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Qualcosa per il mal di testa - Estratto da "Medicine e Bugie"

di Salvo di Grazia 5 mesi fa


Qualcosa per il mal di testa - Estratto da "Medicine e Bugie"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Salvo Di Grazia e scopri come difenderti dal folle business della salute che si è instaurato nella nostra società

Ricordo che una volta una mia paziente mi inviò un sms chiedendomi cosa prendere per il suo mal di testa.

Indice dei contenuti:

Il "mercato della salute"

Mi sorprese che avesse deciso di scrivermi per un disturbo tutto sommato sopportabile, quindi pensai a una cefalea molto grave e le chiesi di chiamarmi. Mi raccontò che in realtà non aveva mal di testa in quel momento, ne aveva sofferto il giorno prima per circa un'ora e poi era scomparso.

Le feci notare che non era il caso di assumere farmaci e le consigliai, nel caso si fosse ripresentato e fosse stato davvero molto forte, di prendere un comune antidolorifico. La donna non fu soddisfatta della mia risposta, io insistetti dicendole che ai farmaci si ricorre solo quando c'è necessità e a quel punto lei mi salutò un po' piccata.

La rividi dopo circa una settimana per un controllo e le chiesi se il mal di testa si fosse ripresentato. Mi spiegò di non averlo più avuto, probabilmente perché aveva iniziato ad assumere ogni giorno, a scopo «preventivo», una bustina di antidolorifico, un integratore, dei sali minerali e un tipo di acqua particolare.

Io ne rimasi sorpreso ma dovetti arrendermi all'evidenza: era diventata una nuova cliente del mercato della salute. Nessuna malattia, nessun disturbo, niente che limitasse le sue attività, solo la paura di star male e, come rimedio, un misto di potenti sostanze chimiche e inutili beveroni.

Il mercato, ufficiale o meno, della salute punta proprio su questo, sa di avere un potenziale di clienti enorme, probabilmente il mercato più vasto della Terra, e che per essere in salute siamo disposti a tutto e cederemmo a qualsiasi promessa di miracolo e ai proclami, a volte abboccando a trappole nemmeno tanto nascoste.

Spesso siamo noi stessi, i pazienti, a crearci un armamentario di farmaci e prodotti per il benessere, non serve neanche guardare la pubblicità o andare dal medico: il passaparola o la nostra «intuizione» (spesso sbagliata) ci trasformano in terapeuti di noi stessi, anche se di terapie non ne avremmo bisogno.

Tutto questo chi si occupa di salute lo sa e si limita a stuzzicare gli appetiti più bassi e venali. Le aziende che vendono prodotti per la salute, i truffatori, i commercianti di illusioni fanno affari spingendoci a ritenere di poter sconfiggere tutti i mali con una pillola e contando sul fatto che noi ci crediamo: prima o poi tutti, anche i più critici e scettici, cederanno alle sirene del benessere.

In quest'epoca abbiamo la convinzione, spesso radicata culturalmente e magari inculcata da chi ne ha interesse, che, anche se stiamo bene, dobbiamo fare qualcosa per stare meglio. Che, per esempio, per digerire non basta l'apparato preposto a tale attività ma serva un bicchierino di liquore (lo sapete che l'usanza dell'amaro digestivo è solo italiana?).

Se stiamo bene non abbiamo bisogno di stare meglio e un farmaco è utile soltanto se abbiamo una malattia, cosi eccoci trasformati tutti quanti in malati. Malati di salute che fanno la fortuna delle aziende farmaceutiche e dei ciarlatani.

Questo succede perché, nonostante ci percepiamo come evoluti e progrediti (e lo siamo, ma rispetto ad altri esseri viventi e al nostro tempo), restiamo molto condizionabili: basta un piccolo gioco di prestigio per renderci superstiziosi e farci credere all'impossibile. Nessun progresso rispetto ai nostri avi del Medioevo o della preistoria, insomma. Nell'antichità (e di questo restano delle tracce in certe comunità isolate che ancora esistono in alcuni paesi) bastava «colpire gli occhi» per «colpire il cervello». E quello che fanno i prestigiatori: usano la loro abilità, la velocità nei movimenti, degli accorgimenti ingegnosi per farci vedere una realtà che reale non è.

Ma come riescono a far sparire una carta da gioco che in realtà non sparisce? Come tagliano in due una donna che è perfettamente intera (e viva)? Usano trucchi, imbrogli, quasi sempre semplici e banali (e in buona fede), ma che sfuggono al nostro controllo.

