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Non capi, ma leader

di Dale Carnegie 2 mesi fa


Non capi, ma leader

Leggi un estratto dal libro "Come Diventare un Leader di Successo" di Dale Carnegie

Peter Drucker, uno tra i principali teorici e autori in materia di management, ha scritto: “Gran parte di ciò che oggi definiamo management consiste nel rendere più difficile, per tutti, concludere qualcosa quando si è al lavoro.”

Quali sono i comportamenti dei manager che hanno spinto Drucker a scrivere questa frase? In effetti non pochi, tra quanti occupano posizioni manageriali o di supervisione, trattano i loro collaboratori come se fossero degli automi - aspettandosi che seguano ciecamente le procedure, senza mettere nel proprio lavoro il benché minimo guizzo di iniziativa personale, creatività o intelligenza. Si preoccupano talmente tanto di seguire regole, regolamenti, routine e procedure, da trascurare completamente tutte le potenzialità che ognuna delle persone cui sovrintendono potrebbe benissimo possedere.

Per contro, i manager che sanno davvero guidare i loro collaboratori anziché limitarsi a dirigerne le operazioni non solo ottengono migliori risultati per le loro aziende, ma in più riescono a creare squadre composte di persone motivate, che s’impegnano a lavorare per conseguire successi in ogni ambito, professionale o meno.

Stai leggendo un estratto da questo libro:

Come Diventare un Leader di Successo

Dale Carnegie

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Indice dei contenuti:

Un leader è "al servizio di"

Un autentico leader è al servizio della propria squadra - non il contrario. In genere, la figura geometrica che siamo abituati ad associare alla struttura delle aziende è la classica piramide. Al vertice c’è il capo, che dà ordini ai manager, che danno ordini ai supervisori, che a loro volta danno ordini ai lavoratori. In fondo alla piramide ci sono i consumatori, che ci si augura restino soddisfatti dei prodotti forniti dall’azienda.

Lo scopo di ciascuno di questi livelli consiste nel servire il livello superiore. Secondo il modello tradizionale, i lavoratori sono al servizio dei supervisori, i supervisori al servizio dei manager, e tutti quanti sono al servizio del grande capo. Il cliente - relegato giù in fondo - viene quasi totalmente ignorato.

In realtà, però, la piramide andrebbe capovolta. I manager di primo livello dovrebbero essere al servizio dei manager intermedi, i quali a loro volta sono al servizio dei supervisori di produzione, il cui compito consiste nel servire i lavoratori - e tutti quanti sono al servizio del consumatore.

Un leader è al servizio dei proprio staff

J. Willard Marriott, il fondatore della rinomata catena alberghiera, così riassumeva il concetto, in estrema sintesi: “Il mio lavoro consiste nel motivare i miei collaboratori, formarli, aiutarli e prendermene cura. ”

Si noti bene l’ultima espressione, “prendermene cura”. È vero: un leader in gamba si prende autenticamente cura dei propri collaboratori. Il leader cerca di capire meglio che può quali sono i loro punti di forza e i loro limiti, che cosa ciascuno di loro gradisce o meno, in che modo ognuno di loro agisce e reagisce. Si prende il tempo di lavorare al loro fianco e di fornir loro le risorse, gli strumenti e il know-how necessari affinché possano svolgere con efficienza le proprie mansioni. Ed evita di ostacolarli con inutili pignolerie sui più trascurabili dettagli.

Quando nelle aziende si svolgono indagini tra i lavoratori per capire che cosa vorrebbero dai loro capi, una delle prime risposte è “un capo che sia lì per me”. Cioè un capo al quale si possa fare una domanda senza paura di essere considerati sciocchi, un capo al quale ci si possa rivolgere con fiducia per ricevere informazioni, addestramento e suggerimenti... anziché qualcuno che arrivi sempre e solo con esigenze, ordini e imposizioni. Un capo, insomma, che contribuisca a sviluppare il potenziale dei propri collaboratori - invece di limitarsi a usarli come meri strumenti per l’esecuzione di una certa mansione.

