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Nella vita ottieni quello che credi di meritare

di Paolo Borzacchiello 9 mesi fa


Nella vita ottieni quello che credi di meritare

Leggi un estratto dal libro "La Quinta Essenza" di Paolo Borzacchiello

Davanti a me si apre la voragine che ha squarciato il London Bridge. Sotto, il terribile vuoto di un mondo che non c'è più. Intorno, a perdita d'occhio, solo macerie, roghi e mucchi di cenere, come quella che si toglie dal camino quando la legna ha smesso di bruciare, e che leggera si sparge nell'aria solo con un lieve soffio.

Quei mucchi di cenere pochi minuti fa erano corpi umani. L'unica cosa che riesco a vedere intorno a me è tutta questa polvere che il vento trascina in mulinelli prima di spargerla in cielo, rendendolo ancora più grigio. Sullo sfondo, lampi di luce irradiano bagliori surreali su quella che una volta era Londra.

Stai leggendo un estratto da questo libro:

La Quinta Essenza

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Paolo Borzacchiello

(3)

Sfruttando la tecnica di "ingegneria narrativa" alla base dei due libri precedenti, Paolo Borzacchiello propone un nuovo romanzo che ti cambia mentre lo leggi. Tornano i protagonisti degli altri suoi libri, ma si può leggere come un romanzo...

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Non ne ho la certezza, ma credo di essere rimasto l'unico uomo sulla Terra. Poco importa, del resto, visto che tra poco raggiungerò tutte le persone che ho amato. So di avere i minuti contati, e adesso che mi trovo di fronte alla prospettiva di essere ridotto in polvere, con il cuore annichilito dal dolore per la perdita di coloro che amavo, spero che la mia mancanza di fiducia in una vita ultraterrena sia frutto della mia spocchia intellettuale e che invece ci sia qualcosa, dopo questo: un luogo dove ritrovarsi tutti insieme in un abbraccio senza fine.

Se potessi restare in vita, però, non vorrei: in un mondo deserto e disabitato, completamente raso al suolo, fra macerie e montagne di polvere, non avrebbe molto senso. Senza la mia bambina.

Al solo pensiero, il dolore mi stringe il petto come una morsa e sento il panico salirmi dallo stomaco fino al cervello.

"Respira" mi dico. E poi; "Chissenefrega, piangi pure. Soffri pure. La tua bambina non c'è più. Nessuno c'è più. Ormai non resta nulla per cui valga la pena respirare, morirai comunque".

C'è un silenzio assoluto. Nemmeno un fiato, nemmeno il verso di un animale, o qualche sirena in lontananza. Tutto finito, tutto andato. Adoravo il suono delle sirene di Londra. Non come quello delle sirene di New York, ma lo adoravo.

«Non avete mai capito un cazzo, mister Want» mi dice Lisa. È abbigliata come sempre in modo davvero bizzarro: una gonna lunga che arriva sotto il ginocchio, una giacca a quadri che nemmeno la signora in giallo nei momenti peggiori, della quale - essendo daltonico - ignoro i colori (visto che la gamma cromatica sperimentata dai comuni mortali mi è preclusa, ho elaborato un sistema di confronti incrociati con i colori che percepiscono gli altri per avvicinarmi il più possibile alla realtà che vede chi mi sta intorno, ma rimane comunque un certo margine di incertezza), e una camicetta scura.

Oltre a quell'improponibile abbigliamento, indossa un paio di occhiali con la montatura che potrebbe essere viola o blu (mannaggia a me che non riesco a distinguere i colori!) e due orecchini di proporzioni bibliche, se mi si passa la metafora così fuori luogo in questo istante apocalittico. Credevo che la fine del mondo sarebbe stata diversa, casomai ci fosse stata.

«È questo il problema, Leonard: non avete mai capito un cazzo» ribadisce lei che, a quanto pare, sa leggere il pensiero. «Avete tutti sempre sottovalutato il pericolo derivante dal vostro modo di comportarvi. Avete ricevuto in dono un mondo meraviglioso in cui vivere, un corpo perfetto e un cervello che vi avrebbe permesso di raggiungere qualsiasi traguardo. E voi? Avete sfruttato questo pianeta e spremuto ogni risorsa senza criterio, riempiendo letteralmente i mari di merda, mentre alcuni di voi si ingozzavano come maiali e la maggior parte moriva di fame. Il risultato? Cibo spazzatura, allevamenti intensivi, foreste in fiamme...

Vi scaldavate soltanto per dei ragazzini in calzoncini corti che correvano dietro a un pallone, facendovi sempre prendere per il culo da politici corrotti e preti sovrappeso. Be', adesso avete visto quello che succede a fare di testa propria senza pensare alle conseguenze»; e indicando lo scenario circostante con la mano destra che tiene, fra indice e medio, l'ennesima sigaretta accesa (da quando siamo qui ne ha già fumate una mezza dozzina, senza tuttavia emanare alcun odore sgradevole) prosegue: «Sa che cosa le dico, Leonard? Avete avuto quello che vi siete meritati. Vi siete rincoglioniti, e questo è il risultato. L'ho sempre sostenuto, io: ognuno ha esattamente ciò che si merita, o che crede di meritare. Piaccia o meno, mio caro, nella vita ottieni quel che credi di meritare».