I venditori di pozioni magiche del Medioevo e dell'inizio del Novecento facevano la stessa cosa. Per mostrare il funzionamento portentoso del loro nuovo unguento c'era tra il pubblico un amico (volgarmente chiamato il «compare») il quale, a seconda delle esigenze, interpretava la parte del cieco, del paralitico, del muto che immancabilmente vedeva, camminava o parlava subito dopo aver usato la pozione magica del truffatore.

Quando ne aveva venduta a sufficienza, l'imbonitore cambiava città, andava dove ancora non lo conoscevano, lasciandosi dietro decine di persone con una bottiglia di acqua in mano, le tasche più vuote e la netta sensazione di essere state fregate.

Lo stesso succedeva in campo medico. Qualcuno si inventava un'ipotesi e la vendeva come vincente, così nascevano gli unguenti miracolosi, i distillati per tutte le malattie e le acque della salute; si smerciavano addirittura sostanze inesistenti che però promettevano effetti prodigiosi. In questo modo si diffuse l'olio di serpente, pozione infallibile per qualsiasi disturbo e che i più creduloni acquistavano nonostante dai serpenti non si potesse ricavare alcun olio.

Non c'era altra maniera per verificare il funzionamento di un rimedio se non provandolo, con le ovvie conseguenze. Poi, con il tempo, siamo riusciti a tracciare una netta divisione tra le procedure veramente efficaci e quelle truffaldine, e oggi abbiamo i mezzi per distinguere le medicine dalle pozioni delle streghe.

La ricerca della malattia a tutti i costi

Se vi dicessi che per una consistente fetta della popolazione lo screening (ovvero le indagini diagnostiche che servono a individuare la presenza di malattie) non è sempre utile, pensereste a una sciocchezza? Vi capisco, ma la concezione stessa dello screening, sebbene sia universalmente riconosciuto come metodo utile ed efficace per prevenire le malattie o le loro complicanze, è ormai in discussione. Fare degli screening «a tappeto» non è necessariamente un bene e, soprattutto, non sempre ci aiuta a prevenire i problemi di salute.

Nel 1997 diversi esponenti di società mediche della Corea del Sud iniziarono a discutere la possibilità di offrire a tutta la popolazione lo screening per le malattie della tiroide. Il ragionamento era semplice e logico: sottoponendo un gran numero di persone a esami specifici si sarebbero potuti diagnosticare in tempo le malattie tiroidee e persino il cancro, così da curarli subito e più efficacemente.

Vi sfido: quanti di voi reputano stupida un'idea del genere? Non è logico? Se scopriamo un tumore alla tiroide (o a qualche altro organo) nelle fasi iniziali possiamo curarlo meglio (e aumentare le probabilità di guarirlo). Assolutamente vero. C'è però un problema: se questo ragionamento è fatto su un singolo individuo stiamo facendo solo il suo interesse, se invece lo estendiamo a centinaia di migliaia di persone (per esempio gli abitanti di una città) о addirittura a milioni (gli abitanti di una nazione) non stiamo facendo l'interesse del singolo e forse neanche della comunità. Com'è finita in Corea del Sud? La diagnosi di tumori tiroidei è salita da cinque casi su centomila nel 1999 a settanta nel 2011.

Due terzi delle persone con questa malattia subiscono un intervento chirurgico per asportazione della tiroide e la conseguente dipendenza dal farmaco che ne sostituisce le funzioni. Oggi il cancro alla tiroide è il tipo di tumore più diagnosticato in Corea del Sud ma, nonostante la diagnosi precoce, la mortalità è rimasta la stessa negli anni: un malato su centomila morirà entro cinque anni dalla diagnosi.

A cosa è servito dunque il programma di screening? A niente. Così come, è evidente, non sono serviti a niente i soldi spesi, le terapie, gli interventi (con l'inevitabile carico di stress, rischi e cure a vita). Eppure in Corea del Sud si continua a fare lo screening per questa malattia.

Il paese asiatico non è l'unico, il fenomeno coinvolge tutto il mondo, e anche l'Italia. In uno studio pubblicato recentemente dal «New England Journal of Medicine» è stato stimato che il 50 per cento dei tumori alla tiroide scoperti e curati in Italia, ma anche in Francia e negli Stati Uniti, non avrebbe avuto necessità di trattamento, perché a crescita lentissima o perché non sarebbe mai progredito fino a diventare letale.

E questo il cosiddetto over-treatment, da noi chiamato «sovradiagnosi», in parole povere un eccesso di zelo. Se si cerca continuamente e in maniera estesa un problema di salute se ne troveranno tanti, che saranno sottoposti a trattamenti che possono avere effetti collaterali anche gravi.

Sebbene possa sembrare evidente che diagnosticare una malattia sia utile alla salute, siamo certi che il gioco valga la candela? Non sempre. Ma è una convinzione difficile da sradicare.

