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Nuovi adolescenti - Estratto da "Abbiamo Bisogno di Genitori Autorevoli"

di Matteo Lancini 4 mesi fa


Nuovi adolescenti - Estratto da "Abbiamo Bisogno di Genitori Autorevoli"

Leggi le prime pagine del libro di Matteo Lancini e scopri di più sui ragazzi delle nuove generazioni e sul ruolo che i genitori hanno nella loro vita

Il mondo interno di ognuno di noi, il funzionamento psichico del singolo individuo dipende da molte variabili, tra cui quella ambientale. Noi funzioniamo in base sia al nostro corredo genetico sia a cosa ci accade - a partire ancora prima della nostra nascita - nell'ambiente e nelle relazioni in cui siamo immersi.

Anche le esperienze vissute nel grembo materno e, prima ancora, il modo in cui siamo «nati» come progetto generativo e in cui siamo stati pensati nella mente dei nostri genitori influenzano il nostro sviluppo e contribuiscono a far sì che siamo quello che siamo.

Indice dei contenuti:

Quando si pensa solo a se stessi e non all'altro

La vicenda è scientificamente ancora più complessa ma, in apertura di questo libro, ciò che mi interessa sottolineare è che l'ambiente, le relazioni, le circostanze in cui nasciamo e cresciamo hanno importanti ricadute sul nostro modo di sentire e rappresentare noi stessi, e noi stessi in relazione con gli altri. Fondamentali sono dunque la madre, il padre e tutti coloro che interagiscono con l'individuo sin dal momento in cui la sua nascita è stata progettata o quantomeno dalla scoperta dell'avvenuto concepimento.

Il che non significa affermare un determinismo psichico infantile o addirittura prenatale, come avrò modo di spiegare, ma semplicemente che il contesto in cui il bambino nasce e cresce, fino ad affrontare le trasformazioni corporee e psichiche proprie dell'adolescenza, ha delle importanti ricadute sul modo di vivere, sentire e rappresentarsi ciò che accade in questa decisiva fase dello sviluppo.

È una verità che non riguarda soltanto le relazioni più intime dell'individuo ma, in un senso più ampio, anche il contesto sociale, culturale e antropologico. Attraversare l'adolescenza in epoche storiche differenti significa affrontare i compiti evolutivi di questa delicata fase dello sviluppo in modo diverso. Donald Winnicott (1896-1971), per esempio, in un volume pubblicato postumo sottolinea come alcune importanti scoperte della sua epoca avessero concorso a modificare la maniera di essere adolescenti.

L'invenzione della penicillina e degli antibiotici in grado di combattere efficacemente le malattie veneree, il diffondersi di tecniche contraccettive e l'incombere della bomba atomica rappresentavano, per il noto pediatra e psicoanalista inglese, delle invenzioni che rivoluzionavano il modo di immaginarsi e vivere la sessualità e la guerra da parte dei giovani di quegli anni.

Trasformazioni che avrebbero modificato la modalità di essere e comportarsi degli adolescenti e, parallelamente, le basi su cui poggiavano gli intenti educativi degli adulti dell'epoca, che utilizzavano le mortali malattie veneree come segnale della punizione divina, le gravidanze indesiderate come dissuasori della libertà di esplorare la sessualità, e la necessità di prepararsi alla guerra e alla futura appartenenza all'esercito come elementi che giustificavano la rigida disciplina.

Gli adolescenti di oggi sono nati e cresciuti in un ambiente molto diverso da quello della mia generazione. I cambiamenti sono stati tanti e non possiamo non tenerne conto quando pensiamo a loro e al modo in cui fanno fronte ai compiti evolutivi propri di questa età.

La mentalizzazione del corpo puberale, il processo di separazione e individuazione dai genitori, la formazione di un proprio sistema di valori, la nascita come soggetto sociale avvengono all'interno di un contesto relazionale e sociale del tutto modificato. Si pensi, per esempio, al diverso valore del matrimonio in tempi in cui si è più che consolidata la pratica del divorzio, alla possibilità di interrompere una gravidanza, alla progressiva trasformazione della maniera di guardare e vivere l'omosessualità, all'affermarsi delle tecniche di procreazione assistita.

Per non parlare delle ricadute sul modo di elaborare mentalmente la propria identità di genere maschile e femminile, determinate dalla possibilità di disgiungere la procreazione dall'atto sessuale: una novità assoluta nella storia dell'umanità, la cui rilevanza sull'attuale generazione di adolescenti e su quelle future non mi sembra sia ancora stata abbastanza sottolineata. Altro che l'invenzione di internet per i nativi digitali!