Conferire potere ai collaboratori

I veri leader “conferiscono potere” ai collaboratori. La parola empowerment oggi è di gran moda negli studi sul management, ma in fondo le parole alla moda spesso esprimono, in modo sintetico, un qualche concetto ormai largamente diffuso e accettato. In sé il termine deriva dal linguaggio giuridico anglosassone, dove indica il trasferimento di determinati diritti legali da un soggetto a un altro.

Nel linguaggio aziendale odierno, però, questa parola è usata in un senso più ampio, a indicare la prassi per cui un manager decide di condividere con i subordinati una parte dell’autorità e dei poteri di controllo di cui è titolare. In pratica, non sarà solo il manager a prendere tutte le decisioni su come si dovrà svolgere ciascuna mansione, ma a queste decisioni parteciperanno anche coloro che tali mansioni le svolgono in prima persona.

Quando i lavoratori possono in qualche misura avere voce in capitolo su tali decisioni, non solo il manager ottiene maggiori informazioni su come è possibile svolgere un certo compito, ma si troverà anche di fronte persone più motivate a portare il proprio compito a buon fine, proprio perché hanno avuto la possibilità di partecipare alle decisioni sul modo di condurlo.

Manager o leader?

Il manager mette in primo piano gli ordini da eseguire: le persone sono lì solo per eseguire gli ordini - spesso, senza discuterli. Il messaggio implicito è: “Il lavoro sarà fatto in questo modo, punto.” Il leader, al contrario, promuove la creatività degli altri, incoraggiando ciascuno a sottoporgli le proprie idee sia in modo informale, nel corso dei contatti quotidiani, sia nel quadro di iniziative formali come riunioni dedicate, sistematiche raccolte di suggerimenti tra i collaboratori e analoghi momenti di partecipazione.

Il manager, inoltre, comunica ai lavoratori di che cosa, esattamente, ciascuno di loro sarà tenuto a render conto. Il leader invece responsabilizza i collaboratori - dando loro gli strumenti per prendere decisioni autonome, nell’ambito di linee guida che siano state accettate da tutti gli attori coinvolti.

Il manager si preoccupa in primo luogo di come seguire determinate linee di condotta, spiegando tutte le varie regole e linee programmatiche e facendo sì che vengano rispettate. Il leader motiva le persone e insegna loro come lavorare in modo fruttuoso. Se poi i risultati non sono quelli attesi, allora si provvederà a offrire una formazione più prolungata e più mirata, in modo da migliorare la prestazione. Aiutare le persone ad apprendere è infatti la soluzione più efficace per ottenere prestazioni di alto livello.

Il manager insiste affinché le cose siano fatte nel modo giusto-, il leader mira innanzitutto a fare le cose giuste. Ci sono momenti in cui comportarsi come fa il manager è ne-cessano - per esempio quando, per esigenze di tipo legale o simili, è essenziale seguire alla lettera determinate procedure. Naturalmente, chi ha un ruolo manageriale è sempre tenuto a garantire che il lavoro sia eseguito nel modo corretto. Però non è questo il suo compito principale. Imporre il rispetto delle regole può rendersi necessario, soprattutto in determinate circostanze, ma ancora pili importante è formare e motivare i propri collaboratori, così da renderli lavoratori competenti e desiderosi di operare al meglio delle loro capacità per raggiungere gli obiettivi del reparto e quelli dell’azienda. Arrivare a questo risultato insieme ai membri del proprio staff è l’essenza della vera leadership.

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Dale Carnegie

Dale Breckenridge Carnegie, scrittore e conferenziere, (1888-1955) ha cominciato ad insegnare come si parla in pubblico già nel 1912. Il suo libro, su questo argomento, è stato pubblicato in 1915. È diventato un conferenziere ben noto e un pioniere per quanto riguerda i corsi...
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