessità di un ecosistema. In particolare nelle regioni in cui il suolo è povero di sostanze nutritive, la crescita degli alberi dipende in gran parte dagli agili ospiti di fiumi e torrenti.

I pesci sono un fattore importante in ambiente acquatico per quanto riguarda la distribuzione di elementi nutritivi.

I salmoni, per esempio, in giovane età si dirigono verso il mare, dove rimangono da due a quattro anni; qui vivono e cacciano, ma soprattutto raggiungono le dimensioni e il peso ottimali.

Stai leggendo un estratto da questo libro:

La Rete Invisibile della Natura

Peter Wohlleben

La natura è piena di sorprese: ci sono alberi capaci di influenzare la rotazione terrestre, lupi in grado di deviare il corso dei fiumi e persino lombrichi decisivi per la sopravvivenza dei cinghiali. Sembra incredibile, ma tutto attorno a noi è...

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Lungo le coste nordamericane del Pacifico se ne trovano numerose specie. Il più grande è il salmone reale che, dopo la permanenza in mare, raggiunge il metro e mezzo di lunghezza per 30 chilogrammi di peso. E non si tratta solo di muscoli: durante la sosta nella vastità dell’ambiente marino, accumula anche massa adiposa, necessaria per l’estenuante viaggio di ritorno nei fiumi in cui era nato.

I salmoni lottano faticosamente contro le correnti in direzione della sorgente, a volte per centinaia di chilometri, superando vere e proprie cascate. Il loro corpo contiene un’alta concentrazione di composti di azoto e di fosforo, ma di questo non si curano. Risalgono faticosamente il corso dei fiumi per mettere al mondo la prole in una prima - e ultima - estasi amorosa, per poi esalare l’ultimo respiro. Durante il viaggio le scaglie, dapprima di un argento metallico, si colorano di una tinta rossastra, il corpo si assottiglia, la massa adiposa si riduce perché hanno smesso di alimentarsi. Riservano le ultime forze all’accoppiamento che si svolge nelle acque cristalline della sorgente, prima di morire stremati.

Per il bosco e per i suoi abitanti, la risalita dei salmoni è un ghiotto momento di raccolto. I mietitori affamati si posizionano lungo le rive: sono gli orsi - più precisamente, sulla costa nordamericana del Pacifico, grizzly e orsi neri -, che cercano di ghermire tra i flutti i salmoni che risalgono la corrente, assicurandosi così ricche riserve di grasso per l'inverno. Al momento della cattura, a seconda del luogo e della fase della risalita, i pesci potrebbero già aver perso peso e gli orsi, che all’inizio divorano avidamente tutte le prede, diventano sempre più schizzinosi e quando pescano gli esemplari più esausti, poveri di grassi e meno calorici, si limitano a sbocconcellarli. È una vera festa per molte altre specie animali, che possono finalmente sfamarsi: visoni, volpi, uccelli rapaci e una miriade di insetti si precipitano sui resti dei pesci appena rosicchiati e li trascinano lontano dalla riva.

Terminato il banchetto, rimangono gli ultimi scarti (principalmente lische e teste) che concimano direttamente il terreno. Inoltre, attraverso gli escrementi espulsi dagli animali dopo il lauto pranzo, viene rilasciata una gran quantità di azoto nelle foreste lungo i fiumi. Gli scienziati Scott M. Gende e Thomas P. Quinn riferiscono sulla rivista «Spektrum der Wissenschaft» che, in base alle analisi molecolari, si può stabilire che fino al 70% dell’azoto presente nella vegetazione che costeggia i fiumi è di origine marina, quindi proviene dai salmoni. Secondo le loro ricerche, ciò determina una crescita molto più rapida delle piante, tanto che una conifera come il peccio di Sitka in queste aree ha una crescita tre volte superiore a quella che avviene in territori privi di concime di pesce. Sembra che in alcuni alberi ben l’80% del contenuto in azoto provenga dai pesci.

Come si può stabilirlo con certezza? La chiave del problema è rappresentata dall’isotopo dell’azoto ¹⁵N, che a quelle latitudini si trova quasi esclusivamente nel mare - o nei pesci. Tracce di queste molecole nei vegetali permettono di trarre conclusioni definitive sull’origine dell’azoto, che in questo caso è il salmone.

