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Perché la disciplina non funziona - Estratto da "Zero Disciplina"

di Shefali Tsabary 9 mesi fa


Perché la disciplina non funziona - Estratto da "Zero Disciplina"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Shefali Tsabary e scopri perché la "disciplina" in realtà è molto diversa dall'insegnamento

«Mia figlia, semplicemente, non mi ascolta», mi confida un genitore. «Indipendentemente da ciò che le dico, è come se parlassi al muro. I compiti sono un incubo, le faccende di casa danno vita a una battaglia costante, tutto è una lotta».

«Cosa ha fatto l’ultima volta che è incappata in una lotta?», chiedo io.

«Prima le ho urlato contro. Poi l’ho minacciata di toglierle alcuni dei suoi privilegi».

«Mi faccia un esempio».

«Anziché fare i compiti, era stata davanti al computer a giocare ai videogiochi per tutta la sera. Allora le ho tolto il cellulare per due settimane».

«Poi cos’è successo?».

«È scoppiato il finimondo. Lei ha inveito contro di me, urlando che mi odiava e che non mi avrebbe mai più rivolto la parola. Ha trascorso altre due ore piangendo in camera sua. Ormai sono a corto di cose da toglierle. Niente riesce a fare una differenza!».

Vi suona familiare?

Quale genitore a un certo punto non ha minacciato i suoi figli?

Se sono irriverenti verso di noi, riduciamo il tempo che possono trascorrere davanti al televisore. Se alzano gli occhi al cielo cancelliamo il loro appuntamento di gioco con gli amici. Se non prendono un buon voto in una verifica neghiamo loro la gita a Gardaland che avevamo promesso. Se non rassettano la loro cameretta togliamo loro l’iPod. Prigionieri in un circolo vizioso fatto di «Se tu non..., allora io...», ci sfiniamo cercando di esercitare il controllo sui nostri figli.

La maggior parte dei genitori si ritrova a vivere una girandola infinita di baratti con i propri figli. Io lo definisco l’approccio genitoriale di tipo “prigioniero-guardia”, nel quale alla guardia viene chiesto di monitorare da vicino le azioni del figlio. Il figlio, nel suo ruolo di prigioniero, fa qualcosa che si può classificare come giusto o sbagliato. Il genitore, nella parte di guardia, piomba sulla scena per dare premi e punizioni. Il prigioniero ben presto sviluppa una dipendenza dal controllo esercitato dalla guardia per regolare il suo comportamento.

Questo sistema di ricompense e punizioni mina la capacità del bambino di imparare l’autodisciplina, sovvertendo il suo innato potenziale di autoregolazione. Diventando un semplice burattino le cui prestazioni dipendono interamente dalla guardia, il bambino impara a essere motivato esternamente, anziché guidato interiormente. Con il passare degli anni, la distinzione fra guardia e prigioniero si appanna, poiché entrambe le figure si tormentano a vicenda attraverso cicli infiniti di manipolazione.

Essere costretto a impersonare il ruolo di guardia non rappresenta certo una circostanza felice per un genitore. Quando chiedo ai genitori se amano quel ruolo, replicano con veemenza: «Assolutamente no». Tuttavia, quando faccio loro osservare che in realtà lo stanno impersonando e suggerisco loro di smettere di farlo, mi guardano come se avessi due teste. Dico loro: «Disciplinare suo figlio portandogli via il cellulare o urlando, non lasciandolo più uscire o schiaffeggiandolo, non fa altro che prolungare il problema anziché risolverlo. Lei ha davanti agli occhi le prove che la disciplina non funziona. Se funzionasse, suo figlio non persisterebbe in questo comportamento».

