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Modelli cosmologici del mondo - Estratto da "Lo Zen e l'Arte di Imbrogliare la Mente"

di Alan Watts 5 mesi fa


Modelli cosmologici del mondo - Estratto da "Lo Zen e l'Arte di Imbrogliare la Mente"

Leggi un estratto dal libro di Alan Watts e scopri come mettere da parte la mente razionale per ritrovare il vero senso della realtà

Per cominciare, prenderò in esame alcune delle nozioni di base che caratterizzano il senso comune dell’Occidente, ossia i nostri concetti fondamentali su cos’è la vita. Queste idee hanno radici storiche e il loro influsso è molto più forte di quanto possiamo pensare: mi riferisco alla nostre credenze sul mondo, imperniate sui nostri sistemi logici e sulla natura del linguaggio che usiamo.

Stai leggendo un estratto da questo libro:

Lo Zen e l'Arte di Imbrogliare la Mente

Alan Watts

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Ricorrerò perciò al termine di mito, non tanto per denotare qualcosa di non vero, quanto per riferirmi a qualcosa di molto potente. Mito, in questo caso, è un’immagine utilizzata per dare un senso al mondo; attualmente viviamo sotto l’influsso di due immagini estremamente potenti, entrambe del tutto inadeguate allo stato attuale delle conoscenze scientifiche. Una delle sfide più importanti di oggi consiste nel sostituire a questi miti un’immagine del mondo adeguata, soddisfacente e saggia, in accordo con la nostra effettiva esperienza della realtà.

Diciamo allora che le due visioni del mondo fondamentali, che hanno determinato il nostro agire per più di duemila anni, sono essenzialmente dei modelli dell’universo: il modello “ceramico” e il modello puramente automatico. Prendiamo in esame il primo, il modello “ceramico”.

Esso trova origine nella Genesi, dalla quale l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam derivano la loro visione del mondo fondamentale. Il libro della Genesi ci dice che il mondo è un manufatto fabbricato dal Creatore, proprio come un vasaio modella i vasi a partire dall’argilla, o un falegname ricava tavoli e sedie dal legno. Non dimentichiamo che Gesù, il Figlio di Dio, è anche figlio di un falegname. Perciò, in questo modo, l’immagine che abbiamo di Dio è quella di un vasaio, di un falegname, di un tecnico o di un architetto che crea l’universo secondo un proprio progetto.

Questo primo modello dell’universo si basa sul concetto che il mondo sia costituito da qualcosa, ovvero da una materia o sostanza primordiale. E proprio come il vasaio prende l’argilla e la modella secondo il proprio volere, così anche il Creatore modella l’universo a partire dalla sua sostanza fondamentale. La prende e la trasforma in qualunque cosa voglia. Così, nella Genesi il Signore Iddio crea Adamo dalla polvere: modella una figurina d’argilla, vi soffia sopra ed essa diventa viva. L’argilla diviene in-formata. Di per sé l’argilla è senza forma e non possiede un’intelligenza, perciò ha bisogno di un’intelligenza esterna, un’energia esterna che le dia la vita e le infonda la facoltà del discernimento.

E così che abbiamo ereditato il concetto di noi stessi come artefatti, cose che sono state fatte. Nella nostra cultura, i bambini chiedono ai genitori: «Come sono stato fatto?» o «Chi mi ha fatto?». Ma queste non sono le stesse domande che si pongono i bambini cinesi o indiani (in particolare indù). Un bambino cinese potrebbe chiedere alla madre: «Come sono cresciuto?».

Ma crescere e fare sono processi completamente diversi. Vedete, quando fate una cosa la assemblate, cioè componete le sue parti, lavorando dall'esterno verso l'interno. Proprio come il vasaio che lavora l’argilla o lo scultore che lavora la pietra. Invece, se osserviamo qualcosa nell’atto di crescere, il processo muove in direzione inversa, vale a dire interno verso l'esterno. Il termine di crescita indica qualcosa che si espande, si sviluppa, sboccia, e che interessa simultaneamente ogni sua parte. La semplice forma originaria di una cellula vivente in utero tenderà ad acquisire una forma sempre più complessa.