Sostanze ambite come l’azoto non rimangono tutte sul terreno: prima o poi ogni cosa viene consumata e digerita, gli escrementi finiscono a terra e le sostanze s’infiltrano via via nel sottosuolo. Le radici degli alberi sono lì in attesa, pronte ad assorbirle avidamente, assistite anche dai funghi che, come uno strato di soffice ovatta, avvolgono i delicati stoloni e favoriscono il passaggio di molti elementi nutritivi. Le foglie degli alberi cadono a poco a poco, i tronchi imputridiscono in seguito alla morte dei giganti del bosco. Dopo che un esercito di microorganismi ha decomposto accuratamente ogni cosa, le sostanze nutritive si trasmettono agli alberi vicini, che traggono dal suolo questo elisir di lunga vita lasciato a disposizione. Ma non tutti gli elementi rimangono intessuti in questa inestricabile rete: l’acqua ineluttabilmente ne trascina una parte nei fiumi, e poi nel mare, dove frotte di microorganismi attendono la ricca massa traboccante di nutrimento.

Una storia molto suggestiva che viene dal Giappone mette in luce il valore dell’eredità lasciata dagli alberi per l’ambiente marino. Katsuhiko Matsunaga, uno studioso di chimica marina dell’Università di Hokkaido, ha scoperto che gli acidi delle foglie cadute dagli alberi, trasportati da fiumi e ruscelli, si riversano in mare, dove stimolano la crescita del plancton, il primo e più importante elemento della catena alimentare. Ci sono dunque più pesci grazie alle foreste? Lo studioso ha raccomandato ai proprietari di allevamenti ittici locali di piantare alberi sulla costa e lungo i fiumi. Ed ecco com’è andata: le foglie sono cadute in acqua in abbondanza e il rimboschimento ha finito per favorire la proliferazione di pesci e molluschi.

Ritorniamo ai salmoni, che concimano il terreno sottostante il peccio di Sitka e altre specie vegetali delle foreste dell’America settentrionale. Non sono solo gli alberi a trarne indirettamente profitto. I saprofagi prima citati (volpi, uccelli, insetti) diventano a loro volta preda di altri animali. Prendiamo in considerazione gli insetti: Tom Reimchen, dell’Università di Victoria, ha trovato in molti esemplari tracce di azoto proveniente dai pesci in una percentuale fino al 50%. L’abbondanza di nutrimento disponibile lungo i fiumi percorsi dai salmoni favorisce la diversificazione delle specie di insetti e di vegetali, e indubbiamente ne approfittano pure molte specie aviarie.

Il dottor Reimchen e i membri della sua équipe hanno anche prelevato campioni dai vecchi alberi. Gli anelli di accrescimento annuale possono essere paragonati a un archivio storico che riflette il vissuto delle piante: gli anni di siccità si traducono in anelli più esigui, l’abbondanza di piogge determina un accresciuto spessore. Naturalmente è possibile anche dedurre la quantità di nutrimenti disponibili: si rileva così un rapporto diretto tra l’abbondanza di pesci nei tempi passati e la quantità dell’isotopo ¹⁵N rinvenuto nel legno. Questo ci fornisce informazioni sui livelli della presenza di salmoni in una data epoca. Per esempio, sappiamo che negli ultimi cento anni gli esemplari di salmone sono diminuiti in modo drastico, scomparendo da molti fiumi dell’America settentrionale.

E che cosa c’entra questa storia con i boschi europei? C’entra molto, se si pensa all’habitat naturale del nostro continente nei tempi passati. Allora anche i nostri fiumi erano ricchi di salmone e gli orsi bruni brulicavano sulle rive. Purtroppo non rimangono alberi abbastanza antichi in cui ricercare l’azoto proveniente dai pesci. Sin dal medioevo le foreste sono state disboscate oppure sfruttate al punto che gli alberi centenari sono scomparsi. In Germania l’età media attuale di faggi, querce, abeti rossi e pini è inferiore agli ottant’anni. All’epoca della loro nascita non c’erano più orsi né quantità apprezzabili di salmoni, e le molecole di ¹⁵N sono probabilmente assenti nel legno dei nostri alberi. Ma che cosa succedeva prima? Sarebbe possibile scoprirlo analizzando le travi a vista delle vecchie case a graticcio ma, per quanto ne so, finora nessuno lo ha fatto.

Che anche da noi i fiumi fossero ricchi di salmone è una certezza, come attestato, tra l’altro, da alcuni aneddoti che si tramandano nelle famiglie: si racconta, per esempio, che un tempo al personale domestico era vietato servire questa varietà di pesce più di tre volte la settimana.

Nelle acque tedesche dominava il salmone atlantico, che oggi sta tornando grazie agli sforzi per la protezione dell'ambiente, e soprattutto al controllo dell’inquinamento delle acque.

