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Perché domandare? - Estratto da "Le 5 Domande Essenziali (più Una)"

di James E. Ryan 6 mesi fa


Perché domandare? - Estratto da "Le 5 Domande Essenziali (più Una)"

Leggi in anteprima l'introduzione al libro di James E. Ryan e come porre le domande giuste per risolvere buona parte dei tuoi problemi

Qualora ve lo steste chiedendo, ci sono davvero solo cinque domande essenziali nella vita, e sono gli interrogativi che dovreste porre regolarmente a voi stessi e agli altri. Se vi abituate a fare queste cinque domande, avrete una vita più felice e piena di successi. Alla fin fine, sarete anche in grado di fornire una buona risposta a quella che nel libro definisco la “domanda bonus”, che è forse la questione più importante che vi troverete mai a dover affrontare.

Prima che alziate gli occhi al cielo o, peggio ancora, posiate il libro, lasciatemi dire questo; so bene che quanto ho appena scritto potrebbe sembrare pomposo e anche un tantinello eccessivo. La mia sola giustificazione è che il presente volume è nato come discorso per la consegna dei diplomi, e tali discorsi sono fatti per essere pomposi. Inoltre, se reputate pomposo ciò che avete appena letto, dovreste ascoltare il mio intervento! In ogni caso, vi chiederei di non giudicarmi troppo duramente; non ancora, perlomeno. Se non altro, posso garantire che il libro sarà più articolato e, spero, più divertente del discorso. È senz’altro più lungo.

Ho pronunciato il mio intervento in veste di preside della Harvard Graduate School of Education. Ogni anno, in occasione della cerimonia delle lauree, sono tenuto a elargire qualche “breve considerazione”, che di solito non è mai breve quanto dovrebbe. I laureandi e le loro famiglie, dal canto loro, sono tenuti ad ascoltare, proprio come tante altre persone in giro per il Paese, costrette a sorbirsi un mucchio di banalità e luoghi comuni, mentre combattono la noia (per non parlare dei colpi di calore), il tutto per un diploma. Credevo che il discorso sulle domande che ho pronunciato qualche anno fa non fosse malaccio. Non era niente di eccezionale, ma mi sembrava dignitoso.

Non mi sarei mai aspettato che diventasse “virale”, ma così è stato. Milioni di persone ne hanno guardato un breve estratto online. Molti hanno avanzato commenti lusinghieri e generosi. Altri hanno espresso considerazioni contrariate e molto poco adulatorie; me le ricordo quasi tutte e alcune le ho trovate davvero esilaranti. Così va d mondo delle recensioni ordine e così funziona la mia psiche, ma approfondiremo quest’ultimo aspetto tra non molto.

Dopodiché, prima che io me ne accorgessi, un editor mi ha contattato per propormi di trasformare il discorso in un libro e, prima che voi ve ne accorgeste, lo stavate leggendo, almeno fino a questo punto.

Ma allora, perché scrivere un discorso e poi un libro sull’importanza di fare delle buone domande, nello specifico cinque domande essenziali? Ottima domanda. (Capite cosa intendo?) La risposta è almeno in parte personale.

Sono sempre stato affascinato, per non dire ossessionato, dalle domande. Come molti bambini, quando ero piccolo ne facevo davvero un sacco. Il problema, soprattutto per i miei amici e la mia famiglia, è che non ho mai smesso. Ricordo con un certo imbarazzo svariate cene di famiglia in cui i miei genitori e la mia povera sorellina dovevano sciropparsi raffiche di interrogativi e ulteriori approfondimenti.

