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Rimanere coerenti con se stesse - Estratto da "Love Warrior"

di Glennon Doyle 2 mesi fa


Rimanere coerenti con se stesse - Estratto da "Love Warrior"

Leggi un estratto dal libro di Glennon Doyle e impara ad essere davvero te stesso e a conoscere realmente il tuo partner al di là degli standard imposti

Ho dieci anni e sto cercando di sprofondare nell'angolo del divano in velluto nel soggiorno della nonna. I miei cugini s'inseguono per tutta casa, un tornado di urla e pelle nuda.

Indice dei contenuti:

Ritornare in superficie

E' estate e indossano il costume da bagno, come se fosse tutto facile. I loro corpi sono leggeri e sottili e sembrano un'unica entità che galleggia e guizza come un banco di pesci.

Giocano insieme, ma giocare implica una perdita d'identità e il gruppo richiede un senso di appartenenza. A me mancano entrambe le abilità, quindi non posso unirmi a loro. Non sono un pesce. Sono pesante, solitaria e diversa, una balena. Ecco perché rimango immersa nel divano e osservo.

Tengo stretta una ciotola di patatine ormai vuota e lecco il sale sulle dita, quando passa una delle mie zie, mi guarda, si volta verso i cugini e chiede: "Perché non giochi, Glennon?". Ha notato che sono esclusa. Mi vergogno: "Sto solo guardando." Lei sorride e, con un tono fra il divertito e il gentile, afferma che le piace il mio ombretto. Porto le mani al viso, avevo dimenticato l'ombretto viola che mia cugina Caren mi aveva messo quella mattina.

Durante il viaggio in auto dalla nostra casa in Virginia verso l'Ohio, l'emozione mi stringeva il cuore perché sapevo che quell'anno sarei tornata a casa diversa. Caren mi avrebbe donato un nuovo aspetto rendendomi simile a lei, profumata e sfarfalleggiante come lei. Sarei tornata bella.

Quella mattina sedevo sul pavimento della camera di Caren tra i ferri per i riccioli e i trucchi, in attesa della trasformazione. Una volta terminato, Caren ha avvicinato lo specchio e io ho cercato di sorridere mentre il mio cuore si spezzava. Avevo le palpebre viola e le guance rosa, ero sempre io ma con il trucco di mia cugina. Ecco perché la zia è divertita più che impressionata. Ho sorriso: "Stavo per andare a lavarmi." Poso la ciotola e balzo giù dal divano.

Salgo al piano di sopra, entro in bagno e chiudo a chiave la porta dietro di me. Decido di fare un bagno, la vasca è il mio nascondiglio. Apro il rubinetto e le voci esterne si dissolvono. Quando la vasca è piena, mi svesto, entro e galleggio per un po'. Poi chiudo gli occhi e m'immergo. Li riapro nel mio mondo sottomarino, così calmo, lontano, sicuro. I capelli fluttuano intorno alle spalle e riesco a toccarli. Sembrano seta e immagino di essere una sirena.

Torno in superficie per prendere fiato, poi m'immergo di nuovo. L'acqua si raffredda, allora tolgo il tappo e lascio che scorra lentamente nello scarico, facendo riaffiorare il mio corpo.

Eccomi qui. Non posso mai evitare di tornare in superficie. Mi sento pesante contro il fondo smaltato della vasca, come se la forza di gravità aumentasse, come se fossi risucchiata verso il centro della Terra. L'acqua rimasta è poca, le mie questioni sono riemerse enormi e pesanti e mi chiedo se esista un'altra ragazzina al mondo che si senta così massiccia.

Alla fine mi ritrovo bloccata sul fondo della vasca vuota, nuda, esposta, spiaggiata. La sensazione di essere nascosta in profondità non dura mai abbastanza. Mi alzo, mi asciugo, mi vesto e vado di sotto. Mi fermo in cucina per riempire la ciotola e torno sul divano.

Il televisore è acceso, c'è una signora che avrà trent'anni più di me. Dà il bacio della buonanotte ai figli, si mette a letto con il marito e rimane immobile con gli occhi spalancati finché lui non si addormenta. Poi si alza e va tranquilla in cucina. Si ferma al tavolo e sceglie una rivista. La telecamera si sofferma sulla bionda modella scheletrica in copertina. La donna appoggia il giornale, apre il congelatore, prende un barattolo di gelato, afferra un cucchiaio e inizia a mangiare.

All'inizio è frenetica, una cucchiaiata dopo l'altra, come se stesse morendo di fame. Non ho mai visto qualcuno fagocitare cibo in quel modo. Mangia come vorrei fare io, come un animale. A un certo punto la smania sul suo viso muta in un'espressione assente. Continua a infilarsi il cucchiaio in bocca, ma in maniera meccanica adesso.

