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Prima di morire

di Roland Schulz 12 mesi fa


Prima di morire

Leggi un estratto dal libro "Cosa Succede Quando Moriamo" di Roland Schulz

Alcuni giorni prima di morire, quando nessuno ancora conosce l’ora della vostra morte, il cuore smette di pompare sangue alle dita delle mani perché deve irrorare altri organi, come il cervello, o parti più centrali del corpo, come il torso, dove si trovano i polmoni, il cuore e il fegato. Il sangue non arriva nemmeno alle dita dei piedi, che diventano freddi. Il respiro rallenta, i sensi si appannano e l’organismo si prepara a spegnersi.

Successivamente, quando viene compilato il certificato di morte, sembra quasi che questo processo segua un corso prestabilito, descritto nella parte riservata dell’atto, foglio 1, paragrafo 1, lettere dalla a) alla c).

In realtà non è così. La morte è un processo dinamico e unico, come la vita. Ogni persona lo vive a proprio modo. Soltanto una volta concluso, si possono riconoscere tre fasi, indicate dal medico nel certificato di morte.

Stai leggendo un estratto da questo libro:

Cosa Succede Quando Moriamo

La nostra fine e quello che dovremmo sapere al riguardo

Roland Schulz

Cosa succede al corpo quando moriamo? Che cosa proviamo? Cosa accade quando il battito cardiaco si ferma? E cosa accade al corpo prima della sepoltura? La morte e il lutto sono inevitabili per ognuno di noi. Eppure non sono argomenti di cui parliamo...

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Un dottore zelante scriverà il codice ICD, la sigla internazionale di classificazione delle malattie. Potreste essere un caso di polmonite, J18, come il politico tedesco Guido Westerwelle, o un carcinoma C22, come David Bowie.

Un medico meno pignolo, invece, descriverà la vostra morte in termini generici, validi per chiunque. Potrebbe diagnosticare un arresto respiratorio - alla fine tutti smettono di respirare - o un arresto cardiaco - prima o poi il cuore smette di battere.

Oppure potrebbe elencare le patologie che hanno portato al decesso: dalla causa di morte diretta, risalente a poche ore prima, al fattore scatenante, comparso mesi addietro, fino alla principale cagione, riconducibile a molti anni prima. Ai fini statistici, il processo di morte inizia proprio in quel momento.

Ve lo ricordate senz’altro: quel soffio al cuore, quella diagnosi di cancro, quella stupida caduta. I medici ve l’avevano detto chiaro e tondo che si trattava di una cosa seria, ma vi avevano anche promesso che avrebbero risolto il problema. Anche quella volta erano stati di parola e vi avevano guariti come avevano sempre fatto con qualsiasi malattia, febbre o frattura. Vi avevano mandati a casa e per un anno, o forse cinque, eravate stati bene. Ma adesso siete qui, circondati da personale in camice bianco e, anche se nessuno si sbilancia con una prognosi, siete consapevoli della situazione e avete paura.

Non è facile parlare della morte. Tuttavia vale la pena farlo, secondo i professionisti che ci vivono a stretto contatto.

Quando ho annunciato la mia intenzione di scrivere questo libro, sulle prime hanno manifestato un certo scetticismo: descrivere la morte step by step? “Non esiste una tabella di marcia”, mi hanno risposto. Morire è qualcosa di dinamico, complesso, a partire dalla parola stessa: “morire” presuppone un passaggio di stato, la “morte” è ciò che viene dopo. I professionisti ai quali mi sono rivolto — medici giovani e anziani, specialisti in cure palliative, direttori di case di riposo, assistenti e infermieri che hanno assistito a migliaia di decessi — oltre ad avermi suggerito saggi, articoli e statistiche mi hanno assicurato che tacere è più doloroso che affrontare l’argomento.

Avere paura è naturale. Alcuni ricercatori sostengono che se noi uomini siamo diventati esseri pensanti è anche perché per tutta la vita ci siamo sforzati di negare il nostro essere mortali. Sapete come funziona: siete convinti che la cosa non vi riguardi, che sia lontana da voi anni luce, che coinvolga solo gli altri. Nel frattempo non tenete conto di una verità indiscussa: tutti noi moriamo, solo che non sappiamo quando. Adesso però sapete che per voi sarà presto.