Mano a mano che crescevo, le mie domande erano meno del tipo “perché il cielo è azzurro?” e diventavano sempre più simili a quelle che potrebbe porre un avvocato nel controinterrogare un testimone, benché più insistenti che ostili. O così mi piaceva pensare. Chiedevo ai miei genitori perché credevano che certe cose fossero vere e se potevano fornire una dimostrazione a sostegno delle loro convinzioni. Domandavo pertanto a mia mamma che garanzie avesse che Ronald Reagan sarebbe stato un buon presidente e a mio padre che garanzie avesse che Reagan sarebbe stato un pessimo presidente. Chiedevo a entrambi quali prove concrete potessero addurre per sostenere che il papa fosse il rappresentante di Dio sulla terra. Non tutti gli argomenti erano di natura cosi elevata. Ero altrettanto pronto a torchiarli riguardo a tematiche più triviali, ad esempio perché ritenevano importante che io mangiassi i cavoletti di Bruxelles, o perché qualcuno considerasse cibo il fegato con le cipolle.

In breve, ero seccante. Mio padre, che non aveva mai frequentato il college, non sapeva cosa pensare dei miei continui interrogatori e del fatto che porre domande e lanciare la palla sembravano i miei unici veri talenti. A differenza di lui, non ero tagliato per le cose meccaniche e non sapevo aggiustare un bel niente. Non avevo alcuna abilità pratica, ma non restavo mai a corto di quesiti, motivo per cui continuava a ripetermi che avrei fatto meglio a diventare avvocato. Non riusciva a immaginare che potessi guadagnarmi da vivere in altro modo.

Alla fine seguii il suo consiglio e, una volta terminato il college, mi iscrissi a Giurisprudenza. Era fatta per me. I professori di diritto, come forse saprete, insegnano soprattutto attraverso il metodo socratico, o comunque una versione simile. Si rivolgono agli studenti di Legge e li incalzano con una sfilza di domande per verificare se le loro risposte reggono la pressione di ulteriori quesiti o un lieve cambiamento dei fatti. Condotta bene, questa specie di interrogatorio obbliga gli studenti a pensare a fondo alle implicazioni dei propri ragionamenti e a individuare i principi giuridici generali che possono essere applicati in tutta una serie di contesti differenti.

Mi sembrava di aver trovato i miei simili, che è uno dei motivi per cui, dopo aver esercitato la professione di avvocato per qualche anno, decisi di diventare professore di giurisprudenza.

Poco dopo aver accettato l’incarico presso la School of Law della University of Virginia, che era anche la facoltà che avevo frequentato da studente, i miei genitori vennero a trovarmi a Charlottesville. Mio padre mi chiese di assistere a una mia lezione. Ripensandoci, fu un’esperienza toccante, dal momento che fu l’unica volta in cui mi vide insegnare. Morì d’infarto qualche mese dopo, in maniera improvvisa e inaspettata.

Era rimasto un po’ sorpreso che avessi scelto di diventare professore di giurisprudenza. Sapeva che mi piaceva esercitare la professione legale, e non era del tutto convinto che fare il professore fosse un vero mestiere. Ma dopo aver assistito alla lezione, in cui avevo passato il tempo a tartassare gli studenti di domande, si era reso conto che ero riuscito a trovare forse l’unico lavoro al mondo per cui ero naturalmente portato. «È quello per cui sei nato» mi disse, e aggiunse, perlopiù scherzando, che non riusciva a credere che mi pagassero per porre agli studenti delle domande tanto seccanti quanto quelle che facevo a tavola quando ero piccolo.

Dopo aver insegnato diritto per quindici anni presso la University of Virginia, ho ricevuto la proposta inattesa di diventare preside della Harvard Graduate School of Education. Per buona parte della mia carriera ho prodotto scritti e insegnato nell’ambito del diritto scolastico, per cui non era un’idea del tutto bizzarra trasferirmi in una facoltà del genere. Inoltre, ci tenevo molto alle opportunità educative, avendo tratto grande beneficio dall’istruzione che avevo ricevuto nella mia cittadina natale nel nord del New Jersey e, in seguito, a Yale e alla University of Virginia.