La osservo e, con un misto di gioia e vergogna, penso che lei sia come me. Si nasconde sotto la superficie. Finisce il gelato, avvolge il contenitore in un sacchetto di carta e lo sistema sul fondo della pattumiera. Infine va in bagno, chiude la porta, si piega sul water e vomita tutto.

Sembra doloroso, ma quando ha finito, si siede sul pavimento e appare sollevata. Sono stupita. Penso che il sollievo sia proprio ciò che manca a me. Ecco come sparire e non diventare grande. Ecco come far durare la sensazione di nascondersi in profondità.

Nel giro di pochi mesi arrivo ad abbuffarmi e a vomitare più volte al giorno. Ogni volta che provo quel senso di non appartenenza e di mancanza di valore - ogni volta che la tristezza torna a travolgermi - l'anestetizzo gettandomi febbrilmente sul cibo. Invece del dolore sento la pienezza, che è altrettanto tollerabile.

Quindi mi svuoto, e questa sensazione è migliore perché è stancante. Sono sfinita, distrutta, troppo debole e logora per provare altri sentimenti. Mi sento solo leggera, la testa è leggera, il corpo è leggero. La bulimia diventa il nascondiglio in cui mi ritiro costantemente per rimanere sola, per andare sotto la superficie, per non sentire o sentire tutto, al sicuro.

La bulimia è il mondo che mi sono creata perché non so come adattarmi alla vita reale. E il mio rifugio sicuro e letale. Qui l'unica persona che può farmi del male sono io. Sono lontana e a mio agio. La fame può essere enorme, ma io rimango piccola come desidero.

Trattenere il respiro

C'è un prezzo da pagare per essere caduta nella trappola della bulimia. Quel prezzo è il rapporto con mia sorella. Finché non ho scelto la bulimia, mia sorella e io condividiamo un percorso. Non c'è nulla che sia mio o suo. Abbiamo persino una coperta di Linus che appartiene a entrambe. Io sto nel mio letto con un lembo, la coperta viene distesa fra i due letti e lei sta nel suo con un altro lembo. Dormiamo così, con una coperta che ci tiene legate, per anni.

Una notte però lei lascia cadere la sua parte sul pavimento e io la arrotolo tutta intorno a me; non me la chiederà mai più. Non le serve, è meno spaventata di quanto lo sia io.

Le gambe di mia sorella sono lunghe e lei le sfrutta per muoversi nel mondo con agilità, grazia e sicurezza. Non sono alla sua altezza, quindi costruisco il mio mondo di bulimia e ci vivo.

Come la coperta di Linus, la bulimia è solo mia e lei non può condividerla perché non ne ha bisogno. Se il cammino della mia vita fosse un'immagine, si vedrebbero le nostre impronte allineate fino a quando non ho deciso di sedermi nella sabbia e smettere di avanzare lungo quel sentiero.

Osservando le sue impronte si capirebbe che lei è rimasta ferma per anni chiedendosi perché avessi così paura di camminare, perché prima eravamo un tutt'uno e da un giorno all'altro siamo diventate due entità separate.

Ho tredici anni e sono seduta in auto accanto a mio padre. Lui guarda la strada e mi sta spiegando che lui e la mamma hanno trovato alcune scodelle nella mia stanza. Ogni sera porto in camera due scodelle: una è piena di cibo, l'altra è per il vomito. Le lascio sotto il letto e l'odore che si sprigiona ricorda incessantemente a tutti che non sono migliorata.

La disperazione dei miei genitori cresce. Mi hanno mandata in terapia, mi hanno somministrato farmaci e implorata, ma niente funziona. Il mio sedile è più indietro rispetto a quello di mio padre, mi sento enorme e troppo lontana.

Sono più grossa di lui, il che mi appare di una violenza atroce. Ho i capelli crespi e arancioni e la mia pelle è così rovinata che mi fa persino male. Ho cercato di coprirla con il trucco, così adesso il fondotinta marroncino mi cola sul collo.

Provo vergogna all'idea che mio padre debba andare in giro con me accanto dicendo che sono sua. Voglio tornare a essere piccola, abbastanza piccola perché qualcuno si prenda cura di me, abbastanza piccola per sparire.

Ma non posso. Sono grande e ingombrante. Mi sento odiosa e maleducata perché occupo troppo spazio in quest'automobile, in questo mondo.

