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Quello che non c'è - Estratto da "Libro della Personalità"

di Igor Sibaldi 9 mesi fa



Leggi in anteprima un estratto dal primo capitolo del libro di Igor Sibaldi e scopri se la personalità e il proprio destino sono collegati

Indice dei contenuti:

Dello scoprire le stelle

«La scienza è oggettiva», tentava di convincermi un mio caro amico, un astronomo, qualche mese fa. «Tutto nella scienza dipende dalla strumentazione. Le nostre ricerche sono come... come se questo salone fosse completamente buio, e io volessi sapere di che colore è il pavimento: allora costruirò strumenti che mi permettano di studiarne il colore in assenza di luce.»

In quel salone affrescato e adorno di specchiere, l'amico e io eravamo impegnati in un pubblico dibattito sulla psicologia della scoperta scientifica; e buona parte dell'uditorio non aveva ancora deciso se la questione fosse interessante o no.

«E perché proprio il colore del pavimento?» domandai.

«Come perché?»

«Perché non il colore degli affreschi, o delle poltrone?»

«Che c'entra il perché...»

«Il perché è il punto principale.»

Cambiò argomento, ma insistei. Questo mio amico aveva individuato da poco una Super Nova, cosa di cui era giustamente fiero; gli chiesi: «Allora mettiamola così: quando hai scoperto quella stella, che cosa hai provato precisamente?»

«Come sarebbe, che cosa ho provato?»

«Quali sentimenti.»

«Non saprei, non ricordo adesso...»

Guardò di lato. Poi, con un mezzo sorriso: «Be', siamo andati a mangiare, con i colleghi. Così, come fanno le persone normali...»

Tutti risero e anch'io ridevo.

Quanto, nella scienza, dipende proprio dal timore di non poter essere più «come le persone normali» dopo aver scoperto qualcosa?

E quanto influisce, quel timore, anche sulle scoperte che decidiamo di compiere nella nostra vita d'ogni giorno?

Rido ancora d'emozione all'idea che quel timore si possa dissolvere: lì abitano i nostri più grandi misteri, e i più urgenti. Solo, occorre una nuova psicologia per affrontarlo, dato che quella attuale è tutta al di qua di esso: l'io, per la psicologia attuale, è proprio ciò che è normale avere dentro di noi; ma chi, dentro ciascuno di noi, e perché ha deciso di accontentarsi proprio di quell'«io»?

Io chi?

Con ingiustificabile ingenuità, la psicologia ritiene che l'io possa parlare di se stesso in termini oggettivi. Se così non fosse, essa non sarebbe una scienza - dato che la psicologia è precisamente la scienza dell'io. Ma è costruita inevitabilmente dall'io stesso.

E ciò è insensato.

Per poter parlare oggettivamente di qualcosa, occorre sapere di che cosa si tratti: dove sia quel qualcosa, dove non sia, e quali siano i suoi confini. Ma per tracciare i confini di una qualsiasi area, occorre esserne usciti. E in che modo il nostro io può uscire da se stesso?

Ovunque un io arrivi a trovarsi, sarà comunque in se stesso. Altrimenti non potrebbe trovare, percepire, pensare alcunché. Perciò, qualunque confine decida di porsi, non sarà mai un suo confine: o perché, per porre quel confine, deve pur averlo varcato, e dunque non è più un suo confine, oppure perché non lo varca, e dunque non lo conosce, non sa né dove sia, né se sia veramente un confine o no.

Dentro e fuori

Evidentemente gli psicologi si accontentano della vaga sensazione che «io» sia comunque dentro, mentre ciò che non è «io» sia fuori - e da tale sensazione fanno derivare la convinzione che un confine ci sia.

Già, ma dentro che cosa? Nel corpo? Nella durata di una vita?

Che l'io sia davvero nel corpo, è tutto da dimostrare. Il nostro corpo ha dinamiche, facoltà, zone di cui l'io sa qualcosa, e altre di cui sa poco o nulla: dunque non coincide con esso poiché, se può considerarlo come qualcosa da indagare, il suo corpo gli è estraneo.

Che invece l'io sia nella durata di una vita, è dire davvero troppo e troppo poco. In quale tratto di tale durata?

Non nel futuro, o almeno non ancora.

Nel presente? No, perché nel presente pochissimi riescono a essere, e d'altra parte ciò che chiamiamo «presente» è formato di troppi elementi irrisolti del nostro passato, per poter esistere di per sé.

Allora l'io è nel passato?

Di certo il nostro passato è fatto di rapporti con molte e molte persone, le quali tanto più esistono per noi - nella nostra memoria -, quanto più le abbiamo colmate di contenuti del nostro io: affetti, emozioni, valori. La stragrande maggioranza di quelle persone, e una buona parte di ogni persona che ricordiamo, sono addirittura proiezioni di contenuti dell'io.

Dunque ciò che per noi esiste delle persone che costituiscono il nostro passato è una parte di ciò che chiamiamo «io»: esse sono dentro di noi, o noi siamo in loro. Ma se così è, come e in quale misura?

L'io intorno

Da quelle persone - che sono in noi, o noi in loro - dipende ciò che noi percepiamo, ciò di cui ci accorgiamo nel mondo. Noi percepiamo ciò che da loro abbiamo imparato a percepire; ci accorgiamo di ciò che le parole possono indicare - e le nostre parole sono quelle che abbiamo imparato, appunto, dalle altre persone.

Da ciò che percepiamo, da ciò di cui ci accorgiamo dipendono tutte le scelte della nostra vita e i nostri modi di considerarle. Dalle nostre scelte e dai nostri modi di considerarle dipende tutto ciò che a noi accade e può accadere. E questo noi certamente siamo.

Ma questo non è affatto dentro. È fuori.

O meglio: ne risulta che proprio quel che è fuori, negli altri, sia in realtà dentro di noi. E talmente tanto di ciò che è nostro dipende dagli altri, che la differenza tra noi e loro - il qualcosa che in certi momenti possiamo sentire come solamente nostro - non riesce a esprimersi nella nostra vita se non molto di rado: c'è (non può non esserci, se no non esisterebbe questa parola: «io») ma lo conosciamo così poco; meno ancora del nostro corpo. Per lo più noi ne viviamo fuori.

Dunque moltissimo di ciò che siamo, e anche di ciò che non riusciamo a essere abbastanza, è in un modo o nell'altro intorno a noi.

Il che rende la psicologia, intesa come scienza dell'io, una pretesa problematica. Può veramente essere considerata una scienza?

Il mio amico astronomo guarda le stelle attraverso i suoi telescopi; e per quanto i suoi telescopi possano essere infinitamente migliorati, il mio amico per lo meno sa che le stelle sono lassù e che lui è qui, al di qua dell'oculare.

Nella psicologia invece l'osservazione è diametralmente ribaltata: quel che è guardato è ciò che in noi dice «io», ma chi stia guardando non si sa. E tanto più è complicato scoprire che cosa e dove sia questo non-si-sa-chi, in quanto nessun altro in noi dice «io», all'infuori di noi stessi.

 

Libro della Personalità

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Personalità e destino sono collegate?

Per rispondere a questa domanda, Igor Sibaldi spiega che è importante accorgersi che in ognuno di noi vive un io molto più grande di quello che, nella vita quotidiana, riusciamo a esprimere.

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