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Pensare senz’auto. La sfida culturale necessaria

di Linda Maggiori 15 giorni fa


Pensare senz’auto. La sfida culturale necessaria

Leggi la prefazione del libro "Vivo Senza Auto" di Linda Maggiori e scopri la bellezza di vivere car-free: è possibile, sostenibile e fa risparmiare

In questo libro, Linda Maggiori gioca il tutto per tutto e ci provoca immaginando che ci possa essere una vita senz’auto.

La provocazione è molto bella e, oggi come oggi, ci sta ancor più di ieri. È una gigantesca spinta rivolta a tutti per svegliarci dalle nostre incertezze e dai nostri “sì, però, magari, domani, forse” e finire per non fare nulla o troppo poco e andare avanti così così.

Ma così così, avanti non si va. Bisogna cambiare passo o, più suggestivamente, cambiare visione.

Delle tante cose che il fenomeno Greta ha tirato fuori dal cilindro, mi è particolarmente piaciuta questa frase passata un po’ in secondo piano, ma assai sfidante per tutti noi: «Se trovare soluzioni all’interno del sistema è impossibile, forse è meglio cambiare il sistema».

Stai leggendo un estratto da

Vivo Senza Auto

Car Free - È possibile, sostenibile e risparmio!

Linda Maggiori

Un libro pieno di consigli, testimonianze ed esempi concreti per ripensare la nostra vita, la città e il modo in cui ci muoviamo. Perché non è più possibile vivere in un paese in cui: vediamo più auto che bambini oltre 3400 persone ogni anno...

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Cambiare il sistema. Questa è la sfida che oggi ci tocca.

Non correggere, modificare, smussare, limare. No: cambiare. Non c’è più il tempo rilassato di trovare con calma soluzioni di morbido compromesso.

Tutti vorremmo trovare un compromesso, ma dovevamo avere la freddezza di cercarlo prima. Ora il tempo stringe e il piano inclinato sul quale siamo aggrappati si sta sempre più inclinando: ci tocca solo il grande salto del cambiamento.

E allora Linda Maggiori prova a dare alcuni suggerimenti raccogliendo in questo volumetto per tutti (la divulgazione è una cosa seria!) alcuni casi di successo, alcuni tentativi più o meno riusciti, alcune leggi che sono state approvate per iniziare a cambiare e ci propone anche alcune persone che hanno messo la propria faccia nell’innescare questi cambiamenti.

E quando uno ci mette la propria vita e lo fa con onestà e disinteresse personale, dobbiamo portare rispetto a quelle storie e soffermarci a leggerle con attenzione, cercando di farci contagiare.

Evitiamo di cedere alla facilità dicendo che non sono idee replicabili qui da noi, che non è il momento giusto, che non ci sono le condizioni politiche, che la crisi economica suggerisce di fare altro. Sono spesso scuse per non cambiare, per rimandare a domani, per lasciare a chi verrà occuparsene, mettendosi in tasca chili di vigliaccheria.

Dovremmo invece usare più umiltà, che è poi una delle chiavi affinché funzioni il tanto amato e sempre-proposto compromesso, e dare ascolto a chi con onestà sta mettendo a nudo la propria vita per parlare di certe cose, per dire che il clima è una cosa seria, che suoli e boschi sono preziosi e provare noi, soprattutto i politici, a capire come tradurre quelle esperienze di successo anche qua, nella nostra amata Italia.

Utopie? No, percorsi per nuove realtà.

Per fare questo occorre però, a mio avviso, mettere energie in un momento precedente a quello che Linda ci suggerisce. Qualcosa che viene prima del “vivere senz’auto”.

Bisogna che entriamo seriamente nell’ordine delle idee di “pensare senz’auto”. Se, onestamente, è difficile credere che possa esserci di botto una realtà senz’auto, penso convintamente che questa non sia una buona ragione per non chiederla, per non sognarla, per non intuirne la forma, le linee o i vantaggi, per non immaginarne il brivido del silenzio che sicuramente scopriremmo nelle nostre città, per non discuterne a voce alta con sempre più persone.

Credo che oggi sia assolutamente il tempo giusto per “pensare senz’auto”. Bisogna che facciamo come da bambini quando si passava il tempo a fantasticare perdendosi nel nostro stesso sogno al punto da disegnarci attorno un senso di realtà possibile.

Liberare le nostre idee dall’ingombrante forma dell’auto è un atto necessario, che ci permetterebbe di guardare a lungo nel futuro, di scoprire che una piazza non è un parcheggio, che un marciapiede è più largo di quel che percorrevamo ogni mattina, che puoi bisbigliare una parola nell’orecchio di tua figlia e ti sente perché non c’è rumore, che tra un albero e l’altro c’è della terra che prima rimaneva sotto quell’auto posteggiata là.

Senza auto cambia la forma delle case, delle strade, delle piazze, dei centri storici, delle coste e delle montagne. Cambia la forma del paesaggio. Cambia il progetto di tempo libero. Cambia l’idea di ambiente, natura e clima che ci si è appiccicata addosso. Cambia il modo di incontrarsi per strada. Cambia il modo di spiegare a un bambino come deve muoversi appena fuori casa. Cambia l’orizzonte delle cose che possiamo chiedere e volere. Cambiano le domande, i sogni, i colori.