Papà prosegue: "Noi ti vogliamo bene, Glennon." Questa frase mi sconvolge, non può essere vera. Mi giro verso di lui: "So che stai mentendo. Come si può amare questa faccia? Guardami!". Le parole esplodono, io le sento e sento me stessa pronunciarle. "Glennon, questa sparata è ridicola. Quando sei angosciata, sei ancora più brutta" penso. Mi chiedo quale sia la mia vera voce, quella che esprime i sentimenti o quella che li deride? Non so più che cosa sia reale. So solo che non sono bella, quindi chiunque dica che mi vuole bene lo fa solo perché deve. Mio padre è scioccato dalla mia veemenza, ferma l'auto e inizia a parlarmi. Non ricordo che cosa abbia detto.

Sopravvivo alle medie come una balena a una maratona: lentamente, con dolore, grandi sforzi e senza eccellere. Però, durante l'estate che mi separa dalle superiori, la pelle schiarisce un po' e adotto un modo di vestire che nasconde la mia quasi inesistente massa.

In quel periodo ho una rivelazione: forse ho studiato abbastanza i banchi di pesci da riuscire a fingere di farne parte. Forse potrei appartenere alla schiera delle belle ragazze se indossassi il travestimento giusto, se sorridessi di più, se ridessi come si deve, se seguissi i suggerimenti del capo branco e non mostrassi più fragilità e debolezza. Se mi fingessi sicura e fredda, mi crederebbero. Perciò ogni mattina, prima di uscire, ripeto che "devo solo trattenere il respiro finché non torno a casa".

Raddrizzo le spalle, sfodero il sorriso e cammino lungo il corridoio della scuola come un'eroina con il suo mantello. Il mio pubblico crede che abbia finalmente trovato me stessa. Ovviamente non è vero.

Ciò che ho trovato è una mia sostituta, un alter ego abbastanza tosto e alla moda da sopravvivere alle superiori. Il miracolo compiuto da questo alter ego è che il mio vero io non può essere ferito. Rimane al sicuro dentro di me. Fingendomi un'altra raggiungo il mio obiettivo. A scuola trattengo il respiro tutto il giorno: quando torno a casa, mi rilasso con grandi quantità di cibo e il bagno.

Questo gioco funziona: divento popolare fra le ragazze, percepiscono che ho un segreto. Riesco anche a farmi notare dai ragazzi; quando passo accanto a loro in corridoio, mi esercito a un comportamento che dimostri che sono pronta a giocare. Come un pedone degli scacchi, rimango in attesa che mi scelgano. Accade inevitabilmente.

Ho un ricordo vivido della prima volta in cui mi è capitato di fare sesso: Carnei Lights. Un giorno del secondo anno, dopo la scuola mi ritrovo nel letto del mio ragazzo dell'ultimo anno; respiro a malapena sotto il suo peso e mi chiedo quanto durerà. Gli Eagles rimbombano nello stereo portatile di plastica e le prime note di Hotel California mi fanno sentire vuota e triste.

Mentre lui si dimena sopra di me come un bambino esagitato, io esamino la sua camera e mi soffermo su un pacchetto di Carnei Lights sulla cassettiera. Un accendino verde è appoggiato in diagonale sul pacchetto e, per un momento, associo quell'immagine a noi due, buttati a casaccio uno sull'altro e destinati a esserci utili in modo rapido e pratico. Io sono l'accendino.

Finalmente termina, ma rimane sdraiato sopra di me. Hotel California continua. Mi chiedo se la lunghezza di quel brano sia parte del messaggio: la vita non è solo inquietante e disperata, ma anche troppo lunga. Dopo quel pomeriggio, lui mi porterà nella lavanderia del seminterrato dei suoi. Voleva solo che la nostra prima volta fosse speciale.

In una calda mattina d'estate alla fine del secondo anno, insieme alla mia migliore amica vado al negozio di animali per vedere i cuccioli. Lei sta valutando se fare sesso con il suo ragazzo e mi chiede come sia. Io sto guardando i gattini che giocano nella gabbia e ne noto uno che saltella sul tiragraffi.

Lo indico e rispondo: "Il sesso è così. Io sono il tiragraffi e Joe mi salta addosso quando ne ha voglia. Il mio corpo è un giocattolo col quale ama divertirsi, ma non è minimamente interessato a me. Mi tocca, ma non entra davvero in contatto con me. Il sesso non è personale. Il caso vuole che sia io la sua ragazza, quindi è il mio corpo il suo giocattolo. Cioè, per me è una cosa infantile. Come i gatti che saltano sul tiragraffi o i bambini che si scambiano i giocattoli ignorandosi completamente. Ma ho imparato un trucco: lascio li il corpo a finire questa cosa mentre io mi estraneo pensando ad altro. Decido che cosa mettermi e altre cose."

