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Perché interessarsi all'interdipendenza

di Christophe André, Rébecca Shankland 9 mesi fa


Perché interessarsi all'interdipendenza

Leggi un estratto da "Quei Legami che ci Fanno Vivere" di Rébecca Shankland e Christophe André, per scoprire come riconoscere e sviluppare quei legami che danno senso alla vita

Cosa ne direste di un viaggio al centro della nostra comune umanità? Un'umanità in tutta la sua complessità, che non conosce ricette miracolose applicabili in tutte le situazioni, ma che nasconde ricchezze insospettabili.

Il continente che vogliamo farvi scoprire è quello dell'interdipendenza. Questo strano termine che usiamo in psicologia indica semplicemente la modalità delle nostre relazioni con gli altri. Abbiamo spesso bisogno degli altri per sentirci bene, per portare a termine i progetti che contano ai nostri occhi, o anche solo per sopravvivere.

Prendiamo, in ordine cronologico, lo svolgimento di una giornata. Al mattino vi alzate da un letto che è stato progettato e fabbricato da esseri umani, vi fate una bella doccia grazie al lavoro di artigiani scrupolosi, consumate una buona colazione i cui ingredienti sono stati preparati con cura da altri, dalla coltivazione del grano necessario per ottenere il pane alla raccolta della frutta necessaria per la marmellata.

Quasi tutti i gesti che realizziamo nel corso della giornata ci portano, prima o poi, a contatto con altri esseri umani. Insieme ci adoperiamo per mantenere un equilibrio tra tutte quelle relazioni di interdipendenza.

In questo libro ci interesseremo alle condizioni che permettono all'interdipendenza umana di restare un elemento essenziale per ciascuno di noi e per l'evoluzione della nostra società. Siamo come dei funamboli, che cercano di trovare il miglior equilibrio possibile tra dipendenza e autonomia nelle nostre relazioni con gli altri.


Se l'eccesso di dipendenza è nocivo, lo è anche il suo contrario.


Questo è il paradosso che proveremo a chiarire.

A quali condizioni l'interdipendenza produce benefìci per tutte le persone coinvolte? In che modo possiamo coltivare relazioni gratificanti invece di un sentimento di dipendenza che ci rende schiavi?

Gli studi condotti da diversi decenni sui rapporti costruttivi ci aiutano a capire come conciliare esigenze che possono parere contraddittorie: quella dell'attaccamento agli altri e quella dell'autonomia.

Stai leggendo un estratto da...

Quei Legami che ci Fanno Vivere

Elogio dell'Interdipendenza

Rébecca Shankland, Christophe André

È giunto il momento di cambiare passo e di trasformare le relazioni sociali. Basta competizione e individualismo estremo: è arrivato il momento della collaborazione. Nella società contemporanea, la nostra relazione con gli altri, che in passato...

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Indice dei contenuti:

Paure e difficoltà sul cammino dell'interdipendenza

I nostri primi interrogativi sono sorti dopo una serie di conferenze e laboratori destinati a genitori e professionisti sul tema dell'educazione positiva.

Come esercitare un'educazione amorevole senza cadere nel permissivismo o nel lassismo? Come rispondere nel modo migliore ai bisogni psicologici fondamentali dei bambini rispettando le proprie esigenze di adulti? Come ritrovare uno spazio di libertà quando ci sentiamo travolti da responsabilità e preoccupazioni senza fine? Queste domande ruotano attorno al concetto di interdipendenza umana.

L'interdipendenza, o il fatto di sentirsi legati al prossimo, in debito nei suoi confronti, obbligati a soddisfare per primi i suoi bisogni (in particolare quando si tratta di bambini o di persone vulnerabili), è talvolta un peso difficile da sopportare, tanto che alcuni scelgono di isolarsi sperando di ritrovare in questo modo uno spazio di libertà. Un esempio è costituito dai genitori in difficoltà con i figli, che preferiscono non chiedere aiuto alla famiglia o agli amici per non dovere poi ricambiare.

Sentirsi dipendenti dagli altri provoca disagio o addirittura angoscia. La dipendenza affettiva, poi, è spesso criticata.

Chiedere aiuto può essere interpretato come un segno di incompetenza («Non sono neanche più capace di occuparmi dei miei figli!»), o come una forma di pigrizia («Non ho la forza di risolvere da solo i miei problemi»). Ma, al di là di questi giudizi su se stessi, sembra che esista in certe persone una reticenza a dipendere dagli altri. Sarebbe per loro un segno di debolezza o di asservimento.