C’è qualcuno che pensa che non si debbano disciplinare i propri figli? Io ho creduto nella disciplina per anni. Ho urlato, ho provato a ricorrere ai castighi e ho minacciato. Pensavo che questo rappresentasse ciò che ci si aspettava da me, in quanto genitore. Non c’è da stupirsi, allora, che quando suggerisco ai genitori che la disciplina non solo non è necessaria, ma in realtà alimenta il comportamento negativo che stanno cercando di correggere, è come se chiedessi loro di rinunciare a un diritto acquisito per nascita.

«Che cosa intende dire?», mi chiedono indignati. «Come posso non disciplinare mio figlio? Non fa niente se non lo spavento o lo punisco». Quando sento una nota simile al panico nella voce di quei genitori,capisco che la maggior parte di noi è convinta che la disciplina rappresenti una pietra angolare della genitorialità. Inoltre scorgo le ripercussioni di questo approccio, nel senso che il figlio davvero non fa nulla senza essere minacciato o corrotto, poiché ormai è dipendente dall’essere costantemente controllato.

Quando interagiamo con i figli in base alla convinzione che imporre la disciplina sia un aspetto vitale del nostro ruolo di genitori, supponiamo che siano indisciplinati per natura e che necessitino di essere civilizzati. E, di solito, i figli più disciplinati sono proprio i meno capaci di controllare se stessi.

Senza averci mai realmente riflettuto, abbiamo fatto nostra la credenza che senza disciplina i figli si trasformano in selvaggi. Praticamente interpretiamo tutti i loro cattivi comportamenti attraverso questa lente.

Io sto suggerendo l’esatto contrario. Ciò che intendiamo per “disciplina” è deleterio e non può generare il tipo di comportamento che i genitori vorrebbero tanto vedere nei loro figli.

In origine il termine “disciplina” aveva un significato benevolo,associato all’educazione e alla formazione. Ma se oggi chiedete a qualunque genitore cosa sia la disciplina, penserà che stiate parlando di una strategia rivolta a controllare il comportamento di un figlio: una strategia che ruota intorno a un genitore che esercita il proprio volere su un figlio.

I genitori in realtà ponderano la questione: “Che cosa posso togliere a mio figlio, qualcosa cui tenga particolarmente, affinché riceva il messaggio?”. Non viene loro in mente di chiedersi se la cosa che viene tolta abbia un collegamento con il comportamento in questione. Il genitore crede che privare il proprio figlio di quell’oggetto o privilegio particolarmente prezioso darà una scossa al figlio, inducendolo ad ascoltare.

Per verificare l’insensatezza di questo approccio, traduciamolo a livello adulto. Dopo che avete deciso di mettervi a dieta il vostro partner vi sorprende mentre mangiate una confezione di ciambelle, quindi vi prende le chiavi della macchina per impedirvi di tornare in pasticceria.

A quel punto, come vi sentite? Oppure: siete arrivati in ritardo a un appuntamento per pranzo con un’amica, perciò la vostra amica vi chiede il vostro gioiello preferito. Anche in questo caso, come vi sentite?

Penso che si possa concordare sul fatto che tali azioni si rivelano controproducenti per portare avanti un buon matrimonio o una solida amicizia, per non parlare del tenervi alla larga dalle ciambelle o dell’impedirvi di arrivare ancora in ritardo. Ebbene, molto di ciò che chiamiamo “disciplina” risulta altrettanto insensato e profondamente odioso anche per i nostri figli.

Chiedetevi qual è il rapporto fra le seguenti cose:

  • Se ce la fai a entrare nella squadra di nuoto, puoi andare a dormire per una sera dai tuoi amici.
  • Se prendi un bel voto puoi andare al cinema con la nonna.
  • Se non fai subito i compiti, non ti compro le scarpe nuove.
  • Se non mi parli in modo educato, ti ritiro il cellulare.
  • Se non la smetti di mentirmi, non ti lascio più uscire per tre settimane.
  • Se dimagrisci, possiamo andare a...

I genitori ammettono con me: «Mi ritrovo a fare minacce senza nemmeno accorgermene. Sono talmente arrabbiato/a che mi escono di bocca da sole. Poi, dopo averle pronunciate, le devo mantenere,altrimenti mio figlio penserà che non parlavo seriamente e a quel punto si scatenerà un inferno».