Distolgo lo sguardo dai cuccioli e lo rivolgo alla mia amica: "Il sesso non è una cosa che faccio davvero, accade al mio corpo, mentre io me ne sto lì in attesa che finisca. Non credo che Joe se ne accorga, o che gli interessi."

La mia amica mi fissa in silenzio. E evidente che ho condiviso troppo. Questa non è la parte di me che ha il diritto di parlare. Non è il mio alter ego. Resto sospesa e lei dice: "E così strano. In televisione sembra divertente."

"Lo so. Ma non è esattamente come in televisione. Non per me almeno. Pazienza."

Lei torna a guardare i cagnolini, io i gattini. Ho sedici anni e voglio che il mio mondo sia di nuovo semplice: gattini, cagnolini, la mia migliore amica.

Qualche settimana dopo la mia amica fa sesso per la prima volta. Mi chiama: "Non so di che cosa stessi parlando. E la cosa più bella del mondo. Assolutamente fantastico."

Ho smesso di parlare di sesso. Fingo, con il mio ragazzo e gli amici, che sia assolutamente fantastico. Il sesso, l'amicizia, la scuola superiore, essere me. Sì, tutto assolutamente fantastico.

Rispettare regole non scritte

Una sera d'estate guardo Joe che attraversa il palco e accetta il diploma dal preside della scuola. Mentre lui e i suoi amici lanciano il tocco in aria, io rimango contro il muro, emozionata di essere un personaggio secondario in questa celebrazione, ma anche di farne parte insieme a loro. Dopo la cerimonia Joe mi portaa casa sua mentre i Van Halen risuonano nelle casse dell'autoradio.

Lì, sul sedile del passeggero, trasportata da un diplomato, osservo le stelle dal tetto panoramico e mi sento importante, fortunata, potente. Alla festa in suo onore di quella sera i genitori gli regalano una confezione di preservativi. Facendogli l'occhiolino, sua madre afferma che, dal momento che partirà per una settimana di vacanza al mare con gli amici, ne avrà bisogno. Lui ride, anche i suoi genitori ridono.

Nessuno si preoccupa di verificare se io mi stia chiedendo il motivo per cui il mio ragazzo debba portare dei preservativi in un viaggio che farà senza di me. Sorrido. È divertente. Preservativi! Ah, i maschi, sai come sono.

Joe mi saluta con un bacio e parte per il mare con i suoi amici e i preservativi. Due giorni dopo Rob, un ragazzo che conosco dalle medie, bussa alla mia porta. Esco sotto il portico e lui, con un sorriso nervoso, annuncia incerto che ha una cosa da dirmi. Ha raggiunto gli altri al mare e ha saputo che Joe ha passato la notte in prigione. E' stato arrestato perché una sua coetanea l'ha accusato di stupro.

Ne stanno parlando tutti laggiù e Rob voleva che io lo sapessi da lui prima che il pettegolezzo precedesse il ritorno di Joe a casa. Mi informa che è stato rilasciato la mattina presto senza denunce a suo carico perché hanno riscontrato delle incongruenze nel racconto della vittima.

Ringrazio Rob, lo congedo e aspetto che Joe rientri. Gli chiedo spiegazioni, lui ride e sostiene che le accuse fossero false. Non lo lascio. I miei amici e io affrontiamo la cosa tutti d'accordo sul fatto che la ragazza fosse ubriaca, stupida, gelosa e bugiarda. Secondo me nessuno crede davvero che sia una bugiarda, ma non lo ammetteremmo mai. Non so se sia perché semplicemente non c'interessa o piuttosto perché rispettiamo le regole non scritte della vita alle superiori.

Questa è una: mai credere alle altre ragazze, e tradirle sempre per rimanere nelle grazie dei maschi popolari. Qualche settimana dopo la incontro negli spogliatoi della palestra di mia madre. C'incrociamo, io procedo a testa alta, lei la abbassa e distoglie lo sguardo. Provo un elettrizzante senso di disprezzo e vittoria.

Joe e io continuiamo ad ascoltare i Van Halen, a bere e a fare sesso in lavanderia per un altro anno. Quando alla fine lo lascio, lui piange, io lo osservo incredula. Mi chiedo perché stia piangendo, che cosa abbia perso di tanto importante. Non commento. Trovo un nuovo ragazzo, un altro seminterrato, le stesse feste, diverse marche di alcolici. So come rimanere nascosta la notte. Con la luce del giorno è più difficile.

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Glennon Doyle

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Glennon Doyle, oltre a essere nota come scrittrice a livello internazionale, è anche attivista e filantropa.
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