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Non potete farcela da soli - Estratto da "Fatti il Letto"

di Ammiraglio William H. McRaven 4 mesi fa


Non potete farcela da soli - Estratto da "Fatti il Letto"

Leggi in anteprima un capitolo tratto dal libro dell'ammiraglio William H. McRaven e cambia radicalmente la tua vita grazie ad alcuni piccoli gesti quotidiani

Se volete cambiare il mondo... trovate qualcuno che vi aiuti a pagaiare.

Durante l'addestramento dei Seals ho imparato presto il valore del lavoro di squadra, la necessità di contare su qualcun altro che ti aiuti a portare a termine compiti difficili. Per insegnare questa lezione vitale a noi “girini”, che speravamo di diventare uomini rana della Marina, veniva usato un gommone lungo tre metri e mezzo.

Ovunque andassimo in questa prima fase dell'addestramento dovevamo portarcelo dietro. Ce lo mettevamo in testa quando correvamo dalla caserma alla mensa lungo il viale principale. Lo sorreggevamo in posizione ribassata mentre correvamo su e giù per le dune di sabbia di Coronado. Pagaiavamo all'infìnito da nord a sud lungo la costa e attraverso le onde martellanti: sette uomini che collaboravano tutti insieme a portare il rafter a destinazione. Ma nel nostro girovagare con il gommone imparammo anche qualcos'altro.

Di tanto in tanto uno dei membri della squadra era malato o ferito, impossibilitato a dare il cento per cento. Spesso mi ritrovavo sfinito dalla giornata di addestramento, o indebolito dal raffreddore o dall'influenza. In quelle occasioni gli altri compagni intervenivano per portare a termine il lavoro. Pagaiavano più energicamente. Scavavano più a fondo. Mi davano le loro razioni perché avessi più forze. E quando veniva il momento, ricambiavo il favore. Il gommone ci servì a capire che nessun uomo può farcela a superare il training da solo.

Nessun Seal può farcela da solo in combattimento, e per estensione nella vita abbiamo bisogno degli altri perché ci diano una mano a superare i momenti difficili.

La necessità di un aiuto mi fu più che mai chiara venticinque anni dopo, quando comandavo tutti i Seals della West Coast.

Ero il commodoro del Naval Special Warfare Group ONE di Coronado. Capitano della Marina, a quel punto avevo trascorso gli ultimi decenni a guidare i Seals in ogni parte del mondo. Ero fuori per un lancio di routine col paracadute quando le cose si misero malissimo.

Eravamo su un Hercules C-130 che saliva a 3657 metri in preparazione al lancio. Dalla coda dell'aereo, contemplavamo una splendida giornata californiana. In cielo non c’era una nuvola. L'oceano Pacifico era calmo e da quell’altitudine era possibile scorgere il confine con il Messico a pochi chilometri.

«Stand by!" ci urlò l'istruttore. Adesso ero sul bordo della rampa e vedevo il suolo. Distruttore mi guardò negli occhi, sorrise e gridò: «Vai, vai, vai!». Mi lanciai fuori dall’aereo, con le braccia distese e le gambe leggermente piegate all’indietro. Lo spostamento d’aria provocato dall’elica mi fece inclinare in avanti finché le mie braccia trovarono portanza e mi raddrizzai.

Controllai velocemente l’altimetro, mi accertai di non spiralare, poi verificai che non ci fosse nessun altro paracadutista troppo vicino. Venti secondi dopo ero arrivato alla quota di apertura di 1676 metri. All'improvviso guardai in basso e vidi che un altro paracadutista era finito sotto di me, incrociando la mia traiettoria. Tirò il cavo di apertura e la vela principale uscì dal suo zaino. Portai immediatamente le braccia lungo il corpo, costringendomi a testa in giù nel tentativo di evitare la calotta. Troppo tardi.

Il suo paracadute mi si aprì davanti come un airbag, colpendomi a centonovanta chilometri orari. Rimbalzai sulla calotta e iniziai a roteare fuori controllo, a malapena cosciente per l'impatto. Per diversi secondi continuai a spiralare cercando di stabilizzarmi. Non vedevo l'altimetro e non sapevo di quanti metri fossi precipitato.

D'istinto allungai la mano e tirai il cavo d'apertura. Il pilotino estrattore uscì dalla piccola tasca nella parte posteriore del paracadute, ma mi si attorcigliò alla gamba. Mentre cadevo verso il basso e lottavo per liberarmi, la situazione peggiorò. La vela principale si aprì parzialmente, ma mi si avvoltolò attorno all'altra gamba.

Piegai il collo verso l'alto e vidi che avevo le gambe impigliate in due lunghe cinghie di nylon che collegano il paracadute principale all'imbragatura che portavo sulla schiena. Una delle bretelle si era attorcigliata attorno a una gamba, l’altra all’altra gamba. La vela principale era uscita completamente, ma penzolava da qualche parte appesa al mio corpo.

Mentre lottavo per liberarmi dal groviglio, all’improvviso sentii la vela scivolarmi via dal corpo e iniziare ad aprirsi. Guardandomi le gambe, capii che cosa sarebbe successo.