Come mio padre, neanche mia madre aveva frequentato il college, eppure credevano entrambi fermamente nel potere dell’istruzione e io ho sperimentato quel potere in prima persona. Gli insegnanti della mia scuola, nel New Jersey, mi hanno aiutato a entrare a Yale come studente universitario e questo evento mi ha cambiato la vita, aprendo porte di cui ignoravo persino l’esistenza. Mi ha anche spinto a pormi una domanda a cui ho cercato di rispondere per gran parte della mia vita professionale; perché il nostro sistema scolastico funziona bene per alcuni ragazzi, ma ne delude tanti altri, soprattutto coloro che partono già svantaggiati? Ho accettato l’incarico di preside a Harvard perché mi sembrava un’occasione irripetibile per lavorare con un gruppo di persone dedite e stimolanti, tutte fortemente impegnate a migliorare le opportunità educative per studenti troppo spesso trascurati.

Nel corso del mio primo anno di incarico, ho scoperto che i presidi devono tenere un sacco di discorsi, il più importante dei quali è quello che si pronuncia il giorno della consegna dei diplomi. Che è anche il più difficile da mettere a segno.

Non sapevo bene di cosa parlare durante la mia prima cerimonia di laurea, così ho riesumato il discorso che avevo tenuto alla consegna dei diplomi alle superiori.

(Sì, ero un tantino disperato.) Per l’occasione avevo scelto un tema estremamente originale, quello del tempo, ed essendo io alle superiori, l’intero discorso verteva su citazioni sconnesse di personaggi celebri tratte dal repertorio del Bartlett’s Familiar Quotations, che riportava il concetto di tempo secondo Helen Keller, secondo Einstein e secondo Yogi Berrà. Quando ho rimaneggiato il discorso per i laureandi di Harvard del 2014, mi sono reso conto che quello che cercavo di dire trent’anni prima era che non dovremmo perdere tempo ad avere paura del passato, del futuro, delle incognite, delle altre persone, delle nuove idee o delle nuove circostanze. Credo tuttora che sia cosi.

L’anno successivo ho affrontato un altro argomento che mi frullava per la testa da un bel po’: il peccato di omissione. Ho ricevuto un’educazione cattolica, per cui andavo a messa tutte le domeniche e facevo il chierichetto. I cattolici, qualora non lo sapeste, sono dei veri maestri nel peccato, soprattutto quello di omissione.

Scoprii questo tipo di peccato durante la mia prima confessione. Circa un anno prima, quando avevo undici anni, io e il mio amico avevamo dato fuoco per sbaglio al giardino di casa mia. Stavamo cercando di incendiare una foglia con una lente d’ingrandimento, ma poiché non sembrava funzionare, decidemmo di cospargerne alcune con della benzina. Questo funzionò piuttosto bene, anzi, talmente bene che nel giardino scoppiò un incendio abbastanza esteso. Alla fine, io e il mio amico riuscimmo a spegnere le fiamme, ma non prima che mi incenerissi le sopracciglia.

Quella sera, quando i miei genitori mi chiesero se avessi idea del perché ci fosse un’ampia chiazza nera di erba bruciata nel nostro giardino, mi finsi stupito quanto loro.

«Che strano» commentò mio padre.

Gli domandai perché pensava che fosse strano.

«Perché sono abbastanza convinto che tu avessi le sopracciglia stamattina».

Non insistette oltre. Di certo si aspettava che prima o poi avrei cantato, e così fu, in effetti. Ma mi confidai prima con un prete e poi, solo molto tempo dopo, con i miei.

Lì per lì, ero indeciso se ammettere questo specifico peccato durante la mia prima confessione. Sulle prime mi sembrava una cosa piuttosto grossa da raccontare e mi resi conto di aver commesso due peccati, in realtà: avevo appiccato il fuoco e poi, alla precisa domanda dei miei genitori, mi ero “scordato” di averlo fatto, come accade a volte ai politici.

Quando giunse l’ora di confessarmi, prima chiesi al prete cosa succede se non riveli tutti i tuoi peccati. In pratica, volevo sapere che alternative avevo. «Sarebbe anche quello un peccato» rispose il sacerdote. «Un peccato di omissione». “Accidenti”, pensai, ma naturalmente non lo dissi. Il prete mi spiegò che non fare qualcosa che dovresti fare è un peccato tanto quanto fare di proposito qualcosa di sbagliato.

