800 089 433 / 0547 346 317
Assistenza — Lun/Ven 08:00-12:00/14:00-18:00

Per diventare "santi" basta pagare - Estratto da "La Fabbrica dei Santi"

di Laura Fezia 2 mesi fa


Per diventare "santi" basta pagare - Estratto da "La Fabbrica dei Santi"

Leggi in anteprima un capitolo tratto dal libro di Laura Fezia e scopri tutta la macchina lucrativa che si nasconde dietro la proclamazione dei santi

Giovanni Paolo II non ignorava certamente che i tempi erano cambiati e non si potevano più intortare i fedeli raccontando loro quattro panzane, con la pretesa di essere creduti sulla parola: nella creazione di nuovi santi, il vero problema era costituito dai miracoli, necessari già dai tempi di Benedetto XIV per attribuire l’aureola a un candidato.

Forse si poteva ancora raccontare a qualche sprovveduto che un cataclisma naturale o l’eruzione di un vulcano erano cessati per intercessione di un pio uomo/pia donna locali morti in odore di santità, meglio se appartenenti a un ordine religioso, ma sulle guarigioni non si poteva più scherzare senza rischiare di rimetterci la faccia.

Se, per esempio, si va a controllare l’elenco delle guarigioni miracolose avvenute a Lourdes - e intendo quelle riconosciute come tali dalle autorità ecclesiastiche, solo 70 su milioni di richiedenti - si nota qualcosa di bizzarro: più di un terzo dei prodigi, che iniziarono il 27 febbraio 1858 quando le apparizioni di Aquero erano ancora in corso, avvenne a tamburo battente in quella seconda metà del XIX secolo; dal 1900 al 1911 se ne verificarono solo 15, poi per tredici anni non se ne parlò più, come se l’acqua della grotta avesse perso la sua efficacia: guarda caso, nel 1905, Pio X aveva voluto la creazione del Bureau des constatations médicales, presso il santuario, con il compito di indagare scientificamente i presunti miracoli ed evitare figuracce a santaromanachiesa. Questi, infatti, ripresero solo nel 1924 ma la loro frequenza diminuì ulteriormente e continuò a scemare, si ridussero a due/tre all’anno in alcuni decenni e gli ultimi quattro furono riconosciuti nel 1970, 1976, 1987 e 1989. Fino all’ultimo, del 2018.

E se Pio X, all’inizio del Novecento, aveva inteso cautelarsi contro le critiche dei positivisti, a maggior ragione il problema diventò pressante per il papa polacco alle soglie del terzo millennio, quando ormai la medicina aveva fatto passi da gigante ed era in grado di smascherare qualsiasi tentativo di truffa, di suggestione o di disturbo mentale: così lo scaltro Wojtyla, intenzionato a riempire il calendario di nuovi santi e le casse di santaromanachiesa dei relativi proventi, il 25 gennaio 1983 pubblicò il nuovo prontuario per le canonizzazioni.

Le regole per la nomina di beati e santi contenute nella Divinus Perfectionis Magister furono affiancate, il 7 febbraio 1983, dalle norme per l’istruzione del processo canonico, emanate dalla Congregazione per le cause dei Santi: in tal modo l’iter divenne complesso, costoso e incontrollabile.

Vediamone alcuni passaggi.

Aquero significa “quella là” in dialetto occitano: cosi Bernadette si riferì sempre alla misteriosa creatura che le apparve dall’11 febbraio al 16 luglio 1858, nella grotta di Massabielle.

Per diventare candidati alla “Gloria dei Cieli”, è innanzitutto necessario essere passati a miglior vita da almeno cinque anni (salvo eccezioni). Espletata questa fastidiosa, ma inevitabile formalità, occorre che qualcuno - singolo individuo, famiglia, ordine religioso, congregazione o comunità - si svegli un bel mattino con l’irrefrenabile desiderio di assicurare un santo al proprio albero genealogico: nel corso del processo, diventerà “l’attore”, il quale, però, non potrà scocciare santaromanachiesa rivolgendosi direttamente a lei, «Mater et Magistra», ma dovrà procurarsi un postulatore «legittimamente costituito», cui conferirà un regolare mandato, non senza avere ottenuto la preventiva autorizzazione del vescovo. Durante le fasi dell’intero procedimento, il postulatore - non si sa per quale motivo - dovrà dimorare stabilmente a Roma: prima di arrivare anche solo in vista delle mura leonine, però, la strada sarà ancora lunga.

