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Perché ho scritto "Il gioco infinito" e perché devi leggerlo

di Simon Sinek 15 giorni fa


Perché ho scritto "Il gioco infinito" e perché devi leggerlo

Leggi un estratto da "Il Gioco Infinito" di Simon Sinek

È sorprendente anche solo che ci fosse bisogno di questo libro.

Nel corso della storia umana, tante volte abbiamo avuto modo di cogliere i benefìci del pensiero infinito. L'ascesa di grandi civiltà, i progressi nella scienza e nella medicina e l'esplorazione dello spazio hanno avuto luogo perché ampi gruppi di persone, uniti in una causa comune, hanno scelto di collaborare senza avere in testa una conclusione chiara.

Quando un razzo diretto verso le stelle ha finito per schiantarsi, giusto per fare un esempio, abbiamo cercato di capire quale fosse l'inghippo per poi riprovare ancora... e ancora... e ancora. E nemmeno raggiungere il nostro obiettivo ci ha trattenuti dal continuare.

E tutto questo lo abbiamo fatto non perché allettati dalla promessa di un incentivo; lo abbiamo fatto perché sentivamo di contribuire a qualcosa di più grande di noi, qualcosa il cui valore sarebbe andato ben oltre la durata della nostra stessa vita.

Pur con tutti i vantaggi che comporta, agire seguendo una visione infinita, a lungo termine, non è facile. Richiede uno sforzo concreto.

In quanto esseri umani, siamo naturalmente inclini a cercare soluzioni immediate a problemi scomodi e a dare la priorità a quei facili risultati in grado di far progredire le nostre ambizioni. Tendiamo a leggere il mondo in termini di successi e fallimenti, vincitori e vinti.

Questa modalità predefinita vittoria-sconfitta a volte può dimostrarsi valida nel breve termine; tuttavia, come strategia per il funzionamento di aziende e organizzazioni, può avere sul lungo termine gravi conseguenze.

Gli esiti di questa mentalità predefinita suonano fin troppo familiari: tornate annuali di licenziamenti di massa per soddisfare proiezioni arbitrarie, ambienti di lavoro spietati, priorità data agli azionisti piuttosto che alle esigenze di dipendenti e clienti, pratiche aziendali disoneste e poco etiche, premi all'elevato rendimento degli elementi tossici di un team (chiudendo un occhio sugli effetti nefasti che il loro operato ha sul resto della squadra) e a quei leader che sembrano preoccuparsi molto di se stessi e poco di coloro di cui sono responsabili.

Tutte cose che contribuiscono a offuscare lealtà e impegno e ad accrescere quell'insicurezza e quell'ansia che, in quest'epoca, sembrano attanagliare molti di noi.

Questo approccio impersonale e transazionale al business sembra aver subito una prima accelerazione all'indomani della rivoluzione industriale e un'altra, ancora più evidente, in questa nostra era digitale. In effetti, tutta la nostra capacità di comprendere il commercio e il capitalismo si direbbe caduta sotto l'influenza di un pensiero a breve termine, limitato.

Anche se molti di noi lamentano questo stato di cose, sembra purtroppo che il desiderio del mercato di mantenere lo status quo sia più potente della spinta a cambiarlo.

Quando diciamo cose come «Le persone vengono prima del profitto», spesso incontriamo una resistenza. Molti di coloro che controllano il sistema attuale, molti dei leader in carica, ci dicono che siamo ingenui e che non capiamo la «realtà» dietro al funzionamento del business. E questo basta a far sì che troppi di noi si ritirino in buon ordine.

Ci rassegniamo a svegliarci con il terrore di dover andare al lavoro, a non sentirci al sicuro in quell'ambiente e a faticare per trovare un senso alla nostra esistenza. Tanto che la ricerca di quell'elusivo equilibrio tra lavoro e vita privata è diventata un'industria a sé stante.

Tutto questo mi porta a chiedermi: esiste un'altra opzione percorribile?

È del tutto possibile che forse, e sottolineo forse, la «realtà» di cui i cinici continuano a parlare non debba essere obbligatoriamente così. Che forse il sistema attuale di fare business non è «giusto» e men che meno «il migliore». È solo il sistema a cui siamo abituati, il sistema privilegiato e sponsorizzato da una minoranza, non dalla maggioranza.

E se le cose stanno così, in effetti, allora abbiamo l'opportunità di promuovere una realtà differente.

Rientra assolutamente nelle nostre forze costruire un mondo in cui la maggior parte di noi si svegli ispirato ogni singolo giorno, si senta bene sul posto di lavoro e a fine giornata ritorni a casa realizzato.

Il genere di cambiamento che sostengo non è semplice. Tuttavia, è possibile. È una visione che con buoni leader - grandi leader -può prendere vita.

I grandi leader sono quelli il cui pensiero va al di là della contrapposizione tra «breve termine» e «lungo termine». Sono quelli consapevoli che in ballo non c'è solo il prossimo trimestre o le prossime elezioni: ci sono la prossima generazione.

I grandi leader impostano la propria organizzazione affinché continui a mietere successi anche una volta che loro non ci saranno più: e quando lo fanno, i benefici - per noi, per il business e persino per gli azionisti - sono straordinari.

Ho scritto questo libro non per convertire quanti difendono lo status quo, ma per chiamare a raccolta coloro che questo status quo intendono sfidarlo e sostituirlo con una realtà molto più in consonanza con il radicato bisogno - del tutto umano - di sentirsi al sicuro, di contribuire a qualcosa di più grande di noi e di provvedere a se stessi e alle proprie famiglie.

Una realtà che lavori per i nostri migliori interessi come individui, come aziende, come comunità e come specie.

Se crediamo in un mondo in cui possiamo sentirci ispirati, sicuri e realizzati ogni singolo giorno della nostra vita, e se crediamo che i leader siano proprio coloro che sono in grado di dare concretezza a questa visione, allora è nostra responsabilità collettiva trovare, insegnare e sostenere quanti si impegnano a dirigere e a condurre gli altri in una maniera tale da dar vita a questa visione.

E uno dei passi che dobbiamo compiere è imparare cosa significa condurre (gli altri, un'azienda) nel Gioco Infinito.

Il Gioco Infinito

Simon Sinek

«Perché gli Stati Uniti, che hanno vinto tutte le battaglie e hanno avuto un numero molto minore di perdite, hanno perso la guerra in Vietnam? Gli americani combattevano per vincere, i nordvietnamiti per sopravvivere. I primi agivano come se il...

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Simon Sinek

Simon Sinek, insegna a leader e a organizzazioni come ispirare le persone. Collabora con realtà molto differenti: dai piccoli imprenditori alle grandi aziende come Microsoft e American Express, a istituzioni governative (ONU e Pentagono). Oratore di successo e speaker al World...
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