Quando si descrive la morte si rischia di provare la sensazione di conoscerla e quindi di controllarla. Gli scienziati ci dicono che è un’illusione perché nessuno può sapere che cosa accade in quel momento. Mentre ci si spegne, le facoltà dell’intelletto, del pensiero e della ragione si riducono e non vi sono più certezze. Morire è il contrario di controllare. In breve tempo si perde completamente e definitivamente la padronanza del corpo e della mente.

In testa vi frullano mille domande: “Che cosa mi succederà? Perché proprio a me? Quando accadrà e come?”. Inizialmente i medici sono cauti nelle risposte e preferiscono essere loro a interrogare il paziente: “Come vede la sua situazione? Che cosa sa della sua malattia? Come pensa si evolverà? E se andasse diversamente?”. Vi preparano a poco a poco e sta a voi decidere fino a che punto conoscere la verità. Ci sono pazienti per i quali sapere tutto sarebbe troppo diffìcile; altri, invece, vogliono essere informati. Il principio guida di chi opera negli hospice è che le informazioni fornite devono essere vere, corrette, ma non per forza complete.

Ad ogni modo chiedere è lecito e la consapevolezza potrebbe aiutare a sentirsi sollevati. Intorno ai malati gravi spesso cala un silenzio dettato da un reciproco sforzo di tutela, il sano verso l’ammalato e viceversa:

.. .non posso pretendere dai bambini...

.. .non dobbiamo stressare la mamma—

.. .non voglio essere un peso per loro...

.. .dobbiamo badare a papà...

.. .non lo sopporterebbero...

... non lo reggerebbe...

Sono reazioni comuni: proteggersi a vicenda, a ogni costo, specialmente se si tratta della morte di un caro. I medici spesso raccontano una storia, che potrebbe sembrare una favola e che invece si verifica puntualmente. I protagonisti sono una coppia.

La donna è a letto e sussurra: “Sento che morirò, ma non ditelo a mio marito!”.

L’uomo è in corridoio e mormora: “So che mia moglie sta per morire ma, per favore, non diteglielo!”.

I professionisti del settore usano un’espressione molto efficace per descrivere questa strategia: “dire bugie bianche”, innocue, pronunciate a fin di bene. Di fronte alla morte le frottole sono inutili, così come lo sono altri comportamenti evitanti: aspettare che tutto passi, tagliare la corda o indorare la pillola.

La notizia che siete arrivati al capolinea è sconvolgente. Vi parlano e siete frastornati. La voce dei medici vi giunge ovattata. Vedete le cose lontane, come se le osservaste dal lato sbagliato del telescopio. Vi manca il respiro e non vi ricordate che cosa vi hanno detto. I medici vi spiegano tutto due volte: una per informarvi, l’altra perché capiate.

Molti dottori non affrontano la questione per vari motivi: perché non sono formati per farlo, perché non ne sono capaci, né professionalmente, né umanamente, perché non hanno tempo, a causa dei ritmi frenetici nelle cliniche e negli ospedali, ma soprattutto perché credono sia più facile negare la prospettiva della morte, tacendo o proponendo nuove terapie.

E in questo siete loro complici, perché non volete ammettere di essere alla fine della vita, nutrite ancora delle speranze, alimentate da ogni nuova promessa. Si crea così un circolo vizioso: voi non volete morire, il vostro medico è reticente e insieme recitate una farsa, di cui molti poi si pentono perché il tempo rimasto è troppo prezioso per le commedie. Meglio prendere la situazione di petto. Per questo il medico dovrebbe essere franco e voi consapevoli della vostra sorte.

Nei manuali si dice che sarete angustiati e che il vostro umore sarà altalenante. Non riuscirete a capacitarvi: morire... proprio voi? Vi arrabbierete: chi è il responsabile? Di chi è la colpa? Cercherete di patteggiare: d’ora in poi andrete a messa ogni domenica e sperimenterete nuove terapie a qualsiasi prezzo. Vi compatirete perché sarà tutto così assurdo! Accetterete il fatto di morire e penserete che gli anni passati non sono stati male.