Io sono cresciuto sulle sponde del Reno e ricordo che i miei genitori non mi permettevano di giocare nel fiume. Era talmente sporco che soltanto poche specie ittiche sopravvivevano al cocktail di acque reflue riversate dalle industrie chimiche. Poi, negli anni Ottanta, cominciarono lentamente a essere prese alcune misure di salvaguardia. Ci fu tra l’altro un episodio che fece scalpore: nel 1988 il ministro dell’Ambiente Klaus Töpfer si tuffò nel Reno e lo attraversò a nuoto. Tre anni prima aveva scommesso che, grazie alle nuove politiche ambientali, il miglioramento della qualità dell’acqua avrebbe reso di nuovo possibile la balneazione. Con caustica ironia la rivista «Der Spiegel» riportò tuttavia che il ministro era emerso dai flutti brunastri con gli occhi arrossati - a quanto pare, a quell’epoca l’acqua non era poi diventata così limpida..."

Da allora, per fortuna, la situazione è cambiata: il Reno oggi è COSÌ pulito che sulle sue rive spuntano spiaggette per la balneazione. Anche il salmone si bea tra le sue onde, tuttavia necessita di un aiuto non indifferente: i pesci adulti, infatti, ritornano sempre nei fiumi della loro gioventù e quando i salmoni si sono estinti in un determinato corso d’acqua, molto difficilmente li ritroveranno - perché tutti i vecchi pesci sono nati altrove.

Per questo motivo associazioni naturalistiche molto intraprendenti introducono centinaia di migliaia di giovani esemplari nei corsi d’acqua adatti a questo scopo. Non è poi così facile trovare i fiumi idonei, perché alla libera circolazione dei pesci si frappongono ovunque centrali idroelettriche, dighe e sbarramenti artificiali. Spesso, non appena i giovani salmoni allevati con fatica prendono la via del mare, enormi turbine li trasformano in sushi. Per favorire il viaggio di ritorno dal mare sono stati costruiti lungo le sponde dei veri e propri passaggi per salmoni, in cui l’acqua scroscia e gorgoglia tra un gradino e l’altro o da un bacino all’altro imitando le rapide che i pesci sanno risalire con guizzi e piccoli salti.

Anche nel mio distretto forestale il torrente Armuthsbach è stato trasformato, con grande dispendio di energia e denaro, per facilitare il passaggio dei salmoni che in precedenza veniva impedito da alcune vecchie dighe. Il nome di questo affluente dell’Ahr, largo appena quattro metri, che significa letteralmente «il ruscello della povertà», testimonia il tenore di vita delle generazioni passate, le quali utilizzavano l’energia idraulica delle sue acque incanalate per macinare il grano e ne traevano acqua dolce per alimentare i vivai ittici. A causa di questo sfruttamento, l’Armuthsbach venne completamente spopolato. I salmoni sono solo un esempio; molte altre specie animali, tra cui i granchi, non si potevano più muovere liberamente, ostacolate com’erano dalle dighe. E se possono soltanto scendere e non più risalire, le creature più grandi finiscono per scarseggiare a monte delle dighe. Queste strutture sull’Armuthsbach sono state ora smontate pezzo per pezzo, in modo che i pesci possano risalire ai luoghi ancestrali di deposizione delle uova: uno strepitoso successo, che dà motivo di speranza. Adesso si avvistano sempre più spesso dei salmoni adulti che, dopo anni trascorsi in mare, ritornano al punto in cui sono stati reintrodotti per deporre le uova. In questo modo, finalmente, sono venute alla luce le prime generazioni di veri salmoni selvaggi, nati in libertà.

Il salmone è ricomparso, ma purtroppo non c’è traccia di orsi. Lungo il Reno, con le sue grandi città, la loro presenza costituirebbe in effetti un problema, ma sarebbe perfettamente concepibile nelle zone rurali. Tuttavia non devono per forza essere gli orsi a contribuire alla diffusione dei salmoni nella natura.

Che ne dite degli uccelli piscivori, come il cormorano? Anche questa era considerata una specie pressoché estinta, ma grazie a drastiche misure di protezione e leggi ad hoc è tornata a popolare i fiumi dell’Europa centrale. Sin dagli anni Novanta ne vedo spesso lungo il Reno e lungo l’Alir, un suo affluente minore, la cui sorgente si trova nei pressi del mio paese, Hùmmel.