Il postulatore, infatti - munito non solo delle caratteristiche già descritte ma anche diplomato presso lo Studium - dovrà indagare a fondo la vita del soggetto «per conoscere la sua fama di santità e l’importanza ecclesiale della causa» e procurarsi tutto il materiale necessario a dimostrare la fondatezza della richiesta che, in prima istanza, presenterà al vescovo attraverso un libello, nella fase detta “diocesana” dell’iter. Gli verrà anche immediatamente affidata la gestione del denaro messo a disposizione dall’attore per la causa, poiché le spese corrono da subito e senza soldi non si inizia nemmeno la beatificazione della controfigura di Gesù bambino.

La diocesi di competenza sarà quella in cui il possibile beato è passato nel Regno dei Cieli, «a meno che particolari circostanze, riconosciute dalla Sacra Congregazione, non consiglino diversamente»: insomma, Roma potrà decidere a chi affidare la pratica. Se invece occorrerà indagare su un miracolo, il vescovo di riferimento sarà quello del luogo in cui il prodigio è avvenuto. Monsignore, che in genere ha abbastanza da fare per occuparsi personalmente di tutte le questioni relative al territorio da lui spiritualmente amministrato, delegherà a rappresentarlo un sacerdote di propria fiducia, incaricato di seguire le fasi della causa come “promotore di giustizia”.

A questo punto, il candidato verrà definito “Servo di Dio” e il postulatore continuerà a scavare nella sua vita, procurandosi testimonianze, scritti, epistolari e tutta la documentazione possibile e immaginabile. Se si imbatterà in un preteso miracolo (il che avviene pressoché sempre), dopo essersi accertato personalmente che non si tratti di una suggestione (o peggio), lo comunicherà al “promotore di giustizia”, il quale, a sua volta, informerà il vescovo.

Termina qui la prima fase e il postulatore - fatti su armi e bagagli - si trasferirà a Roma, per riferire direttamente alla Congregazione per le cause dei Santi, alle cui affettuose braccia affiderà la posino, ossia la relazione che ha chiuso la fase diocesana del procedimento e contiene tutta la documentazione raccolta, soprattutto quella sul presunto miracolo: poiché questo è sempre una guarigione che la scienza non ha saputo spiegare, la Congregazione ne affiderà la disamina a una commissione formata da sette medici. Verrà in seguito nominato un pool di nove teologi, laici e religiosi, che, esaminate le conclusioni dei precedenti esperti, stabilirà se il Servo di Dio - cui nel frattempo il papa può aver attribuito la qualifica di “venerabile” — merita di essere promosso beato: la proclamazione di questo raggiunto status spetterà, però, al pontefice.

Se poi, per caso, il nuovo inquilino celeste si esibirà in un secondo miracolo, il postulatore ricomincerà tutto da capo e verrà istruito un nuovo processo canonico per proclamarlo santo: questo sempre che all’attore siano ancora rimasti dei soldi da dedicare alla causa. Ho voluto semplificare al massimo tutti i complicati passaggi che possono portare un individuo all’onore degli altari: in realtà si tratta di un iter ben più articolato, che prevede il coinvolgimento di un gran numero di comparse, cosa che fa lievitare a dismisura i costi di tutta l’operazione.

Il punto, infatti, è proprio questo: per diventare prima beati, poi (eventualmente) santi, è sufficiente pagare e anche cifre cospicue. Una buona beatificazione più canonizzazione può arrivare a costare dai 500.000 ai 700.000 euro: dunque se qualcuno volesse far assurgere alla “Gloria dei Cieli” un parente, confratello, consorella, fondatore/fondatrice di comunità, ma non avesse la possibilità di scucire centinaia di migliaia di euro, può rassegnarsi, anche se il soggetto fosse un ineccepibile modello di virtù e facesse miracoli a raffica.

Il denaro sborsato dall’attore per la causa e depositato su un conto presso lo lOR, ha destinazioni diverse: il malloppo, insomma, viene diviso tra tutti i componenti della banda.

C’è, innanzitutto, la parcella del postulatore, che fa la parte del leone e dipende dalla complessità delle ricerche che costui ha dovuto compiere: a volte il vescovo o la stessa Congregazione pretendono degli approfondimenti, dunque il lavoro può diventare lungo e difficile, magari contemplare onerose trasferte o il trasferimento e il soggiorno a Roma di testimoni.

Anche le traduzioni costano: la “positio" va consegnata in latino, lingua ufficiale della Santa Sede e consta spesso di migliaia di pagine. I vari esperti non lavorano per la gloria, nemmeno per quella dei Cieli: le consulenze di medici e teologi vanno pagate e anche i loro eventuali viaggi e permanenze presso la Città Eterna.

Poi ci sono le cosiddette “spese fisse”, costituite dai balzelli richiesti dalla Congregazione per istruire il processo e gli esborsi per la solenne cerimonia di proclamazione, che avviene in Piazza San Pietro, è presieduta dal papa e non si riduce certamente a una bicchierata tra amici.