Questo percorso prevede cinque fasi, che si sovrappongono e s’intersecano, in un vortice di emozioni: autocommiserazione, rabbia, accettazione o rifiuto, negazione.

L’instabilità è forse l’unica costante della morte, che non obbedisce a regole prestabilite, ma è caratterizzata dalla massima libertà.

Di fronte alla prospettiva di morire c’è chi si agita e chi si tranquillizza. La maggior parte delle persone ammutolisce, anche se apparentemente continua a parlare, scherzare o gridare. Anche voi siete senza parole per lo sgomento. Gli scienziati parlano di “shock esistenziale”, dell’orrore dell’io dinanzi al trauma primario della propria morte. Tali considerazioni giustificano la frattura che si apre tra voi e chi continua a vivere, che può parlare di qualcosa che vi si conficca nella carne come un pugnale. La verità è che ve ne andrete, punto. Ci vorrà del tempo per digerirla. Secondo la psicologia, iniziate a spegnervi non appena vi rendete conto che la vostra fine è imminente e non appena tale consapevolezza influenza la vostra vita.

A questo punto vi sembrerà di trascorrere le giornate come in una bolla d’aria: il mondo esterno è pieno di vita e voi siete costretti a lasciarlo. La fine non è ancora visibile, ogni tanto ci sono delle avvisaglie, una fitta, un senso di stanchezza. La morte si annuncia lentamente, a seconda della malattia.

Qualunque essa sia, finirà comunque sotto la lente d’ingrandimento. La medicina tende a voler sapere tutto e i medici vi prospetteranno l’intera gamma di cure possibili: dall’ecografìa alla risonanza magnetica, dalia TAC agli esami di laboratorio, dalle radiografie alle analisi dei tessuti. Può accadere che spariate dietro una diagnosi - anziché esseri umani, sarete considerati soggetti colpiti da una patologia da sconfiggere.

Sarete fatti a pezzi e tutto ciò che vi contraddistingue - i vostri occhi, il vostro sorriso, le vostre paure, i vostri piaceri, le vostre abilità, le vostre conoscenze, le vostre esperienze, i vostri pregi e difetti, le vostre canzoni preferite, i vostri luoghi di vacanza, i vostri ricordi e le vostre nostalgie, le vostre cicatrici, le vostre conquiste, i vostri piatti preferiti, i vostri viaggi nel cassetto, il vostro odore, la vostra intelligenza, i vostri gesti, i vostri segreti più reconditi e i vostri successi più eclatanti, le vostre fisime, i vostri umori e i vostri guadagni, i vostri desideri e progetti, i vostri obiettivi e i piccoli tic per i quali gli amici vi prendono in giro - ebbene, tutto questo si sbriciolerà finché sarà solo la vostra diagnosi a identificarvi.

Anche se non sembra, i medici pensano a voi in modo impersonale, perché sono stati formati così. Da generazioni lottano per la salute dei pazienti, basandosi su diagnosi, terapia e prognosi - un procedimento calcolato, sistematico e razionale. Il loro metodo si basa sul criterio che l’azione è prevedibile e le cure indispensabili. Ne consegue una dinamica improntata sugli interventi, sulle terapie, sull’attacco alle cellule cancerogene e ai batteri, chiunque ne sia portatore. Spesso la medicina moderna dà l’impressione di essere spersonalizzata, in realtà è solo metodica e oggettiva. Partendo da tali assiomi, i medici si battono per salvare la vita di un individuo identificato con il suo numero di tessera sanitaria.

Sentite che il vostro status sta cambiando. Gli altri iniziano a comportarsi in modo insolito, si rivolgono a voi con parole, atteggiamenti e persino pensieri diversi: vi trattano con riguardo, manifestano un malcelato disagio, mascherano un certo nervosismo. È come se di colpo avessero disimparato a relazionarsi con voi con naturalezza. Potete osservare come la vostra malattia influisca su amici e colleghi.

