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Parlano le case - Estratto da "La Vita Segreta delle Case"

di Caterina Locati 1 anno fa


Parlano le case - Estratto da "La Vita Segreta delle Case"

Leggi un estratto dal libro di Caterina Locati e scopri in che modo la tua casa può influenzare i tuoi pensieri e la tua felicità

Una serie di racconti di abitazioni tanto diverse tra loro. Cosa ci direbbero se potessero parlare? Dalla antica caverna preistorica alla casa abbandonata, passando anche per quella che spesso viene considerata un'abitazione "normale".

Stai leggendo un estratto da questo libro:

La Vita Segreta delle Case

L'evoluzione dell'abitare, un magico viaggio nell'ambiente più importante della nostra vita

Caterina Locati

(4)

La nostra abitazione non solo riflette il nostro mondo interiore, ma è anche in grado di condizionarci profondamente. Perché leggere questo libro: Per scoprire come trasformare la nostra casa in un luogo che ci faccia stare bene. Per ascoltare,...

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Indice dei contenuti:

La Caverna

Sono una caverna, una umida e bellissima caverna. Rividi la luce del sole nel 1940, dopo tanti anni di buio, forse più di 20.000. Non sono mai stata sola, in realtà, perché l’acqua, mia unica compagna di sonno, mi ha tenuto sempre compagnia col suo incessante gocciolio. Stavo dormendo, quando mi trovarono, e ci misi un po’ a capire cosa stesse succedendo. Compresi che il mio letargo era finito quando sentii la voce di tre ragazzi urlare di aver trovato qualcosa di straordinario, e vidi uno spiraglio di luce entrare da un minuscolo passaggio. Da quel momento, tornai a essere visibile.

Ero una casa un tempo, un po’ spartana, è vero, ma capace di offrire protezione e riparo.

Conservo un ricordo bellissimo. Un giorno le persone che mi abitavano cominciarono, non so per quale motivo, a dipingermi; volevano raccontare qualcosa di sé e pensarono fossi giusta per rendere visibili le loro idee.

E così li vidi trasformare le mie fredde e forti pareti, disegnando cavalli, buoi, scene di caccia, e, una cosa entusiasmante, addirittura se stessi, attraverso le loro mani.

Tuttora custodisco questo tesoro inestimabile, la testimonianza di persone che hanno saputo rendermi parte della loro vita, e di cui conservo il ricordo con amore.

Una Casa normale

Giulia e Marco mi comprarono quando decisero di sposarsi, nel 2001. Per loro era giusto investire su di me per avere un tetto sicuro sotto cui far crescere la loro famiglia, perciò decisero di fare un mutuo, che stanno ancora pagando. Sono molto grata a Giulia e Marco, perché hanno visto in me un buon investimento per il loro futuro. Ho visto nascere e crescere i loro bambini, Leo e Matilde. Ora si trovano insieme nella loro camera intenti a giocare con i Lego. Mi sembra di avere capito che stiano costruendo una casa con giardino, quello che veramente vorrebbero. Io non ho un giardino, purtroppo, perché sono sollevata da terra di circa 15 metri, ma in compenso ho due meravigliosi terrazzi dove d’estate la mia famiglia cena la sera, facendo la lotta contro le zanzare. Strani esseri le zanzare, arrivano a infestarmi solo a una certa ora della sera, fanno impazzire tutti e poi se ne vanno in un batter d’occhio. Chissà dove abitano le zanzare, quando non sono qui.

La mattina viene Anna a pulirmi, ha una buona tecnica ed è precisa. Mi tiene in ordine e pulita e di questo sono molto felice. Non serve che Giulia le dica cosa deve fare, ha capito esattamente di cosa ho bisogno per essere bella.

Sorrido quando Anna, appena Giulia e Marco escono, comincia a cantare. Pulisce e canta, canta e pulisce, mi rende allegra questo. Smette di cantare quando deve fare l’unica cosa cbe non le piace, pulire l’argenteria. Fortunatamente ne ho poca.

I bambini stanno con la nonna il pomeriggio, finché Giulia non torna, verso le 19, quando comincia a preparare la cena. La mia cucina è accogliente ma piccola, perciò si riempie velocemente dei profumi della cena. Il mio preferito è quello del risotto allo zafferano.

Amo guardare Giulia quando lo prepara, sembra che stia mescolando un sole profumato.