Pochi secondi dopo la vela si distese. Le bretelle si separarono di colpo e con violenza, trascinandosi dietro i miei arti. Il bacino venne strattonato violentemente mentre il contraccolpo mi spezzava in due. Le migliaia di muscoli che connettono il bacino al busto si strapparono.

Spalancai la bocca lasciando uscire un urlo che forse sentirono anche in Messico. Un dolore lancinante mi attraversò il corpo, mandando fitte pulsanti verso il basso, al bacino, e verso l’alto, alla testa. Violenti spasmi muscolari percorsero la parte superiore del tronco, mandando altre stilettate di dolore a braccia e gambe. A quel punto, quasi stessi vivendo un’esperienza extracorporea, mi resi conto che stavo urlando e cercai di controllarmi, ma il dolore era troppo intenso.

Ancora a testa in giù e precipitando troppo velocemente, mi raddrizzai nell'imbragatura, alleviando parzialmente la pressione sul bacino e sulla schiena.

Quattrocentosessanta metri.

Ero sceso di oltre centoventi metri prima che il paracadute si aprisse. La buona notizia: avevo una calotta completamente aperta sopra la testa. La brutta notizia: ero spezzato in due dalla violenza dell’apertura.

Atterrai a più di tre chilometri dalla zona di lancio. Qualche minuto dopo arrivarono gli addetti di terra e un’ambulanza. Fui portato all’ospedale traumatologico del centro di San Diego.

Il giorno dopo uscii dalla sala operatoria. L’incidente mi aveva lacerato i muscoli del bacino allontanandoli di quasi tredici centimetri. I muscoli dello stomaco si erano staccati dall’osso pelvico e quelli della schiena e delle gambe erano gravemente danneggiati dalla violenza del trauma. Avevo una grossa piastra di titanio inchiodata al bacino e una lunga vite scapolare piantata nella schiena per conferirle stabilità.

Sembrava la fine della mia carriera. Per essere un Seal in servizio attivo devi essere fisicamente perfetto. La riabilitazione avrebbe richiesto mesi, forse anni, e la Marina avrebbe dovuto eseguire una valutazione medica per stabilire se ero adatto al servizio. Uscii dall'ospedale sette giorni dopo, ma rimasi allettato a casa per altri due mesi.

Per tutta la vita mi ero sentito invincibile. Ero convinto che le mie doti atletiche innate potessero tirarmi fuori dalle situazioni più pericolose. E, fino a quel momento, i fatti mi avevano dato ragione. Nel corso della mia carriera avevo avuto incidenti potenzialmente mortali: collisioni in aria con un altro paracadute, una discesa incontrollata in un minisommergibile, per poco non ero precipitato da una piattaforma petrolifera alta un centinaio di metri, ero rimasto intrappolato sotto un’imbarcazione che affondava, ero scampato all’esplosivo piazzato per una demolizione che era detonato in anticipo, e innumerevoli altri: incidenti in cui una frazione di secondo aveva deciso tra la vita e la morte. Tutte le volte ero riuscito in qualche modo a prendere la decisione giusta, e tutte le volte la mia preparazione fisica mi aveva permesso di superare la sfida. Non quell'ultima volta.

In quel momento, sdraiato a letto, riuscivo solo ad autocommiserarmi. Ma non sarebbe durato a lungo.

A mia moglie Georgeann erano stati assegnati compiti da infermiera. Mi medicava le ferite, mi faceva le iniezioni quotidiane e mi cambiava la padella. Ma soprattutto mi ricordava chi ero. Non mi ero mai arreso davanti a niente in vita mia, e mi garantì che non avrei iniziato in quell'occasione. Si rifiutò di lasciare che mi piangessi addosso. Era il genere di amore tosto di cui avevo bisogno, e col passare del tempo mi sentii meglio.

I miei amici venivano a trovarmi, chiamavano con regolarità e mi aiutavano in tutti i modi possibili. Il mio superiore, Tammiraglio Eric Olson, trovò il modo di aggirare la politica che esigeva una valutazione della mia capacità di continuare a fare parte dei seals. Il suo appoggio probabilmente mi ha salvato la carriera.

Nel corso degli anni passati nei Seals ho incontrato numerosi ostacoli, e ogni volta qualcuno si è fatto avanti per darmi una mano: qualcuno che ha avuto fiducia nelle mie capacità, ha visto del potenziale dove altri non l’avrebbero visto, ha messo a rischio la propria reputazione per far avanzare la mia carriera. Non ho mai dimenticato queste persone, e so che tutti i traguardi che ho raggiunto nella vita sono stati resi possibili dall’aiuto degli altri.

A nessuno di noi sono risparmiati i momenti tragici. Come nel caso del gommone dell’addestramento di base, ci vuole una squadra di persone valide per raggiungere gli obiettivi della vita. Non potete pagaiare da soli. Trovate qualcuno con cui condividere l’esistenza. Fatevi più amici possibili e non dimenticate mai che il vostro successo dipende dagli altri.

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