La dipendenza dagli altri è considerata anche un sintomo di immaturità da coloro che mi consultano per liberarsi da un comportamento ritenuto inappropriato: «Cado sempre nella trappola dell'amore: mi affeziono troppo all'altra persona, mentre dovrei essere capace di vivere la mia esistenza in modo autonomo». Alcuni si sforzano di non dipendere dagli altri, vogliono affrontare da soli i problemi, rivelandosi incapaci di accettare il nostro funzionamento umano, fondamentalmente interdipendente.


Ma non sollecitare mai gli altri, credere di poter fare tutto da soli ha un prezzo: lo sfinimento.


E questo prezzo si ripercuote sulle persone che ci stanno più vicine, i figli, i collaboratori...

Inoltre, la paura di dipendere dagli altri può costituire un freno alla costruzione o al consolidamento delle relazioni. Per questo ci è parso opportuno proporvi un approccio nuovo al concetto di «dipendenza», basato sugli studi svolti durante gli ultimi decenni.

Nel corso del libro ci interesseremo a forme diverse di rapporti, che vanno da una dipendenza considerata patologica a una dipendenza «sana», vista come un equilibrio tra autonomia e prossimità relazionale.

La giustapposizione di questi due termini può sembrare paradossale: è possibile dipendere dagli altri senza che tale comportamento diventi nefasto? 

L'interdipendenza: il modo migliore per stare bene?

Dopo più di vent'anni di studi sull'accompagnamento delle persone in difficoltà, Robert Bornstein, psicologo e ricercatore specialista della dipendenza, conclude che il modo migliore per star bene consiste nell'accettare la nostra interdipendenza invece di cercare di opporci a essa. Si tratta appunto della dipendenza interpersonale «sana».

Una delle sue caratteristiche consiste nell'avere il coraggio di chiedere aiuto senza per questo sentirci incapaci di affrontare la situazione.

Accettare interazioni di dipendenza «sana» permette di sviluppare un attaccamento agli altri senza sentirci fragili, o di accordare fiducia all'altro senza trovarci in difficoltà quando emergono dei conflitti. Modificando così il nostro sguardo sulla dipendenza dagli altri - o interdipendenza, giacché è reciproca - cambiamo i nostri rapporti con noi stessi e con il prossimo.

Grazie a questo cambiamento di prospettiva, diventa più facile chiedere aiuto per affrontare situazioni difficili, conservando la fiducia in sé necessaria per imparare da quelle esperienze e progredire. E questo contribuisce all'equilibro tra le nostre esigenze di autonomia e di prossimità relazionale.

Il viaggio nel paese dei rapporti umani comincia nell'utero, quando il feto vive ancora in simbiosi con la madre. Prosegue dopo la nascita con una prima fase di dipendenza profonda del bambino nei confronti dei familiari stretti, che si trasforma progressivamente in una relazione d'interdipendenza con altri esseri umani.

Dopo una breve esplorazione dello sviluppo del bambino, in cui analizzeremo l'attaccamento, partiremo alla scoperta di nuovi percorsi per capire le relazioni di «dipendenza sana» o «positiva» evidenziate da studi nel campo della psicologia e delle neuroscienze.


Il nostro obiettivo è mostrarvi tutte le potenzialità dei legami con gli altri, evitando le trappole della dipendenza o dell'illusione di indipendenza.


Gli esseri umani hanno bisogno di prossimità relazionale, fonte delle più grandi gioie e dei migliori ricordi dell'esistenza. Gli studi hanno messo in evidenza che le relazioni con gli altri sono ciò che più di tutto contribuisce a dare un senso alla vita.

Pensare che la relazione di dipendenza «sana» sia utile allo sviluppo umano contrasta con la visione caricaturale secondo cui è possibile prosperare senza gli altri, o con l'idea che dipendere dagli altri per il proprio benessere sia un segno patologico.

La realizzazione di sé non si basa sull'indipendenza (illusione di non avere bisogno degli altri) né sulla co-dipendenza (impressione di non riuscire a vivere senza il proprio partner), ma su quella che chiameremo qui interdipendenza positiva.

Vi proponiamo un cambiamento di prospettiva sulla dipendenza dagli altri: come accettare e rafforzare delle relazioni che implicano una forma di dipendenza dall'altro pur permettendo a ciascuno di restare autonomo? Come osare chiedere aiuto senza che questo sia di peso a noi e agli altri?