Sembra che già Benedetto XVI avesse avanzato perplessità circa il giro di denaro legato alle “cause pie”; Bergoglio, succedutogli in modo del tutto anomalo il 13 marzo 2013, ha voluto vederci chiaro, soprattutto insospettito dai numerosissimi conti accesi presso lo lOR dai postulatori e ha formato una commissione per indagare sugli ingenti movimenti finanziari relativi alle pratiche di canonizzazione.

La relazione ha confermato i dubbi dei successori di Wojtyla e Francesco (sembra) ha deciso di metterci una pezza: ciò avveniva nel 2013, poco dopo la sua elezione, come testimoniano numerosi documenti pubblicati da Fittipaldi nel già citato Avarizia e da Gianluigi Nuzzi in Via Crucis, pubblicato per Chiarelettere nel 2015, il quale afferma che l’inchiesta ha portato alla luce un numero impressionante di cause aperte presso la Congregazione: ne sono emerse, infatti, ben duemilacinquecento, perorate da quattrocento-cinquanta postulatoti, con movimenti di denaro di cui è quasi impossibile seguire le tracce. Anche perché la Congregazione per le cause dei Santi, presieduta dal cardinale Angelo Amato, compagno di merende di Tarcisio Bertone, alla richiesta di consegnare la documentazione relativa alle questioni economiche che gravitano intorno ai suoi sacri affari, ha candidamente risposto:

«La Congregazione è completamente estranea all’amministrazione dei postulatori, quindi questo dicastero non è in possesso della documentazione richiesta».

Così, Francesco ha ordinato il blocco temporaneo dei conti gestiti dai postulatori presso lo lOR, almeno fino al termine dell’inchiesta, la qual cosa non ha mancato di provocare imbarazzi e malumori. Il tira e molla è continuato fino al 2015, quando la commissione ha partorito la propria relazione, rivelando come la realtà superasse anche le previsioni più pessimiste e portando alla luce una sorta di lobby dei postulatori.

Così, «il giorno 4 del mese di marzo dell’anno del Signore 2016», Bergoglio ha convocato in udienza il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin e gli ha consegnato le nuove «Norme sull’amministrazione dei beni delle cause di beatificazione e canonizzazione», che abrogano tutte quelle precedentemente emanate in materia, da provare per tre anni «ad experimentum». Insomma, il rescritto del 4 marzo 2016 funge da calmiere, prevede tariffari ispirati alla sobrietà, ma di fatto cambia ben poco: vigila solo - e per giunta in parte - sulle attività dei postulatoti, ossia sui soldi che in ogni caso non sarebbero entrati (direttamente) nella casse della Santa Sede.

A mio avviso, si tratta di una delle tante “bergogliate”, piene di parole tese a rassicurare il gregge circa l’opera di moralizzazione di santaromanachiesa intrapresa dal papa argentino, cui, però, non seguono mai fatti concreti e soprattutto immediati.

Il documento, infatti, non permette controlli sui giri di denaro impiegati nelle cause pie se non alle autorità ecclesiastiche o loro emissari, consentendo alla trasparenza di andare a farsi benedire in quattro e quattr’otto. Forse i soli a dover ridimensionare le pretese saranno i postulatori: e non è nemmeno certo.

Sembra anche sia stato istituito un fondo nel quale far convergere le offerte dei benefattori per le “cause povere”, quelle i cui aspiranti attori non hanno soldi da spendere per far glorificare il loro candidato. Forse ne sapremo qualcosa quando salteranno fuori notizie su qualche altro attico cardinalizio.

Benedetto XVI, nonostante le perplessità espresse, non si era certamente risparmiato nella corsa alle canonizzazioni: dal 23 ottobre 2005 al 2 dicembre 2012 aveva proclamato una cinquantina di santi e più di ottocento beati; ma anche Francesco non ha voluto essere da meno elevando all’onore degli altari, dal 12 maggio 2013 a oggi, un’ottantina di santi (di cui 35 in un colpo solo) e un migliaio di beati. Nella nuova compagine celeste, spiccano soprattutto fondatori/fondatrici di comunità o ordini religiosi e nuovi martiri. Alcune di queste pratiche non hanno seguito la procedura ordinaria, ma sono state “equipollenti”: si tratta di uno dei soliti trucchetti di santaromanachiesa per promuovere un candidato senza che ne sia stato accertato un solo miracolo; la regoletta era già contenuta nella De Servorum Dei beatificazione et de Beatorum canonizatione di Benedetto XIV, è stata conservata fino a oggi perché permette una maggiore agilità e - spiega l’«Osservatore Romano»- 

«si ha quando il papa estende precettivamente a tutta la Chiesa il culto di un servo di Dio non ancora canonizzato, mediante l’inserimento della sua festa, con messa e ufficio, nel Calendario della Chiesa universale».