Il cormorano è un abilissimo tuffatore, che sa cacciare con destrezza sott’acqua. Una volta riempito lo stomaco, gli uccelli sazi e soddisfatti sonnecchiano appollaiati in cima agli alberi dei boschi che costeggiano le rive. Ogni tanto lasciano cadere del guano, a sua volta naturalmente ricco di azoto, preziosissimo per la vegetazione. Ma tutto dipende dal numero di esemplari presenti: una quantità eccessiva potrebbe anche nuocere agli alberi. Così è successo per esempio nella Saarschleife, la grande ansa della Saar, dove è stata creata una sorta di foresta nordamericana artificiale grazie alla piantumazione lungo le rive di abeti di Douglas, una pianta originaria della costa pacifica dell’America settentrionale. In quella zona vive un’intera colonia di cormorani, il cui guano rilasciato copiosamente è talmente corrosivo che le chiome degli alberi hanno cominciato a essiccarsi, con grande disappunto dei proprietari dei boschi.

Questo non è comunque il motivo principale per cui gli uccelli si attirano l'ostilità dell’uomo. I rari salmoni che risalgono la corrente grazie agli strenui sforzi per la loro reintroduzione, spesso sono carpiti dai cormorani prima ancora di poter raggiungere il luogo in cui dovrebbero deporre le uova. E allora? In fondo si tratta del ripristino di un ciclo alimentare naturale, che tuttavia, come spesso succede, entra in conflitto con gli interessi degli esseri umani. Certo, lo capisco: nessuno ha voglia di stare a guardare senza muovere un dito mentre gli uccelli minacciano di vanificare ogni sforzo. Ma bisogna proprio imbracciare il fucile per questo?

È appunto quanto è accaduto nei pressi del fiume Ahr, tra gli applausi dei membri dell’associazione che tanto si era battuta in favore dei salmoni. Ma non si tratta anche qui di natura? L’associazione ARCE Ahr, sul suo sito Internet, si compiaceva del fatto che, grazie a una deroga, fosse permessa la caccia al cormorano - specie rigorosamente protetta dalle normative dell’Unione Europea -, il tutto per prevenire i danni arrecati all’economia della pesca. E un’occhiata allo statuto dell’organizzazione rivela che possono farne parte soltanto i pescatori e gli affittuari e locatori delle riserve ittiche. E un vero peccato che questa iniziativa dell’AROE, dopo il suo lodevole impegno a favore dei salmoni, ci lasci alla fine con l’amaro in bocca.

Ma i boschi che circondano le aree urbane del pianeta (e questo include praticamente tutta l’Europa centrale) hanno ancora bisogno di un apporto naturale di azoto? In questi ultimi decenni si riversa sugli alberi un flusso continuo di sostanze provenienti da ben altre fonti di azoto, che non hanno nulla a che vedere con la natura. Invece nell’aria pura del grande Nord americano, noi viviamo costantemente immersi in un’atmosfera densa e opaca, che magari non è visibile all’occhio ma è indubbiamente costituita di sostanze inquinanti. O dobbiamo chiamarle «sostanze nutritive»? Il traffico automobilistico e i mezzi agricoli industriali, con i gas dei tubi di scappamento e la pioggia di liquame, forniscono alle piante ben più di quanto esse desidererebbero. Ma ogni cosa a suo tempo...

Nell’aria è presente per natura una notevole quantità di azoto - anche mentre leggete queste pagine ne inspirate ed espirate in abbondanza. La percentuale di ossigeno, a noi indispensabile, raggiunge solo il 21%, contro il 78% di azoto. I tre quarti di ogni atto respiratorio sono, a rigor di termini, sostanzialmente inutili - se solo si potesse eliminare questo gas superfluo. Ciò non significa che l’azoto non sia importante, al contrario. Il vostro corpo ne contiene circa due chilogrammi, integrato in proteine, aminoacidi e altre sostanze.

Per i vegetali avviene pressappoco lo stesso: per respirare non hanno propriamente bisogno di azoto, ma di particolari composti che lo contengono. Questi composti reattivi possono essere incorporati nelle proteine e anche nel materiale genetico, ma sono purtroppo rari in natura. Se un albero non ha la fortuna di trovarsi vicino a un fiume ricco di salmoni, la situazione diventa problematica. Escrementi lasciati da animali di passaggio, o persino una carcassa che si decompone lentamente non lontano dalle radici, potrebbero essergli d’aiuto.

Non è da sottovalutare neppure il ruolo dei fulmini, poiché l’energia sprigionata permette ai componenti dell’aria di combinarsi in ossido di azoto. Alcuni alberi, come anche altri vegetali, con il decisivo contributo dei batteri azotofissatori, hanno sviluppato la capacità di trasformare l’azoto dell’aria nei cosiddetti noduli radicali simbiotici, grazie ai quali può essere assimilato. Uno di questi produttori di fertilizzante naturale è l’ontano, ma purtroppo la maggioranza delle specie vegetali non ha questa capacità e dipende pertanto dalle scorie animali.

