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Mappe e territori - Estratto da "#Oltre la PNL"

di Andrea Favaretto 4 mesi fa


Mappe e territori - Estratto da "#Oltre la PNL"

Leggi in anteprima un capitolo tratto dal libro di Andrea Favaretto e scopri come utilizzare la PNL per raggiungere realmente i tuoi obiettivi

Ecco la miglior definizione di PNL è: lo studio della struttura dell’esperienza soggettiva.

La struttura della tua esperienza (cioè il modo in cui tu interpreti il mondo) è solo tua, ed è diversa dalla mia e da quella di chiunque altro.

Indice dei contenuti:

I filtri

Imparerai quindi a conoscere la tua struttura e quella delle persone che hai intorno a te. Non la studierai per etichettare gli altri, ma per capire come essi interpretano il mondo. Ecco perché un presupposto della PNL, che probabilmente hai già sentito, è l’affermazione di Alfred Korzybsky: «La mappa non è il territorio.» Questo è il principio numero uno, la regola base: ogni persona interpreta il mondo non per come è, ma per come lei lo vede e per come legge la propria mappa.

Rifletti: noi abbiamo una parte conscia e una inconscia. Si dice che quest’ultima corrisponda al 95% del nostro potenziale mentale, quindi possiamo dire che gran parte della nostra capacità mentale è attribuibile all’inconscio.

Mi piace pensare all’inconscio come a un grosso pentolone all’interno del quale vengono depositate migliaia di informazioni tutti i giorni, ventiquattr’ore su ventiquattro, anche quando dormiamo. Queste informazioni, filtrate attraverso i cinque sensi, senza giudizio, vengono depositate e quindi canalizzate in una parte di noi che si chiama struttura profonda (SP). Solo una porzione di queste informazioni risale poi alla nostra struttura superficiale (SS), cioè alla nostra parte consapevole, e soprattutto alla parte verbale, con cui comunichiamo, cioè il mezzo attraverso il quale ci relazioniamo verso l’esterno. Le parole che utilizziamo, quindi, appartengono alla struttura superficiale.

Questo di cui ti ho parlato è un processo naturale, che attuiamo sempre.

Le informazioni che passano dalla SP alla SS non lo fanno in maniera asettica, ma vengono filtrate, selezionate. Il filtro aiuta a trattenere ciò che non serve e a lasciar passare ciò che ci è utile.

Noi siamo pieni di filtri. La nostra intera comunicazione è filtrata da convinzioni, valori, regole, princìpi, dai cinque sensi, dai sistemi di rappresentazione visivi, auditivi e cine-stesici, da metaprogrammi, generalizzazioni, distorsioni e cancellazioni.

Facciamo un esempio di generalizzazione: se ti chiedo di aprire una porta tu non studi di che materiale è fatta, di che colore è, di che dimensioni o spessore è, ma metti la mano sulla maniglia e girando o spingendo verso il basso riesci ad aprirla all’istante, esattamente come farebbe chiunque. Dopo averlo fatto un po’ di volte, da piccoli abbiamo infatti imparato che la modalità è sempre la stessa.

La stessa cosa vale per le cancellazioni. Cancellare significa omettere, e nel nostro caso si riferisce al fatto che tralasciamo delle informazioni, dando per scontato che gli altri capiscano ugualmente ciò che intendiamo. Per esempio, se utilizziamo il verbo “prendere”, che è un verbo non specifico, diamo per scontato che “prendere una penna”, “prendere una strada” e “prendere la macchina” siano frasi dal significato differente.

Il nostro cervello filtra perché è un grande risparmiatore di energia: fare esperienza di tutto, studiare ogni situazione come se fosse la prima volta sarebbe per lui eccessivamente stancante.

Distorcere significa invece deformare una realtà, cioè attribuirle dei significati utilizzando elementi non direttamente accomunabili. Un classico esempio è: «Sorridi sempre, quindi sei una persona solare.» Peccato che il sorriso e la solarità non siano elementi associati di per sé: siamo noi a collegarli attraverso la nostra interpretazione della mappa. Questo argomento meriterebbe una spiegazione più approfondita ma, per il momento, non ritengo necessario fornirti più informazioni di quelle che ti ho già presentato.

Se adesso ti chiedessi di raccontarmi una tua giornata tipo, tu mi diresti qualcosa come: «Mi sono svegliato, mi sono lavato, ho fatto colazione, sono andato al lavoro e, dopo essere uscito con gli amici, sono tornato a casa.»

Credo di non essermi allontanato molto dalla tua possibile risposta, sbaglio?

Ora, visto che non ne hai parlato esplicitamente, dovrei forse dedurre che sei uscito senza vestiti? E parlando di lavoro dovrei forse applicare alla tua parola il mio significato, immaginandoti impegnato a tenere un corso come trainer di PNL? L’esempio è volutamente banale, ma vuole farti notare come sia normale che la nostra mente evidenzi subito, attraverso il linguaggio, cosa è probabile e cosa no, lasciando che sia la struttura profonda a recuperare determinate informazioni.