Ciò conferma una volta di più come in tutti i documenti emanati dai papi o dalle sante congregazioni ci sia sempre un cavillo che consente di scavalcare beatamente ogni altra regola.

Bergoglio, che ha iniziato il proprio pontificato all’insegna di una sbandierata trasparenza, nel proclamare i suoi beati e i suoi santi ha dimenticato, tuttavia, un importante particolare, quello che ha reso tristemente celebre il pontificato di Wojtyla e, in generale, tutta la storia delle canonizzazioni: l’analisi attenta sulle qualità dei candidati alla “Gloria dei Cieli”. Lui stesso, il 23 settembre 2015, ha proclamato santo Junipero Serra, francescano nativo di Maiorca, evangelizzatore della California nel XVIII secolo,

«che tra le tribù ancora pagane di quella regione, nonostante gli ostacoli e le difficoltà, predicò il Vangelo di Cristo nella lingua dei popoli del luogo e difese strenuamente i diritti dei poveri e degli umili».

La solenne cerimonia è stata una delle migliori performance del pontefice durante la sua visita apostolica negli Stati Uniti; svoltasi di fronte al santuario dell'immacolata Concezione a Washington, alla presenza di circa venticinquemila persone, tra cui il vice di Obama, Joe Biden e l’arcivescovo Donald Wuerl, ha provocato l’ira dei nativi americani: Jace Weaver, direttore dell'Istituto degli studi sugli indigeni statunitensi dell’università della Georgia e l'Unione delle tribù indigene della California hanno rilasciato roventi dichiarazioni e comunicati carichi di indignazione, affermando che

«il nome del francescano, ribattezzato “l’Apostolo della California”, si trascina le orme degli abusi e delle torture commesse ai danni delle popolazioni indigene nord americane».

In seguito, non sono mancati atti vandalici contro le raffigurazioni del neo santo: l’ultimo in ordine di tempo si è verificato nel mese di settembre 2017, quando una statua di Serra, esposta presso la missione Santa Barbara, in California - forse la più importante tra quelle da lui fondate - è stata decapitata e imbrattata di pittura rosso sangue.

Giovanni Paolo II, nell’omelia pronunciata nel 1998 in occasione della beatificazione del missionario, aveva elogiato Junipero Serra come «un fulgido esempio di unità cristiana e spirito missionario», sottolineato il suo zelo nel «portare il Vangelo alle popolazioni autoctone d’America, affinché anch’esse potessero essere consacrate nella verità» e ricordato come il sant’uomo «sparse i semi della fede cristiana in mezzo ai tumultuosi cambiamenti portati dall’arrivo dei coloni europei nel Nuovo Mondo»: un qualsiasi libro di storia può illustrare i sistemi con i quali i cattolicissimi europei “evangelizzarono” i nativi del nord e del centro America.

Oltre ai costi fuori controllo e al vertiginoso business connesso al santo terziario, infatti, quello dei personaggi elevati all’onore degli altari è un altro punto dolente delle “cause pie”, anzi forse il più imbarazzante e non è esclusiva della Chiesa di oggi, come vedremo nelle pagine che seguono.

La Fabbrica dei Santi

Come la Chiesa fa cassa con la superstizione

Laura Fezia

La Chiesa cattolica è stata una fabbrica di santi a partire dal IV secolo, per sostituire se stessa al paganesimo senza provocare scossoni nella mentalità popolare e procurarsi una continuità di fedeli.Il pantheon pagano...

€ 13,90 € 11,82 -15,00%

Disponibilità: Immediata

Vai alla scheda


Laura Fezia

Laura Fezia è nata a Torino, dove vive e lavora. Studiosa di antropologia, psicologia, storia, religioni, criminologia e del “mistero” in tutti i suoi molteplici aspetti, appassionata di animali e della sua città, fa la scrittrice e la ricercatrice. Ama definirsi...
Leggi di più...

Dello stesso autore


Gli ultimi articoli


Non ci sono ancora commenti su Per diventare "santi" basta pagare - Estratto da "La Fabbrica dei Santi"

Golden Books S.r.l.
Via Emilia Ponente 1705
47522 Cesena (FC)
P.iva e C.F. e C.C.I.A.A. 03271030409
Reg. Impr. di Forlì – Cesena n.293305
Capitale Sociale € 12.000 I.V.
Licenza SIAE 4207/I/3993
Macrolibrarsi è un marchio registrato
di Golden Books S.r.l. — Nimaia e Tecnichemiste