Ho due camere, due bagni, un salotto con un’enorme tv, davanti alla quale, la sera, si riuniscono tutti per guardare una trasmissione di comiche molto divertente.

Una mia vecchia amica mi raccontava che quando era giovane, la sua famiglia si riuniva davanri al camino, le fredde sere d’inverno, e non davanti alla televisione. Era l’occasione per stare tutti insieme a chiacchierare, avvolti dal tepore delle fiamme.

Se anche io avessi un camino, la mia super family continuerebbe a guardare la televisione tutte le sere oppure sceglierebbe di riunirsi di fronte al focolare, per parlare, giocare tutti insieme o leggere un libro? Mi piace, ogni tanto, chiudere gli occhi e immaginare questa scena, sto così bene quando lo faccio...

La Casa grata

Fin dove può spingersi l’amore di una persona verso una casa?

Io lo so, fin dove può spingersi, lo capii quando sentii le sue mani calde accarezzarmi, come se stessero cercando di trovare, attraverso il contatto fisico, un canale di comunicazione. Si sentiva stupido nel parlarmi, perché era consapevole che le case non hanno orecchie, ma ogni tanto lo faceva lo stesso, senza sapere che tutto ciò che mi raccontava nutriva in realtà ogni mia più piccola parte.

Ma quel giorno aveva bisogno di aiuto, era solo con me, ed ebbe l’idea di appoggiare la sua mano sulla mia fredda facciata color mattone, in cerca di conforto, in cerca di appoggio, in cerca di una soluzione. “Come posso aiutarti, amico mio?” chiesi, come io so fare, senza usare le parole.

Non ebbi modo di sentire la sua risposta umana, perché sentii immediatamente un profondo dolore invadermi istantaneamente, e cercai, riuscendoci, di circoscriverlo il più possibile nella zona dove lui aveva appoggiato la mano. Gli dissi subito: “Edo, spostati da lì” e lui, non so come, capii, spostandosi di qualche centimetro.

Feci di tutto per potergli trasferire tutto l’amore che era riuscito a donarmi negli anni attraverso sforzi immani per ridarmi vita. Rimanemmo lì una manciata di secondi, che sembrarono un’eternità, e al termine non potei che sorridere quando, con le lacrime agli occhi, mi disse “Grazie”.

Quel “Grazie”, così di cuore, fu ulteriore infinito nutrimento per me, pronto per essere restituito a chiunque me lo avesse chiesto.

La Casa corrotta

Ero la casa dei loro sogni. Il mio giardino ben curato, ornato da cespugli di rose profumate e lavanda, e la mia bella piscina, mi facevano da splendida cornice.

Ricordo bene che i miei muri rosso provenzale ebbero un impatto molto positivo su di loro. Elena e Andrea rimasero affascinati anche dal mio grande soppalco in legno e dal mio possente tetto con travi a vista, esattamente ciò che stavano cercando.

Appena mi videro si innamorarono di me, e anche io di loro, perché capii subito che erano le persone giuste. Tuttavia erano ignari, purtroppo, di tutto ciò che era successo prima che mi acquistassero e, nella mia parte più profonda, vidi in loro le persone in grado di aiutarmi a uscire velocemente da un disagio che mi rendeva molto debole.

Sapevo benissimo che l’architetto malandrino, proprietario anche dell’impresa che mi aveva costruito, aveva fatto il furbo cercando di risparmiare su tutto e guadagnare vendendo cose che non poteva vendere, ad esempio superfici abitabili che in realtà non avrebbero dovuto esserlo.

E così Elena e Andrea, quando vennero a stare qui, cominciarono ad avere brutte sorprese: l’impianto elettrico non isolato dalle intemperie era tutto da rifare, il tetto aerato che in realtà non era aerato, l’altezza del soppalco diversa da quella dichiarata, la caldaia dimensionata per un bilocale, insomma un grande, grandissimo imbroglio. Non potevo rimanere impassibile, perché non mi sentivo hene nel mio corpo corrotto, perciò decisi di accelerare i tempi facendo collassare velocemente tutto ciò che di me non era stato costruito come avrebbe dovuto.

Elena e Andrea entrarono in crisi perché da un momento all’altro si trovarono a vivere in una casa ostile, quale io, ai loro occhi, ero diventata. Ma in realtà stavo solo cercando di segnalare loro che avrebbero dovuto intervenire al più presto.