In un primo momento, l’idea che si potesse peccare non facendo nulla mi sconcertò, eppure, con il passare degli anni, giunsi alla conclusione che spesso i peccati di omissione sono più dannosi, per noi stessi e per gli altri, rispetto ai peccati di commissione. Credo davvero che siano spesso la fonte dei nostri peggiori rimorsi, motivo per cui alla fine confessai ai miei genitori di aver appiccato il fuoco in giardino. È anche la ragione per cui parlai del peccato di omissione in occasione del mio secondo discorso per la consegna dei diplomi in qualità di preside. Consigliai agli studenti di prestare molta attenzione a ciò che non fanno.

Nella primavera del 2016, mano a mano che si avvicinava la cerimonia delle lauree, i miei amici e colleghi cominciarono a chiedermi di cosa avrei parlato nel mio prossimo intervento. Per un po’, mi limitai a rispondere d’istinto: «Bella domanda», che è una pessima risposta, lo so. Ma poi mi resi conto che, benché fosse una brutta risposta, il tema delle “belle domande” poteva davvero funzionare per un discorso di laurea, data soprattutto la mia fissazione per l’argomento.

Pertanto, l’importanza di porre (e sforzarsi di cogliere) delle belle domande è diventata oggetto del mio intervento, nonché materia di questo libro. I capitoli a seguire illustreranno cinque interrogativi essenziali più una domanda bonus finale. Ma prima di passare ai quesiti specifici, potrebbe essere utile inserirli in un contesto più ampio. Per cui lasciatemi dare due consigli sulle domande in generale.

Il primo è riflettere più a lungo sui giusti quesiti da porre.

Molti di noi sprecano troppo tempo a preoccuparsi di avere le risposte giuste. I neolaureati sono particolarmente inclini a tale preoccupazione, avendo da poco ricevuto un diploma che attesta le loro conoscenze; similmente, le loro famiglie potrebbero aspettarsi alcune risposte, soprattutto se hanno contribuito a pagare le spese universitarie. A dire il vero, in molti ci facciamo prendere dall’ansia di trovare le risposte giuste. È un tratto distintivo delle nostre vite professionali, in cui non vogliamo sentirci inadeguati di fronte ai colleghi, e che permea anche le nostre vite private, in cui non vogliamo sembrare degli sprovveduti agli occhi di coloro che dipendono da noi. I neogenitori, ad esempio, vogliono avere tutte le risposte per/e a proposito dei loro figli. Proprio come degli impiegati appena assunti, i neogenitori tendono ad agitarsi se incappano in una domanda a cui non sanno rispondere, il che naturalmente succede molto spesso, quando si è alle prime armi con qualcosa. Ecco perché le nuove esperienze possono essere stressanti. Del resto, chi non sarebbe stressato se pensasse di dover avere tutte le risposte, mentre non ha altro che domande?

Mi sono trovato in questa stessa situazione quando sono diventato preside. AU’inizio credevo che gran parte del mio lavoro consistesse nel detenere tutte le risposte. D’altronde, ci si aspetta che i leader propongano una visione. Eppure, delinearne una significa, in un certo senso, rispondere a una domanda fondamentale: qual è l’essenza di questa istituzione? Confesso che non avevo chissà

quale visione quando ho cominciato. Sapevo a malapena dove fosse il bagno. Non avere risposte, né tantomeno una visione, sulle prime mi generava ansia, mi lasciavo prendere dallo sconforto e talvolta anche dal panico.

Tuttavia, dopo un po’, mi sono stufato di far finta di conoscere le risposte, e ho iniziato a fare domande, anche in risposta ad altri quesiti, replicando ad esempio; «Bella domanda. Tu cosa ne pensi?». E mi sono reso conto che porre dei buoni quesiti è importante per i presidi tanto quanto lo è per i professori di giurisprudenza, benché le domande siano senz’altro diverse. Solo chiedendo agli altri si può articolare una visione convincente per coloro che lavorano con noi. Finché non sono giunto a questa conclusione, ho sprecato fin troppo tempo a stressarmi per il fatto di non saper rispondere all’istante a tutte le domande che mi venivano poste, sia piccole che grandi.