Cambia l’agenda urbana. Cambiano i doveri e i diritti. E torna un po’ di felicità, smarrita nelle pieghe della fretta.

Chi ha tentato di togliere l’auto dai suoi pensieri ha generato alternative che un attimo prima sembravano impensabili, ma un attimo dopo sono risultate bellissime al punto che non le molliamo più. Pensiamo alle tante aree pedonali che inizialmente vedevano i commercianti opporvisi con vigore e che oggi, dopo averle realizzate, sarebbe impensabile convincerli di ciò che prima non volevano.

I woonerf in Olanda li ha inventati chi un momento prima reclamava città senza auto e inizialmente veniva preso per “matto”. Le zone a traffico limitato le ha disegnate chi protestava per le troppe auto. I dispositivi di traffic calming arrivano da progettisti che hanno messo il pedone in cima alle loro preoccupazioni, quando era l’auto a dominare la scena urbana. I sentieri alpini vengono da amanti dei passi. Tante ciclabili urbane europee da chi ha pianto i propri figli uccisi dalle auto e ha pensato che nessuno doveva morire più. Altre, tante, da chi ha intuito che pedalando la città sorride e si è più felici.

Tutto quel che di sostenibile vedete arriva da un pensiero prima e da una condivisione poi. Insieme hanno generato una volontà più robusta di un attimo prima. Una volontà che ha trovato un destinatario politico coraggioso o che lo ha incoraggiato. E che poi l’ha portata avanti fino in fondo.

E qui vengono per noi italiani i dolori più grossi, le incertezze più grigie, le miserie più incancellabili. Ma non dobbiamo demordere ma, contro-intuitivamente, continuare ad alzare l’asticella della sfida.

Non c’è tempo per abbandonarsi al pessimismo. Il freno a mano da cui è bloccato il cambiamento è proprio culturale ed è lì che dobbiamo agire senza perderci d’animo e cercando tutte le strade possibili e tutti i linguaggi possibili per migliorare, anche se di poco.

A volte serve anche un po’ di astuzia e di semplicità. Serve fermarci e pensare come siamo fatti e da dove arriviamo.

Ad esempio, a ben vedere la prima forma di mobilità che abbiamo imparato è il camminare, la seconda probabilmente nuotare, la terza andare in bici, la quarta forse pattini o monopattino o barca a remi o pattìno al mare. Ricordiamo a noi stessi che prima dell’auto e della moto, il nostro corpo si è mosso, ha comunicato, ha conosciuto relazioni con altri esseri umani senza usare una sola goccia di petrolio. La prima conquista di libertà l’abbiamo gustata a piedi.

L’auto arriva per quinta o forse pure sesta tra le forme di mobilità che sono entrate nella nostra vita. Ma poi ci ha inquinato tutti i pensieri, i sogni, gli sguardi sulla città, i luoghi, i paesaggi. Non è solo inquinamento dell’aria – gravissimo – quello che produce un pensiero che non riesce a staccarsi dall’auto, ma si tratta di inquinamento di visione, bellezza e futuro.

Ecco perché abbiamo assolutamente bisogno di imparare a pensare senza auto, ancor prima di rinunciare all’auto.

Sono convinto che ai nostri politici manchi proprio questo: il coraggio di pensare alternative e di saperle sostenere, proporre e indicarle come visioni possibili. Loro spesso si spaventano davanti alle cose che potrebbero accadere, perché prima non le pensano a sufficienza. A loro servono i buoni esempi, e in questo libro ce ne sono (e sono felice che ce ne siano tanti che arrivano dal mondo della ricerca), ma senza il coraggio del pensiero anche i migliori esempi alla fine evaporano.

Spero quindi che questa collezione di buone pratiche, che è qui raccolta, inneschi ragionamenti, argomenti, programmi politici e dia coraggio a chi deve governare in modo autonomo dagli interessi dei più forti e dei più allergici ai cambiamenti.

Cambiare è sempre un problema perché richiede di abbandonare qualcosa di certo per qualcosa di incerto o qualcosa di comodo con qualcosa di meno comodo. Serve energia e in queste pagine se ne può trovare un po’.

Non ci servono replicanti anaffettivi, ci servono sognatori che contagiano altri sognatori, ci servono persone che vogliano prendersi su di sé le vere sfide e prendersi cura di una foglia di basilico per prendersi cura di tutto il mondo. Con la stessa cura. Sempre.

Paolo Pileri
urbanista, Politecnico di Milano

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LINDA MAGGIORI vive e lavora a Faenza (Ravenna). Laureata in Scienze dell'educazione e Servizio sociale è educatrice presso la Bottega della Loggetta, negozio laboratorio gestito da ragazzi disabili. Ha partecipato alla fondazione della Gaaf (associazione di sostegno all'allattamento e all'uso...
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