Sono solo alcune delle novità della società in cui viviamo, notoriamente definita «liquida», abitata da passioni tristi, connotata dall'individualismo, come ben spiega Luigi Zoja nel suo libro Psiche. Un contesto sociale dove la costruzione dell'identità individuale è più fluida, con percorsi tutt'altro che predeterminati e dunque certamente più complessi da scoprire e intraprendere. O, come è stata chiamata da altri, la società del narcisismo, dell'immagine, della visibilità, della popolarità a tutti i costi, dominata dall'«egòfono» e popolata dai «digitambuli» vittime della «sindrome dello sguardo basso», così come la dipinge Michele Serra nel suo libro, Ognuno potrebbe, attraverso un personaggio spaesato nel tempo odierno: Giulio, cresciuto nella società dove la parola «io» era bandita, considerata un'espressione di maleducazione, perché il modello educativo imperante era concentrato sull'altro, sull'oggetto:

Una volta sola - avrò avuto dieci anni - mio padre mi diede uno schiaffo. L'unicità di quel gesto, del quale sicuramente quell'uomo mite si era dispiaciuto subito dopo averlo messo in atto, lo rende ancora bruciante ... Ma è il movente, soprattutto, a rendere indelebile il ricordo di quell'incidente ... Eravamo a pranzo ... Contagiato dal clima allegro cercavo di prendere parte anche io alla conversazione... Quando arrivò il ceffone ... tutti guardammo esterrefatti mio padre. Che dopo un breve silenzio, come se anche lui dovesse riaversi dalla sorpresa, disse guardandomi negli occhi: «Hai detto io almeno dieci volte. È molto maleducato» ... Dissi a mia madre: «Ma io non è una parolaccia!». Lei mi rispose che non lo era. Nessuno di noi poteva immaginare che lo sarebbe diventata.

Oggi, in effetti, in tutti i luoghi frequentati, dal supermarket di moda noto per la qualità e la genuinità degli alimenti, al cinema con programmazione impegnata, e dunque non solo nei multisala dei centri commerciali, la gente si muove e cammina praticamente incurante della presenza dell'altro. Se si accende l'esigenza di parlare con il proprio amico o di osservare qualcosa, ci si ferma ingombrando il passaggio stretto, del tutto insensibili a cosa il proprio comportamento determini nell'ambiente circostante, a chi ci sta dietro.

Si pensa più a sé che all'altro, più a se stessi che a quanto ci circonda. Lo si può constatare in qualsiasi strada, luogo, mezzo di trasporto, così come davanti al Battistero di Firenze, dove la totalità dei turisti è impegnata a farsi un selfie piuttosto che a osservare l'opera monumentale o lo scenario della splendida piazza.

Ai convegni, però, sento parlare soltanto di adolescenti troppo impegnati a scattare selfie e di giovani che non si alzano nei tram e nelle metropolitane per lasciare posto agli anziani. Sarà meglio che gli adulti si chiariscano le idee e se ritengono di aver esagerato con l'individualismo e la sovraesposizione digitale, in cui vita privata e pubblica non hanno più confini, si impegnino a ricalibrare gli odierni approcci educativi.

Per ora abbiamo organizzato un'infanzia caratterizzata da questi modelli educativi: festa di Natale all'asilo, la brava maestra introduce la recita, quasi scusandosi del poco tempo a disposizione per l'allestimento e invitando i genitori a collaborare alla buona riuscita non salutando il proprio piccolo nel momento in cui entrerà in scena. Mentre parla, la quasi totalità dei presenti è indaffarata ad attivare la fotocamera dello smartphone. L'avvio dello spettacolino, nonostante fossi preparato, mi lascia comunque sgomento. Dei circa ottanta presenti, solo una decina non riprendono la recita o non scattano fotografie. Tutti gli altri, genitori, nonni e zii, non la seguono direttamente, ma la guardano filtrata dalla telecamera, impegnati a scovare il proprio bambino in uno spiraglio fotografabile per scaricare una raffica di scatti.

Non mi sento certo estraneo a questo modo di crescere i bambini e ho percepito come tutti fossero comunque profondamente emozionati in un'aula resa viva dalla presenza di così tanti bimbi. Ma quello che è indiscutibile è che gli stessi bambini, di età compresa fra i tre e i cinque anni, abbiano osservato tutto e appreso qualcosa di importante. Tra dieci anni qualcuno magari scriverà un libro su di loro, criticando una generazione esageratamente narcisistica, troppo attenta all'immagine, che inonda il web di selfie provenienti dal proprio smartphone e che non si capisce perché non trascorra la quotidianità senza un dispositivo tecnologico tra le mani.