Contemplo lo sconfinato deserto di cenere, non ho la forza né di replicare né di guardarla. Dove una volta c'era Camden Town, il mio quartiere preferito al mondo, ora restano solo rovine. Nessuna costruzione è stata risparmiata. Nemmeno l'iconico ponte di ferro è riuscito a sopravvivere, sciolto dal caldo inflitto come punizione divina e ridotto a enormi pozzanghere di metallo liquido.

«La conoscenza rende liberi, Leonard, lo sa. Avete raggiunto un alto livello di conoscenza e avete avuto un numero infinito di occasioni per realizzare qualsiasi tipo di miracolo concepibile, ma niente da fare. Sempre pronti a lamentarvi, a scaricare le vostre responsabilità sugli altri, a fingere di non vedere, a rimandare come se avessimo la certezza di un "dopo". Non avete davvero capito un cazzo. E adesso è tardi.»

Il silenzio è surreale e l'aria irrespirabile. Sento un peso sul petto che si fa ancora più opprimente, e non capisco se è per la polvere che ho respirato o per il dolore che non riesco a esprimere. Un dolore insopportabile, persino per il mio cervello calcolatore e solitamente freddo come il ghiaccio. Ho sempre faticato a lasciarmi andare, a sfogare le mie emozioni. Nemmeno ora le lacrime riescono a farsi strada. A questo punto vorrei morire dopo un bel pianto liberatorio, urlato a pieni polmoni. Nessun suono invece. Solo tenebre e polvere. E la mia piccola e bellissima Elizabeth sparita per sempre. Dovrei dire "morta", ma la parola evoca un abisso di buio che non sono capace di contenere.

«Non c'è speranza?» chiedo o, forse, dichiaro. Nella frase appena pronunciata non riesco a capire che tipo di intonazione ho adottato. E, anche di questo, poco importa. Mi sento come un bambino che domanda alla mamma se deve proprio stare in castigo o se, per una volta ancora, potrà chiudere un occhio.

«Nessuna speranza» mi dice lei, e sembra quasi amareggiata. Poi, da una tasca della sua spessa gonna, estrae con le dita ossute e ingiallite dal fumo un pacchetto di sigarette ormai quasi terminato e un accendino. Si infila un'altra sigaretta fra i denti, nonostante abbia appena buttato via quella di prima, l'accende con un colpo preciso e sicuro, e poi inspira a pieni polmoni. Glielo avrò visto fare almeno un migliaio di volte. Come sempre, mentre lei fuma, sento odore di vaniglia. Chiudo gli occhi. Mi gusto questo profumo, che amo e che ho sempre amato. Faccio del mio meglio per respirare, ma stavolta non ci sono tecniche o parole magiche. Non ci riesco. Il cervello è andato. Sono inebetito, del tutto privo delle mie capacità di controllo e gestione delle situazioni. Boccheggio. Apro gli occhi e Lisa è sparita.

Così, mi ritrovo solo a contemplare il giorno in cui la specie umana si è estinta. Mi siedo a terra, incurante del fatto che il mio abito sartoriale si possa sporcare. So perfettamente che non indosserò mai più un vestito del genere. Mai più una camicia di cotone appena stirata, mai più un paio di scarpe inglesi o di sneaker. Nemmeno le mie adorate Jordan 1, edizione limitata, alle quali sono così affezionato. Mai più film. Mai più anacardi. Mai più abbracci.

E mai più avrò l'occasione di guardare mia figlia negli occhi e punzecchiarla con le mie battute. So che ora tocca a me e, per come sono messo, non vedo l'ora che arrivi il mio turno.

Mi viene in mente Claudia, mia sorella, e ricordo che, prima di tutto questo, per l'ennesima volta devo averle detto che l'avrei richiamata, e poi non l'ho fatto. Forse mi sta capitando quel che si scrive nei libri e si vede nei film: negli ultimi istanti la vita ci passa davanti agli occhi e affiorano tutti i rimpianti, tutti gli "avrei dovuto fare".

Ormai però è tardi. Morirò con il cuore spezzato per non essere stato capace di dimostrare alle persone che amo quel che provavo prima di perderle e per aver rimandato cose importanti. Se credessi nella reincarnazione, direi qualcosa del tipo: "Sarà per la prossima volta". Ma sono sicuro che non ci sarà una prossima volta.

Ho sprecato la mia occasione, e adesso diventerò un misero mucchietto di cenere.

La Quinta Essenza

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Paolo Borzacchiello

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