Al che io replico: «Forse le cose migliorano lì per lì. Ma ricorrendo a questo approccio la situazione è mai cambiata permanentemente?».

Ogni genitore a cui pongo questa domanda ammette: «No, mai».

Una persona mi ha confessato: «Ho sbattuto contro quel muro quando la mia primogenita aveva 4 anni. Ho pensato: “Non è possibile che le cose debbano andare così per forza. Gli esseri umani, i bambini, sono buoni!”. Ora lei ha 11 anni e non ha mai visto né sentito ricatti, minacce o punizioni». Sta di fatto che l’approccio col pugno di ferro, basato sul dominio, non porta a nulla di positivo. In realtà, la ricerca ha confermato che le tecniche punitive comportano conseguenze negative a lungo termine.

Ogni volta che parlo di questo i genitori mi dicono: «Ma a me hanno imposto la disciplina, e in realtà mio padre me le ha suonate di santa ragione, però alla fine tutto è andato a posto».

Personalmente non entro nel dibattito se il genitore sia realmente “a posto”. Ho imparato che discuterne fa perdere di vista il vero fulcro della discussione. Invece chiedo: «Lei come si sentiva quando la punivano o la picchiavano da piccolo?». Se il genitore risponde onestamente, dirà qualcosa come: «Stavo male, piangevo molto, la cosa mi terrorizzava, mi odiavo, volevo solo scappare».

Chiedo al genitore: «Allora perché usa la disciplina con suo figlio?». La risposta prevedibile è questa: «Perché voglio che i miei figli imparino. Come possono imparare se io non glielo insegno?».

Se il nostro scopo è quello di insegnare qualcosa a un figlio, ho già detto che la disciplina è nemica dell’insegnamento. Contrariamente a ciò che quasi tutti credono, la disciplina e l’insegnamento sono ben lontani dall’essere sinonimi e sono divisi da un baratro.

Per illustrare questo punto, ripensate a come vi sentivate quando vi spedivano nella vostra stanza, quando spegnevano il televisore durante il vostro programma preferito, quando non vi lasciavano uscire così non potevate vedere gli amici, quando urlavano contro di voi e vi sculacciavano. Stavate bene? Diventava naturale per voi fare ciò che quel trattamento intendeva insegnarvi? No, quello che imparavate era: “I miei genitori comandano, perciò non devo farli incavolare”.

Probabilmente avevate anche imparato che i vostri genitori trattavano gli altri adulti, i colleghi e forse anche gli animali domestici con più rispetto di voi.

Poiché la disciplina sembra collegata al capriccio dei genitori anziché alla logica, fa scattare sempre il risentimento nei figli. Anche se magari ubbidiscono alle nostre richieste poiché li costringiamo a farlo, interiormente sviluppano una resistenza non solo verso ciò che chiediamo loro, ma ancor più verso di noi in quanto messaggeri. La loro resistenza (o, nell’ipotesi migliore, la loro poca convinzione) intensifica il bisogno di controllo del genitore, poiché questi si accanisce sul figlio, pensando che più si dimostra rigido, più il figlio ubbidirà.

È proprio quella resistenza a farsi placca emotiva, creando barriere all’apprendimento, alla crescita e, più di tutto, alla connessione fra genitore e figlio.

Si può mettere in riga il comportamento dei figli, ma non il loro cuore.

Zero Disciplina

Un metodo per aiutare genitori e figli a vivere in armonia

Shefali Tsabary

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Shefali Tsabary

Shefali Tsabary è psicologa clinica con un dottorato alla Columbia University di New York. Molto famosa negli Stati Uniti e nel mondo in quanto partecipa ad diversi programmi televisivi. In particolare nella trasmissione condotta da Oprah Winfrey. Con questo suo libro, molto apprezzato e...
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