Mai più «prima il dovere, poi il piacere»

Tutto ciò che è assimilabile alla tradizione è stato duramente messo in discussione nella nostra società. Educare, amare, rispettare, dovere, piacere sono verbi dal significato aleatorio e soggettivo. Gli adulti del passato insegnavano ai bambini: «Prima il dovere, poi il piacere!». Prima bisognava rispettare le regole, fare i compiti scolastici e sociali prescritti dalle buone norme condivise e poi ci si poteva dedicare al divertimento, sempre in maniera piuttosto morigerata.

Ora le cose sono molto cambiate. L'edonismo e il principio di piacere governano in modo più evidente ogni azione del quotidiano, il rispetto delle inclinazioni personali e dei propri desideri sovrasta le tradizioni e le stereotipate regole di buona norma del passato. L'obbligo morale prevalente non è più quello di onorare valori sociali condivisi, ma quello di far contenti se stessi e il proprio Io. L'imperativo è godere, essere felici in un'accezione assolutamente privata e soggettiva. Non esistono più «doveri» morali, se non quelli che spingono nella direzione della propria felicità e della realizzazione personale, e non importa se per sostenere questo principio vengono calpestati i bisogni e i desideri degli altri, attraverso filosofie di vita talvolta davvero ben costruite, articolate e blindatissime, che passano come un carro armato sopra la mente e i bisogni degli altri.

Non si tratta solo dei valori, ma del modo di declinare e vivere gli affetti, i sentimenti e le emozioni. Mi vengono in mente i versi di un brano scritto da Fabi, Gazze e Silvestri dal titolo L'amore non esiste: «L'amore non esiste ... È il più comodo rimedio alla paura di non essere capaci a rimanere soli».

E' così: l'amore non esiste più. Almeno nell'accezione romantica e tradizionale del termine. È un concetto che può essere tacciato di moralismo, di perbenismo. Esiste invece l'amore narcisistico, privo delle barriere architettoniche costruite dalle religioni e dalle dottrine morali: non ha casa, non ha una forma prestabilita, non può in alcun modo mettere a repentaglio la realizzazione e l'affermazione personale, il sacrosanto diritto a essere autonomi. Colpa o merito delle trasformazioni culturali e sociali del nostro tempo.

Cosa significhi davvero amare, quindi, non è più dato sapere, ognuno ci può mettere gli ingredienti che vuole, l'importante è essere consenzienti e felici. Vedremo come questi due concetti possano benissimo definire l'amore adulto e la sua legittimità in qualsiasi forma si declini oggi, e come, nel caso dell'amore tra genitori e figli, essi comportino parecchi fraintendimenti. Ciò vale anche per i concetti di autonomia e dipendenza.

Di fatto, le conquiste in termini di diritti civili delle battaglie sociali degli anni Sessanta e Settanta e le innovazioni scientifiche hanno completamente stravolto la struttura della famiglia tradizionale in cui ruoli, doveri e compiti erano ben definiti e stabiliti da norme sociali a cui tutti dovevano adeguarsi. La legge sul divorzio e sull'aborto e la diffusione degli anticoncezionali hanno iniettato nelle vene sociali una dose di libertà mai circolata prima.

Quando la coppia smette di amarsi, o meglio, sente di non corrispondersi più, di non riuscire a soddisfare il principio della felicità e del benessere individuale, si rompe e non c'è supplica che tenga, nemmeno quella dei figli. Se poi la causa della rottura è un'altra donna o un altro uomo, se è un'altra persona a corrispondere al principio dell'affermazione individuale, ancora meno si è disposti al sacrificio del proprio sentimento in nome della famiglia. A quel punto ci si lascia, disponibili eventualmente a costruire una nuova famiglia, avere altri figli.

La libertà di esprimere il proprio Sé e i propri sentimenti più autentici è un bene inestimabile, guadagnato grazie a durissime lotte che hanno segnato la storia dell'umanità. Tutto ciò con straordinarie ricadute in ogni settore della vita e della società. Pensiamo, per esempio, all'omosessualità: dichiarare la propria omosessualità oggi non è più un tabù, o meglio, ha smesso di esserlo per la maggior parte della popolazione occidentale. Nella nostra società l'omofobia è una piaga sociale, un cancro da curare, ma non è sempre stato così.