La natura ha quindi previsto di distillare con il contagocce i composti azotati assimilabili, ma poi è arrivato l’uomo... I moderni motori a combustione, che siano di automobili o di impianti di riscaldamento, hanno lo stesso effetto del fulmine: in seguito alla combustione di carburanti, producono a partire dall’azoto atmosferico dei composti ossigenati che, sotto forma di gas di scarico, si disperdono sul territorio tramite il vento e penetrano nel terreno con la pioggia. A questo si aggiunge ragricoltura, che utilizza fertilizzanti a base di azoto per sfruttare al massimo i terreni. E impressionante la quantità totale di composti azotati liberati dalle nostre attività: quasi 200 milioni di tonnellate si riversano sui continenti, cioè 27 chilogrammi per ogni abitante del pianeta, che diventano più di 100 chilogrammi nei paesi industrializzati.

Vi pare poco? Ritorniamo ai salmoni e al loro benefico effetto sugli alberi. Un salmone keta maschio contiene in media 130 grammi di azoto. Se convertissimo in salmoni la nostra emissione annuale di azoto arriveremmo a una quantità di circa 750 salmoni per ogni abitante europeo. Ed essendo la densità della popolazione europea di 230 abitanti per chilometro quadrato, dovremmo calcolare per ogni chilometro quadrato 172.500 salmoni - è ovvio che un tale sovraccarico affaticherebbe troppo il ciclo naturale... I gas di scarico, gli apporti di liquame e di fertilizzanti hanno lo stesso effetto, ma sono invisibili, e ne notiamo gli sgradevoli effetti solo quando a un certo punto riscontriamo nell’acqua potabile un tasso troppo elevato di nitrati.

Gli alberi invece se ne sono accorti ormai da tempo, e così pure le guardie forestali. Infatti, da diversi decenni, i loro protetti crescono molto più rapidamente del solito. I boschi producono quindi maggiori quantità di legname e i calcoli devono essere sempre ridefiniti su nuove basi. Le cosiddette tabelle di rendimento o di produzione, che indicano a quale ritmo cresce una data specie vegetale a una determinata età, hanno già dovuto essere adeguate con un incremento del 30%.

E un buon segno? Al contrario. In natura non è previsto un ritmo di crescita della vegetazione così rapido. Durante i loro primi duecento anni, le giovani piante di una foresta primaria devono svilupparsi pazientemente all’ombra degli alberi madre; guadagnano solo pochi metri in altezza e formano un legno incredibilmente duro e compatto. Nei boschi intensamente sfruttati dei giorni nostri, le piantine crescono invece senza lo schermo regolatore dei loro genitori e sfrecciano verso l’alto anche senza la fertilizzazione con sostanze azotate, formando spessi anelli annuali. Le cellule, a loro volta più grandi della norma, contengono quindi una maggiore quantità di aria, motivo per cui sono più vulnerabili ai funghi - anche questi ultimi, del resto, hanno bisogno di respirare. Un albero che cresce con ritmi così rapidi imputridisce altrettanto velocemente prima ancora di diventare vecchio. Lo sviluppo è ulteriormente accelerato dalle sostanze nutritive presenti nell’aria - è come somministrare una dose supplementare di anabolizzanti a uno sportivo che già ne fa uso.

Per fortuna quello relativo al carico di azoto nell’ambiente non è un problema irrisolvibile - a condizione di riuscire a bloccare le emissioni dei gas di scarico. Nel terreno vivono intere legioni di batteri che ricavano energia dagli ossidi di azoto un tempo preziosi e ormai nocivi per il loro eccesso. Decompongono le molecole nei loro elementi originari, al punto che l’azoto allo stato gassoso fuoriesce dal terreno e ritorna alla sua antica patria, l’atmosfera. Un’altra porzione, in conseguenza delle forti piogge, si ritrova nella falda freatica e ci guasta l’inestinguibile sete del nostro più prezioso elemento vitale. Il pendolo tuttavia potrà riprendere a oscillare in senso contrario non appena si ridurranno drasticamente gli interventi dell’uomo sull’ecosistema. E verrà un giorno in cui ciò avrà effetto sui salmoni e sugli orsi.

Ma mentre questo simpatico duo rivela la sua efficacia soltanto lungo le rive dei fiumi, ovunque è all’opera un’altra forza della natura. Ridisegna i rilievi delle montagne, crea vallate e praterie e soprattutto agisce come un gigantesco apparecchio per la ridistribuzione: sto parlando dell’acqua.

La Rete Invisibile della Natura

Peter Wohlleben

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