L'ansia da controlli: mammografia ed esame alla prostata

Nonostante possa sembrare sbagliato, mettere in discussione una colonna della sanità pubblica come lo screening è qualcosa di profondamente scientifico. La scienza si evolve in base ai dati, alle nuove conoscenze, alle evidenze.

Nel nostro paese si dibatte sull'utilità della mammografia (un esame radiografico della ghiandola mammaria mirato a individuare eventuali anomalie del tessuto), per anni pilastro indiscutibile della sanità pubblica e della medicina preventiva. Gli studi in proposito sono tanti, e in aumento, perché essendo ormai praticata da molti anni su una fetta consistente della popolazione abbiamo numerosissimi dati a disposizione.

Con il passare del tempo, infatti, si è notato che, per quanto efficace (è in grado di identificare i tumori mammari), l'esame non si rivela efficiente, non riesce cioè a far diminuire la mortalità della popolazione colpita da questa malattia. Altrimenti detto: la mammografia funziona ma, ciononostante, non migliora la vita delle donne.

Anche gli studi scientifici più recenti confermano che, pur essendo una metodica efficace e sufficientemente sicura (non espone a radiazioni eccessive), non ha ridotto la mortalità per tumore mammario nel mondo e, in un caso su 424, si cura un tumore che poteva essere lasciato dov'era perché non sarebbe diventato mortale.

Un altro episodio di overtreatment, dunque, se si considera che alcuni tumori mammari, seppur maligni, progrediscono molto lentamente, e attaccarli con le cure potrebbe significare esporre la paziente a più rischi che benefici.

L'avreste mai detto? Anche a me sembrava logico che la diagnosi precoce dei tumori al seno fosse utile per le donne. Poi, ragionandoci, anche alla luce dei dati scientifici, ho cambiato parere.

Non tutte le lesioni visibili con la mammografia sono tumori maligni e, anche in quel caso, non tutti potrebbero portare alla morte, visto che ne esistono alcuni che possono restare «silenti», cioè non aggressivi, per anni. Quando una mammografia rileva una lesione, per ovvi motivi inizierà l'iter di diagnosi e cura. Bisognerà approfondire, fare una biopsia, ulteriori esami e, in caso di dubbio, eseguire altre indagini.

Questo significa costi, stress e a volte anche sottoporsi a un intervento chirurgico che potrebbe essere molto impegnativo, oneroso, rischioso, mutilante, senza contare l'assunzione di farmaci e i continui controlli. Insomma, spariamo con un cannone a un possibile moscerino.

Questo non toglie che la mammografia in quanto mezzo diagnostico sia stata una grande invenzione, che però forse dovremmo imparare a usare meglio. Le linee guida più moderne e corrette sembrano infatti mostrare che la condotta migliore sia quella di eseguire una mammografia dai quarantanove ai settant'anni, ogni due anni: farla prima e più spesso non è detto che sia utile e senza rischi.

Lo stesso discorso vale per la diagnosi precoce di un tumore che colpisce esclusivamente gli uomini: quello alla prostata, una ghiandola che secerne un liquido che poi andrà a formare lo sperma.

In presenza di malattie a carico della ghiandola prostatica, il livello del Psa (l'antigene prostatico specifico, una sostanza prodotta dalla prostata) ha valori elevati. Va considerato, intanto, che l'aumento del Psa non denota unicamente la presenza di un tumore, e anche in quel caso bisogna comunque considerare che alcuni tumori prostatici progrediscono in maniera lentissima, spesso impiegano decenni, di conseguenza non rappresentano un pericolo reale per una persona anziana.

Pensateci: se una lesione prostatica potrebbe diventare grave, e letale, in vent'anni, ricevere una diagnosi di tumore prostatico a settant'anni a quali rischi effettivi espone il paziente?

 

Tratto dal libro:

Medicine e Bugie

Il business della salute - Come difendersi da truffe e ciarlatani

Salvo di Grazia

Più medicine, più salute. Siamo ossessionati dal benessere e abbiamo talmente paura delle malattie (anche quelle inventate) che siamo disposti a ingerire qualsiasi pillola, e a credere a truffatori e guaritori senza scrupoli. Essere informati è l’unica cura che può salvarci da facili illusioni e aiutarci a essere cittadini e pazienti più sani e consapevoli.

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Salvo Di Grazia è un medico chirurgo specialista in ostetricia e ginecologia. Dopo la specializzazione ha lavorato come medico del servizio di emergenza (il «118») e poi ha completato il suo addestramento nella specialità scelta in Francia: a Nancy, Lille e...
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