Queste domande ci riguardano tutti. Gli studi e l'accompagnamento delle persone in difficoltà ci offrono degli spunti per trovare questo equilibrio, fonte di realizzazione per entrambi.

Per partire alla scoperta dell'interdipendenza positiva ci basiamo sul presupposto che la dipendenza, alla base della relazione tra esseri umani, porti dei benefici. Il primo di questi vantaggi è l'aiuto reciproco.

Farsi aiutare o crollare

«Non ce la faccio più. Mio figlio ha due anni e non ne posso più, non so come reagire quando fa i capricci. L'unica soluzione che ho trovato è metterlo vestito sotto la doccia fredda, e a quel punto smette» racconta Elèa durante una conferenza sul ruolo dei genitori. Sandy, un 'altra mamma, interviene a sua volta: «Neanch'io so che pesci pigliare. Anche mio figlio ha due anni. Quando ha una delle sue crisi, mi è capitato addirittura di chiuderlo fuori di casa. Non so cos 'altro fare». Quando la moderatrice della conferenza precisa che è normale sentirsi esausti quando si hanno dei bambini piccoli, e rivela l'esistenza di associazioni che possono prestare aiuto a domicilio, occasionale o regolare, a seconda delle esigenze, Elèa riprende la parola: «È un bene che esistano, ma non sono ancora arrivata a questo punto!»

Fino a che punto bisogna arrivare prima di trovare il coraggio di chiedere aiuto? È opportuno assumersi da soli il carico delle incombenze e responsabilità che spettano ai genitori? E quando penserete di avere veramente esagerato, non sarà ancora più difficile chiedere aiuto? Tutte queste domande hanno alimentato le nostre riflessioni in questi ultimi anni.

Chiaramente abbiamo bisogno degli altri, anche da adulti.

Ma siamo capaci di cambiare opinione su questo nostro bisogno? In che modo un simile cambiamento di prospettiva potrà contribuire a ridurre le situazioni di difficoltà, di stanchezza estrema, di tensioni relazionali?

L'aiuto necessario tra esseri umani appariva ovvio in passato, perché era vitale sul piano tanto fisico quanto materiale. Il fatto di essere in gruppo permetteva di difendersi meglio, di sopravvivere di fronte ai cambiamenti climatici o anche di distribuirsi i compiti per rispondere ai bisogni primari della tribù.

Nelle società occidentali, la necessità di una «tribù» è meno materiale che sociale. Vivere separatamente dagli altri (avere il proprio appartamento) non minaccia la sopravvivenza, anzi, viene visto come segno di successo e di sicurezza materiale. Allontanarsi dalla famiglia di origine contribuisce a creare un senso di indipendenza cui spesso si aspira nelle nostre culture cosiddette «individualiste».

I pericoli dell'individualismo eccessivo

La società nella quale viviamo valorizza l'indipendenza, la libera espressione di sé e l'unicità di ciascuno. Alcuni studiosi hanno sottolineato che i valori individualisti progrediscono a livello mondiale.

Nel 2017 una ricerca effettuata su 78 Paesi ha mostrato un aumento globale del 12 percento circa dell'individualismo per l'insieme delle società studiate a partire dal 1960. Questo indice è stato misurato a esaminate dai comportamenti descritti e dai valori espressi. I comportamenti considerati come marker di individualismo sono stati contabilizzati identificando il numero di persone per abitazione, il numero di persone che abitavano da sole, il rapporto tra il numero di matrimoni e di divorzi. I valori sono stati misurati chiedendo ai partecipanti di dare un punteggio all'importanza della trasmissione del valore «indipendenza» ai loro figli, così come la libera espressione individuale. Le società dette individualiste si distinguono in questo dalle società chiamate collettiviste, dove la capacità di conformarsi al gruppo e a integrarsi in esso è fortemente incoraggiata.

Negli Stati Uniti, per esempio, da qualche anno si è constatato che i nomi rari, o addirittura unici al mondo, sono sempre più utilizzati. A che scopo? Per rinforzare il carattere unico del bambino. Allo stesso modo, nei libri americani alcuni ricercatori hanno misurato un aumento dell'uso di parole che fanno riferimento a valori individualisti come «io», «sé», «unico», rispetto a termini legati ai valori collettivisti come «insieme», «obbedienza» e «appartenenza».

L'individualismo a volte viene criticato perché è considerato, a torto, un sinonimo di egoismo, mentre comporta anche l'idea di autodeterminazione: ogni persona può scegliere la direzione che vuole imboccare, indipendentemente dalle scelte degli altri, e in particolare dei suoi cari.