Questo è il modo in cui si presenta il processo di crescita, contrapposto al processo del fare. Va sottolineato che in questo modello si rileva una differenza fondamentale tra artefice e manufatto, tra il Creatore e la sua creatura.

Da dove ha preso origine quest’idea? Fondamentalmente il modello “ceramico” dell’universo è scaturito da culture dotate di forme di governo monarchiche. Dal loro punto di vista, l’artefice dell’universo era anche concepito come il re dell’universo («Re dei Re, Signore dei Signori, supremo Reggitore dell’Universo»)', e sto citando dal Libro delle Preghiere Comuni. Coloro che hanno una visione simile dell’universo si rapportano alla realtà allo stesso modo in cui i sudditi si rapportano a un re, perciò si pongono con grande umiltà nei confronti di quel che manda avanti la baracca, qualsiasi cosa essa sia. Trovo curioso che qui da noi, negli Stati Uniti, i cittadini di una democrazia si attengano ancora a una visione così monarchica dell’universo.

Insomma, il fatto di doversi inginocchiare, inchinare e prostrare di fronte al Reggitore dell’Universo in segno di umiltà e di rispetto è un retaggio delle antiche culture del Medio Oriente.

Ma perché? Fondamentalmente, nessuno è più spaventato di un tiranno. Ecco perché se ne sta seduto dando le spalle al muro, mentre voi dovete avvicinarvi a lui dal basso, col viso rivolto verso il pavimento: in quella posizione non potete usare armi. Quando vi avvicinate al sovrano non siete autorizzati a stare in piedi di fronte a lui, perché potreste attaccarlo. E potreste di certo farlo, poiché egli governa la vostra vita e chi governa la vostra vita è il più gran truffatore di tutti. In altre parole, il sovrano è colui al quale è permesso di commettere dei crimini contro di voi; mentre i criminali sono solo persone che rinchiudiamo in galera.

Quando si progetta una chiesa, che aspetto ha? Sebbene in taluni casi ormai non sia più così, per secoli la Chiesa cattolica ha collocato l’altare col retro rivolto verso il muro a est. L’altare è il trono e il prete è il capo, il visir di corte, e rende omaggio al trono che ha di fronte. Tutti sono rivolti verso il trono e s’inginocchiano davanti a esso. Una grande cattedrale cattolica prende il nome di basilica, dal greco basileus, che significa ‘re’. Perciò una basilica è la casa del re e il rituale della Chiesa cattolica si basa su rituali di corte bizantini. Una chiesa protestante ha un aspetto un po’ diverso, somiglia a un palazzo di giustizia, ma il suo aspetto rivela la stessa visione dell’universo: il giudice di un tribunale americano indossa una toga nera, proprio come facevano i pastori protestanti, e tutti siedono in una specie di tribuna, pulpiti e banchi che somigliano a quelli su cui siedono il giudice e i membri di una giuria.

Le forme del cristianesimo compartecipano a una visione assolutistica della natura dell’universo, perciò l’architettura delle loro chiese riflette tale visione. La versione cattolica costruisce tutto intorno al re, mentre la chiesa protestante è progettata intorno al giudice. Ma se si cerca di applicare queste immagini all’universo stesso, alla natura profonda della vita, ci si accorge dei loro numerosi limiti.

Tanto per cominciare, diamo uno sguardo alla presunta separazione tra materia e spirito, un concetto essenziale ai fini del modello “ceramico”. Che cos’è la materia? Questa è una domanda che in passato i fisici hanno tentato di esplorare, cercando di comprendere quale fosse la sostanza fondamentale di cui è fatto il mondo, ma hanno smesso di porsela molto tempo fa: il fatto è che esplorando la natura della materia i fisici capirono di poterla descrivere solo in termini di comportamento, in termini di forma e modello. Si possono individuare particelle sempre più piccole, quali atomi, elettroni, protoni e ogni tipo di particelle nucleari, ma non si arriva mai a nessuna materia concreta, perciò se ne può descrivere solo il comportamento apparente.

