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Perché il Muro ‘‘doveva” sorgere?

di Giulietto Chiesa 1 mese fa


Perché il Muro ‘‘doveva” sorgere?

Leggi un estratto dal libro "Chi ha Costruito il Muro di Berlino?" di Giulietto Chiesa

Si dovrà evitare, in primo luogo, che ci si domandi il “perché?” di quel Muro. Poiché, se si passa lo sguardo sull’immensa pubblicistica che ha fatto seguito a quell’evento, sull’enorme quantità di libri, di celebrazioni, di racconti dettagliatissimi, di film e ricostruzioni su quella tragedia (perché proprio di una tragedia si trattò), il dato che più colpisce - dato assolutamente generale, senza eccezioni - è l’assenza di spiegazioni su quel “perché?”.

Stai leggendo un estratto da questo libro:

Chi ha Costruito il Muro di Berlino?

Dalla Guerra Fredda alla nascita della bomba atomica sovietica, i segreti della nostra storia più recente

Giulietto Chiesa

Il Muro costituisce la metafora e la sintesi dell’intera Guerra fredda. È uno dei principali fondamenti della sconfitta definitiva del socialismo reale, di fronte alla straordinaria capacità affabulatrice del capitalismo nella sua fase matura. Ma...

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In realtà un “perché?” fu definito, una volta per tutte, già nel discorso di Kennedy da cui abbiamo preso le mosse. Fu una definizione compiutamente tautologica. Esso, il Muro, era il ritratto stesso dell’Impero del Male. Non c’era altro “perché?” che non fosse la declinazione di quel Male. Innanzitutto si doveva dimostrare, al di là di ogni possibile dubbio, che il Muro nasceva interno di quel Male. Ne era la rappresentazione plastica. Era la conseguenza del Male, con tutte le sue mostruose implicazioni.

Si sarebbe dunque dovuto parlare - possibilmente all’infinito, e proprio questo avvenne - solo dei corollari del postulato iniziale. Si sarebbe dovuto, per ciò, dare conto, dettagliatamente, dello stillicidio delle vittime tra coloro che cercavano di fuggirne; raccontare le loro storie, le loro sofferenze. Descrivere la lunghezza del Muro, l’assurdità delle sue curve, i materiali con cui venne costruito. Illustrare, con dovizia di particolari, le vicissitudini strane, per molti versi allucinanti, della sua edificazione. Fornire a lettori e spettatori le ricostruzioni delle “cime abissali” di moltiplicantisi nequizie, che bisognava quasi sempre indovinare, o immaginare, occultate com’erano dalla segretezza che avviluppava impenetrabilmente l’altra parte del Muro.

Non so se esista, da qualche parte dell’immenso Web, una bibliografia completa delle opere suscitate, evocate, create dal Muro. Se esistesse sarebbe innumerabile. Per non parlare dei miliardi di articoli che, da trent'anni, riempiono giornali e riviste di tutto l’Occidente: tutti, invariabilmente scritti sulla base dello stesso postulato. Uno sterminato serbatoio propagandistico che ha nutrito la “globalizzazione stupida” in cui tutti viviamo da trent'anni. Chi andasse a leggere, su Wikipedia, la voce “Muro di Berlino”, in una qualsiasi delle molte lingue europee, troverebbe esattamente - e soltanto - quello di cui vado scrivendo.

La sintesi di Wikipedia - il luogo della “scienza relativa” di cui dispone il popolo di circa tre miliardi di navigatori della Rete - è la “verità” che conferma l’assunto. Inutile spingersi più oltre. Wikipedia è come il videogame perfetto che disegna il nostro mondo virtuale. Oltre i confini del disegno dove, ormai, stiamo tutti giocando la nostra partita mortale, appunto oltre quei confini, sunt leones, come dicevano i romani quando parlavano di ciò che stava al di fuori dei confini del loro Impero. Anche in quel caso esisteva un postulato invalicabile: “oltre” non c’è niente da scoprire, salvo i leoni. Oltre non esiste alcuna civiltà. Nella migliore delle ipotesi ci sono questioni sulle quali potrebbe essere pericoloso indagare.

Allora possiamo leggere subito, fin dalle prime righe, quante furono le vittime del Muro in quei 28 anni della sua esistenza. Per la verità nemmeno Wikipedia riesce a dirci quante furono esattamente, quelle vittime, ma non rinuncia a darci le sue cifre, anche se le riconosce contraddittorie. «I fuggitivi uccisi dall’Impero del Male furono» scrive «“ufficialmente” 133, ma “ufficiosamente” salgono a oltre 200». Sebbene il bilancio dei morti risulti inferiore a «quanto ci si sarebbe aspettato» (non si da quale parte). Tuttavia esistono, sempre su Wikipedia, altre cifre, tratte da altri siti, da altri istituti di ricerca, dai quali si deduce che la quantità dei morti fu superiore, ma anch’essa incerta: da un minimo di 192 a un massimo di 239. Si ricorda con estrema precisione chi fu la prima vittima e come si chiamava: Ida Siekmann, gettatasi dalla sua finestra, che si affacciava sulla Bernauer Strasse, il 22 agosto 1961. Invece l'ultimo morto fu Winfried Freudenberg, l’organizzatore della fuga più spettacolare: addirittura con una mongolfiera di costruzione artigianale, che cadde nella zona occidentale, uccidendolo. Doppiamente sfortunato perché morì pochi mesi prima della fine del suo incubo, l’8 marzo 1989.