Lo stesso vale per ciò che è importante o meno. Tornando al nostro esempio, abbiamo dato per scontato molte cose perché le riteniamo ininfluenti. Già nella frase «Ho fatto colazione» possono essere nascoste azioni diversissime: c’è chi beve solo il caffè, chi svaligia una pasticceria e chi preferisce una colazione all’americana. Ma nella descrizione di una nostra giornata tipo abbiamo ritenuto inutile entrare tanto nei dettagli e così, non essendo necessario al fine della comunicazione, abbiamo cancellato le informazioni superflue.

Nel comunicare, quindi, ognuno di noi utilizza la propria struttura superficiale, mai quella profonda.

Fanno eccezione quelle persone che, quando parlano, non attuano alcun risparmio di energia. Mi riferisco a chi entra sempre nei minimi dettagli, raccontando proprio tutto di tutto di tutto. E facile riconoscere queste persone, perché i loro interlocutori ad un certo punto si assentano mentalmente, la loro testa si separa dal corpo e assume un movimento a sé stante, su e giù, annuendo di default.

A parte questo esempio estremo di selezione delle informazioni, è normale che la nostra mente applichi sempre un qualche tipo di filtro. Allo stesso modo è normale applicare alla realtà la nostra mappa del mondo, i nostri valori, le nostre credenze, ed essere convinti di avere ragione quando “la pensiamo così”.

Eppure è possibile che due persone vivano la stessa esperienza e la raccontino in due modi totalmente differenti. Un esempio classico è il matrimonio. Quante coppie si separano perché vivono lo stesso rapporto, la stessa casa, le stesse dinamiche in modo completamente diverso? Diverse le visioni, diverse le aspettative. Inutile analizzare chi aveva ragione su cosa.

Non esiste una mappa migliore dell’altra, un’interpretazione più corretta. Ne esiste semmai una più utile dell’altra e, dato che la mappa è qualcosa che formo io e non mi viene data, sta a me scegliere come comporla attraverso i miei filtri. L’obiettivo è fare in modo che la mappa del mondo che io utilizzo sia congruente ed efficace con il mio modo di vivere la vita.

Gli obiettivi

Se voglio raggiungere un obiettivo, la prima cosa che devo fare è andare a vedere se gli elementi che costituiscono la mia mappa sono in linea con i risultati che voglio ottenere. Un obiettivo è facilmente o difficilmente realizzabile sulla base di quanto esso è allineato con la mia mappa.

Ora, ci sono persone che fanno corsi di formazione da dieci o vent'anni e in alcune aree della loro vita sono sempre allo stesso punto. Conosco un uomo in forte sovrappeso che passa da un corso all’altro per capire qual è il sabotaggio che gli impedisce di dimagrire.

Senza togliere nulla alla formazione, se continui a fare corsi e il risultato non cambia, forse allora quella non è la strada giusta per te. Se invece ti iscrivessi in palestra, magari questo ti tornerebbe davvero utile e sarebbe anche meno costoso. Non pensare a niente di miracoloso, ma diminuire anche solo un chilo all’anno quanto ti farebbe alleggerire in vent’anni?

Investire tutto nei corsi potrebbe invece essere una scusa per sabotarsi e non pagare il prezzo necessario per rimettersi in forma.

Leggendo questo libro o facendo qualche corso non scoprirai la pietra filosofale, ma se fai gli esercizi e li pratichi su di te, allora il cambiamento è assicurato.

Ci tengo a sottolineare che la PNL non è qualcosa che si fa solo sugli altri, come crede la maggior parte delle persone che la approccia per la prima volta, ma che si fa e si deve applicare principalmente su se stessi.

Uno dei concetti che più mi ha affascinato della teoria di Bandler è stato proprio questo: la PNL è qualcosa che si fa. È pratica, non teoria.

Non puoi insegnare o trasferire agli altri qualcosa che tu non sai fare, perché se lavori con gli stati d’animo altrui ma il tuo non è in linea (ovvero se non sai quali siano i tuoi punti di forza, le tue aree di miglioramento o simili) cosa potrai mai insegnare? Cosa riuscirai a trasferire? Solo teoria, ma quella si trova anche sui libri.

Purtroppo, in Italia ce la tendenza a credere che basti leggere tre o quattro manuali per diventare un lifecoach. Io invece so per certo che chi viene ai miei corsi non solo esce istruito sulla PNL, ma sarà anche capace di applicarla su se stesso.

Magari non conoscerà ogni termine tecnico - per questo ci sono Wikipedia, internet e i libri - ma non avrà bisogno di un compagno di allenamento per fare pratica, né potrà accampare la scusa di non poter fare esercizio perché abita sulla cima del Monte Bianco e non si ricorda cosa deve fare perché ha lasciato gli appunti a Milano.

Saprà sempre cosa fare per stare bene, perché saprà applicare su di sé la PNL.

#Oltre la PNL

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Andrea Favaretto

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Andrea Favaretto

Nato a Pavia il 15/04/73 e dopo una tranquilla e “mediocre” adolescenza sia dal punto di vista emotivo che scolastico, nel 1996 la svolta: frequenta un corso di motivazione con Roberto Re e vedendolo sul palco decide una volta per tutte cosa farà “da grande”. Inizia a collaborare con HRD...
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