Oggi si è finalmente liberi di amare, dunque, e di non dover più recitare il copione scritto da antiche norme e tradizioni culturali e morali. La scienza ha fatto il resto: omosessuali di entrambi i sessi possono avere figli senza ricorrere ai «favori» di amici e conoscenti, come magari accadeva in passato. Attraverso le moderne tecniche di fecondazione assistita si possono generare figli in totale solitudine, senza che un compagno o una compagna siano presenti nemmeno all'atto del concepimento.

Esistono dunque diversi concetti di famiglia, di coppia e di relazione, basati sull'espressione del proprio desiderio e delle proprie inclinazioni. La sessualità è disgiunta dalla procreazione, il che è una novità non di poco conto; le implicazioni di tale rivoluzione sono importantissime, non solo nell'ambito della sessualità individuale, ma anche nel rapporto tra i generi maschile e femminile e tra i ruoli genitoriali materno e paterno.

La società del narcisismo è quindi la società delle maggiori - e pari - opportunità e, al di là delle posizioni personali al riguardo, è un fatto di cui non si può non tenere conto. Prima la realizzazione personale e professionale, poi il progetto di coppia e di famiglia: questa sembra essere la consecutio temporum moderna da rispettare per raggiungere una condizione di benessere psichico e sociale ottimale. E non è neanche più così vero che il punto d'arrivo sia la costruzione di una famiglia. Mettere al mondo dei figli è una scelta, una libera opzione del percorso esistenziale individuale. Scegliere di non averne non suscita più il biasimo sociale come in passato, quando tale condizione era accompagnata da una grossa diffidenza, se non dal sospetto che una malattia fisica o psichica fossero alla base della sfortunata sorte del single incallito o del genitore mancato.

Oggi si studia fino a tarda età, tardi si inizia a lavorare e tardissimo ad acquisire un'indipendenza economica che consenta di lasciare la casa d'origine. L'affermazione di sé come soggetto sociale che ha fatto esperienze, viaggi, che si è tolto sfizi e ha vissuto appieno una dimensione di indipendenza sono prerequisiti fondamentali per potersi rappresentare come ben radicati nel mondo d'appartenenza, sufficientemente soddisfatti per poter pensare di investire in un nuovo progetto: dar vita a un nuovo essere, il proprio figlio.

Le strade che conducono a tale decisione sono innumerevoli, non esiste più un'unica via che porti alla genitorialità come tappa inesorabile del processo di crescita in direzione adulta. Quello che accomuna chi decide di avere un figlio è un percorso ricco di immaginazione e scenari idealizzati.

Le condizioni materiali spesso consentono di fornire un'accoglienza d'onore al nuovo nato, dal primo corredino all'iscrizione alle migliori scuole e attività ludiche o sportive: lo scenario di vita predisposto per il cucciolo d'oro non lascia nulla al caso.

Esiste un «bambino della notte» come ci ha insegnato Silvia Vegetti Finzi, un bambino idealizzato rispetto alle sue caratteristiche future, ma anche un «genitore della notte», idealizzato rispetto alle caratteristiche che deve possedere e alle risorse che deve fornire al figlio per assicurarsi il primo posto al concorso di genitore dell'anno. E' questo a cui molti padri e moltissime madri si ispirano nell'assolutizzare il bene e il male che dovrà caratterizzare l'educazione della loro creatura e il proprio ruolo.

Va da sé che, così come potrà essere difficile confrontare il bambino della notte con il bambino reale, altrettanto arduo sarà il confronto tra genitore della notte e genitore reale. Le future mamme e i futuri papà hanno letto, studiato in materia di genitorialità, ma soprattutto hanno la mente piena di sogni, di desideri e attese rispetto alla crescita dei figli.

L'ingente investimento che i genitori contemporanei fanno sui propri figli nasce spesso dal desiderio di non privarli di nulla di ciò che è invece mancato loro, di dare tutto ciò che loro non hanno avuto o al contrario hanno ricevuto e si sentono in dovere di restituire: ascolto, attenzione, opportunità, riconoscimento del talento e valorizzazione.

Così accade che spesso si valutino i bisogni del figlio dal punto di vista del proprio Sé passato e presente, dei propri vissuti e delle proprie esperienze.

Abbiamo Bisogno di Genitori Autorevoli

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Matteo Lancini

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Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, è Presidente della Fondazione Minotauro di Milano e dell'agippsa (Associazione Gruppi Italiani di Psicoterapia Psicoanalitica dell'Adolescenza), insegna presso il dipartimento di Psicologia dell'università Milano-Bicocca. All'interno...
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