In pratica accade questo: usiamo il termine di materia perché quello è l’aspetto che assume il mondo quando la nostra vista è sfocata. Concepiamo la materia come una specie di massa informe, indifferenziata, ma questo dipende solo dal fatto che la nostra visione è sfocata. Quando mettiamo a fuoco, siamo in grado di vedere forme e modelli, e la sola cosa di cui si può effettivamente parlare sono i modelli. L’immagine del mondo delineata dalle più avanzate ricerche della fisica moderna non si presenta tanto come sostanza formata o come argilla modellata, quanto piuttosto come modelli semoventi, auto-progettanti, vibranti. Ma il nostro senso comune non si è ancora messo in pari con questo nuovo scenario.

Questo ci porta alla nostra seconda immagine operativa del mondo: l’universo puramente automatico. Con l’evolversi del pensiero occidentale, il modello “ceramico” ha incontrato alcuni ostacoli. Per la maggior parte del tempo la scienza occidentale è stata indotta dal giudaismo, dal cristianesimo e dall’islam a presupporre l’esistenza di determinate leggi di natura e a ritenere che tali leggi fossero state formulate fin dai primordi dal Creatore, dall’artefice dell’universo. Perciò si è radicata la tendenza a pensare che tutti i fenomeni naturali obbedissero a determinate leggi secondo un piano prestabilito, come un meccanismo ben oliato e funzionante (per esempio un tram, un treno o un filobus che viaggino in orario). Tuttavia, nel XVIII secolo gli intellettuali occidentali cominciarono a mettere in dubbio tale nozione, in particolare la reale esistenza di una causa prima, di un architetto universale. Dedussero che potrebbero esistere alcune leggi universali, ma ciò non comporta la necessità di un loro creatore.

Vedete, l’ipotesi di Dio ha contribuito ben poco a formulare delle previsioni, cosa di competenza della scienza: Cosa accadrà? Esaminando l’andamento del passato e descrivendolo accuratamente, siamo in grado di fare pronostici su cosa accadrà in futuro: di fatto, la scienza è tutta qui. E per realizzare questo e fare previsioni azzeccate, si è capito che non serve un’ipotesi di Dio, poiché averla non fa comunque alcuna differenza. Perciò si è abbandonata l’ipotesi divina e si è mantenuta l’ipotesi della legge, perché è possibile fare previsioni a partire dalle regolarità comportamentali dell’universo. Ci si è sbarazzati del legislatore e si è tenuta la legge.

È proprio così che si è giunti all’attuale concezione dell’universo inteso come macchina, come qualcosa che funziona secondo principi di precisione, come un meccanismo a orologeria. L’immagine newtoniana del mondo è ispirata al gioco del biliardo: atomi come palle da biliardo che si scontrano fra loro ad angolazioni prevedibili. Perciò il comportamento di ogni individuo è visto come una complessa configurazione di palle da biliardo colpite da tutto il resto. Questo è il modello puramente automatico dell’universo. È il concetto di realtà intesa come energia cieca. Lo ritroviamo nel XIX secolo nel pensiero di Ernst Haeckel e di Thomas Henry Huxley, che descrissero il mondo come nient’altro che una forza senza guida intelligente, e anche nella filosofia di Freud, che identificò la nostra energia psicologica fondamentale in termini di libido, o cieca lussuria.

Perciò, secondo questa visione, siamo tutti qui per una combinazione fortuita. Come prodotti dell’esuberanza dell’energia cieca e come effetto del puro caso, eccoci qui, con tutti i nostri valori, con le nostre lingue e culture e col nostro amore. Questo richiama l’idea di mille scimmie che battono diligentemente i tasti di mille macchine da scrivere per milioni di anni, finché non riescono a scrivere XEnciclopedia Britannica., per poi ritornare a scrivere cose senza senso. Ma se accettiamo quest’idea e se ci piace essere vivi e umani, ci ritroviamo a dover lottare contro la natura a ogni piè sospinto, perché la natura ci farà regredire ai nonsenso non appena glielo permettiamo. Allora imponiamo la nostra volontà sul mondo come se ci fosse totalmente estraneo, qualcosa che esiste all’esterno di noi. Questo spiega perché la nostra cultura è basata sull'idea che uomo e natura siano in conflitto.