Ciò non significa che le risposte siano irrilevanti o prive di importanza, ma le domande contano quanto le risposte, spesso anche di più. La pura e semplice verità è che una risposta può essere bella al massimo quanto la domanda posta. Se fai la domanda sbagliata, otterrai la risposta sbagliata.

Lo so per esperienza personale. A dire il vero, avrei più di un’esperienza da condividere, ma ne racconterò soltanto una. L’ambientazione è il ballo di Giurisprudenza a Charlottesville, nel 1990. Ero finalmente riuscito a trovare il coraggio di presentarmi a Katie Homer, una compagna di facoltà per cui mi ero preso una cotta pazzesca.

Ma commisi due errori. Innanzitutto, decisi di presentarmi mentre Katie stava ballando con qualcun altro. (Non chiedetemi perché, anche se sarebbe un’ottima domanda.) Il secondo errore, ancora più clamoroso, fu che all’ultimo momento andai nel pallone e, invece di presentarmi a Katie, mi presentai al ragazzo che ballava con lei, che chiamerò Norman. Per farmi sentire nonostante la musica, domandai a voce piuttosto alta: «Sei Norman, per caso? Te lo chiedo perché mi sa che siamo nello stesso corso di Procedura civile e ammiro molto i tuoi interventi in aula durante le lezioni». Norman mi rispose con aria allegra: «Sì che sono io, grazie mille!».

Ora, data la mia domanda, Norman replicò con una frase del tutto appropriata, ma era pur sempre quella sbagliata. La risposta corretta, almeno a mio parere, sarebbe stata: “Sono Katie Homer. È un vero piacere conoscerti e, sì, vorrei sposarti”. Ma senza avere posto il quesito giusto, non potevo sperare di ottenere la risposta giusta. Per mia grande fortuna, Katie intuì la vera domanda che stavo cercando di fare, il che aiuta a capire perché oggi siamo sposati.

Porre delle buone domande è più difficile di quanto sembri. Non lo dico soltanto per giustificare il fatto di aver posto la domanda sbagliata al ballo. Fare delle buone domande è difficile perché presuppone di saper guardare al di là delle risposte facili, concentrandosi piuttosto su ciò che è complesso, ingannevole, misterioso, imbarazzante e talvolta doloroso. Eppure, ho il sospetto che voi e i vostri interlocutori uscirete arricchiti dallo sforzo, e questo vale tanto nella vita professionale quanto in quella privata.

Fare delle buone domande è fondamentale per avere successo in quasi tutte le carriere immaginabili. I bravi insegnanti, ad esempio, riconoscono che le domande ben poste generano conoscenza e accendono la scintilla che alimenta il fuoco della curiosità. E non c’è dono più grande della curiosità da trasmettere ai bambini. I veri leader, anche i più grandi, ammettono di non avere tutte le risposte, ma sanno porre le domande giuste: quelle che obbligano loro stessi e gli altri a superare risposte trite e desuete, e che rivelano opportunità che, senza la domanda, sarebbero passate inosservate.

Gli innovatori, in qualunque settore operino, riconoscono la saggezza di Jonas Salk, che ha sviluppato il vaccino contro la poliomielite: «Quello che la gente ritiene il momento della scoperta» sosteneva Salk, «è in realtà la scoperta della domanda». Ci vuole del tempo per individuare la domanda, ma è tempo speso bene. Einstein, che era un fervido sostenitore dell’importanza di porre dei buoni quesiti, pronunciò la famosa frase secondo cui, se avesse avuto un’ora per risolvere un problema da cui fosse dipesa la sua vita, avrebbe impiegato i primi cinquantacinque minuti a definire la giusta domanda da porsi. Forse conviene ritagliarsi un po’ più di tempo rispetto ad Einstein per trovare la soluzione, ma il senso mi pare chiaro.

