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Nascere senza fretta

di Marianna Gualazzi 1 anno fa


Nascere senza fretta

Che cos’è la nascita naturale e quali benefici potrebbe portare a livello sociale?

Che cos’è lo stato di natura? Quanto l’uomo come essere sociale e culturale se ne è distaccato? Quali le conseguenze di un mondo in cui la scienza e la tecnica non sono più il mezzo ma lo scopo?

Siamo andati troppo oltre? Ma oltre in cosa, in quali campi e con quali effetti? Con queste domandine da nulla che ci frullavano in testa, abbiamo pensato di giocare il tema naturale verso artificiale declinandolo nelle varie fasi della vita dell’uomo. Come si nasce, si cresce, si vive e si muore nell’era del digitale, della scienza e della tecnica?

L’agricoltore e il ginecologo, ovvero l’industrializzazione della nascita

Michel Odent, ginecologo e ostetrico francese di fama ormai mondiale, si è posto la questione quindici anni fa, in un libro che ha fatto storia e che è uscito in Italia nel 2006 per Il Leone Verde.

Ne L’Agricoltore e il Ginecologo Odent immagina un dialogo tra queste due figure che analizzano le trasformazioni provocate dall’industrializzazione sia nell’agricoltura che nel parto. Se l’industrializzazione dell’agricoltura e le sue conseguenze – utilizzo dei pesticidi e conseguenti danni sugli ecosistemi compresa la salute dell’uomo, monoculture e impoverimento della biodiversità – iniziamo tutti a vederle, quelle relative all’industrializzazione della nascita non sono ancora sotto i riflettori, eppure, secondo Odent sono anch’esse evidenti. Ma che cos’è l’industrializzazione della nascita?

È un processo che inizia nell’Ottocento, quando la nascita entra negli ospedali, si forma il sapere ostetrico e ginecologico, e il parto prima e la gravidanza poi vengono sempre più medicalizzati e sradicati dal contesto familiare, domestico e femminile entro il quale erano stati iscritti sino ad allora. Ora, non si sta dicendo ovviamente che era meglio quando si nasceva in casa due secoli fa in condizioni spesso di indigenza, povertà e mancanza di igiene, con grande rischio per mamme e nascituri.

Tra l’altro a quel tempo si moriva di parto anche in ospedale, dato che i medici passavano da un’autopsia a un parto senza lavarsi neppure le mani e le donne morivano di setticemia come mosche. Quello che si sta dicendo è che l’industrializzazione della nascita ha deprivato le donne, i bambini e le famiglie di un’esperienza che, quando vissuta nel rispetto della fisiologia e della natura, ha un carattere trasformativo non sono sul singolo, ma sull’intera società.

Ormoni ed empatia per una società a misura d’uomo

Secondo Odent l’industrializzazione della nascita raggiunge il suo apice con il parto cesareo, più precisamente con l’abuso di questo strumento che, se in alcuni casi salva la vita, in molti altri è una pratica ostetrica non necessaria. Questi casi dovrebbero essere il 10% nel caso di parto del primo figlio: in Italia, nel 2017 abbiamo invece avuto il 25% di parti cesarei primari.

Una percentuale che è scesa di 4 punti rispetto al 2010, anche a fronte di campagne promosse dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e da altri enti e organi territoriali, ma che rimane pur sempre alta rispetto alle linee guida dell'OMS: si tratta, ancora, di un parto su quattro. Ma cosa ci siamo persi con l’industrializzazione di gravidanza e parto? Non solo una bella esperienza – nel senso di più intima, rispettosa dei tempi e della fisicità della donna – per mamma, papà e bambino: ci siamo persi gli ormoni.

Ci siamo persi ossitocina, endorfine, prolattina: gli ormoni dell’amore che, nel parto naturale, o per meglio dire fisiologico, sono quel cocktail esplosivo capace di dare un imprinting indelebile al bambino, che crescerà con un corredo emotivo più stabile, con un attaccamento sicuro e che sarà un adulto capace di utilizzare al meglio le proprie risorse endogene per affrontare la vita – e questo lo dicono studi scientifici accreditati e una nuova branca della medicina e delle scienze umane che si chiama epigenetica (ne parliamo a p. 54).

Elogio della lentezza: nascere senza fretta

Per la mamma un parto fisiologico significa sperimentare quell’istinto primordiale, naturale, che alberga in ogni mammifero e che la riporta al mistero del cerchio della vita, della continuazione della specie, a quella scintilla soprannaturale che risiede in ognuno di noi. «L’esperienza del dolore, la capacità di saperlo gestire, di lasciare andare ogni certezza per lanciarsi nell’esperienza profonda del parto, del dare alla luce cambia la donna per sempre – mi racconta al telefono Marta Campiotti, ostetrica libera professionista pioniera del parto in casa in Italia e allieva diretta di Frédérick Leboyer, ostetrico e ginecologo francese primo promotore del parto dolce e senza violenza – e le permette di portare questo cambiamento anche in altri ambiti della vita e nella società.