Qualcuno vi eviterà perché la situazione sarà troppo dura da sopportare e perché non saprà come aiutarvi: queste persone non vi telefoneranno più, non vi contatteranno, voleranno via come le rondini d’inverno. Anche se vi farà male, sarà meglio così: non avete bisogno di gente che vi guardi con gli occhi sbarrati.

Altri vi staranno col fiato sul collo, convinti che al vostro posto sarebbero felici di ricevere visite e pensando di sapere che cosa vi farebbe bene. Vi doneranno dolci, fiori, affetto, come se fosse in gioco la loro stessa vita. Nonostante le loro buone intenzioni prendete le distanze; queste persone, che non capiscono che questa volta siete voi in gioco, non sono un supporto.

In generale, la maggior parte del vostro entourage si sentirà insicura sul comportamento da tenere. Lo capirete da come si esprimono; non ci vorrà molto prima che udiate delle parole sconsiderate uscire dalla loro bocca.

[...]

Morire ha un impatto talmente potente da mettere a dura prova le relazioni con le persone, in particolare con quelle per voi meno importanti. Molti faticano ad ammetterlo ma hanno la sensazione, più o meno consapevole, che si crei una spaccatura tra se stessi e il mondo perché loro devono lasciarlo, mentre gli altri restano. Questa tensione può rafforzare le relazioni più solide e distruggere quelle più fragili, ma può succedere anche il contrario. L’esperienza della morte ne misura la resistenza.

Vi troverete faccia a faccia con l’ambiguità degli esseri umani che, da un lato, vi incoraggeranno, dall’altro saranno devastati; vi inciteranno, ma si sentiranno impotenti, vi daranno consigli, ma non sapranno cosa fare; vi diranno che dovete lottare, ma saranno consapevoli che non si può vincere contro la morte. Spesso le loro parole non serviranno a confortarvi, ma avranno il tacito scopo di rendere la situazione più accettabile, di trasformare l’angoscia in qualcosa di più tollerabile.

Le reazioni sono numerose, tuttavia i malati terminali hanno individuato tre schemi comportamentali più frequenti.

Ci sono quelli che minimizzano, che paragonano la vostra malattia alla guerra nell’Hindukush e alla carestia in Africa, che proclamano l’universalità della morte, che dispensano perle di saggezza e vi lanciano il messaggio: “Poche storie, così va il mondo!”.

Poi ci sono i guru; vedono la vostra malattia come un’esperienza importante, un esercizio esistenziale, un allenamento per il corpo, la mente e l’anima; ritengono che nulla capiti per caso e che ogni accadimento abbia un significato più profondo, che voi dovete cogliere.

Infine ci sono i risolutori di problemi: hanno sempre una soluzione in tasca, conoscono un rimedio segreto, un esercizio di meditazione o una preghiera che vi guarirà al cento percento e guai se non provate, perché la salvezza è solo nelle vostre mani: è una questione di atteggiamento, non dovete abbattervi! Alcuni malati terminali affermano che in queste situazioni si sentono messi sotto processo dai sani.

Queste posizioni dimostrano quanto la morte sia percepita come lontana. È un fenomeno paradossale: oggigiorno è onnipresente, la mattina è sui giornali, la sera in televisione, ventiquattr’ore su ventiquattro su Internet, eppure nella vita quotidiana è pressoché invisibile. Il progresso della medicina, la trasformazione della società e la cultura moderna l’hanno resa impercettibile, tanto che qualcuno vede per la prima volta un cadavere a cinquanta o sessantanni, quando gli muore un genitore.

Storicamente è un’anomalia perché per millenni è stata una parte visibile, comprensibile e concreta della vita, a qualsiasi età. Oggi invece è diventata un fenomeno astratto. L’uomo moderno ci pensa come pensa allo spazio: sicuramente da qualche parte esiste, là fuori, ma sotto sotto è convinto che non lo vedrà mai. Per questo molte persone che vi circondano reagiscono male alla prospettiva della vostra morte: siete la dimostrazione vivente che lo spazio esiste e ci aspetta.

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