Si scivola qui, nella cronaca, verso l’evento del padrone che morde il cane sempre più sensazionale. Ma anche qui le fonti divergono, assegnando a Gùnter Litfìn il posto di “primo ucciso” e al ventenne Chris Gueffroy quello di ultimo, il 21 giugno 1969, ma forse si tratta della graduatoria solo dei morti uccisi da raffiche di mitra. Sicuramente ce ne sono altre, meno ovvie, meno spettacolari. C’è perfino la graduatoria per età, dove primeggiò, nella sfortuna, il desiderio di libertà dell’ottantenne Olga Segler, mentre la più giovane delle vittime sembra essere stato il bimbo H. Holger, di soli 18 mesi, che certo scappava in braccio ai genitori, di cui non si conosce la fine.

In compenso le fughe coronate da successo furono circa 5000. A dimostrazione indiretta che il comunismo non era nemmeno troppo efficiente e attento, neppure mentre mostrava tutta la sua ferocia. La gran parte di quelle cinquemila fughe riuscite avvenne nei primi mesi e anni, quando il Muro era ancora un’idea appena abbozzata, troppo semplice, banale. Il Muro era stato tirato su in fretta, senza valutare tutti i dettagli, senza tenere conto della fantasia inesauribile di uomini anelanti alla libertà dell’Occidente. Ma la cattiveria dei comunisti si temprò nelle difficoltà. Infatti si viene a scoprire che ci furono ben tre edizioni del Muro, sempre più raffinate: da quella semplice e quasi artigianale, fatta di filo spinato disteso tra pali di legno o di cemento, fino a quella in muratura e poi in cemento armato. Fino all’ultima versione, una strada asfaltata, percorsa dalle autoblindo, tra pareti di cemento che completarono i 155 chilometri del Muro.

Non mancarono, tra le vittime, diversi soldati e guardie di frontiera che, messi a guardia degli altri, ne approfittarono per tentare, a loro volta, la fuga dalla Repubblica Democratica Tedesca. Come fu il caso, ad esempio, di Burkhard Niering, abbattuto nel 1974. Mentre fu ripresa in tutto il mondo la fotografia di Conrad Schumann mentre saltava, incolume, mitra in spalla, la barriera di filo spinato della rinomata Bernauer Strasse. Ma, se è vera la storia di Gueffroy, dobbiamo dedurne che le guardie di frontiera della ddr smisero di sparare nel 1969 (cioè otto anni dopo l’apparizione del Muro) e, nei venti anni successivi, la situazione divenne “quasi normale”, con tentativi di fuga sempre più rari e comunque non letali. E a ciò va aggiunto che, probabilmente, la vicenda berlinese perse, con l’andar del tempo, una gran parte del suo fascino propagandistico.

Comunque, seguendo lo stile e i canoni della propaganda occidentale, si potrebbe aggiungere una “coda” di colore: quella della curiosa storia di Conrad Schumann. Fuggitivo di successo della prima ora del Muro, fu la vittima più incongrua. Ucciso non dai “Vopo”, che se lo erano lasciato scappare anni prima, ma dalla notorietà. Della sua fuga rocambolesca parlarono tutti i giornali tedeschi e le sue foto arrivarono sulle copertine dei rotocalchi di tutto l’Occidente. Andò a rifarsi una vita in Baviera e, quando il Muro cadde, tornò all’Est per rivedere famigliari e amici. Ma, nell’altra parte di Berlino, ormai non più “comunista”, trovò un’accoglienza talmente gelida e ostile che, depresso e infelice, si uccise. Ma non subito. Ci pensò sopra e si suicidò nove anni dopo, nel 1998.

Storia che collide non poco con la versione del Muro fornita, ad esempio, da Viktor Suvorov:

«Gli esseri umani possono essere mantenuti in una società comunista solo con costruzioni impenetrabili, filo spinato, cani e poliziotti che sparano alle spalle. Il Muro significava che il sistema che i comunisti avevano costruito non attraeva ma repelleva».

Descrizione del tutto priva di riferimenti concreti, geografici e storici, interamente ideologica. Dedicata al “comunismo” come categoria dello spirito, come “sistema” universale “repellente”. Storiella che renderebbe impossibile, se fosse vera, spiegare come mai un miliardo e quattrocento milioni di cinesi non sono ancora fuggiti dalla Cina, visto che si tratta di un Paese che si considera “comunista” senza però essere chiuso all’interno di un muro, né costretto da barriere impenetrabili. La Grande Muraglia cinese, com’è noto, non serve a questo, né mai funzionò per impedire le fughe. E ci sono molte altre cose che Viktor Suvorov non è riuscito a spiegarsi e probabilmente sarà rimasto sorpreso nello scoprire che nel 2018 oltre il 60% dei russi consideravano ancora Stalin come il migliore leader della Russia, dopo avere assaggiato la libertà dell’Occidente per 27 anni, cioè a partire dal 1991.

Tutto possiamo dunque sapere, salvo il “perché?” che fu all’origine della costruzione del Muro. Che è la domanda alla quale ci proponiamo di rispondere ora, a trent’anni di distanza dal crollo, e a 58 anni dalla costruzione del Muro.

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Giulietto Chiesa

Già dirigente del PCI e corrispondente da Mosca per l’Unità e La Stampa, Giulietto Chiesa collabora con il quotidiano torinese. E stato promotore e co-sceneggiatore del film Zero, inchiesta sull’11 settembre 2001.
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