Fare delle belle domande è importante anche nella vita privata. I buoni amici fanno delle ottime domande, cosi come i bravi genitori. Pongono dei quesiti che, già solo nella formulazione, dimostrano quanto sappiano e si prendano cura di noi. Fanno domande che invitano a riflettere, a pensare, che suscitano sincerità e stimolano una connessione più profonda; domande che non prevedono per forza una risposta, ma si rivelano irresistibili. Ritengo che porre domande irresistibili sia un’arte che vale la pena coltivare.

Di certo, porre delle belle domande fa parte di ciò che ci rende umani. Fabio Picasso una volta ha dichiarato di reputare inutili i computer, perché non fornivano altro che risposte. È un’affermazione un tantino estrema, anche perché Picasso ha espresso il suo giudizio molto prima deU’avvento di Siri e Google, per non parlare di Watson. Eppure, a pensarci bene. Siri, Google e Watson sono straordinari nel rispondere ad alcune semplici domande, ma non sono molto abili nel porle.

I computer sono anche piuttosto scarsi nell’interpretare domande mal poste, il che mi porta al mio secondo consiglio: è importante sforzarsi di cogliere le belle domande. È un luogo comune affermare che non esistano domande brutte. Anzi, è addirittura falso, ma solo in parte. Un sacco di domande sembrano brutte, a prima vista, come ad esempio: «Sei Norman, del mio stesso corso di Procedura civile?». Tuttavia, il fatto che queste restino brutte spesso dipende da chi ascolta. Il consiglio che voglio condividere è che voi, in quanto ascoltatori, potete trasformare gran parte delle domande brutte in bei quesiti, purché ascoltiate con attenzione e generosità.

Non c’è ombra di dubbio che incapperete in qualche domanda senza speranza, di tanto in tanto, ma molte di quelle che a prima vista sembrano pessime sono in realtà ottime domande o, perlomeno, sono quesiti innocenti in vesti strambe. Per aiutarvi a comprendere questo aspetto, vorrei sottoporvi un piccolo test o, come si dice oggi in ambito didattico, una valutazione formativa. Vi racconterò due storie, entrambe vere, e il vostro compito sarà individuare le differenze.

Nel 1984, poco dopo il mio arrivo nel campus di Yale come matricola, attaccai bottone con ima compagna di corso. Fu uno scambio vivace e disinvolto e, dopo ima ventina di minuti, la ragazza ebbe un attimo di esitazione, poi disse: «Posso farti una domanda?». Al che pensai, tra me e me: “Incredibile! Adesso mi chiede di andare a cena fuori o al cinema. Sono al college da due giorni e ho già un appuntamento”.

Ora, prima di dirvi cosa mi chiese in realtà, dovrei farvi presente che in quel momento della mia vita ero alto circa un metro e sessanta, quindi una buona quindicina di centimetri in meno rispetto all’altezza vertiginosa di un metro e settantacinque che ho raggiunto in seguito. Fatto forse ancora più rilevante è che allora la pubertà per me era solo un concetto astratto. In poche parole, avevo l’aspetto di uno di dodici o tredici anni. Ma torniamo alla domanda. Il mio tanto auspicato appuntamento disse: «Ehm, non so bene come chiedertelo, ma per caso sei uno di quei bambini prodigio?». Inutile dire che non andammo fuori a cena. E neanche al cinema.