Dopo qualche mese di disperazione, tutto venne a galla. Si scoprì che anche le altre ville a me vicine erano state costruite male. Io fui rimessa a nuovo, per fortuna, e ora sono in pace.

Elena e Andrea sono rilassati, quando sono con me, e finalmente mi sentono, e non solo vedono, come la loro vera casa dei sogni. Ogni tanto Elena taglia qualche rosa del giardino e la porta dentro, in un bel vaso, per portare un po’ di natura anche all’interno e per abbellirmi, cosa che lei non smetterebbe mai di fare. Ci vogliamo un gran bene.

La Casa abbandonata

Fui costruita all’inizio del Novecento, non ricordo l’anno preciso. Ero una casa di pregio, ben costruita, perché Giacomo, il mio vecchio proprietario, era benestante. Possedeva infatti una ditta di vernici e stucchi rinomata nella mia città.

Un bel ballatoio di legno collegava le camere al primo piano, mentre al piano terreno c’era la cucina con il tinello. Il mio cortile ospitava un gabbiotto di legno al cui interno c’era un gabinetto alla turca.

Giacomo ogni tanto mi passava vicino e mi osservava con attenzione quasi come se riuscisse a vedere oltre i miei muri, le mie finestre, il mio tetto. In quei momenti, sentivo come delle piccole e meravigliose scosse in me.

La mia vita è stata scandita da momenti di estrema gioia e da altri di profonda tristezza. Provai la più grande gioia quando vidi nascere in una delle mie camere prima Roberto e poi Anna. Quanta felicità, quanta energia e luce dentro di me!

Ero una casa come tante altre, con la fortuna di essere ben tenuta e molto amata.

Un giorno mi accorsi che stava succedendo qualcosa di particolare nel momento in cui vidi Sonia riempire la casa di grosse scatole di cartone. Quando tutto mi fu chiaro, fu per me impossibile non provare un grandissimo dispiacere, che esplose quando vidi uscire per l’ultima volta l’auto di Giacomo, una Citroën DS marrone, bellissima, dal mio cortile. Il portone si richiuse e non si riaprì più per tanto tempo.

Seppi da un’amica che mi lasciarono per trasferirsi in un brutto e alto condominio marrone, proprio il colore dell’auto di Giacomo, dotato di tutti i comfort, quelli che io non ero in grado di offrire loro. Non avevo infatti il bagno riscaldato, i caloriferi, l’ascensore, la portineria, però custodivo in me memorie ed emozioni che quel condominio ancora non poteva offrire.

Sono stata da sola per un po’ di anni, forse 15. Fino a quando il figlio del mio vecchio proprietario decise di trasformarmi proprio nella sede di una ditta di vernici, la stessa che anni prima aveva arricchito i miei soffitti con bellissimi stucchi.

E così un giorno i furgoni invasero il mio bel granaio e il cortile, dove scomparve ovviamente il gabinetto. Mi sentivo molto attiva e presente in due particolari momenti della giornata, cioè alle 6.30 del mattino, quando gli imbianchini arrivavano per organizzare il lavoro, prendere pennelli e vernici, e alle 5 del pomeriggio, quando si chiudeva la giornata lavorativa. Tra le 6.30 e le 5.00, calma piatta. L’ufficio silenzioso non era sufficiente a tenermi sveglia, e così ogni tanto mi assopivo.

Mi utilizzarono per circa 20 anni, per poi abbandonarmi di nuovo. Sono sola da 15 anni ormai, e vedo il mio corpo deperire sempre di più. Non riesco a evitare che le tegole crollino sul solaio o che pezzi di intonaco si sgretolino dalla mia vecchia facciata, mettendo a nudo la mia ossatura, mattoni rossi come il fuoco. La pioggia e la neve non sono clementi, entrano da ogni interstizio, rendendomi ancora più umida e fredda. Sono qui, immobile, ad attendere che qualcuno decida di me.

Tutti mi vedono, alcuni mi guardano, in pochi mi osservano, chiedendosi come mai io sia ancora qui, abbandonata a me stessa.

La Vita Segreta delle Case

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Caterina Locati, dopo la Laurea in Architettura e il Dottorato di Ricerca conseguiti al Politecnico di Milano, svolge la libera professione per diversi anni, occupandosi di progettazione edilizia e D.L., e lavorando come consulente per alcune importanti società di certificazione e...
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