L'individualismo accorda più spazio alla scelta personale, all'espressione dei desideri e alla considerazione dei propri bisogni, evocando in certi casi un maggiore egocentrismo, e quindi egoismo. Tuttavia nelle società definite individualiste le persone si adoperano anche per aiutare il prossimo, secondo valori sociali ma per scelta personale.

Per esempio, i ricercatori hanno mostrato che nelle società individualiste si accorda più importanza alle relazioni extrafamiliari: si tratta di relazioni che creiamo perché scegliamo di farlo e perché possono favorire un benessere reciproco.


Essere individualisti non significa quindi ignorare gli altri o isolarsi, ma tenere maggiormente conto dei propri bisogni personali nelle scelte effettuate.


Evidentemente l'idea di considerare ogni individuo come un essere del tutto autonomo e distinto dagli altri trova il suo limite nel fatto che ben di rado si possono compiere delle scelte senza conseguenze per il prossimo.

È quindi utile distinguere due livelli di individualismo:

  • il livello «macro», appartenente alla società che vanta valori come l'indipendenza e la libera espressione delle proprie scelte, e
  • il livello «micro», che riguarda i valori di una persona all'origine di comportamenti più o meno individualisti.

A livello macro, gli studiosi si interessano alle tendenze generali della popolazione i cui valori e obiettivi sono orientati più alla persona che alla collettività. A livello micro, anche in una società individualista, i valori e gli scopi di una persona variano in funzione dell'educazione ricevuta, del contesto o della singola relazione presa in considerazione.

Per esempio, per gli adulti che diventano genitori il benessere dei figli è prioritario, e vi consacrano generalmente la maggior parte dei loro sforzi e delle loro risorse, facendo passare in secondo piano i loro scopi personali.

Non sacrificare l'individuale al collettivo... e non sacrificare il collettivo all'individuale! 

Nella relazione con chi ci vive accanto, la capacità di pensare agli scopi collettivi, di non trascurarli, permette di consolidare il legame di fiducia, e quindi il benessere individuale e collettivo. Tuttavia attribuire un'importanza eccessiva agli scopi collettivi, a scapito delle proprie esigenze, può anche causare una stanchezza profonda, se vengono a mancare le possibilità di «ricaricare le batterie».

Come trovare un equilibrio tra l'attenzione da consacrare a se stessi e agli altri?

Le relazioni sociali, perché siano ottimali, richiedono un buon equilibrio tra il rispetto dei propri bisogni e il rispetto di quelli degli altri.

Anche nell'ambito delle coppie più unite esistono delle tensioni legate ai conflitti d'interesse: le motivazioni personali e quelle legate ai progetti di coppia possono entrare in conflitto.

La negoziazione e i compromessi necessari in una relazione rivelano i rischi dell'interdipendenza. In effetti, nelle situazioni in cui gli interessi sono divergenti, scegliendo di agire per gli altri o in funzione degli altri rischiamo di non soddisfare i nostri bisogni: è quello che da alcuni viene definito «sacrificio». Questo conflitto tra le motivazioni individuali e collettive è più marcato nelle società «individualiste» che promuovono una vita sempre più indipendente, in cui ognuno si possa «realizzare».

È molto raro che si possano assecondare le proprie aspirazioni personali senza che interferiscano con quelle degli altri. Bisogna allora interessarsi alle modalità relazionali che favoriscono una interdipendenza costruttiva, per realizzare i propri obiettivi nel miglior modo possibile prendendo però anche in considerazione i bisogni altrui.

Da più di cinquant'anni la ricerca si interessa alla relazione che abbiamo con il fenomeno dell'interdipendenza.

In questo libro ci occuperemo del modo in cui lo sguardo che rivolgiamo alle relazioni con gli altri può influire sul nostro modo di interagire con loro, e del modo in cui queste interazioni influenzano a loro volta il benessere nostro e altrui.

Ci interesseremo dapprima ai meccanismi che facilitano l'attaccamento umano, alla luce delle ricerche più recenti, poi allo studio dei processi che favoriscono comportamenti altruisti adeguati ai bisogni delle persone implicate in una relazione.

Nella terza parte esploreremo le condizioni che favoriscono le relazioni costruttive.

Infine concluderemo con gli spunti ispirati da questi studi che permettono di coltivare relazioni positive durature.

Per continuare a leggere, acquista il libro

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