Confrontate questa domanda con quella che fecero a mia madre circa due mesi dopo la mia bizzarra conversazione sul bambino prodigio. Sono cresciuto a Midland Park, una cittadina industriale del New Jersey settentrionale, piena di idraulici, elettricisti e giardinieri, e circondata da quartieri residenziali più benestanti, i cui abitanti davano impiego a quegli stessi idraulici, elettricisti e giardinieri. Il nostro supermercato di fiducia, l’A&P, si trovava nella periferia di Midland Park, al confine con una facoltosa città limitrofa. Un giorno, nel parcheggio del supermercato, mentre mia madre caricava la spesa in macchina, una donna che sembrava appena uscita dal parrucchiere si avvicinò e le chiese se venisse da Midland Park. Una volta avuta la conferma di mia madre, la donna indicò l’adesivo di Yale sul lunotto posteriore della nostra auto e disse: «Non per fare la ficcanaso, ma sono proprio curiosa; quell’adesivo di Yale era già sulla macchina quando l’avete comprata?».

Percepite la differenza tra le due domande, vero? La prima era innocente, persino divertente (in parte), cosa di cui alla fine mi sono reso conto quando, dopo lunghi mesi estenuanti, ho raggiunto la pubertà. La seconda domanda era ostile. Anzi, in realtà, non era nemmeno una domanda. Era un insulto.

Capiterà, sempre che non vi sia già successo, che vi vengano rivolte delle domande ostili nella vita; alcune da parte di perfetti sconosciuti, altre da colleghi, superiori o parenti. Il trucco sta nel distinguere quelle ostili da quelle goffe ma innocenti. Le domande goffe possono nascondere in realtà un tentativo di conoscervi meglio, o possono essere semplicemente il risultato di agitazione e ignoranza, nessuna delle quali è moralmente reprensibile. Le domande davvero cattive, in realtà, non sono affatto delle domande. Sono affermazioni travestite da quesiti, fatti per umiliare o mettere in difficoltà. È bene diffidare di certe “domande”, ma credo valga anche la pena restare aperti e bendisposti nei confronti di tutte le altre domande genuine, comprese quelle goffe.

Per darvi un’idea più concreta del perché io creda nel potere (e nella bellezza) dei buoni quesiti, voglio rivolgere l’attenzione alle cinque domande essenziali, ovvero quelle che dovreste sempre porre e sforzarvi di cogliere, anche quando vengono formulate in maniera bizzarra. Non sono senz’altro le sole domande importanti che possiate porre a voi stessi e agli altri: l’importanza di qualcosa spesso dipende dal contesto. Queste cinque domande sono più che altro essenziali, stanno alla base delle nostre conversazioni quotidiane, sia semplici che profonde, e sono quasi sempre utili, a prescindere dal contesto. Sono domande che possono altrettanto prontamente aiutarvi ad affrontare un lunedi mattina cosi come a comprendere cosa volete fare della vostra vita. Sono domande che vi agevoleranno nello stabilire nuovi rapporti e approfondire quelli che già avete.

Quando andavo alle elementari, il custode della nostra scuola teneva un enorme mazzo di chiavi appeso alla cintura. Le sue chiavi mi affascinavano, in parte perché sembravano più numerose delle porte presenti nella nostra scuola, o almeno di quelle che a noi studenti fosse consentito vedere. Mi chiedevo quali altre porte nascoste si potessero aprire con quelle chiavi e cosa si celasse dall’altra parte. A mio parere il custode era la persona più potente della scuola perché aveva tutte le chiavi, che per me erano il simbolo del potere.

Le domande sono come delle chiavi. Il giusto quesito, posto al momento opportuno, spalanca la porta a qualcosa che ancora non si sa, qualcosa di cui non ci si è ancora resi conto o che non si era neanche preso in considerazione a proposito di sé stessi e degli altri. Ciò che intendo dire è che le cinque domande che seguono sono come le cinque chiavi fondamentali di un mazzo. Benché di tanto in tanto avrete senz’altro bisogno di altre chiavi, non vorrete mai restare senza queste cinque.

Le 5 Domande Essenziali (più Una)

James E. Ryan

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James E. Ryan

James E. Ryan è l’undicesimo preside dell’Harvard Graduate School of Education. È stato assistente del presidente della Corte suprema nonché ex giocatore di rugby. Vive a Lincoln, nel Massachusetts, con la moglie Katie, i loro quattro figli, due cani, due...
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