Inoltre, negli Stati Uniti definiamo la mascolinità in termini di aggressività. Penso che possa dipendere dal fatto che siamo spaventati. Gonfiamo il petto fingendoci dei duri, ma è completamente inutile, sapete. Se si ha ciò che serve, non è necessario recitare, e di certo non si deve ridurre la natura allo stato di sottomissione. Perché mostrare ostilità verso la natura?

Voi non siete qualcosa di separato dalla natura. Siete un aspetto o un sintomo della natura. Voi, in quanto singoli esseri umani, spuntate da questo universo fisico esattamente allo stesso modo in cui una mela spunta da un melo. Un albero che produce mele è un albero di mele, proprio come un universo in cui compaiono esseri umani è un universo di esseri umani. L’esistenza di persone è sintomatica del tipo di universo in cui viviamo, ma essendo condizionati dai nostri due grandi miti (il modello “ceramico” e il modello automatico dell’universo) sentiamo di non appartenere al mondo. Nel linguaggio ordinario si dice «Sono venuto al mondo», ma non è così: noi siamo venuti fuori dal mondo.

La maggior parte della gente ha la sensazione di essere qualcosa che esiste all’interno di un involucro di pelle. Sentiamo di essere una forma di coscienza che osserva questo qualcosa dall'interno. Poi osserviamo i nostri simili e li vediamo come persone, purché abbiano un colore di pelle, una religione o qualunque altra cosa di simile a noi. Va osservato che, quando decidiamo di eliminare un particolare insieme di persone, le definiamo sempre come non-persone, cioè non del tutto umane. Perciò le chiamiamo scimmie, o mostri, o macchine, ma decisamente non “persone”. Qualunque ostilità nutriamo verso gli altri e il mondo esterno proviene da questa superstizione, da questo mito, una teoria totalmente infondata secondo la quale siamo qualcosa che esiste solo all'interno della nostra pelle.

Io intendo proporre una diversa concezione. Cominciamo dal big bang, la teoria secondo la quale miliardi di anni fa si verificò un’esplosione primordiale che scagliò nello spazio le galassie e le stelle. Poniamo, in linea teorica, che sia andata realmente così. E come se qualcuno avesse preso una bottiglia d’inchiostro e l’avesse scaraventata contro un muro: l’inchiostro si è sparso a partire dalla grande macchia centrale, e ai margini esterni vi sono tante goccioline disposte in base a complesse configurazioni. Allo stesso modo, ai primordi si è verificato un enorme big bang che si è diffuso in tutto lo spazio, e voi ed io siamo qui, esseri umani complessi collocati all’estrema periferia di quella deflagrazione primordiale.

Se vi pensate come esseri separati, delimitati dai confini della pelle, vi definirete come un complicato e minuscolo ghirigoro confuso fra gli altri ai confini dello spazio. Forse, miliardi di anni fa, facevate parte di quel big bang, ma ora non più: siete qualcosa di separato. Ma è solo perché ve ne siete tirati fuori; tutto dipende dalla definizione che date di voi stessi. Ed ecco la mia concezione alternativa: se si è verificato un big bang agli albori del tempo, voi non siete qualcosa che rappresenta il risultato di quella esplosione alla fine del processo. Voi siete quel processo.

Voi siete il big bang. Siete la forza originaria dell’universo che si manifesta, chiunque voi siate, nel presente. Vi definite come il signor o la signora o signorina Tal dei Tali, ma in realtà siete l’energia primordiale dell’universo che è tuttora in movimento. Solo che avete imparato a definirvi come qualcosa di separato.

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Alan Watts

Alan Watts (1915-1973) è stato un celebre autore, filosofo e docente americano. Durante gli anni ‘60 ha tenuto numerosi seminari e lezioni sulle culture orientali in tutti gli Stati Uniti, riscuotendo sempre grandissimo successo. Grande studioso di psicologia e psicanalisi, nel corso...
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