È come un salto di consapevolezza, dato dal mettere in campo le risorse più profonde che sono dentro lei. Il parto fisiologico è per la donna e la coppia una possibilità di empowerment che non ha eguali.

Oggi purtroppo io vedo che tutto questo è molto ostacolato dai ritmi della nostra società: il concepimento, la gravidanza, il parto, l’allattamento e l’accudimento del bambino sono minati dal dominio della fretta.

Abbiamo fretta: di concepire, anche se ci abbiamo provato solo un paio di mesi, dopo i quali si passa subito a controlli, esami, accertamenti con il conseguente carico di ansia e stress che si portano dietro e che non aiuta a vivere questo periodo con serenità e in accordo con tempi che sono diversi per tutti. Fretta nella gravidanza: che passi in fretta, perché la pancia è bella, ma dal sesto mese in avanti inizia a diventare pesante e costringe a rallentare, a impiegare più tempo per fare le stesse cose e quindi a essere meno produttive.

Fretta nel parto: perché se non ci si dilata di un centimetro all’ora si è fuori tempo e scattano pratiche mediche per velocizzare, accelerare, indurre.

Fretta nell’allattamento: perché il bambino si deve attaccare subito e poi deve ciucciare subito bene e prendere peso in fretta. E così via: in una corsa senza fine su una ruota che gira.

Vivere una gravidanza e una nascita naturale significa, secondo me, prendersi il tempo, non cedere alla fretta, diventare capaci di aspettare, ascoltare, rallentare e cambiare. Perché un figlio è cambiamento e se noi lasciamo che questo cambiamento entri nelle nostre vite, accettando tutto quello che comporta – dal dolore al capezzolo le prime volte in cui si attacca, alle notti travagliate – saremo anche noi in grado di adattarci e di evolvere».

Un parto normale per donne normali

Della stessa opinione è anche Michel Odent che ne L’Agricoltore e il Ginecologo scrive: «Le donne di oggi non possono vivere la gravidanza con serenità e ognuna ha almeno una ragione per preoccuparsi: si sente dire che ha la pressione troppo alta, che sta prendendo peso troppo alla svelta o troppo lentamente, che è anemica, che ha poche piastrine e quindi è a rischio di emorragia, ha il diabete gestazionale, il bambino è troppo grosso o troppo piccolo, la placenta è bassa, la gravidanza è particolarmente a rischio perché ha 18 anni oppure perché ne ha 39, il bambino ancora non si è girato, le analisi del sangue indicano una possibilità che il bimbo sia Down, non ha assunto acido folico al momento giusto e ora il bimbo è a rischio per la spina bifida, l’ecografia rivela una possibile anomalia al rene destro, non è immunizzata contro la rosolia e contro la toxoplasmosi, è Rh negativa, avrebbe dovuto partorire lo scorso mercoledì e quindi bisogna indurre il parto ecc». Ma oggigiorno è ancora possibile essere una donna “normale”?”».

Oggi, nel 2018, le conoscenze che abbiamo maturato sulla fisiologia del parto ci permetterebbero di far nascere la stragrande maggioranza dei bambini in ambienti non medicalizzati, in reparti appositamente ideati a questo scopo, nelle case di maternità, a domicilio, evitando pratiche ostetriche invasive e molto spesso inutili, non basate sull’evidenza scientifica. Tutto questo con ricadute a cascata sui costi dell’assistenza, sul benessere fisico e psicologico della mamma e del bambino e sull’intera società.

E a dirlo non sono io, ma lo stesso OMS che ha appena rilasciato le nuove linee guida per una positiva esperienza del parto. Si tratta di 56 raccomandazioni basate sull’evidenza scientifica tra cui emerge quella sul tempo: se il travaglio progredisce lentamente, meno di un centimetro di dilatazione all’ora, questo fatto non basta a giustificare un intervento. Nascere bene, nascere senza fretta.

Lasciatelo stare. Lasciatelo fare. Lasciategli il tempo. Il sole si alza forse di colpo? Tra il giorno e la notte non indugia forse l’alba incerta e la lenta, maestosa gloria dell’aurora? Lasciate alla nascita la sua lentezza e la sua gravità. Frédérick Leboyer

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Marianna Gualazzi

Laureata in Lettere Moderne, giornalista pubblicista, lavora da oltre dieci anni per il Gruppo Editoriale Macro in qualità di editor e di content manager per l'editoria periodica e per il web. Ha scritto decine di articoli di ecologia, salute naturale, gravidanza e parto consapevoli,...
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